I Longobardi in Italia, un popolo di guerrieri barbuti

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I Longobardi furono così chiamati [….] in un secondo momento a causa della lunghezza della barba mai toccata dal rasoio. Infatti nella loro lingua lang significa lunga e bart barba.

Historia Langobardorum di Paolo Diacono, 1,9

Così Paolo Diacono, monaco e scrittore cristiano dell’VIII secolo, ci presenta fieramente il suo popolo: i Longobardi. Si tratta di una rappresentazione iconica, quella descritta dallo storico, che ben si sposa con l’immaginario collettivo. Paolo Diacono è tuttavia distante dallo spirito puro e germanico dei suoi antenati, che due secoli prima erano giunti in Italia (568) e che nel frattempo s’erano confusi con i popoli romani della penisola. Egli stesso scrive in latino in un tempo di decadenza e malinconia in cui il Regno Longobardo era ormai caduto per mano di Carlo Magno. Eppure, la figura di quelle genti, che lo storico rende in poche righe nella sua Historia Langobardorum, è ancora straordinariamente evocativa. Ed ecco che alla mente sovvengono immagini di uomini alti, biondi e barbuti, provenienti dal Nord Europa – chissà da dove esattamente – vestiti di pelli e con passo guerriero.

Pagina iniziale dell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, conservata presso la Biblioteca Apostolica Vaticana.

La lunga migrazione dei Longobardi

Alla testa di quel popolo in marcia v’era un sovrano leggendario, la cui figura è mitica e reale al contempo. All’alba di una nuova era, correva l’anno 567, re Alboino doveva essere consapevole del destino incerto e vagabondo dei Longobardi.

Alboino
Immagine del re Alboino tratta dalle Cronache di Norimberga

Quel popolo, che i Romani solevano chiamare barbaro, non aveva fatto altro che migrare da un luogo all’altro dell’Europa. Sin dai tempi in cui avevano lasciato la patria natia (I secolo a.C.), luogo che gli storici identificano con la Scandinavia meridionale, e s’erano diretti verso le coste occidentali del Mar Baltico, i Longobardi erano stati costantemente in movimento1.

Molti nemici, molto onore

Nel corso dei secoli successivi, infatti, avevano lentamente risalito il corso del fiume Elba e s’erano infine stanziati in Pannonia, non senza dover strenuamente combattere contro i popoli che di volta in volta avevano incontrato sul proprio cammino. Tra questi, i Marcomanni e le legioni romane di Tiberio – combatterono la battaglia della foresta di Teutoburgo al fianco dei Cherusci, annientando le truppe di Publio Quintilio Varo nel 8 d.C. – poi di Marco Aurelio (II secolo) e i temutissimi Unni (fine IV secolo).

Sebbene siano in numero esiguo e circondati da popoli molto grandi e potenti, i Longobardi si fanno rispettare non per mezzo della sottomissione o dei tributi, ma attraverso il valore in battaglia

De origine et situ Germanorum, Publio Cornelio Tacito, 98 d.C.

Contro gli Eruli

Alla metà del V secolo i Longobardi entrarono in contatto con gli Eruli presso il medio Danubio (odierna Austria), venendo sottomessi. Gli Eruli, guidati da Odoacre, erano riusciti nell’impresa di deporre l’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augusto, ma il loro regno era destinato ad avere breve durata. Essi, infatti, venivano scacciati dall’Italia per mano di Teodorico già nel 493. Nel 508, inoltre, come attesta lo storico Procopio di Cesarea2, i Longobardi si ribellavano alla sottomissione, infliggendo loro una rovinosa sconfitta. Con la disfatta del re Rodolfo, gli Eruli abbandonavano definitivamente il corso della storia.

Le migrazioni longobarde: dalla Scandinavia meridionale all’Italia

L’eredità di Roma

Così Alboino, otto anni dopo la sua salita al potere, correva l’anno 568, non riteneva un evento epocale il fatto che i Longobardi si dovessero preparare per un nuovo esodo. In fondo, si trattava pur sempre di ciò che il suo popolo aveva sempre fatto. Tuttavia, questa volta lo spingersi sempre più a sud avrebbe rappresentato varcare i confini di un mondo antico e temibile, seppur in decadenza. Alla metà del VI secolo l’Impero Romano non era più quello delle invincibili legioni di Cesare, Augusto o Marco Aurelio, ma rappresentava ancora il baluardo di una civiltà invidiabile, a cui tutti i barbari anelavano partecipare.

