I Templari: monaci e soldati, pellegrini e cavalieri

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La conquista di Gerusalemme, al termine della prima crociata, segnò una svolta decisiva nella storia dell’Europa medievale. La Città Santa doveva essere difesa e mantenuta a ogni costo; i luoghi della cristianità custoditi per volere di Dio. Combattere per pregare: fu questo lo spirito che diede origine ai Templari, monaci e guerrieri, pellegrini e cavalieri le cui vicende rivivono ancor oggi come espressione di un passato immaginifico e misterioso.

Il sigillum più noto dei Cavalieri Templari, simbolo di fratellanza

La prima crociata

“Gerusalemme è l’ombelico del mondo, […] questa regale città posta al centro del mondo, e ora tenuta in soggezione dai propri nemici e dagli infedeli, è fatta serva del rito pagano. […] Intraprendete dunque questo cammino in remissione dei vostri peccati, sicuri dell’immarcescibile del regno dei cieli. […] Quando andrete all’assalto dei bellicosi nemici, sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: Dio lo vuole! Dio lo vuole”.

Roberto il Monaco, Historia Hierosolymitana, Lib. I, 1-2, 11071.

Così papa Urbano II, in occasione del Concilio di Clermont del 1095, esortava i principi d’Europa a preparare una spedizione per difendere il Santo Sepolcro di Gerusalemme e liberare la città dal controllo musulmano. Questo atto segnò l’origine delle crociate, ma non è certo che l’appello del pontefice contenesse davvero i toni bellicosi riportati dai cronisti dell’epoca. Per Urbano II la missione era concepita anzitutto come un iter o una sancta peregrinatio, un cammino di devozione e redenzione che aveva lo scopo di consentire ai cristiani la visita della Terra Santa. Il termine stesso “crociata” si diffuse soprattutto dopo il 1250 in relazione all’usanza di soldati e pellegrini di cucirsi sul petto o sul mantello una piccola croce2.

Papa Urbano II al Concilio di Clermont, Livre des Passages d’Outre-mer di Sébastien Mamerot, Bibliothèque Nationale de France, MS FR 5594, fol. 19r, fine XV secolo

L’appello di Urbano II fu accolto e, nell’agosto del 1096, una prima spedizione armata si mise in cammino verso la Terra Santa. Dopo tre anni di marce, battaglie e assedi, il 15 luglio 1099 i crociati riuscirono infine a espugnare Gerusalemme.

La nascita degli ordini cavallereschi gerosolimitani

Il compito più arduo, tuttavia, era appena iniziato. Una volta nelle mani dei cristiani, Gerusalemme doveva essere difesa e i luoghi santi custoditi, soprattutto in un territorio lontano dall’Europa e circondato da nemici. Per questo motivo, già nei primi anni successivi alla conquista del 1099, sorsero in Terra Santa comunità religiose e ordini composti da uomini armati. Il loro compito era principalmente quello di presidiare i possedimenti crociati, assistere e proteggere i pellegrini e garantire gli approvvigionamenti provenienti dall’Occidente. Tra i principali ordini vi furono i Cavalieri Ospitalieri, i Cavalieri Teutonici, i Canonici del Santo Sepolcro e soprattutto i Poveri compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Salomone (Pauperes commilitones Christi templique Salomonis), conosciuti più semplicemente con il nome di Cavalieri Templari.

L'assedio di Gerusalemme del 1099, Guglielmo di Tiro
La prima crociata e l’assedio di Gerusalemme del 1099. Guglielmo di Tiro, Historia Rerum in Partibus Transmarinis Gestarum, Bibliothèque Nationale de France, MS FR 352, fol. 62, XIV secolo

La fondazione dell’Ordine dei Cavalieri Templari

La scelta di diventare “cavaliere di Cristo” al servizio dei pauperes Dei e in difesa dei luoghi santi della cristianità, rappresentava una vera e propria vocazione. Essa implicava non solo la rinuncia ai beni terreni e la piena sottomissione alla volontà divina, ma richiedeva, al tempo stesso, un’adeguata preparazione militare. Tale particolare chiamata spirituale irruppe con forza anche nella vita di Hugues de Payns, il fondatore dei Templari. Cavaliere francese al servizio del conte di Champagne, si recò in Terra Santa una prima volta per una peregrinatio. Rimasto affascinato, vi ritornò nel 1113 per stabilirsi definitivamente a Gerusalemme3. Quindi, raccolti intorno a sé otto cavalieri, Hugues de Payns giurò solennemente di custodire i luoghi di Cristo e i pellegrini che vi si recavano.

Questa fortunata tradizione sulla nascita dei Christi milites è tramandata dall’arcivescovo Guglielmo di Tiro nella sua Historia rerum in partibus transmarinis gestarum4. Guglielmo fa risalire la fondazione dei Cavalieri Templari al 1118-1119, ma scrive almeno cinquant’anni dopo i fatti narrati. I suoi resoconti devono essere letti criticamente e intesi in senso simbolico, come da tradizione medievale.

“Nello stesso anno, alcuni nobili cavalieri, devoti a Dio, religiosi e timorosi del Signore, si rimisero nelle mani del patriarca per servire Cristo e professarono di voler vivere per sempre secondo la regola dei canonici regolari, osservando la castità e l’obbedienza e rifiutando ogni proprietà. Tra loro i primi e i più importanti furono questi uomini venerabili: Ugo dei Pagani e Goffredo di Santo Audemaro”.

