I Templari: monaci e soldati, pellegrini e cavalieri

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La conquista di Gerusalemme, al termine della Prima Crociata, segnò un punto di svolta fondamentale nella storia dell’Europa medioevale. La città doveva essere difesa e mantenuta ad ogni costo, i luoghi santi della cristianità custoditi per volere di Dio. Combattere per pregare, fu questo lo spirito che suscitò la nascita dei Templari: monaci e guerrieri, pellegrini e cavalieri, le cui vicende rivivono ancor oggi come espressione di un passato immaginifico e misterioso.

Il sigillum più noto dei Cavalieri Templari, simbolo di fratellanza.

Preambolo storico

Gerusalemme è l’ombelico del mondo, […] questa regale città posta al centro del mondo, e ora tenuta in soggezione dai propri nemici e dagli infedeli, è fatta serva del rito pagano. […] Intraprendete dunque questo cammino in remissione dei vostri peccati, sicuri dell’immarcescibile del regno dei cieli. […] Quando andrete all’assalto dei bellicosi nemici, sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: “Dio lo vuole! Dio lo vuole”.

Roberto il Monaco, Historia Hierosolymitana

Così papa Urbano II, in occasione del Concilio di Clermont del 1095 esortava i principi d’Europa a preparare una spedizione per difendere il Santo Sepolcro di Gerusalemme e liberare i luoghi santi della città dai Turchi Selgiuchidi. Tale atto segnò l’origine delle Crociate, sebbene non è certo che l’appello del pontefice contenesse davvero i toni bellicosi riportati dai cronisti di epoca successiva. L’originale accezione era, infatti, quella di un iter o sancta peregrinatio, poiché aveva lo scopo di consentire ai credenti provenienti dall’Europa di visitare Gerusalemme. Il termine stesso “crociata” comparve solo dopo il 1250 [1] a causa della croce che i pellegrini e i soldati avevano cucita sul petto o sul mantello.

Papa Urbano II al Concilio di Clermont, Livre des Passages d’Outre-mer di Sébastien Mamerot, fine XV secolo, Bibliothèque National de France

La richiesta di Urbano II venne accolta allorché, nell’agosto del 1096, una prima spedizione armata partì alla volta delle Terra Santa. Il 15 luglio del 1099, dopo tre anni di scontri sanguinosi, i Crociati riuscirono finalmente ad assediare Gerusalemme e conquistarla.

L’assedio di Gerusalemme del 1099, Livre des Passages d’Outre-mer di Sébastien Mamerot, fine XV secolo

La nascita degli ordini cavallereschi gerosolimitani

La missio più difficile, tuttavia, era appena incominciata. Gerusalemme, infatti, doveva essere difesa e i luoghi santi mantenuti, soprattutto in un territorio lontano dall’Europa e circondato da nemici. A tal fine, sin dai primi anni dopo la conquista del 1099, sorsero in Terra Santa congregazioni e ordini di uomini armati. Essi avevano la finalità di presidiare i possedimenti crociati, assistere e scortare i pellegrini diretti ai luoghi santi e garantire gli approvvigionamenti dall’Europa. Tra questi vi furono i Cavalieri Ospitalieri, i Cavalieri teutonici, l’Ordine dei Canonici del Santo Sepolcro fondato da Goffredo di Buglione, e soprattutto i Pauperes commilitones Christi templique Salomonis (Poveri compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Salomone), più semplicemente conosciuti come Cavalieri Templari.

La fondazione dell’Ordine dei Cavalieri Templari

La scelta di divenire “cavaliere di Cristo” a difesa dei pauperes Dei e dei luoghi santi della Cristianità era una vera e propria vocazione di vita. Essa presupponeva una rinuncia ai beni materiali e un’adesione completa alla volontà di Dio, inoltre richiedeva un’adeguata preparazione anche militare. Tale chiamata spirituale dovette prepotentemente irrompere nella vita di Hugues de Payns. Cavaliere francese al servizio del conte di Champagne, egli si era recato in Terra Santa una prima volta per una peregrinatio. Quando vi fece ritorno nel 1113, si stabilì definitivamente a Gerusalemme [2]. Quindi, raccolti intorno a sé altri otto cavalieri, Hugues de Payns fece solenne giuramento di difendere i luoghi santi e i pellegrini che vi si recavano. Si tratta, questa, di una fortunata storiografia tramandata dall’arcivescovo Guglielmo di Tiro, circa la nascita dei Christi milites [3].

Guglielmo di Tiro e l’Historia rerum in partibus transmarinis gestarum

Guglielmo fa risalire la fondazione dei Cavalieri Templari al 1118-1119, ma è bene specificare che alcuni studiosi hanno messo in discussione la veridicità dei suoi scritti. I resoconti dell’arcivescovo, dunque, devono essere intesi in senso mitico e simbolico, come da tradizione medioevale, soprattutto nei riguardi del numero dei fondatori dell’Ordine. Egli stesso scrive almeno cinquant’anni dopo i fatti narrati.

Nello stesso anno, alcuni nobili cavalieri, pieni di devozione per Dio, religiosi e timorati di Dio, rimettendosi nelle mani del signore patriarca per servire Cristo, professarono di voler vivere perpetuamente secondo le consuetudini delle regole dei canonici, osservando la castità e l’obbedienza e rifiutando ogni proprietà. Tra loro i primi e i principali furono questi due uomini venerabili, Ugo dei Pagani e Goffredo di Santo Audemaro.

