Un cavaliere di straordinaria virtù, il Santo Graal e una spada conficcata nella roccia: non siamo nella mitica Camelot, ma in Toscana, in un luogo reale che ha saputo custodire e tramandare il fascino della leggenda. Tra paesaggi naturali di straordinaria suggestione, sorge infatti l’Eremo di Montesiepi dove, secondo la tradizione, un santo di nome Galgano conficcò nella roccia una spada miracolosa, come segno della sua conversione. Pochi decenni dopo, i monaci cistercensi edificarono nelle vicinanze la maestosa Abbazia di San Galgano. In questo spazio sacro, ormai privo di copertura, il firmamento e la terra si incontrano davvero, non solo nelle menti e nei cuori dei visitatori, ma anche nelle volte immaginarie e nei pilastri che si protendono verso l’infinito.

La vicenda di San Galgano Guidotti
Si narra che Galgano Guidotti, un cavaliere di nobile stirpe nato a Chiusdino tra il 1148 e il 1150, avesse trascorso una gioventù dissoluta. Ma un giorno, inaspettatamente, una visione mistica sconvolse i progetti della sua vita. Secondo quanto riportato nell’Inquisitio in partibus, il testo che contiene gli atti del processo di canonizzazione del 11851, Galgano , come in un sogno, vide San Michele Arcangelo che chiedeva a sua madre, Dionigia, di farlo diventare un soldato. Una volta destatosi da quella sorta di rapimento estatico, Galgano corse subito dalla donna e le riferì quanto aveva visto.
“La madre, dopo aver riflettuto in silenzio, colma di grande felicità disse: “Questa visione è buona, figlio mio, ed è per te portatrice di un messaggio di immensa gioia. Noi infatti, io vedova e tu orfano, saremo affidati a san Michele, al quale molto devotamente si dedicò tuo padre”.
Inquisitio in partibus, 1185.
La famiglia di Galgano doveva essere particolarmente devota all’arcangelo Michele. D’altronde, suo padre Guidotto, morto nel 11782, era stato un cavaliere, così come i suoi avi3: appare naturale che il casato invocasse la protezione del comandante delle milizie celesti. Inoltre, le origini del borgo natale di Galgano, Chiusdino, sono legate ai Longobardi, popolo di guerrieri noto per la sua venerazione verso San Michele Arcangelo.
La seconda visione di San Galgano
Né Galgano né sua madre, tuttavia, avevano compreso a fondo la natura della richiesta divina. San Michele, infatti, non chiedeva di imbracciare le armi, ma l’adesione totale alla militia Christi, il distacco dai beni materiali della vita. Così, dopo anni di dubbi e incertezze, Galgano ricevette una seconda visione dell’Arcangelo, che stavolta lo esortava a seguirlo. Nel sogno, il giovane si ritrovò in sella a un cavallo, che lo condusse sui passi di un lungo percorso. Attraversò un ponte sopra un fiume non senza difficoltà e vide un mulino in funzione. In quel momento si ricordò dello scorrere del tempo e del passare di tutte le cose.
Al di là del ponte vi era un prato “coperto di fiori bellissimi, che diffondevano un profumo meraviglioso”. Subito dopo Galgano entrò in una caverna sotterranea e infine giunse sull’altura di Monte Siepi, dove sorgeva una casa rotonda. In questo luogo riconobbe i dodici apostoli, che gli diedero un libro affinché lo leggesse. Ma poiché non vi riusciva, Galgano alzò lo sguardo al cielo e intravide l’immagine di una maestà divina. Gli apostoli, allora, gli comandarono:
“Costruisci qui una casa in onore di Dio, della santa Maria e di san Michele Arcangelo e dei dodici Apostoli. E starai qui, per moltissimi anni”.
Inquisitio in partibus, 1185.