Guglielmo di Tiro, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, seconda metà del XII secolo5.

Più vicina temporalmente agli eventi descritti è, invece, la testimonianza del monaco e cronista Simone di Saint Bertin. Secondo questi, alcuni uomini (nonnulli) fondarono la fraternitas circa venti anni prima, nel 1099:

“Durante il suo glorioso regno, alcuni decisero di non tornare più alle seduzioni del mondo, dopo aver così intensamente sofferto per la gloria di Dio. Di fronte ai principi dell’armata di Dio essi si votarono al Tempio del Signore, con questa regola: avrebbero rinunciato al mondo, senza possedere beni personali, dediti alla castità e conducendo una vita comunitaria, con abiti poveri, usando le armi solo per difendere la terra contro gli attacchi dei pagani invasori, quando la necessità lo richiedeva”.

Simone di Saint Bertin, Gesta abbatum Sancti Bertini Sithiensium, 1140 circa6.

Le misteriose origini di Hugues de Payns

Anche la figura di Hugues de Payns, che Guglielmo di Tiro chiama con il nome latino di Hugo de Paganis, è avvolta da una nebulosa incertezza. La teoria più accreditata è che il fondatore dei Templari fosse francese e che provenisse dalla regione della Champagne. Importanti autori medievisti, come Simonetta Cerrini7 e Marie Louise Bulst-Thiele8 ne hanno rintracciato le origini in un piccolo villaggio chiamato Payns, non distante da Troyes. Alcuni documenti dei conti di Champagne e dell’abbazia di Molesmes attestano, in effetti, l’esistenza di un cavaliere di nome Hugues, partito per la Terrasanta intorno al 1113 e discendente dei signori di Montigny, lontani parenti dei Montbard, la famiglia di San Bernardo di Chiaravalle.

Templari
Hugues de Payns, dipinto di Henri Lehmann, 1841

Secondo altre ipotesi, Hugo de Paganis sarebbe, al contrario, di origini italiane. Per Filiberto Campanile, autore del XVII secolo che intendeva celebrare la genealogia della famiglia normanna Pagano, il cavaliere nacque a Nocera de’ Pagani9.

Il Codice Amarelli, una controversa lettera custodita a Rossano, in Calabria, dimostrerebbe invece la sua provenienza dal borgo di Forenza, in Basilicata10. Il documento, datato 18 ottobre 1103 e sottoscritto da un certo Ugo de Paganis, attesterebbe la morte di suo cugino Alessandro, membro dei Templari, e di un giuramento rivolto a re Baldovino di Gerusalemme. Tuttavia, della lettera esiste una sola versione del 1469 e la traduzione dal latino all’italiano è asseverata da un notaio due secoli dopo. Ciò non basta per affermare che si tratti di un falso del Seicento, forse ideato per dare prestigio alla nobile famiglia degli Amarelli, ma costituisce certamente un indizio. Il medievista Vito Ricci osserva inoltre che nel testo compaiono il “velluto” e la moneta dello “scudo”, entrambi introdotti solo dopo il XII secolo11.

Sul Monte del Tempio di Gerusalemme

Tra il 1118 e il 1119, re Baldovino II, come ringraziamento per i servigi prestati, assegnò ai cavalieri della Militia Christi l’area della Moschea di al-Aqsa dove, secondo la tradizione, nell’antichità sorgeva il mitico Tempio di Salomone. Di conseguenza, la fraternitas di Hugues de Payns assunse il nome di Militia Templi. A quel tempo, i Templari non avevano ancora una funzione militare, ma si dedicavano soprattutto all’assistenza ai pellegrini e ai servizi di carattere spirituale e ospitaliero, operando come laici associati ai Canonici regolari del Tempio del Signore e a quelli del Santo Sepolcro12. Solo nel gennaio del 1120, durante un concilio tenutosi a Nablus, rinnovarono i voti di obbedienza, castità e povertà al patriarca di Gerusalemme, Gormondo e si distaccarono dal capitolo dei canonici, forse per dar conto dell’originaria accezione di militia. In quell’occasione proclamarono il famoso giuramento:

“Promettete inoltre a Dio e a Signora santa Maria che tutti i giorni della vostra vita aiuterete a conquistare, con la forza e il potere che Dio vi ha donato, la santa terra di Gerusalemme e che aiuterete a difendere e a proteggere secondo ciò che è in vostro potere quella che occupano i cristiani?”

Cui seguiva la risposta: Sì, signore, se piace a Dio”.

Henri de Curzon, La Régle du Temple, par. 676, Paris, 188613.
Baldovino II cede il Tempio di Salomone a Hugues de Payens
Re Baldovino II cede la sede del Tempio di Salomone a Hugues de Payns. Guglielmo di Tiro, Historia Rerum in Partibus Transmarinis Gestarum, Bibliothèque Nationale de France, MS FR 9081, f. 132, XIII secolo

De laude novae militiae ad Milites Templi

L’idea che una fraternitas della Chiesa potesse imbracciare le armi non era accettata da tutti. Come conciliare il divieto di commettere omicidio, stabilito dal quinto comandamento, con l’uso della spada? Le critiche, che infuocavano un grande dibattito, si smorzarono solo alla luce dell’intervento di Saint Bernard de Clairveaux, padre spirituale di quel tempo. Alle incertezze teologiche, che angosciavano anche Hugues de Payns, il santo rispose con uno scritto di fervente incoraggiamento verso la missione templare, noto come De laude novae militiae ad Milites Templi, in cui contrapponeva la vanagloria degli eserciti crociati, “non militia, sed malitia“, all’opera santa di cristianizzazione templare. Per Bernardo, la missione crociata trovava le sue radici simboliche nell’opera di Cristo, che aveva scacciato i mercanti dal Tempio. Quindi, giustificava moralmente l’utilizzo delle armi, da parte dei monaci, attraverso la nozione del “malicidio”:

“Invero, quando egli uccide un malfattore, non commette omicidio, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato da Cristo contro i malvagi”.