Guglielmo di Tiro, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum

Simone di Saint Bertin

Più vicina temporalmente agli eventi descritti è la testimonianza di Simone di Saint Bertin. Il monaco riferisce invece di alcuni (nonnuli) cavalieri che fondarono la fraternitas, traslando la data di fondazione a circa venti anni prima, al 1099 [4].

Durante il suo splendido regno alcuni decisero di non tornare fra le ombre del mondo, dopo aver così intensamente sofferto per la gloria di Dio. Di fronte ai principi dell’armata di Dio essi si votarono al Tempio del Signore, con questa regola: avrebbero rinunciato al mondo, donato i beni personali, rendendosi liberi di perseguire la purità e conducendo una vita comunitaria, con abiti dimessi, usando le armi solo per difendere le terre dagli attacchi incalzanti dei pagani, quando la necessità lo richiedeva.

Simone di san Bertino, “Gesta abbatum Sancti Bertini Sithiensium”, ed. O. Holder-Egger, in Monumenta Germaniae Historica Scriptores.

La misteriosa figura di Hugues de Payns

La figura di Hugues de Payns è avvolta da una nebulosa incertezza storiografica. La primitiva fonte scritta in cui si ha menzione del fondatore dei Templari è l’Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro. L’arcivescovo riferisce, infatti, di un tale Hugo de Paganis, probabile traslitterazione latina del nome del cavaliere. Da lunga data, pertanto, gli storici hanno tentato di risalire alla reale identità di questa personalità storica così importante ma misteriosa allo stesso tempo.

La teoria più accreditata è che Hugo de Paganis fosse francese e che provenisse dalla regione della Champagne. Alcuni importanti autori medievisti, come Simonetta Cerrini [5] e Marie Louise Bulst-Thiele [6] hanno rintracciato le origini del cavaliere presso un piccolo villaggio, non distante da Troyes, chiamato Payns. Da qui la derivazione del nome con cui oggi egli è conosciuto, Hugues de Payns. In effetti, alcuni documenti dei conti di Champagne e dell’abbazia di Molesmes attestano di un cavaliere con questo nome, ch’era partito per la Terrasanta intorno al 1113. Egli era discendente dei signori di Montigny, e lontano parente dei Montbard, la famiglia di San Bernardo di Clairvaux. Ciò spiegherebbe il perché fu scelta Troyes come sede del concilio che approvò la Regola templare, e la presenza al concistoro dello stesso San Bernardo come garante dell’Ordine dinanzi a papa Onorio II.

Templari
Hugues de Payns, dipinto realizzato da Henri Lehmann, 1841, conservato presso la Reggia di Versailles

L’ipotesi italiana

Tuttavia, non di rado sono state proposte alcune ipotesi alternative, secondo le quali Hugo de Paganis sarebbe di origini italiane. Già nel XVII secolo Filiberto Campanile [7] rilevava le origini del cavaliere presso Nocera de’ Pagani, sebbene attraverso una ricostruzione posticcia e celebrativa della genealogia della famiglia normanna Pagano.

In tempi più recenti, invece, si è sostenuto che l’italianità di Hugo de Paganis sia attestata da una controversa lettera custodita a Rossano, in Calabria [8]. Il testo, definito codice Amarelli, è firmato da un certo Ugo de Paganis proveniente da Forenza in Basilicata, ed è datato al 18 ottobre 1103. Esso racconta della morte del cugino Alessandro, membro dei Templari, e di un giuramento fatto dal firmatario a re Baldovino di Gerusalemme.

Sebbene il substrato storico al quale lo scritto fa riferimento appaia a prima vista solido, bisogna specificare che di tal lettera esiste soltanto una sola copia del 1469, la cui traduzione dal latino all’italiano è asseverata da un notaio ben due secoli dopo. Non sono questi elementi sufficienti per affermare che il testo sia un falso del Seicento, forse ideato al fine di conferire rango nobiliare alla famiglia Amarelli, ma certamente delle prove indiziarie. In un passo abbastanza sospetto, inoltre, il testo cita il “velluto” e la moneta dello “scudo”, ma il ricercatore medievista Vito Ricci fa notare che entrambi siano stati introdotti solo dopo il XII secolo [9].

Infine, è tutta da verificare la testimonianza dello storico seicentesco, Marco Antonio Guarini, secondo la quale Hugues de Payns morì nel 1136 e fu sepolto all’interno della chiesa di San Giacomo a Ferrara.

Presso il Monte del Tempio di Gerusalemme

Nel 1120 il re Baldovino II, come ringraziamento per i servigi prestati, assegnò ai cavalieri della Militia Christi la Moschea di al-Aqsa presso la spianata del Tempio di Gerusalemme. L’area era nota per aver ospitato l’antico Tempio di Salomone, da cui il mutare della denominazione della fraternitas in Militia Templi. Ancora dopo qualche anno, tuttavia, i Templari non avevano una finalità militare ma officiavano meramente servizi spirituali di assistenza ai pellegrini e di tipo ospitaliero. Venivano, in questo, accomunati ai canonici regolari del Tempio del Signore e a quelli del Santo Sepolcro come laici associati [2]. Soltanto in seguito, forse per dar conto dell’originaria accezione di militia, si distaccarono dal capitolo dei canonici e, nel 1120, rinnovarono i voti di obbedienza, castità e povertà al patriarca di Gerusalemme, Gormondo. Inoltre, proclamarono il giuramento che caratterizzò la loro vocazione da quel momento in poi:

“Promettere inoltre a Dio e a Signora santa Maria che tutti i giorni della vostra vita aiuterete a conquistare, con la forza e il potere che Dio vi ha donato, la santa terra di Gerusalemme e che aiuterete a difendere e a proteggere secondo ciò che è in vostro potere quella che occupano i cristiani?”