L’interpretazione simbolica della visione di Galgano
La visione di Galgano può essere letta come un archetipo della leggenda medievale, che si sviluppa per mezzo di immagini simboliche codificate. Il santo compie infatti un difficile cammino iniziatico, attraverso cui giunge a un livello di consapevolezza superiore. Il ponte, lungo e insidioso, è metafora del transito terreno dell’uomo. Il fiume è figura dello scorrere del tempo e della vacuità delle cose materiali. Il mulino, che rimanda al concetto della Ruota della Fortuna, è un’allegoria della mutevolezza del mondo. Galgano giunge poi in un prato fiorito, ma esso non è ancora la meta finale, ma lo stato intermedio della coscienza che segue la conversione. L’ultimo passaggio prima di incontrare il divino è la morte: Galgano attraversa una grotta, spazio simbolico oscuro e sconosciuto.
Il santo giunge infine presso gli apostoli e non riesce a leggere il sacro libro che gli viene consegnato. È questa un’immagine potente e controversa. Il gesto di Galgano indica il rifiuto di un’intermediazione per raggiungere il divino, a favore di un’esperienza contemplativa, diretta ed eremitica.
La conversione
Ben presto, Galgano cominciò a pensare a come esaudire la richiesta divina. Monte Siepi era infatti un luogo impervio e difficile da immaginare come possibile dimora. L’Inquisitio in partibus racconta che nessuno sembrava prenderlo sul serio. Gli amici, malgiudicando il suo progetto, controbattevano bruscamente: “tu vuoi raccogliere denaro e truffare. Vattene oltremare”, risposta che peraltro fornisce una nitida immagine di ciò che si pensava delle crociate. Persino la madre di Galgano iniziò ad accampare scuse, in quanto “il freddo è eccessivo, la fame intensa, il luogo quasi inaccessibile: come vi andremo?”. Le agiografie redatte a partire dal XVI secolo, aggiungono più un altro dettaglio, ossia che Galgano avesse una promessa sposa, la nobile Polissena di Civitella. Dionigia avrebbe quindi tentato in tutti i modi di convincerlo a contrarre matrimonio e abbandonare i suoi propositi di eremitaggio.
Galgano cercò di obbedire al volere genitoriale e, nel dicembre del 1180, si mise in viaggio sulla via per Civitella. Tuttavia, a un certo punto il cavallo si imbizzarrì e non vi fu più verso di proseguire. Il santo lasciò dunque le briglie e si abbandonò alla volontà di Dio. Il cavallo lo condusse a Monte Siepi, nel luogo della sua visione mistica. Qui Galgano si rivestì con un saio, ricavato stracciando il proprio mantello, e si ritirò in preghiera. Poi, improvvisamente:
“E sguainata la spada, non essendo in grado di fare una croce dal legno, piantò subito la stessa spada in terra, come croce. Ed essa, per virtù divina, si saldò in modo tale che né lui né altri, con qualunque sforzo, fino ad ora poterono mai estrarre”.
Inquisitio in partibus, 1185.
In quel preciso istante la spada mutò di significato: da segno di morte qual era, divenne l’immagine della Croce salvifica di Cristo.
La lotta di San Galgano contro il diavolo
Galgano costituì a Montesiepi una piccola comunità di frati (fratres religiosi sancti Galgani), probabilmente retta dall’osservanza di una regola orale. Nella primavera del 1181, mentre il santo si recava da Papa Alessandro III, forse per chiedere l’approvazione del suo cenobio, tre persone, mosse dall’invidia, tentarono di estrarre la spada dalla roccia. Quindi, non riuscendoci in nessuna maniera, la spezzarono in due.
La tradizione narra che Dio castigò duramente i peccatori. Uno di loro morì colpito da un fulmine, un altro annegò in un fiume, mentre l’ultimo dei tre venne attaccato dai lupi ma, invocando il perdono divino, fu risparmiato. Tuttavia, le belve fecero in tempo a strappargli le braccia e la leggenda vuole che quegli stessi arti siano stati conservati in una teca, come monito per gli anni a venire.