Bernardo di Chiaravalle, De laude novae militiae ad Milites Templi, 1128-113514.

Il Concilio di Troyes

Il sostegno di Bernardo di Chiaravalle fu fondamentale affinché i Templari ricevessero una propria Regola e venisse riconosciuto il loro Ordine. Nel gennaio del 1129, durante un concilio tenutosi a Troyes nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, alla presenza delle principali autorità ecclesiastiche, tra cui il cardinale Matteo d’Albano, legato di papa Onorio II, e lo stesso Bernardo di Clairvaux, l’assemblea riconobbe ufficialmente nella Chiesa i Pauperes commilitones Christi templique Salomonis. La Regola primitiva dei Cavalieri Templari, alla cui stesura contribuì anche San Bernardo, si ispirò a quella benedettina.

“[…] con grande gioia e fraterna devozione, su richiesta del Maestro Ugo, dal quale ebbe origine la milizia, dopo nove anni dalla fondazione del suddetto Ordine, per ispirazione dello Spirito Santo e sotto la guida di Dio ci siamo adunati a Troyes da diverse regioni al di là delle montagne, nel giorno di San Ilario, nell’anno 1129 dall’incarnazione di Cristo, dove potemmo ascoltare la regola dell’Ordine cavalleresco, capitolo per capitolo, dalla bocca dello stesso Maestro Ugo”.

Dalla Regola dei Templari, 112915.

Le concessioni papali ai Templari

Negli anni successivi, i Templari riuscirono a ottenere enormi privilegi dai papi che si susseguirono, e che nutrivano una sempre maggior fiducia verso i servigi offerti dall’Ordine in Terra Santa. Nel 1139, con la bolla Omne Datum Optimum, Innocenzo II sancì l’indipendenza spirituale dei Templari, da quel momento in poi sottoposti alla sola autorità del pontefice ed esentati dal pagamento delle tasse. Inoltre, all’Ordine venne concesso di formare un proprio ramo clericale, beneficiando così della protezione apostolica e consegnando alla storia l’inconfondibile immagine dei monaci guerrieri.

“Inoltre, poiché siete conosciuti con il nome di Cavalieri del Tempio, siete stati scelti dal Signore per essere difensori della Chiesa cattolica e oppositori dei nemici di Cristo”.

Omne Datum Optimum, 113916.

Al 1144 risale invece la bolla Milites Templi di Celestino II, che permetteva ai Templari di raccogliere le offerte dei fedeli17. L’anno seguente, Eugenio III emise la bolla Militia Dei, con la quale conferiva loro il diritto di raccogliere la decima e di organizzare servizi cimiteriali18. I Templari poterono così beneficiare anche dei contributi dei cosiddetti donati: piccoli proprietari terrieri che, in cambio di protezione militare e della partecipazione ai benefici spirituali, affidavano all’Ordine parte delle proprie risorse.

Il leggendario tesoro dei Templari

Grazie a tutte queste concessioni, i Templari accumularono una notevole ricchezza, che nel corso del tempo ha dato adito a numerose leggende. Il mito vuole che i Poveri cavalieri di Cristo avessero trovato a Gerusalemme un inestimabile tesoro, che includeva alcune delle più preziose reliquie della cristianità. Tra le rovine dell’antico Tempio di Salomone, i cavalieri avrebbero rinvenuto nientemeno che l’Arca dell’Alleanza, il sacro contenitore con le Tavole della Legge di Mosè.

Un’altra leggenda, che affonda le radici già nella tradizione letteraria medioevale19, narra della scoperta del Santo Graal, il calice da cui bevve Cristo nell’Ultima Cena. Lo stesso oggetto sarebbe stato usato da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il sangue del Messia morente sulla croce, dopo che il soldato Longino gli trafisse il costato con la sua lancia.

La Lancia di Longino, Beato Angelico
Crocifissione, affresco del Beato Angelico (1440), Convento di San Marco a Firenze

È certo, invece, che i Templari trasportavano durante le battaglie un frammento di legno creduto della Vera Croce20. Secondo i racconti dell’epoca, la reliquia sarebbe stata rinvenuta a Gerusalemme da Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, che l’avrebbe poi fatta traslare a Costantinopoli21.

La vita di un cavaliere, tra simboli, armi e preghiera

Al di là della leggenda, le concessioni papali permisero ai Templari di divenire in pochi anni una vera e propria potenza economica e militare. La loro organizzazione si fondava su una vasta rete di possedimenti distribuiti in Europa, i cui redditi sostenevano le attività dell’Ordine e il mantenimento delle spedizioni in Terra Santa. Castelli, fortificazioni, case e centri amministrativi assicuravano il controllo sul territorio attraverso differenti livelli di dipendenza gerarchica.