Cui seguiva la risposta: “Sì, signore, se piace a Dio”.

Henri de Curzon, La Régle du Temple, 1886
Re Baldovino II cede la sede del Tempio di Salomone a Hugues de Payns, Historia Rerum in Partibus Transmarinis Gestarum di Guglielmo di Tiro, XII secolo

De laude novae militiae ad Milites Templi

Di certo l’idea che una fraternitas della Chiesa potesse imbracciare le armi dovette incontrare strenue resistenze. A ben pensare si tratta di un ossimoro: come conciliare i comandamenti di pace del clero con la violenza verso il prossimo? Le critiche, che già all’epoca infuocavano un serio dibattito, si smorzarono solo alla luce dell’intervento di Saint Bernard de Clairveaux, padre spirituale di quel tempo. Alle incertezze teologiche, che peraltro angosciavano Hugues de Payns, il santo rispose attraverso uno scritto di fervente incoraggiamento verso la missione templare, noto come De laude novae militiae ad Milites Templi. San Bernardo paragonava la vanagloria degli eserciti crociati, “non militia, sed malitia”, all’opera santa di cristianizzazione templare. La missione dell’Ordine trovava così le sue radici simboliche nell’opera di Cristo, che aveva scacciato i mercanti dal Tempio, e l’utilizzo della spada da parte dei monaci era moralmente giustificato attraverso la nozione del malicidio:

Invero, quando egli uccide un malfattore, non commette omicidio, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato da Cristo contro i malvagi.

Bernardo di Chiaravalle, De laude novae militiae ad Milites Templi

Il Concilio di Troyes

Il sostegno di San Bernardo, fu fondamentale per il riconoscimento dei Templari in quanto ordine e affinché ricevessero una “Regola” propria. Nel 1129 papa Onorio II convocò un concilio a Troyes, presso la cattedrale dei Santi Pietro e Paolo. Ivi, alla presenza delle più importanti cariche ecclesiastiche dell’epoca e dello stesso abate di Clairvaux, venivano ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa i Pauperes commilitones Christi templique Salomonis. La primitiva Regola dei Cavalieri Templari si basava su una rielaborazione di quella di San Benedetto, alla cui stesura contribuì anche San Bernardo [10].

[…] in letizia e fratellanza, su richiesta del maestro Ugo, dal quale fu fondata, per grazia dello Spirito Santo, convenimmo a Troyes da diverse province al di là delle montagne, nel giorno di San Ilario, nell’anno 1128 dall’incarnazione di Cristo, essendo trascorsi nove anni dalla fondazione del suddetto Ordine, ci riunimmo a Troyes, sotto la guida di Dio, dove avemmo la grazia di conoscere la regola dell’Ordine equestre, capitolo per capitolo, dalla bocca dello stesso Maestro Ugo.

Dalla Regola dei Templari

Le concessioni papali ai Templari

Negli anni successivi i Templari riuscirono a ottenere enormi privilegi dai papi che si susseguirono e che dimostravano una sempre maggior fiducia verso i servigi offerti dall’Ordine in Terra Santa. Nel 1138 Innocenzo II emanava la bolla Omne Datum Optimum, la quale sanciva l’indipendenza spirituale dei Templari. Essi, da quel momento in poi sottoposti alla sola autorità dello stesso pontefice, venivano esentati dal pagamento delle tasse. Inoltre, era all’Ordine concesso di formare un proprio ramo clericale, beneficiando così della protezione apostolica e consegnando alla storia l’inconfondibile immagine dei monaci guerrieri.

Et, cum nomine censeamini milites Templi, constituti estis a Domino catholice ecclesie defensores et inimicorum Xpisti impugnatores

Inoltre, poiché siete conosciuti con il nome di Cavalieri del Tempio, siete stati scelti dal Signore per essere difensori della Chiesa cattolica e oppositori dei nemici di Cristo.

Omne Datum Optimum, 1139. Traduzione a cura dell’autore

Al 1144 risale invece la bolla Milites Templi di papa Celestino II che permetteva ai Templari di raccogliere le offerte dei fedeli [11]. L’anno successivo Eugenio III, attraverso la bolla Militia Dei, conferiva loro anche il diritto di raccogliere la decima e organizzare servizi cimiteriali [12]. I Templari potevano, dunque, ottenere l’imposta dei cosiddetti donati, si trattava di piccoli proprietari terrieri che richiedevano in cambio la protezione dei loro beni.

La vita di un cavaliere, tra simboli, armi e preghiera

Le concessioni papali permisero ai Templari di divenire in pochi anni una vera e propria potenza economica, militare e religiosa. L’organizzazione dell’Ordine si basava sullo sfruttamento di ampi possedimenti in Europa, i quali permettevano il sostentamento delle spedizioni in Terra Santa.