Il Signore comandò a Galgano Guidotti di ricomporre la croce-spada, che subito si risaldò, e da allora nessuno osò mai più tentare di estrarla5. Da quel momento, persino il diavolo cominciò a temere la santità di Galgano:
“[…] una notte, mentre era nel bosco e si riparava fra due carpini, udì il diavolo che veniva contro di lui. Volendo che quello non lo opprimesse in quel luogo, uscì fuori da lì per affrontarlo coraggiosamente. E il diavolo, vedendo la tenacia dell’uomo, si allontanò da lui con un ululato”.
Inquisitio in partibus, 1185.
La morte e la sepoltura
Dopo la conversione, Galgano condusse una vita semplice e dedita alla meditazione, in contrasto con le violenze e gli scontri politici che imperversavano nella regione, compiendo numerosi miracoli6. Inoltre, il santo eremita adottò uno stile di preghiera genuino e libero, senza abbracciare l’abito di uno degli ordini religiosi già esistenti. L’Inquisitio in partibus, la fonte temporalmente più vicina ai fatti narrati, non ne fa menzione alcuna. Il 30 novembre del 1181 una forte luce annunciò la morte a Galgano. I confratelli lo seppellirono accanto alla sua spada, come si addiceva a un cavaliere, un cavaliere di Cristo.
“[…] subito vidde la cella illuminata di tanto splendore che parbe per mille forami uno razo di sole e di luce risplendesse come fuoco, et entrasse nella cella dov’elli era. Et di questa luce escì una boce chiara che dixe: “Galgano mio, tè quello che seminasti”… Fatta ch’ebbe questa oratione, l’anima sua si partì dal corpo e meritò di pervenire a la patria celestiale“.
Leggenda di Santo Galgano Confessore, anonimo in volgare (XIV secolo).
Tuttavia, le spoglie di Galgano non rimasero lì a lungo: durante il processo di canonizzazione furono traslate in un luogo sconosciuto. La testa del santo, invece, fu posta in un reliquiario e portata a Siena. Oggi si trova nella prepositura di San Michele a Chiusdino.
L’Eremo di Montesiepi
Le spoglie di Galgano Guidotti divennero ben presto oggetto di grande venerazione, soprattutto a causa dei miracoli che gli venivano attribuiti dalla gente di Chiusdino. Il crescente pellegrinaggio verso Montesiepi attirò la curiosità del vescovo di Volterra, Ugo Saladini, che decise di condurre un’indagine preliminare sugli eventi. Fu così che ordinò la costruzione di una cappella circolare per custodire la spada di Galgano e la sua sepoltura. Nel 1185 il nucleo originario dell’edificio era già completo e nel XIV secolo fu aggiunta una cappella laterale7, affrescata da Ambrogio Lorenzetti. Nel XV secolo venne infine aggiunto un piccolo campanile a vela.

La Cappella di Montesiepi
La Cappella dell’Eremo di Montesiepi è facilmente raggiungibile attraverso un grazioso sentiero boschivo. La camminata evoca il percorso spirituale dell’eremita Galgano. La cappella, edificata in stile romanico-senese, è detta “Rotonda di Montesiepi” per via della sua forma cilindrica. L’edificio è costituito da travertino nella parte inferiore, mentre la porzione superiore e la cupola sono caratterizzate da un paramento bicromo a bande chiare e laterizio più scuro. La Rotonda è preceduta da un pronao con arco a tutto sesto, al di sopra del quale svetta lo stemma della famiglia fiorentina dei Medici.
La spada di Montesiepi
La spada di Galgano, conficcata nella roccia fino all’elsa, è protetta da una teca di vetro aggiunta nel XX secolo, dopo che alcuni vandali, nel 1960 e nel 1991, l’avevano estratta imprudentemente. Ebbene sì, a volte non basta nemmeno il monito della punizione divina!

Nel 2001, un’équipe guidata dal professor Luigi Garlaschelli del CICAP ha condotto alcuni esami scientifici per accertare la datazione della spada di San Galgano8. Gli studiosi hanno appurato che l’arma è davvero conficcata nella pietra e, come tramanda la tradizione, appare spezzata in due. Una breve perforazione della roccia ha permesso di rilevare la parte anteriore della lama. Da questa sono stati estratti alcuni campioni di ferro, analizzati dall’Università di Pavia con la Spettroscopia ad Assorbimento Atomico e dal Centro LENA con l’Attivazione Neutronica. L’analisi della composizione metallica ha escluso l’impiego di leghe moderne, confermando l’origine medievale del manufatto. La spada è ascrivibile alla fine del XII secolo, secondo la classificazione di Ewart Oakeshott9. L’indagine scientifica ha dunque confermato che la reliquia, documentata nella Rotonda di Montesiepi attraverso testimonianze figurative fin dal XIII secolo, tra cui l’affresco di Ambrogio Lorenzetti nella cappella laterale, risale all’epoca di San Galgano.