L’unità fondamentale era la commenda, detta anche domus o precettoria, costituita da un complesso di beni che poteva includere un presidio militare, dei casolari a scopo residenziale, delle strutture produttive e un sistema di grange. Essa era sottoposta all’autorità di una circoscrizione amministrativa superiore, la balia, a sua volta facente parte di una provincia22. Anche le capitanerie, case-fortezza di media dimensione, erano destinate tanto all’addestramento militare quanto alla vita religiosa. I servizi propri della vocazione templare venivano svolti invece presso gli hospitalia, i cimiteri e le magioni: luoghi adibiti all’accoglienza e all’assistenza dei fedeli lungo le principali direttrici di pellegrinaggio, come la Via Francigena.

In ogni struttura templare vi erano differenti mansioni, che dipendevano dal ceto sociale. I cavalieri, equipaggiati con armamento pesante, erano in genere di origine nobiliare. I servi o sergenti, che disponevano di armi leggere, provenivano invece dai ceti meno abbienti. Infine, i fratelli di mestiere si occupavano della coltivazione della terra e dei lavori umili. In ogni commenda era inoltre presente almeno un sacerdote cappellano, responsabile della vita liturgica e spirituale della comunità, riconoscibile dal mantello in tessuto grezzo, detto bigello. Infine, in cima al vertice politico e amministrativo dell’Ordine templare vi era il Maestro (magister generalis).

Una raffigurazione dei Cavalieri Templari. Matthew Paris
Una raffigurazione dei Cavalieri Templari. Matthew Paris OSB, Chronica maiora I, Cambridge, Corpus Christi College, MS 026, 1250 circa

Il vestiario

La Regola templare stabiliva precise norme relative all’abbigliamento e agli ornamenti. Le vesti dei membri dell’Ordine dovevano essere di tonalità nera, bianca o grigio cenere, a seconda della mansione dei singoli fratelli. Ai cavalieri era assegnato il mantello bianco, mentre ai sergenti spettava quello nero. Tali colori esprimevano la duplice natura della vocazione dei Templari, al tempo stesso monaci e guerrieri, chiamati a conciliare vita religiosa e impegno militare.

Il Beauceant

Il medesimo contrasto cromatico caratterizzava anche il vessillo dell’Ordine, il Beauceant. Lo stendardo, bipartito di bianco e di nero, permetteva ai Cavalieri di riconoscersi in battaglia e di mantenere alto il morale delle truppe. Issato da un gonfaloniere23, non doveva per nessuna ragione cadere in mano al nemico24. Esso, infatti, costituiva il segno visibile del mandato divino alla missione dei Templari.

Raffigurazione di Cavalieri Templari a San Bevignate
Gli affreschi nella chiesa templare di San Bevignate a Perugia. Si noti il Beauceant sulla destra con la Croce Patente.

Il nome beauceant deriva probabilmente dal termine balzana, uno stemma suddiviso in fasce di diverso colore. Talvolta era chiamato anche Valcento, dal francese medievale vaucent, ossia “valgo per cento uomini”. Al seguito del Beauceant, i Cavalieri Templari in battaglia erano soliti recitare il motto:

“Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam!”.

“Non a noi, non a noi o Signore, ma al tuo nome dai gloria!”.

Bernardo di Chiaravalle, De laude novae militiae ad Milites Templi, 13, 31. La citazione, tratta dal Salmo 115, è riportata nel prologo della Regola di San Benedetto, a partire dalla quale fu redatta la Regola “primitiva” dei Templari.

La Croce Patente

Come molti altri crociati, i primi Templari iniziarono a cucirsi sul petto o sul mantello una piccola croce, simbolo del martirio di Cristo. Fu soltanto durante il Concilio di Parigi, nel 1147, che papa Eugenio III concesse ufficialmente all’Ordine l’utilizzo di una croce particolare, detta “patente”. La Croce Patente, di colore rosso, aveva infatti quattro bracci uguali, ciascuno allargato all’estremità, ovvero patentem.

“Benché foste di natura figli dell’ira, dediti ai piaceri della vita, ora, per grazia ispiratrice, siete divenuti ascoltatori attenti del Vangelo, rifuggendo la vanagloria e la proprietà dei beni, anzi, abbandonando la via larga che porta alla morte, umilmente avete scelto il difficile cammino che conduce alla vita, e per dimostrare di appartenere alla milizia di Dio, portate sempre sul vostro petto il segno della croce vivificante”.

Omne Datum Optimum, 113925.

Nell’immaginario collettivo, la Croce Patente è inequivocabilmente legata ai Cavalieri Templari e ne costituisce il simbolo per eccellenza. Tuttavia, l’Ordine non ne fece un uso esclusivo, né è chiaro se il privilegio di adottarla appartenesse anche ad altre istituzioni religiose o cavalleresche. Si può dunque affermare che il rinvenimento archeologico di una croce patente costituisca un elemento indiziario, ma non una prova definitiva, della presenza templare in un determinato luogo.

Templari
La Croce Patente, dal latino patentem, participio passato di pàteo, è così chiamata per via dei suoi bracci che si allargano dal centro

I sigilli dei Templari

Tra i simboli maggiormente associati ai Cavalieri Templari vi sono quelli raffigurati nei sigilli. Questi segni ufficiali, impressi sulla cera o sul piombo mediante appositi timbri, garantivano la validità delle lettere e dei documenti cui erano apposti. Agli storici contemporanei ne sono pervenuti solo pochi esempi, sebbene particolarmente significativi. La loro iconografia, infatti, costituisce una preziosa sintesi delle funzioni e dei valori della missio templare. I sigilli erano impiegati tanto dai Maestri del Tempio quanto dalle singole articolazioni territoriali, come le commende e le province.