All’aumentare della disponibilità economica dell’Ordine crebbe anche il numero di strutture militari, fortificazioni e castelli di loro proprietà. In particolare, il controllo templare sul territorio era assicurato da strutture poste in differenti livelli di subordinazione. Unità base era la commenda, anche detta domus o precettoria: così veniva chiamata un’ampia proprietà con castello o casolari e un sistema di grange, sottoposta all’autorità amministrativa di una balia e quindi di una provincia [13]. Le case-fortezza di media dimensione, dove si provvedeva all’addestramento militare tanto quanto alla preghiera, erano invece definite capitanerie. I servizi propri della vocazione templare venivano svolti presso gli hospitalia, i cimiteri e le magioni, luogo di accoglienza ai pellegrini lungo le principali direttive di comunicazione, come la Via Francigena. In cima al vertice politico e amministrativo vi era quindi il Maestro, magister generalis dell’Ordine.

All’interno di ogni struttura templare si potevano distinguere differenti mansioni di vita: i nobili cavalieri, equipaggiati con armamento pesante; i servi o sergenti che disponevano di armi leggere e provenivano dai ceti meno abbienti; i fratelli di mestiere che si occupavano della coltivazione della terra e dei lavori umili; in ogni commenda era poi presente almeno un sacerdote cappellano, che era addetto alla preghiera e indossava un mantello di tessuto grezzo detto bigello.

Una raffigurazione dei Cavalieri Templari, dalla Chronica Majora di Matthew Paris, 1250 circa

Il Beauceant

Alcuni dettami relativi al vestiario e agli ornamenti dei Templari erano espressamente previsti dalla Regola. La veste dei membri dell’Ordine doveva essere di tonalità nera, bianca o grigio cenere. Allo stesso modo era previsto per i Cavalieri un mantello bianco, e nero per i sergenti. Si trattava dei colori che più impersonavano il dualismo insito nella missione templare, i cui fratres erano allo stesso tempo monaci e guerrieri, e che ugualmente richiamava l’atavica lotta del bene contro il male. In effetti, si rinviene il medesimo contrasto tonale nel vessillo che i Templari conducevano in battaglia. Il Beauceant era lo stendardo bipartito, di bianco e di nero, che permetteva ai Cavalieri di riconoscersi. Issato da un gonfaloniere [14], esso non poteva per nessuna ragione cadere in mano nemica [15] e rappresentava idealmente il mandato divino alla missione dei Templari.

Gli affreschi presso la chiesa templare di San Bevignate a Perugia. Si noti il Beauceant sulla destra con la Croce Patente.

Il termine beauceant era da intendersi probabilmente nell’accezione etimologica di balzana, ovvero uno stemma araldico suddiviso in fasce. Tuttavia, ha assunto parimenti il nome di Valcento, giacché sullo stendardo era apposta la dicitura francese Vaucent, a indicare che ogni templare valesse come cento uomini. E così, recitavano il Salmo 113 i Cavalieri Templari, al seguito del Beauceant:

Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam!

Non a noi, non a noi o Signore, ma al tuo nome dai gloria!

Dal prologo della Regola di san Benedetto, a partire dalla quale è redatta la Regola “primitiva” dei Templari; la citazione è altresì presente nell’opera De laude novae militiae 13, 31 di san Bernardo di Chiaravalle.

La Croce Patente

I Templari recavano cucita, in alto a sinistra sul mantello, come d’uso canonico una croce. Tale simbolo non aveva in origine alcuna specificità, e gli stessi membri della fraternitas non erano ancora militia, non distinguendosi nella simbologia da tutti gli altri crociati. Fu soltanto durante il Concilio di Parigi del 1147 che papa Eugenio III concesse ufficialmente l’utilizzo di una croce patente. Tuttavia, di una particolare croce in uso presso i Templari si fa menzione già nella bolla pontificia Omne datum optimum del 1139 [2]:

Cum enim natura essetis filii ire et seculi voluptatibus dediti, nunc, per aspirantem gratiam, evangelii non surdi auditors effecti, relictis pompis secularibus et rebus propriis, dimissa etiam spatiosa via que ducit ad mortem, arduum iter quod ducit ad vitam, humiliter elegistis, atque ad comprobandum quod in Dei militia computemini signum vivifice cruces in vestro pectore assidue circumfertis.

Benché foste di natura figli dell’ira, dediti ai piaceri della vita, ora, per grazia ispiratrice, siete divenuti ascoltatori attenti del Vangelo, rifuggendo la vanagloria e la proprietà dei beni, anzi, abbandonando la via larga che porta alla morte, umilmente avete scelto il difficile cammino che conduce alla vita, e per dimostrare di appartenere alla milizia di Dio, portate sempre sul vostro petto il segno della croce vivificante.

Omne Datum Optimum, 1139. Traduzione a cura dell’autore

La Croce Patente, indizio templare

La croce rossa patente, simbolo del martirio, venne in seguito impiegata nel vestiario, e apposta sullo stesso Beauceant. Pertanto, si può affermare che essa sia inequivocabilmente legata ai Cavalieri Templari, divenendone nell’immaginario collettivo il simbolo per eccellenza. Ciò nondimeno, tale Ordine non la usava esclusivamente, né è chiaro se tale concessione fosse appannaggio anche di altri. Si può affermare che il rinvenimento archeologico di una croce patente possa costituire un indizio – ma non una prova – della presenza templare in un luogo.