Le tracce dei Cavalieri Templari
Attraverso il suo gesto rivoluzionario, Galgano Guidotti incarnò gli ideali monastici e cavallereschi del suo tempo, personificando l’archetipo dell’uomo giusto medievale, del nobile combattente che pone la spada al servizio di Dio. La sua figura riscosse un grande successo tra gli ordini gerosolimitani impegnati nelle crociate, tra cui i Cavalieri Templari, che nel Senese fornivano assistenza ai pellegrini lungo la Via Francigena. L’Ordine del Tempio è ben attestato nel territorio di Chiusdino, dove possedeva una magione, la Mansio Templi de Fruosina10. In effetti, nella Rotonda di Montesiepi è possibile cogliere alcune tracce del suo passaggio, come una croce patente incisa in calce a un’iscrizione su una lastra marmorea, di reimpiego, forse proveniente dalla vicina abbazia di San Galgano.

La presenza dei Templari ha dato vita nel tempo a molti racconti sospesi tra verità e leggenda. Si narra, per esempio, che avessero trovato a Gerusalemme una reliquia preziosissima e che, per preservarla, l’avessero nascosta proprio a Montesiepi. In cosa consisteva questo straordinario tesoro? Nell’eremo di San Galgano sarebbe custodito nientemeno che il Santo Graal, il calice da cui Cristo bevve durante l’Ultima Cena, come descritto da Robert de Boron nei suoi romanzi de Le livre du Graal (1191-1212)11. Secondo questa tradizione, Giuseppe d’Arimatea, membro del Sinedrio di Gerusalemme, si fece consegnare la reliquia da Pilato, diventandone il sommo guardiano. Giuseppe giunse poi in Britannia, ad Avalon, dove la sua famiglia custodì il Graal fino all’ascesa di Artù, il quale divenne re estraendo una spada dalla roccia…

L’Abbazia di San Galgano
Poiché Galgano Guidotti visse come un semplice eremita e non aderì a nessuna regola monastica, dopo la morte la sua figura venne contesa tra i Cistercensi e gli Agostiniani12. Entrambi gli ordini, nei secoli XIII e XIV, ne promossero la santità: a questo periodo risalgono infatti un’agiografia di mano agostiniana (Vita beati Galgani13) e un’altra redatta da un anonimo cistercense (Vita Sancti Galgani de Senis14). I favori dell’imperatore Enrico VI caddero sui monaci bianchi di Cîteaux, che nel 1191 furono inviati a Chiusdino. Chi poteva essere più adatto a risiedere a Montesiepi se non i Cistercensi di Bernardo di Chiaravalle, santo che aveva sostenuto la necessità della spada durante le crociate (De laude novae militiae, 1128)?
Tuttavia, i frati che avevano condiviso con Galgano il primo cenobio e che avevano vissuto una spiritualità più libera, mal digerirono l’imposizione della rigida regola cistercense e decisero di trasferirsi. Tutto ciò è attestato dalla fondazione di nuovi insediamenti eremitici intitolati al santo, in altri luoghi della Toscana15. Tali fraternità – San Galgano di Catasta, San Galgano di Fidentio in Funticellis, San Galgano di Vallebuona, Santi Giorgio e Galgano della Spelonca – erano infine confluite nell’Ordo Eremitarum Sancti Augustini (1256), su espressa richiesta del pontefice Alessandro IV.
Una nuova abbazia
Quando il vescovo Ugo Saladini morì, nel 1185, gli succedette Ildebrando, che apparteneva alla potente famiglia filoimperiale dei Pannocchieschi. Ora, se c’era stata una figura di paladino e nobile cavaliere scevra dall’influenza degli ordini ecclesiastici, era certamente quella di Galgano Guidotti. Ildebrando, pertanto, decise di dare seguito al suo culto per affermare il modello di un santo cortese alla maniera ghibellina16 e per dare prestigio alla Chiesa di Volterra nei confronti della borghesia in ascesa. Già nell’agosto del 1185, il vescovo chiese al papa Lucio III di indire il processo di canonizzazione di Galgano.
Inoltre, giacché i pellegrini che giungevano a Montesiepi erano divenuti troppo numerosi, nella piana della Merse sottostante l’Eremo fu predisposto il cantiere per la costruzione di un’imponente abbazia cistercense17. Nel 1262 i lavori erano già quasi terminati e pochi anni dopo la chiesa abbaziale poteva già essere consacrata (1288). La comunità dei monaci Cistercensi che qui risiedeva, figlia di Casamari, divenne col tempo una vera e propria potenza economica e Montesiepi il primo monastero in Toscana per importanza politica e culturale.