Il sigillum più celebre è probabilmente quello che reca, al recto, l’immagine di due cavalieri in sella a un unico destriero e, al verso, la raffigurazione della Cupola della Roccia di Gerusalemme. Utilizzato dai Maestri generali tra il 1167 e il 1250, esso sintetizza con grande efficacia simbolica alcuni dei principali elementi dell’identità templare: la fraternitas, espressa dall’immagine dei due cavalieri, la militia, intesa come vocazione religiosa e militare, e il legame originario dell’Ordine con Gerusalemme.

Un sigillum dei Templari
Il sigillum utilizzato nella bolla del Maestro Bertrando di Blanquefort, 27 aprile 1168.

A livello locale, invece, l’impiego dei sigilli da parte dei Templari si presenta più variegato26. Le singole commende e province adottarono infatti repertori iconografici differenti, spesso legati a tradizioni religiose o territoriali specifiche. Tra gli esempi più significativi si ricordano le impronte recanti l’Agnus Dei (precettoria di Provenza e Aragona, 1224); l’aquila ad ali spiegate nell’atto di afferrare un serpente con il becco (attestata in diverse precettorie tedesche); la Croce Patente (precettoria d’Aquitania, 1251-1307); il pellicano che si lacera il petto per nutrire i propri piccoli (casa del Tempio di Arles); e infine l’unicum raffigurante san Giorgio che combatte contro il drago (precettoria francese, 1255).

Simbologia templare

Accanto ai simboli storicamente attestati, ve ne sono altri che costituiscono quantomeno delle tracce, poiché compaiono con frequenza in luoghi frequentati o posseduti dai Templari. Tra questi si annovera la raffigurazione della scacchiera, il tavoliere del gioco degli scacchi, la cui diffusione in Occidente potrebbe essere stata favorita dai contatti con il mondo arabo durante le crociate. Sul piano simbolico, il contrasto tra il bianco e il nero delle sue caselle è stato interpretato come una metafora della lotta escatologica tra il bene e il male.

Due Templari giocano a scacchi
Due Templari giocano a scacchi. Libro de los juegos, Alfonso X di Castiglia, 1284 circa, ms T. I 6, fol. 25, Real Biblioteca de San Lorenzo de El Escorial, Madrid

Secondo la tradizione, un ampio repertorio simbolico riguarda poi il legame tra i Templari, la leggendaria figura di re Salomone e il Tempio di Gerusalemme. Alla presenza dei Cavalieri sono state talvolta associate varie tipologie di incisioni e segni dal carattere sacro, come il Nodo di Salomone, immagine del legame tra Dio e l’uomo, il Centro Sacro, luogo dell’incontro con il divino, o la Triplice Cinta, tavoliere del gioco del filetto ma anche possibile rappresentazione in pianta del Tempio di Gerusalemme.

Centro Sacro nel chiostro dell'Abbazia cistercense di Fossanova
Il graffito di un Centro Sacro nel chiostro dell’Abbazia cistercense di Fossanova

L’ultimo baluardo dei crociati

Dopo la morte di Hugues de Payns, avvenuta nel 1136, i Templari proseguirono la loro attività militare, politica e religiosa per quasi due secoli. Il fondatore dell’Ordine aveva dato inizio a una lunga serie di Maestri, proseguita da Robert de Craon e destinata a continuare con altri ventuno successori. I Cavalieri Templari abbandonarono la Terra Santa soltanto dopo la caduta di San Giovanni d’Acri, l’ultima grande roccaforte costiera dei crociati. Nel 1291 la città fu infatti stretta d’assedio e conquistata dai Mamelucchi.

Tale evento segnò il definitivo tramonto dell’esperienza crociata in Outremer. Inoltre, mise in discussione la stessa missione originaria per la quale l’Ordine del Tempio era stato costituito. L’ultimo Maestro, Jacques de Molay, non comprese immediatamente il profondo mutamento dello scenario geopolitico. A differenza dei Cavalieri Ospitalieri, che seppero riorganizzarsi in uno stato sovrano a Rodi e poi a Malta, i Templari non riuscirono a ridefinire in modo altrettanto efficace il proprio ruolo in Europa. Anche per questa ragione, il cataclisma politico-religioso della crisi tra il re di Francia Filippo il Bello e papa Clemente V finì per travolgere principalmente l’Ordine del Tempio.

Il processo contro i Templari

Con la caduta degli Stati crociati in Terra Santa, la Chiesa iniziò ad attraversare un periodo di crescente instabilità politica e religiosa. Nel 1294 salì al soglio pontificio Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani. Dal carattere autorevole e determinato, questi tentò di riaffermare l’autorità del papato e la supremazia della Chiesa sulle potenze dell’Occidente cristiano. Tale politica, tuttavia, finì per acuire i contrasti con le principali famiglie nobiliari romane, tra cui i Colonna, e soprattutto con il re di Francia Filippo il Bello. Le tensioni culminarono con l’oltraggio noto come lo “schiaffo di Anagni”, compiuto da Sciarra Colonna ai danni del pontefice nel 1303. Bonifacio VIII morì poche settimane dopo e al suo posto il conclave cardinalizio elesse Clemente V.