Templari
La Croce Patente, dal latino patentem, a sua volta participio passato di pàteo, è così chiamata per via dei suoi bracci che si allargano dal centro.

I sigilli dei Templari

Tra i simboli identitari dei Cavalieri Templari devono essere annoverati i cosiddetti sigilli. In senso lato, essi sono quelle impronte ottenute attraverso l’apposizione dei timbri di proprietà dell’Ordine sulla cera o sul piombo. La funzione dei sigilli era di permettere l’attribuzione certa, di una missiva o di un documento, al mittente o a chi lo aveva rilasciato. Agli storici contemporanei sono pervenuti solo pochi esempi di sigilli templari, sebbene grandemente rappresentativi. Essi venivano impiegati tanto dai Maestri Templari quanto dalle singole strutture, come le precettorie e le province. L’iconografia dei sigilli pertiene alle funzioni e alla stessa missio dell’Ordine.

Il timbro più famoso è certamente quello recante al recto due cavalieri su un unico destriero, mentre al verso mostra la raffigurazione della Cupola della Roccia di Gerusalemme. Esso esprime con grande forza rappresentativa il concetto di fraternitas e, allo stesso tempo, di militia dei Templari, nonché il loro luogo di appartenenza. Tale sigillum, oggi divenuto uno dei simboli dell’Ordine per eccellenza nell’immaginario collettivo, fu impiegato tra il 1167 e il 1250 dai Maestri generali dell’epoca.

Templari
Il sigillum utilizzato nella bolla del Maestro Bertrando di Blanquefort, 27 aprile 1168.

Tuttavia, a livello locale, l’impiego dei sigilli da parte dei Templari appare più variegato [16]. Esempi caratteristici sono le impronte raffiguranti l’Agnus Dei (precettoria di Provenza e Aragona, 1224); un’aquila con le ali spiegate che afferra un serpente con il becco (differenti precettorie tedesche); la Croce Patente (precettoria di Aquitania, 1251-1307); un pellicano che nutre i suoi piccoli beccandosi il petto (casa del Tempio di Arles); e ancora l’unicum di San Giorgio che combatte il drago (precettoria francese, 1255).

Simbolismo templare

Accanto ai noti simboli storicamente impiegati dall’Ordine dei Templari, ve ne sono altri che, in un modo o nell’altro, sono stati ad essi collegati. In primis, esiste un importante parallelismo tra la contrapposizione dei colori bianco e nero del Beauceant con la scacchiera. Non è escluso che furono gli stessi Templari a contribuire alla diffusione del gioco degli scacchi, originario dell’Oriente, in Europa.

Il graffito di un Centro Sacro presso il chiostro dell’Abbazia cistercense di Fossanova

Ha dato adito a molteplici ricerche e interpretazioni simboliche, inoltre, il luogo dove i cavalieri erano stanziati. Così, tradizionalmente si associa il rinvenimento di un Nodo di Salomone, del Centro Sacro, o della Triplice Cinta – originaria architettura del Tempio gerusalemita – ai Templari, sebbene nell’incertezza storiografica.

L’ultimo baluardo

Dopo la morte di Hugues de Payns, avvenuta nel 1136, i Templari proseguirono la loro attività militare e politica per circa due secoli. Il fondatore dell’Ordine aveva inaugurato la lunga tradizione di Maestri, che proseguì con Robert de Craon e altri ventuno. I Cavalieri Templari abbandonarono la Terra Santa soltanto dopo la presa di San Giovanni d’Acri, ultima roccaforte costiera dei Crociati. I Mamelucchi, infatti, avevano stretto d’assedio la città, conquistandola nel 1291.

Tale evento decretò il fallimento delle crociate cristiane in Medio Oriente e, in definitiva, della stessa missione per la quale l’Ordine del Tempio era stato costituito. L’ultimo maestro templare, Jacques de Molay, non ebbe la prontezza di comprendere pienamente il mutare geopolitico degli eventi. Al contrario di ciò che operarono i Cavalieri di Malta a Rodi, ad esempio, mancò l’intuizione salvifica di ricostituirsi come stato sovrano. Questa è la ragione per cui si abbatterà principalmente sull’Ordine, ormai privo della sua originale funzione, e che aveva negli anni accumulato enormi ricchezze, il cataclisma politico-religioso della crisi tra Filippo il Bello e Clemente V.

Il tesoro dei Templari

Grazie alla possibilità di raccogliere la decima delle questue e all’esenzione da gabelle, a partire dalle concessioni della bolla Omne Datum Optimum del 1138, l’Ordine del Tempio divenne estremamente ricco. I Templari assursero a vera e propria potenza economica dell’Europa del Medioevo, contribuendo alla vita sociale, attraverso i ben noti servigi di assistenza, ospitalieri e cimiteriali, così come a quella politica. Ad essi, inoltre, si deve la costruzione, mediante finanziamenti e maestranze, di numerosissimi edifici civili e di culto.