L’eredità di Roma era allora un pesante fardello dell’Impero d’Oriente, che sotto Giustiniano aveva riconquistato l’Italia intera, liberandosi dal dominio goto di Teodorico. Le guerre greco-gotiche (535-553), tuttavia, non solo avevano permesso di riconquistare i territori storici della romanità più antica, ma avevano finito per sfiancare una popolazione ed un esercito già esausti. Cosicché, quando gran parte della Pannonia dovette essere consegnata agli Avari, come accordo di un’alleanza militare contro i Gepidi (567)3, non fu una scelta così complicata per Alboino decidere di discendere in Italia. La resistenza dell’esercito bizantino era ai minimi storici, e le lande del Nord-Est italico desolate.

L’arrivo dei Longobardi in Italia

Il 2 aprile 568, giorno santo della Pasqua, all’incirca centocinquantamila-duecentomila Longobardi4 varcarono l’Isonzo e con esso i confini italici, per prima occupando la città di Cividale del Friuli (Forum Iulii). Il 3 settembre del 569 essi erano già a Milano e tre anni più tardi espugnavano Pavia, città che Alboino promosse a capitale del regno. L’inarrestabile discesa verso sud si concretizzò appena qualche anno dopo nell’istituzione degli importanti ducati di Spoleto e Benevento, nuclei fondamentali della cosiddetta Longobardia Minor. I Longobardi, tuttavia, non riuscirono ad occupare l’Italia intera. Essi, infatti, da fieri uomini germanici qual erano, non conoscevano l’arte della navigazione, né della guerra in mare. Ciò consentì ai Bizantini di conservare le isole, buona parte del Sud Italia e le principali città marittime, tra cui l’Esarcato di Ravenna, Ancona, Roma, Napoli.

Longobardi
Il Regno dei Longobardi all’epoca di Alboino

Il carattere della migrazione longobarda

Non si trattò di una invasione in strictu sensu, gli storici hanno ampiamente dimostrato che la discesa in Italia dei Longobardi avvenne con blandi combattimenti, a eccezione della sanguinosa conquista di Pavia (572). Ancora oggi si dibatte su come essi poterono penetrare nella penisola senza che fosse loro opposta la benché minima resistenza da parte delle truppe bizantine. Ciò nondimeno è utile costatare come questa fosse diventata pressoché una prassi degli ultimi secoli. Per lungo tempo l’Impero Romano era riuscito a regolamentare l’ingresso di genti appartenenti a popolazioni barbariche all’interno dei suoi confini. Si trattava di un fenomeno largamente accettato e spesso addirittura incentivato, giacché permetteva di ottenere nuovi soldati e forza lavoro. Gli immigrati, di contro, venivano assimilati alla cultura latina, sovente ottenevano la cittadinanza e divenivano a tutti gli effetti sudditi di Roma. Tale meccanismo iniziò ad andare in crisi a partire dall’invasione dei Goti nel 376.

In conseguenza della difficoltà crescente dei Romani a difendere tutti i confini dell’Impero, iniziarono a stanziarsi in esso gruppi sempre più numerosi, e soprattutto che rivendicavano la propria identità culturale. I nuovi barbari non miravano più a integrarsi nella cultura latina per usufruire dei suoi benefici (acquedotti, granai, teatri…) come sudditi, ma a mantenere un’autonomia di potere all’interno di essa. Nei due secoli successivi il 376, ogni gruppo che andava stanziandosi in Italia tendeva sostanzialmente a mantenere i suoi capi e una propria organizzazione militare e culturale.

La fase di declino

Non si deve immaginare, tuttavia, che queste fossero azioni di guerra. Nella maggior parte dei casi era l’Imperatore stesso che permetteva l’ingresso di gruppi barbarici per difendere territori lontani, in particolar modo quando le truppe romane scarseggiavano. I barbari ottenevano così il controllo di regioni intere, potendo aver parte degli ambiti usi e costumi della cultura latina. Tuttavia, i re e i capi stranieri non sempre erano in grado di ben amministrare quello ch’era stato costruito in mille anni di storia, e col passare dei decenni, ciò condusse ad un lento declino dei territori affidati, e dell’Impero in genere. Lo stesso Imperatore d’Occidente finì per essere deposto dagli Eruli di Odoacre (476), e la migrazione longobarda in Italia apparve come la naturale evoluzione di questo processo di trasformazione. Non si esclude, pertanto, che fu proprio l’imperatore Giustino II, almeno inizialmente, a permettere lo stanziamento in Italia dei Longobardi.