Filippo il Bello, nel frattempo, si era apertamente schierato contro l’autorità del papato, minacciando di dichiarare Bonifacio VIII come eretico e occultista, nonché di operare uno scisma della chiesa transalpina. Clemente V scelse di risolvere le tensioni scendendo a compromessi con il re francese. In cambio della promessa di non operare un processo post mortem contro il suo predecessore, nell’aprile del 1307 il pontefice accettò la richiesta del re di Francia di avviare un’inchiesta contro i Templari. Filippo il Bello aveva, infatti, un obiettivo ambizioso: dichiarare lo scioglimento dell’Ordine per impadronirsi del suo ingente tesoro e risanare così le disastrate finanze del suo regno27.

L’inchiesta e la cattura dei Templari

Come pretesto per l’avvio del processo, l’Ordine fu imputato di eresia, di idolatria e di permettere la sodomia ai propri membri. Le indagini, tuttavia, non ebbero neppure il tempo di essere condotte: già il 14 settembre 1307 Filippo il Bello inviò ai balivi e ai siniscalchi del regno l’ordine segreto di procedere all’arresto di tutti i Templari di Francia e alla confisca dei loro beni, richiesta che venne eseguita il venerdì 13 ottobre. Da parte sua, Clemente V inizialmente tentò di preservare la competenza pontificia sul procedimento, ma finì per ratificare l’azione del sovrano con la bolla Pastoralis praeminentiæ28, promulgata nel novembre dello stesso anno. L’episodio rese evidente il crescente peso esercitato dalla monarchia francese sul papato, preludio al trasferimento della sede pontificia ad Avignone nel 1309.

Le false accuse

Le accuse mosse contro i Templari erano in larga parte infondate e spesso sostenute da dubbie confessioni, estorte mediante la tortura. Dai verbali del processo sappiamo che ai membri dell’Ordine venissero contestati numerosi capi d’accusa: dall’adorazione di un presunto idolo barbuto, chiamato Bafometto, nome probabilmente derivato da una corruzione medievale del nome “Maometto”, fino al vilipendio della croce e al compimento di pratiche ritenute oscene e sacrileghe29.

Il 25 marzo del 1308, Filippo il Bello convocò a Tours gli stati generali di Francia per sollecitare lo svolgimento del processo contro i Templari. Clemente V riprese quindi la sua inchiesta, inviando due cardinali a Chinon, dove nel frattempo gran parte degli alti membri dell’Ordine erano stati imprigionati.

La Pergamena di Chinon

Il resoconto scritto del processo, una sorta di contraddittorio dei pochi Templari che furono ascoltati – tra cui Jacques de Molay, interrogato per ultimo – è contenuto nella Pergamena di Chinon30. Il documento, riscoperto presso l’Archivio Segreto Vaticano solo nel 2001, a causa di un’errata inventariazione, è datato 17-20 agosto 1308 e vergato dal notaio apostolico Robert de Condet. Dall’atto di Chinon emerge che gli imputati negarono le accuse contestate e, soprattutto, che l’inchiesta si concluse con la loro assoluzione da parte del papa.

La Pergamena di Chinon
La Pergamena di Chinon, Archivio Segreto Vaticano, originale segnato come Archivum Arcis Armarium D 217

“Dopo ciò, poiché il medesimo Fratello Jacques de Molay, Gran Maestro dell’Ordine, secondo il modo e la forma sopra descritti, abiurò in nostra presenza la predetta e ogni altra eresia, prestando inoltre giuramento corporale sui santi Vangeli di Dio e chiedendo umilmente la grazia dell’assoluzione, ritenemmo di dovergli impartire tale beneficio, reintegrandolo all’unità della Chiesa e restituendolo alla comunione dei fedeli e ai sacramenti della Chiesa”.

Archivum Arcis Armarium D 217, Pergamena di Chinon datata 17-20 agosto 130831.

La dissoluzione dei Templari

In tal modo, Clemente V sperava di sottrarre i Templari che si fossero pentiti alla persecuzione di Filippo il Bello, consentendo loro di essere riaccolti nella Chiesa e destinati in altre congregazioni religiose. Nondimeno, con la bolla Faciens misericordiam del 12 agosto 1308, il pontefice convocò a Parigi la commissione pontificia incaricata di giudicare l’operato dell’intero Ordine. Tra il 1309 e il 1311 si svolsero le principali udienze, nel corso delle quali una delegazione templare si diede un gran da fare per smontare le accuse32. Infine, il 16 ottobre del 1311, a Vienne, si aprì il concistoro che doveva decidere sull’eventuale condanna dei Templari. Tuttavia, quando Filippo il Bello mosse con il proprio esercito verso la sede conciliare per influenzarne l’esito, Clemente V non poté fare altro che piegarsi al volere del sovrano francese.

Con la bolla Vox in excelso del 22 marzo 1312, il pontefice ordinò lo scioglimento della confraternita templare, non per aver dimostrato la fondatezza delle accuse, ma in via amministrativa33. La dissoluzione dei Templari fu attuata tra il 1312 e il 1314. La bolla Considerantes dudum, del 6 maggio 1312, stabilì la libertà per gli innocenti e per chi aveva ammesso la colpa, mentre prescriveva il rogo per i condannati e per chi aveva ritrattato la confessione34.

La maledizione di Jacques de Molay

L’11 marzo del 1314, innanzi alla Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, una commissione pontificia appositamente costituita per l’occasione lesse la sentenza di ergastolo per l’ultimo Maestro templare Jacques de Molay e il precettore della Normandia Geoffrey de Charnay, che avevano confessato le accuse. Ma dinanzi alla prospettiva di rimanere incarcerati a vita, essi ritrattarono improvvisamente la loro deposizione, dichiarando di aver mentito agli inquisitori perché costretti dalla tortura.