L’enorme ricchezza accumulata dall’Ordine ha dato adito, nel corso della storia, a numerosissime leggende. Tra queste, hanno avuto enorme fortuna i racconti connessi all’inestimabile tesoro dei Templari, che avrebbe incluso alcune preziose reliquie della Cristianità. Tra le rovine dell’antico Tempio di Salomone, i cavalieri avrebbero rinvenuto, ad esempio, l’Arca dell’Alleanza con le Tavole della Legge di Mosè.

Altra leggenda, che ha radici nella stessa tradizione letteraria medioevale [17], narra del ritrovamento del Santo Graal, il calice che raccolse il sangue di Cristo morente sulla croce e da cui egli bevve durante l’Ultima Cena. A tale racconto è inoltre collegata la tradizione della sacra Lancia di Longino, che il soldato romano utilizzò per trafiggere il costato di Cristo crocifisso. Un certo Pietro Bartolomeo, durante la prima crociata, affermò di aver trovato la reliquia ad Antiochia, in seguito ad una visione mistica [18], ma già all’epoca dei fatti l’autenticità del reperto fu contestata.

lancia di longino
Crocifissione, affresco del Beato Angelico (1440), Convento di San Marco a Firenze

Certo, invece, è che i Templari solevano portare in battaglia un frammento di legno creduto della Vera Croce [19]. La reliquia, secondo la tradizione, sarebbe stata rinvenuta a Gerusalemme da Sant’Elena, che l’avrebbe fatta trasportare a Costantinopoli [20].

Il processo contro i Templari

Al termine delle crociate la situazione stessa della Chiesa mutò verso un periodo di forte instabilità. Papa Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, sin dalla sua elezione al soglio pontificio nel 1294, aveva dimostrato un carattere autorevole e determinato. Dopo la sfortunata parentesi di Celestino V, nuovamente un papa tentava di riaffermare il potere temporale della Chiesa e il primato di Pietro su tutta l’Europa. Ciò nondimeno, nel perseguire la sua politica, Bonifacio finì per inasprire i rapporti con le famiglie nobiliari romane, tra cui i Colonna, e soprattutto con il re di Francia Filippo il Bello. Le tensioni culminarono con l’oltraggio noto come lo schiaffo di Anagni di Sciarra Colonna ai danni del pontefice. Trentaquattro giorni dopo Bonifacio VIII morì, lasciando il seggio al successore Clemente V.

Filippo il Bello, nel frattempo, si era apertamente schierato contro l’autorità del papato, minacciando di dichiarare Bonifacio VIII come eretico e occultista, nonché di operare uno scisma della chiesa transalpina. Papa Clemente V scelse di risolvere le tensioni scendendo a compromessi con il re francese. In cambio della promessa di non operare un processo post mortem contro il suo predecessore, nell’aprile del 1307 egli avviò un’inchiesta contro i Templari.

L’inchiesta e la cattura dei Templari

La finalità giudiziale doveva essere quella di indagare sulle presunte accuse di eresia, sodomia ed idolatria che erano state mosse all’Ordine. In realtà, si trattava sostanzialmente di affermazioni diffamatorie suscitate da Filippo il Bello, il quale mirava senz’altro a impossessarsi dell’ingente tesoro templare [2]. Le indagini non ebbero, infatti, il tempo di essere condotte che già il 14 settembre dello stesso anno il sovrano faceva arrestare tutti i Templari di Francia e ordinava la confisca dei beni. Da parte sua Clemente V non oppose resistenza alcuna e, anzi, finì per confermare la condanna con la bolla novembrina Pastoralis praeminentiæ [12]. L’influenza francese sul papato si rivelò sì preponderante che Clemente decise di trasferire la Santa Sede ad Avignone nel 1309. Questo periodo storico, che durerà fino al 1377, è noto come cattività avignonese.

Le accuse

È ormai storicamente comprovato che le accuse mosse ai Templari fossero pilotate dalla volontà di Filippo il Bello che mirava alla loro dissoluzione. Esse vertevano sulle azioni più disdicevoli che un cristiano potesse commettere. I membri dell’Ordine venivano così accusati di adorare un idolo pagano barbuto chiamato Bafometto, di sputare sulla croce, di compiere atti osceni. Ciò nondimeno è necessario filtrare le accuse alla luce di due considerazioni rilevanti. In primis certamente dovevano esservi tra i Templari persone che in passato avevano davvero commesso tali peccati, ma che si erano nel frattempo convertite. Inoltre, è da non sottovalutare il potere della tortura di far confessare anche cose non veritiere.

In ogni caso, non appena Filippo il Bello reiterò la condanna a Tours (1308), Clemente V riprese la sua inchiesta, inviando due cardinali a Chinon, dove gran parte dei dignitari templari erano imprigionati. Gli atti del processo sono raccolti in un importante documento storiografico noto come Pergamena di Chinon. Lo scritto rappresenta una sorta di contraddittorio dei pochi membri ascoltati, tra cui Jacques de Molay, e sorprendentemente rivela che essi furono assolti.

La Pergamena di Chinon

Presso l’Archivio Segreto Vaticano, la storica Barbara Frale ha rinvenuto nel 2001 un documento di fondamentale importanza. Esso, detto Pergamena di Chinon [21], dimostra che papa Clemente V avesse ritirato le accuse a carico dei Templari appena un anno dopo l’emanazione della bolla Pastoralis praeminentiæ. Il testo, che si credeva perduto da settecento anni circa, era stato inventariato in modo errato e riporta la data del 17-20 agosto 1308. Esso fu redatto dal notaio apostolico Robert de Condet.