I Longobardi, popolo guerriero

Oltre alle lunghe barbe che ne caratterizzavano l’aspetto, un altro indizio può aiutare a comprendere che cosa volesse dire essere Longobardi. Si tratta dei termini con i quali essi stessi appellavano la propria gente. Il popolo è definito gens Langobardorum, che sottende l’appartenenza comune ad una linea di discendenza e culturale, e soprattutto exercitus. Essere un Longobardo voleva significare sopra ogni altra cosa essere un guerriero. Già la storiografia antica (Paolo Diacono) identificava nella fara l’unità militare fondamentale. Una fara longobarda non includeva soltanto i soldati in armi, detti arimanni, ma era un gruppo “in marcia” di interi nuclei familiari di comune discendenza. Tale tipo di organizzazione garantiva la difesa militare durante le migrazioni tanto quanto il sostentamento e la possibilità di stabilire colonie, includendo donne e bestiame.

Longobardi
Raffigurazione di arimanni longobardi

Si comprende, pertanto, come l’intero popolo longobardo, tutti inclusi, rappresentasse un vero exercitus in movimento. È interessante notare, inoltre, come questa dimensione guerriera si riflettesse anche nella lingua, di ceppo germanico: esiste un’ampia eredità di termini longobardi che sono stati presi in prestito dall’italiano e che ben rendono l’idea. Tra questi figurano: strale, spranga, zuffa, guerra, tregua, faida, spaccare… La lingua longobarda andò in disuso già nel VII secolo in favore di differenti forme di latino volgare, ma le originali accezioni lessicali sono sopravvissute sino a noi.

La dimensione ultraterrena del guerriero

La condizione identitaria dell’essere guerriero travalicava anche i limiti della vita e della morte. Un Longobardo continuava idealmente ad essere un combattente anche nell’aldilà. Questa credenza, tipica dei popoli germanici, trova riscontro nelle numerose sepolture rinvenute anche in Italia. I Longobardi solevano inumare il defunto in camere sepolcrali disposte in filari ordinati e ben riconoscibili. All’interno delle sepolture venivano collocati gli strumenti della guerra: lance, spade, lunghi coltelli chiamati scramasax, scudi tondi o ellittici provvisti di umbone terminale, asce, elmi… Talvolta è stato rinvenuto all’interno della camera tombale persino lo scheletro di un cavallo, a testimonianza del rango di cavaliere del defunto.

Le sepolture femminili, invece, erano spesso adornate con gioielli e monili, che aiutano a comprendere la raffinatezza raggiunta dall’oreficeria longobarda e i suoi maestri. Tra gli oggetti più comuni si rinvengono fibule, orecchini, crocette ed evangeliari, reliquiari realizzati con la tecnica a sbalzo su lamina d’oro e spesso adornati con pietre preziose. Non mancavano, inoltre, corredi con vasellame e ceramiche d’uso quotidiano.

Crocetta longobarda presso il Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli

Gli insediamenti abitativi

La caratterizzazione di popolo migratorio dei Longobardi si riscontra soprattutto negli usi e costumi di vita sociale, tra cui le tecniche di costruzione delle abitazioni. Mentre le strutture difensive erano sovente edificate in pietra e materiali non deperibili, le case della popolazione possedevano uno scheletro ligneo di facile realizzazione e tetti in paglia. Le città longobarde, in buona sostanza, erano intese più nell’accezione di castrum che di vero e proprio insediamento abitativo. Mancavano cioè di quella dimensione di stabilità e territorialità propria dei popoli italici che si stabilivano in un luogo per rimanervi a lungo. La transitorietà delle abitazioni longobarde, il legno si degrada in breve tempo, rende assai difficile per gli archeologi l’identificazione delle aree cittadine. Unico elemento di possibile aiuto nella ricerca è la presenza di basi seminterrate sulle quali i Longobardi posizionavano le proprie capanne.