“Ma mentre i cardinali pensavano di aver posto fine a questa vicenda, improvvisamente e inaspettatamente due di loro, il Grande Maestro e il Maestro di Normandia, si sono ostinatamente difesi contro il cardinale che aveva pronunciato la sentenza e contro l’arcivescovo di Sens Philippe de Marigny, ritrattando la loro confessione”.

Guillaume de Nangis, Cronaca latina, 1285-130035.

Fu così che Filippo il Bello, essendo la questione ormai di competenza della giustizia francese, li condannò al rogo. La sentenza fu eseguita su un’isola della Senna all’epoca detta “dei Giudei”.

L'esecuzione di Jacques de Molay
L’esecuzione di Jacques de Molay. Nuova Cronica di Giovanni Villani, Biblioteca Vaticana, MS. Chigiano L VIII 296

Un testimone degli eventi, Godefroy de Paris, riportò le ultime parole di Jacques de Molay davanti al rogo36:

“Almeno, lasciatemi congiungere un poco le mani e fare a Dio la mia orazione, poiché è giunta la mia ora. Vedo qui innanzi il mio giudizio, dove tra poco morirò; Dio sa chi ha torto, chi ha peccato. La disgrazia colpirà presto coloro che ci hanno condannato ingiustamente: Dio vendicherà la nostra morte”.

Godefroy de Paris, Cronaca metrica, 1312-131737.