La Pergamena di Chinon, Archivio Segreto Vaticano, originale segnato come Archivum Arcis Armarium D 217

La Pergamena di Chinon è il resoconto scritto dell’inchiesta che Clemente V aveva avviato al fine di giungere alla verità sul conto dei Templari. Il processo si svolse nel castello di Chinon, nella diocesi di Tours, da cui il nome del documento. Durante il procedimento furono sottoposti ad interrogatorio i maggiorenti dell’Ordine Templare, tra cui il Gran Maestro Jacques de Molay, che fu ascoltato per ultimo.

“Dopo di ciò giungemmo alla conclusione di estendere la grazia del perdono per quegli atti che Fratello Jacques de Molay, il Gran Maestro dell’Ordine, nella forma e nella maniera sopra descritta aveva denunciato in nostra presenza, come pure per le eresie descritte ed ogni altra , e giurò di persona sul Santo Vangelo del Signore, e umilmente chiese la grazia del perdono (contro la scomunica), riconducendolo all’unione con la Chiesa e riaggregandolo alla comunità dei fedeli ed ai sacramenti della Chiesa”

Archivum Arcis Armarium D 217, Pergamena di Chinon datata 17-20 agosto 1308.

Conseguenze

Gli imputati negarono le accuse che gli venivano contestate e l’inchiesta si concluse pertanto con l’assoluzione dell’Ordine da parte del papa. Così Clemente V sperava di risparmiare ai membri dei Templari le persecuzioni che Filippo il Bello stava perpetrando nei loro confronti. Sebbene tale atto di clemenza non raggiunse pienamente il suo scopo – lo stesso Jacques de Molay sarà arso al rogo il 18 marzo 1314 – consentì a molti di essere riaccolti dalla Chiesa, confluendo in altre congregazioni e avendo salva la vita. Ciò contribuì al fiorire di numerose leggende secondo le quali i Templari non si dissolsero affatto ma, rifugiandosi in un luogo sicuro, continuarono a custodire l’enorme tesoro che avevano nei secoli accumulato.

Il processo contro i Templari

Tuttavia, se da un lato Clemente V concedeva l’indulgenza a Chinon a poche persone, dall’altro convocava la commissione pontificia a Parigi per giudicare l’operato dell’intero Ordine. Con la bolla Faciens misericordiam del 12 agosto 1308, inoltre, il papa ravvivava il processo contro i Templari, disponendone l’attuazione durante un concilio a Vienne. Il concistoro prese avvio il 16 ottobre 1311 [12] alla presenza del papa e di una delegazione templare che si diede un gran da fare per smontare le accuse. Ciò nondimeno Filippo il Bello, al fine di volgere a suo favore l’esito giudiziario, prese a marciare con l’esercito verso Vienne. Clemente V non poté far altro che decretare la dissoluzione dell’Ordine templare con la bolla Vox in excelso (22 marzo 1312), non per condanna formale ma, a causa delle accuse, in via amministrativa [2].

La dissoluzione dei Templari

La persecuzione dei Templari, cui seguì una vera e propria damnatio memoriae, fu un atto puramente politico. Lo scioglimento dell’Ordine costituì per Filippo il Bello la soluzione necessaria per evitare la bancarotta del Regno di Francia. La Chiesa completò, infine, la dissoluzione dei Templari tra il 1312 e il 1314. La bolla Considerantes dudum del 6 maggio 1312 decretava la libertà per gli innocenti e per chi aveva ammesso la colpa, mentre prescriveva il rogo per i condannati e per chi aveva ritrattato la confessione [12].

L’11 marzo del 1314, innanzi alla Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, una commissione pontificia appositamente formata lesse la sentenza di ergastolo per l’ultimo Maestro templare Jacques de Molay e il precettore della Normandia Geoffrey de Charnay, che avevano confessato le accuse. Ma dinanzi alla prospettiva di rimanere incarcerati a vita, essi ritrattarono la dichiarazione, adducendo di aver mentito agli inquisitori poiché costretti dalla tortura [12].

“Ma mentre i cardinali pensavano di aver posto fine a questa vicenda, improvvisamente e inaspettatamente due di loro, il grande maestro e il maestro di Normandia, si sono ostinatamente difesi contro il cardinale che aveva pronunciato la sentenza e contro l’arcivescovo di Sens Philippe de Marigny, ritrattando la loro confessione”

Guillaume de Nangis, Cronaca latina [11]

Fu così che Filippo il Bello, essendo la questione ormai di competenza della giustizia francese, li condannò al rogo. La sentenza fu eseguita su un’isola della Senna all’epoca detta dei giudei.

L’esecuzione di Jacques de Molay. Nuova Cronica di Giovanni Villani, Biblioteca Vaticana (ms. Chigiano L VIII 296).

La maledizione di Jacques de Molay

Un testimone dei fatti narrati, Godefroy de Paris, trascrisse le ultime parole di Jacques de Molay innanzi alla pira [22]:

Lessiez-moi joindre I po mes mains, et vers Dieu fere m’oroison; car or en est temps et seison. Je voi ici mon jugement, où mourir me couvient brément; Diex set qu’à tort et à péchié. S’en vendra en brief temps meschié sus celz qui nous dampnent à tort: Diex en vengera nostre mort.