Persino la potente città di Siena dovette inchinarsi alla maestria dei lavoratori cistercensi. Nel 1257, il monaco Ugo divenne il capo della Biccherna, l’Ufficio delle Entrate della città toscana. Inoltre, proprio i monaci Cistercensi di San Galgano furono chiamati a costruire il Duomo di Santa Maria Assunta.
Il declino
A partire dalla seconda decade del XIV secolo, per l’Abbazia e l’Eremo di Montesiepi iniziò un periodo di inesorabile decadenza: una violenta carestia, la peste del 1348 e infine alcuni saccheggi misero in ginocchio la comunità monastica. Tale processo ebbe il suo culmine nel 1474, quando i Cistercensi di San Galgano abbandonarono completamente il monastero e si trasferirono a Siena. Dal 1503, il complesso venne affidato a una serie di abati commendatari, la cui gestione si rivelò disastrosa. Per rendere l’idea, l’abate Giovanni Andrea Vitelli Ghiandaroni (1538 al 1576) lasciò che venisse smantellata la copertura in piombo della Rotonda di Montesiepi (e non della chiesa abbaziale come erroneamente creduto); il metallo fu probabilmente utilizzato per la fabbricazione di proiettili18.

Da questo momento, l’abbazia cominciò a cadere rapidamente in rovina. Nel 1786, un fulmine abbatté il campanile che, cadendo, trascinò con sé la copertura lignea della chiesa19. Per secoli l’Abbazia di San Galgano fu lasciata all’incuria, motivo per cui delle splendide vetrate di un tempo non resta alcuna traccia. Solo agli inizi del XX secolo si decise di restaurare le strutture rimaste.

L’architettura cistercense dell’Abbazia di San Galgano
L’Abbazia di San Galgano rispecchia la sobrietà statuita da San Bernardo di Chiaravalle20. In linea con la pianta-tipo dell’architettura cistercense, essa si compone di una chiesa abbaziale, a croce latina su tre navate, un chiostro e una sala capitolare. La chiesa possiede un fascino particolare e trasmette una sensazione di vivida nostalgia: si è in grado di percepire l’antica gloria del monastero, ma essa è oggi perduta, l’architettura è in rovina. La mancanza della copertura rivela la linearità formale del verticalismo gotico, permettendo di proiettare lo sguardo ben oltre la dimensione dello spazio, verso l’infinito.

La facciata, spoglia di decorazioni, si apre su tre portali con arco a sesto acuto e archivolto bicromo e, nella parte superiore, presenta due grandi monofore. Il solo portale centrale possiede un architrave con fregio a foglie d’acanto. Alla facciata sono inoltre addossate quattro semicolonne. È probabile che dovessero sostenere un portico d’ingresso che però non fu mai realizzato.

Di notevole interesse è ciò che rimane del chiostro, parzialmente ricostruito nel XX secolo con materiali originali. Oggi è possibile ammirare solo alcune arcate, tuttavia sufficienti a far intuire la bellezza architettonica di un tempo.