L’ultimo discorso di Jacques de Molay, insieme alla dignitosa compostezza con cui affrontò la morte, scosse le coscienze dei suoi contemporanei. L’idea che il Gran Maestro avesse lanciato una terribile maledizione contro Clemente V e Filippo il Bello alimentò una leggenda destinata a lunga fortuna: il pontefice morì nell’aprile dello stesso anno 1314, mentre il re spirò appena sei mesi dopo.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Traduzione di S. Gasparri, A. Di Salvo e F. Simoni, Antologia delle fonti bassomedievali, in Reti Medievali, 2002. Si riporta il brano completo: “Hierusalem umbilicus est terrarum, terra prae caeteris fructifera, quasi alter paradisus deliciarum. […] Haec igitur civitas regalis in orbis medio posita, nunc a suis hostibus captiva tenetur, et ab ignorantibus Deum ritui gentium ancillatur. Quaerit igitur et optat liberari, et ut ei subveniatis non cessat imprecari. A vobis quidem praecipue exigit subsidium, quoniam a Deo vobis collatum est prae cunctis nationibus, ut jam diximus, insigne decus armorum. Arripite igitur viam hanc, in remissionem peccatorum vestrorum, securi de immarcessibili gloria regni coelorum. […] Cum in hostem fiet bellicosi impetus congressio, erit universus haec ex parte Dei una vociferatio: Deus vult, Deus vult“. ↩︎
  2. J. Flori, Pour une redefinition de la croisade, in Cahiers de civilisation médiévale, 47e année, n.188, 2004. ↩︎
  3. F. Cardini, S. Cerrini, Storia dei Templari in otto oggetti, 2019; F. Cardini, I Templari, Giunti, 2011. ↩︎
  4. Guglielmo di Tiro, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, seconda metà del XII secolo, edizione critica di R.B.C. Huygens, identificazione delle fonti storiche e delle date di H.E. Mayer et G. Rösch, Typographi Brepols, Turnholti, 1986. ↩︎
  5. Traduzione a cura dell’autore. Si riporta il testo originale: “Eodem anno quidam nobiles viri de equesti ordine, deo devoti, religiosi et timentes deum, in manu domini patriarche Christi servicio se mancipantes, more canonicorum regularium in castitate et obedientia et sine proprio velle perpetuo vivere professi sunt. Inter quos primi et precipui fuerunt viri venerabiles. Hugo de Paganis et Gaufridus de Sancto Aldemaro“. ↩︎
  6. Simone di Saint Bertin, Gesta abbatum Sancti Bertini Sithiensium, 1140 circa, in O. Holder-Egger, in Monumenta Germaniae Historica Scriptores, vol. 13. Traduzione a cura dell’autore del passaggio: “Quo magnifice regnante, dum nonnulli non amplius ad seculi illecebras post tanta pericula, quae pro Deo sunt perpessi, deliberassent redire, consilio principum exercitus Dei templo Dei se sub hac regula devoverunt, ut seculo abrenunciantes, proprietate carentes, castimoniae vacantes, communem sub paupere habitu ducerent vitam, armis tantum contra insurgentium paganorum impetus ad terram defendendam uterentur, quando necessitas exigeret“.
    ↩︎
  7. P. V. Claverie, S. Cerrini, La révolution des Templiers. Une histoire perdue du XIIe siècle, Paris, 2007. ↩︎
  8. M. L. Bulst-Thiele, Sacrae Domus Militiae Hierosolymitani magistri: Untersuchungen z. Geschichte d. Templerordens 1118/19-1314, Gottingen, 1974. ↩︎
  9. F. Campanile, L’armi, overo insegne de’ nobili, Napoli, Tarquinio Longo, Napoli, 1610. ↩︎
  10. Libro nel quale si dimostra la nobiltà dell’antica famiglia Amarelli della Nobilissima Città di Rossano in M. Moiraghi, L’taliano che fondò i Templari, Ancora, 2005. ↩︎
  11. V. Ricci, Hugo de Paganis: champenois o lucano? Un falso problema, in Il Giornale di Napoli, 26 gennaio 2018. ↩︎
  12. F. Cardini, I Templari, cit. ↩︎
  13. Traduzione a cura dell’autore. Il testo originale in francese afferma: “Encores prometes vos a Dieu et a madame sainte Marie que vos, tous les jors mes de vostre vie aideres a eonquerre, a la force et au pooir que Dieu vos a done, la sainte terre de Jerusalem; et cele que crestien tienent aideres a garder et a sauyer a vostre pooir’. Et il doit dire: ‘Oil, sire, se Dieu plaist“. ↩︎
  14. P. Partner, I Templari, Einaudi, Torino, 1991. Per completezza si riporta anche il testo originale in latino: “Sane cum occidit malefactorem, non homicida, sed, ut ita dixerim, malicida, et plane Christi vindex in his qui male agunt, et defensor Christianorum reputatur“. ↩︎
  15. Traduzione a cura dell’autore. Viene qui riportato il testo originale, contenuto nel prologo della Regola: “Nos ergo cum omni gratulatione ac fraterna pietate precibusque magistri Hugonis, in quo predicta milicia sumpsit exordium, cum Spiritu sancto intimante ex diversis ultra montanae provinciae mansionibus, in sollempnitate Sancti Hylarii, anno MGXXVIII ab incarnato Dei filio, ab inchoatione predictae miliciae nono, ad Trecas, Deo duce, in unum convenimus. Et modum et observantiam eąuestris ordinis per singula capitula ex ore ipsius predicti magistri Hugonis audire meruimus“. ↩︎
  16. Traduzione a cura dell’autore. Si riporta il brano in lingua originale: “Et, cum nomine censeamini milites Templi, constituti estis a Domino catholice ecclesie defensores et inimicorum Xpisti impugnatores“. ↩︎
  17. M. Barber, La storia dei Templari, traduzione di Mirko Scaccabarozzi, Piemme, 2003. ↩︎
  18. A. Demurger, Les Templiers, une chevalerie chrétienne au Moyen Âge, Seuil, 2008. ↩︎
  19. Jacopo da Varazze, “Legenda Aurea, 1260-1298; Robert de Boron, “Roman dou l’Estoire de Graal ou Joseph d’Arimathie”, XIII secolo. ↩︎
  20. P. P. Read, The Templars, St. Martin’s Press, New York, 1999. ↩︎
  21. Teodoreto, Storia ecclesiastica; Rufino, Storia ecclesiastica; Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica; Sozomeno, Storia ecclesiastica. ↩︎
  22. J. Riley-Smith, Knights of St. John in Jerusalem and Cyprus, Londra, 1967. ↩︎
  23. M. Melville, La vie des Templiers, ed. Gallimard, 1974. ↩︎
  24. J. P. Bourre, Dictionnaire templier, ed. Dervy, 1995. ↩︎
  25. Traduzione a cura dell’autore. Di seguito il testo originale della bolla: “Cum enim natura essetis filii ire et seculi voluptatibus dediti, nunc, per aspirantem gratiam, evangelii non surdi auditors effecti, relictis pompis secularibus et rebus propriis, dimissa etiam spatiosa via que ducit ad mortem, arduum iter quod ducit ad vitam, humiliter elegistis, atque ad comprobandum quod in Dei militia computemini signum vivifice cruces in vestro pectore assidue circumfertis“. ↩︎
  26. G. C. Bascapè, Sigillografia. Il sigillo nella diplomatica, nel diritto, nella storia, nell’arte, volume II, Fondazione italiana per la storia amministrativa, Milano 1978. ↩︎
  27. F. Cardini, I Templari, cit. ↩︎
  28. A. Demurger, Les Templiers, cit. ↩︎
  29. M. Barber, The trial of the Templars, Cambridge University Press, 2011. ↩︎
  30. B. Frale, Il Papato e il processo ai Templari. L’inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia, Viella, 2003. ↩︎
  31. Traduzione a cura dell’autore. Si riporta il testo inviato latino originale: “Post hec nos eidem fratri Iacobo Magistri maiori dicti ordinis, iuxta modurn et formam suprascriptos, predictam et omnem aliam heresim in nostris manibus abiuranti, et corporale prestanti ad sancta Dei evangelia iuramenturn, ac eciam absolutionis beneficiurn super hoc hurniliter postulanti, huius absolutionis beneficiurn iuxta formam Ecclesie duximus impendendurn, reincorporantes ipsurn ad Ecclesie unitatem ipsurnque restituentes comunioni fideliurn et ecclesiasticis sacramentis“. ↩︎
  32. Demurger, Les Templiers, cit. ↩︎
  33. F. Cardini, I Templari, cit. ↩︎
  34. Demurger, Les Templiers, cit. ↩︎
  35. M. Barber, La storia dei Templari, cit. ↩︎
  36. N. de Wailly, L. Delisle, Chronique rimée attribuée à Geffroi de Paris, ‘Recueil des historiens des Gaules et de la France’, Parigi, 1860. ↩︎
  37. Traduzione a cura dell’autore. Il testo originale: “Lessiez-moi joindre I po mes mains, et vers Dieu fere m’oroison; car or en est temps et seison. Je voi ici mon jugement, où mourir me couvient brément; Diex set qu’à tort et à péchié. S’en vendra en brief temps meschié sus celz qui nous dampnent à tort: Diex en vengera nostre mort“. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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