Culti e miti dei Longobardi

La dimensione identitaria della guerra permeava anche la sfera religiosa. Paolo Diacono5 fa risalire i primitivi culti dei Longobardi ad un’origine mitica. Lo storico rielabora la leggenda narrata nell’Origo gentis Langobardorum (VII secolo, d’autore ignoto), secondo cui essi sarebbero l’antico popolo dei Winnili, il quale in Scandinavia adorava alcune divinità norrene connesse ai riti della fertilità della terra. Con l’inizio delle migrazioni e i combattimenti in terra germanica, i Longobardi acquisirono il culto di Odino, dio della guerra.

Il mito di Odino e Frigg

Il mito racconta che Odino avrebbe consegnato nuove terre al popolo che, tra i Vandali e i Longobardi, avrebbe incontrato per primo. Fu così che la moglie del dio, Frigg, consigliò ai Longobardi di presentarsi al sorgere del sole. Questi si addobbarono come guerrieri di tutto punto e persino le donne legarono i propri capelli sotto il mento, sì da sembrare un popolo di numerosissimi soldati barbuti. Non appena Odino vide quella moltitudine di genti chiese a Frigg chi fossero “quelli dalle lunghe barbe”. Al che la moglie sentenziò: “Poiché hai dato loro un nome, dai loro anche la vittoria”6.

La fase ariana

Ad Alboino si deve invece la conversione del popolo all’arianesimo. Il re longobardo, il quale progettava la discesa in Italia, sperava in tal modo di ottenere l’aiuto dei Goti ariani contro gli eserciti bizantini. In verità, si trattò di una conversione soltanto formale giacché la gran parte del popolo rimaneva fedele agli antichi culti germanici. È interessante notare come anche l’adozione del credo cristiano seguisse logiche politiche e militari.

L’arianesimo derivava dalla predicazione del vescovo Ario del IV secolo e si era diffusa largamente lungo i secoli, nonostante Costantino avesse convocato il Concilio di Nicea nel 325, che ne aveva contestato i dogmi. Ario sosteneva che Cristo avesse soltanto natura d’uomo e non divina, che cioè fosse creato e non generato dal Padre7.

La conversione al Cattolicesimo

I re Agilulfo e Teodolinda, all’alba del VII secolo, decisero infine di convertire il popolo longobardo al cattolicesimo per favorire l’integrazione con i Romanici e conciliare rapporti più proficui con il Papa.

Il matrimonio tra Teodolinda ed Agilulfo presso la Cappella di Teodolinda del Duomo di Monza, affresco degli Zavattari (XV secolo)

L’Editto di Rotari

Questo processo di accomodamento non si manifestò soltanto nella religione, ma coinvolse tutti gli ambiti della vita civile. In un certo senso si può affermare che lentamente i Longobardi divennero Romanici e viceversa. Al momento della discesa di Carlo Magno nel 744, infatti, non era più possibile distinguere gli uni dagli altri. Le due popolazioni si erano completamente mescolate sia in termini genetici che culturali. I Longobardi avevano adottato la lingua latina, sebbene nelle sue espressioni volgari. Persino le norme del diritto erano state assimilate a quelle della romanità.

Nel 643, per la prima volta nella storia dei Longobardi, re Rotari faceva mettere per iscritto le leggi del popolo nel famoso editto che oggi reca il suo nome. Ciò nonostante, il carattere guerriero che li contraddistingueva emergeva prepotentemente persino nel corpus giuridico. L’Editto di Rotari, infatti, stabiliva conseguenze gravissime per i ladri, talvolta la pena di morte, ma non altrettanto per gli assassini. Era infatti culturalmente accettata la faida. Essa rappresentava un diritto, e non un reato, del cittadino longobardo: avendo subito la perdita di un parente a causa di un omicidio, la vendetta appariva come il naturale atto volto a salvare l’onorabilità. La faida, tuttavia, poteva essere evitata attraverso il pagamento del cosiddetto guidrigildo (wergild)8. Si trattava di una somma di denaro che rappresentava il congruo risarcimento per il danneggiato e i suoi parenti, e che estingueva de iure il diritto alla vendetta.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. S. Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ↩︎
  2. Procopio di Cesarea, Storia delle guerre. ↩︎
  3. Ibidem nota 1. ↩︎
  4. J. Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ↩︎
  5. Paolo Diacono, Historia Langobardorum. ↩︎
  6. Ibidem. ↩︎
  7. Il Credo di Nicea, approvato nell’omonimo concilio del 325, stabilisce per i cattolici che Cristo è “generato non creato della stessa sostanza del Padre”. ↩︎
  8. L’Editto di Rotari: il guidrigildo. ↩︎
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