La sala capitolare è invece un ampio vano suddiviso da sei colonne che sorreggono volte a crociera. Vi si può accedere dal chiostro attraverso un portale con arco a sesto acuto.
Simbologia
In prossimità dell’ingresso della chiesa, sulla parete verticale di una nicchia esterna del chiostro, si incontra una riproduzione pittorica della Triplice Cinta. Il simbolo, diffuso nel Medioevo anche grazie ai Cavalieri Templari, era connesso alla rappresentazione del Tempio di Salomone.

Nella sala dello scriptorium, invece, sono di interesse i resti delle decorazioni originali che comprendono alcuni nodi, un Fiore della Vita e il simbolo del Centro Sacro:



San Galgano come Re Artù?
La vicenda terrena di Galgano Guidotti e della spada conficcata nella roccia non può che richiamare alla memoria un’altra storia, mitica e letteraria, con la quale condivide inequivocabili somiglianze. Si tratta della matière de Bretagne, che si sviluppò oltremanica sin dall’Alto Medioevo, ma la cui prima stesura organica è riconosciuta dagli storici nell’Historia Regum Britanniae (1135-1137) di Goffredo di Monmouth.
Il ciclo arturiano giunse in Italia soprattutto attraverso l’ampio filone di letteratura che si sviluppò in Francia. Al successo della materia di Bretagna contribuirono in modo determinante i romanzi di Chrétien de Troyes, il quale per primo introdusse i personaggi di Lancillotto (Lancelot ou le Chevalier à la charrette, 1170-1180) e di Parsifal, ma soprattutto il termine con cui, da quel momento in poi, sarebbe stato indicato il Graal (Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, 1175-1190). La dimensione cristiana del Santo Graal compare, invece, nella successiva opera di Robert de Boron (Giuseppe d’Arimatea) e così pure la spada che Artù estrasse dalla roccia per diventare Re (Merlin).
Il confine tra leggenda e realtà
Le somiglianze tra le agiografie di Galgano e la materia del ciclo bretone non possono essere dettate dalla casualità. A cominciare dal gesto evocativo del cavaliere Galgano Guidotti, Artù rovesciato, che anziché estrarre la spada dalla roccia, ve la conficca. Il nome “Galgano” rassomiglia poi a quello di “Galvano”, uno dei cavalieri della Tavola Rotonda, nipote di Artù. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che già un vescovo di Volterra era stato chiamato allo stesso modo prima di lui (1150-1171). Gli apostoli che il Santo incontra nella Rotonda di Montesiepi durante la sua visione mistica, invece, evocano i dodici cavalieri della Tavola Rotonda. E ancora, alcuni studiosi hanno suggerito un paragone tra la madre di Galgano e quella di Parsifal, entrambe vedove. Si potrebbe continuare all’infinito…

Una tradizione che parte da lontano
Certamente, vi fu una contaminazione tra le fonti arturiane e le agiografie di Galgano, ma non è affatto semplice ricostruirne le dinamiche. Il problema è, prima di tutto, di natura temporale: la diffusione della matière de Bretagne in Italia avvenne solo alcuni decenni dopo la morte del santo. Si potrebbe pertanto immaginare che la letteratura abbia preso spunto dalla storia di Galgano. Tuttavia, alcuni temi evocati sia a Montesiepi che nel ciclo di Artù sono ancora più antichi e facevano parte, con ogni probabilità, di un substrato culturale comune21.
In effetti, in Italia esistono alcune testimonianze artistiche che attestano l’esistenza di racconti orali addirittura precedenti all’opera di Goffredo di Monmouth. A Modena, per esempio, un abile maestro ha scolpito la Porta della Pescheria del Duomo tra il 1110 e il 1120. Sull’archivolto sono raffigurate alcune scene cavalleresche, i cui protagonisti sono indicati con nomi bretoni latinizzati (Galvaginus, Corrado, Isdernus, Winlogee, Burmaltus e Artus de Bretania). Sono proprio i nomi dei protagonisti del ciclo bretone: i rilievi della porta raffigurano la liberazione della principessa Winlogee (Ginevra), tenuta prigioniera in un castello.