“Almeno, lasciatemi congiungere un poco le mani e fare a Dio la mia orazione, poiché è giunta la mia ora. Vedo qui innanzi il mio giudizio, dove tra poco morirò; Dio sa chi ha torto, chi ha peccato. La disgrazia colpirà presto coloro che ci ci hanno condannato ingiustamente: Dio vendicherà la nostra morte.”

Godefroy de Paris, Cronaca metrica (1312-1317), traduzione a cura dell’autore

L’ultimo discorso di Jacques de Molay, insieme alla composta dignità con cui andò incontro alla morte, scosse le coscienze dei suoi contemporanei. L’opinione che egli avesse lanciato una terribile maledizione verso Clemente V e Filippo il Bello diede adito a una secolare leggenda. E la convinzione che i Templari e Jacques de Molay fossero stati ingiustamente condannati trasmutò in certezza allorché il Papa morì nell’Aprile del medesimo anno 1314, e il Re spirò appena sei mesi più tardi.

Samuele Corrente Naso

Note – 1

[1] Jean Flori “Pour une redefinition de la croisade” in Cahiers de civilisation médiévale, 47e année (n.188), 2004

[2] Franco Cardini, Simonetta Cerrini, Storia dei Templari in otto oggetti, 2019; Franco Cardini, I templari, Giunti, 2011

[3] Guilelmus Tyrensis – Historia rerum in partibus transmarinis gestarum.

Eodem anno quidam nobiles viri de equesti ordine, deo devoti, religiosi et timentes deum, in manu domini patriarche Christi servicio se mancipantes, more canonicorum regularium in castitate et obedientia et sine proprio velle perpetuo vivere professi sunt. Inter quos primi et precipui fuerunt viri venerabiles. Hugo de Paganis et Gaufridus de Sancto Aldemaro.

[4] Simone di san Bertino, “Gesta abbatum Sancti Bertini Sithiensium”, ed. O. Holder-Egger, in Monumenta Germaniae Historica Scriptores.

[5] Pierre-Vincent Claverie, Simonetta Cerrini, La révolution des Templiers. Une histoire perdue du XIIe siècle, Paris, 2007.

[6] Marie Louise Bulst-Thiele, Sacrae Domus Militiae Hierosolymitani magistri : Untersuchungen z. Geschichte d. Templerordens 1118/19-1314,Gottingen,1974.

[7] Filiberto Campanile, L’armi, overo insegne de’ nobili, Napoli

[8] Mario Moiraghi, L’taliano che fondò i Templari, edito da Ancora; Libro nel quale si dimostra la nobiltà dell’antica famiglia Amarelli Della Nobilissima Città di Rossano.

Note – 2

[9] Vito Ricci, Hugo de Paganis: champenois o lucano? Un falso problema, Roma – Il Giornale di Napoli, 26 gennaio 2018.

[10] Nos ergo cum omni granulazione, ac fraterna pietate precibusque Magistri Hugonis, in que prӕdicta militai sumpsit exordium, cùm Spiritu Sancto intimante ex diversis ultramontanӕ provinciӕ mansionibus, in solemnitates S. Hilarij, anno 1128 ab incarnato Dei folio, ab inchoatione prӕdictӕ militiӕ nono, ad Trecas, Deo Duce, in usum convenimmo, et modum, et observantiam Ordinis Equestris per singola Capitula, ex ore ipsius prӕdicti Magisteri Hugonis audire meruimus, ac iuta notitiam exiguitatis nostrӕ scientiӕ, quod nobis videbatur bonum, et utile, collaudavimus. [Dalla regola dei Templari, 1129].

[11] Malcolm Barber, La storia dei Templari, 2003, Piemme, traduzione di Mirko Scaccabarozzi.

[12] Alain Demurger, Les Templiers, une chevalerie chrétienne au Moyen Âge, Seuil, 2008

[13] Jonathan Riley-Smith, Knights of St. John in Jerusalem and Cyprus, 1967, Londra

[14] Marion Melville, La vie des Templiers, ed. Gallimard, 1974

[15] Jean-Paul Bourre, Dictionnaire templier, Ed. Dervy, 1995

Note – 3

[16] G.C. Bascapè, Sigillografia. Il sigillo nella diplomatica, nel diritto, nella storia, nell’arte, volume II, Fondazione italiana per la storia amministrativa, Milano 1978.

[17] Jacopo da Varazze, “Legenda Aurea, 1260-1298; Robert de Boron, “Roman dou l’Estoire de Graal ou Joseph d’Arimathie”, XIII secolo.

[18] Runciman Steven, A History of the Crusades, vol. 1: The First Crusade and the Foundation of the Kingdom of Jerusalem, Cambridge University Press, 1987.

[19] The Templars, Piers Paul Read, New York: St. Martin’s Press, 1999

[20] Teodoreto, Storia ecclesiastica; Rufino, Storia ecclesiastica; Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica; Sozomeno, Storia ecclesiastica;

[21] Barbara Frale. Il Papato e il processo ai Templari. L’inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia, Viella, 2003

[22] Chronique rimée attribuée à Geffroi de Paris, N. de Wailly e L. Delisle, ‘Recueil des historiens des Gaules et de la France’, Parigi, 1860

 

 

 

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