Il cavaliere perfetto
È evidente, pertanto, che in Italia esistesse già un sottobosco narrativo, tramandato oralmente e diffuso lungo le direttrici della Via Francigena tra Roma e Canterbury. Lungo la strada, i pellegrini e i crociati, coadiuvati da numerosi cantastorie, si raccontavano le vicende mitiche di re Artù.
A partire da questa tradizione orale, Goffredo di Monmouth scrisse la sua celebre opera, Chrétien de Troyes diede avvio al romanzo francese e il cavaliere Galgano Guidotti intraprese la sua missione eremitica. Anch’essa, almeno nella forma che ci è tramandata dalle agiografie, può essere considerata come il compimento materiale di un mito, di una narrazione che ne aveva gettato le basi culturali. Galgano incarnò l’essenza stessa del racconto cavalleresco, divenne la personificazione dell’eroe cristiano medioevale, che fa un tutt’uno della croce e della spada, della virtù e della rinuncia, della realtà e della leggenda. In ogni caso, una sola cosa è certa: la spada nella roccia, l’unica davvero reale, non è in Britannia, ma si trova in Toscana.
Samuele Corrente Naso
Note
- Inquisitio in partibus, dal processo di canonizzazione (1185) come trascritto da Sigismondo Tizio in Historiae Senenses, Cod. Chigi G. I. 31; F. Scneider – Analecta toscana, IV, Der Einsiedler Galgan von Chiusdino und die Anfaenge von S. Galgano – in Quelle und Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken, XVII (1914-1924). ↩︎
- Giuseppe S. Costantini, Vita di san Galgano, Compagnia di San Galgano, Chiusdino, 1904. ↩︎
- Rolando Pisano, Legenda Beati Galgani. Da Mario Moiraghi, L’enigma di san Galgano. La spada nella roccia tra storia e mito, Milano, Ancora, 2003. ↩︎
- Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, immagine. ↩︎
- Ibidem nota 1. ↩︎
- Ibidem nota 1. ↩︎
- Massimo Marini, Chiusdino. Il suo territorio e l’abbazia di San Galgano, Siena, Nuova Immagine editrice, 1995. ↩︎
- L. Garlaschelli, M. Calì, La Spada nella Roccia. San Galgano e Montesiepi, Atti del convegno 12 Settembre 2001, Abbazia di San Galgano, 2020. ↩︎
- E. Oakeshott, The Archaeology of Weapons: Arms and Armour from Prehistory to the Age of Chivalry, 1960. ↩︎
- M. Frati, Gli Ospedali Medievali in Toscana: Osservazioni Preliminari, in S. Beltramo e P. Cozzo (a cura di), L’Accoglienza Religiosa Tra Medioevo Ed Età Moderna. Luoghi, Architetture, Percorsi, Viella, Roma, 2013. ↩︎
- Robert de Boron, Roman dou l’Estoire de Graal ou Joseph d’Arimathie, XIII secolo. Ms. E.39, Biblioteca Estense di Modena; ms. nouv. Acq. Fr. 4166, Biblioteca nazionale di Parigi. ↩︎
- A. Gianni, La fortuna di san Galgano: l’iconografia e il culto dal XII al XIX secolo. ↩︎
- Codice Laurenziano, XV secolo; E. Susi, La memoria contesa: il dossier agiografico di san Galgano, in La spada nella roccia. San Galgano e l’epopea eremitica di Montesiepi, a cura di A. Benvenuti, Firenze 2004. ↩︎
- Codice di Veroli, XV secolo. ↩︎
- A. Conti, La diaspora dei Consocii beati Galgani e le memorie galganiane in Val di Chiana, in Garfagnana e in Maremma, Accademia di San Galgano, 2004. ↩︎
- Ibidem E. Susi in nota 10. ↩︎
- E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico del Granducato di Toscana, Firenze, 1833-1846. ↩︎
- V. Passeri, Documenti per la storia delle località della provincia di Siena, Cantagalli, Siena 2002. ↩︎
- A. Canestrelli, L’abbazia di S. Galgano. Monografia storico-artistica con documenti inediti e numerose illustrazioni, Alinari, Firenze 1896. ↩︎
- Bernardo di Chiaravalle, Apologia ad Guillelmum Abbatem, 1225. ↩︎
- F. Cardini, San Galgano e la spada nella roccia, Siena 2000. ↩︎


