La Triplice Cinta

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Un’incisione sul muro di un chiostro romanico, su un intonaco antico o sul selciato d’una piazza, cosa può raccontare? Invero molto più di quanto l’apparenza lasci trasparire. Non si tratta soltanto di un graffito consunto o di un lascito distratto lungo la via. V’è un mondo arcano e affascinante che la pietra può rivelare, se interrogata. Ogni segno è lì per una ragione, forse a noi ignota, ma non al suo creatore. La pietra è, per sua natura, incorruttibile: scalfirne la superficie indicava, sin dall’antichità, e così nel Medioevo, la volontà di rendere eterno e manifesto il messaggio che vi si imprimeva.

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Il simbolo della Triplice Cinta a Campiglia Marittima (LI), tavoliere del filetto, in Inghilterra chiamato Nine Men’s Morris o Merels e in Francia Jeu du Moulin.

Alcune incisioni sono note e ben conosciute, altre invece si rivelano come significanti carichi di mistero. Non sempre è facile comprendere se si tratti di simboli, che sottendono cioè un significato riconoscibile a un gruppo di individui, o se rispondano soltanto a un’esigenza pratica, funzionale o addirittura ludica. È il caso delle cosiddette tabulae lusoriae medioevali, incisioni che riproducono i tavolieri di alcuni giochi noti sin dall’antichità: la Triplice Cinta del Filetto, il Tris e l’Alquerque1. Questi graffiti si rinvengono con frequenza lungo le vie di pellegrinaggio spirituale e, fatto ancor più sorprendente, in luoghi di culto2. Come conciliare, dunque, l’aspetto ludico con quello sacro? Eppure, tutte le evidenze suggeriscono come il tavoliere di un gioco da tavola, la Triplice Cinta, abbia assunto nel tempo la valenza di un simbolismo legato alla sfera del divino.

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Da sinistra verso destra, gli schemi della Triplice Cinta, dell’Alquerque e del Tris

Il sacro e il gioco

Sebbene ai nostri giorni appaia netta la distinzione tra l’ambito del sacro e quello del profano, soprattutto in relazione a spazi e tempi delimitati per lo svolgimento delle cerimonie religiose, nell’antichità non era così. Il gioco, invece, era talvolta una componente intrinseca del rito3. Difatti ne seguiva gli stessi principi di codifica e reiterazione – con regole ben definite – e poteva esservi attribuita persino un’efficacia metafisica. Così, i Giochi Panellenici in Grecia, sin dall’VIII secolo a.C., avevano un carattere sacro ed erano officiati per le divinità; a Roma il gioco dei dadi era proibito sin dal 204 a.C.4, tranne che durante i Saturnali5.

Si potrebbero riportare altri esempi ma l’aspetto da sottolineare è che il gioco, in maniera inconscia o manifesta, rappresentasse il riflesso di qualcosa che andava oltre la sfera dell’umano. La vittoria o la sconfitta non si potevano prevedere completamente: gli esiti erano guidati dalla divinità, dalla dea Fortuna, proprio come gli eventi della vita. È proprio questo il senso del sacro, che nella sua origine linguistica indoeuropea vuole dire “separato”, “altro” rispetto a ciò che l’uomo può dominare.

Il gioco del filetto

Nella Roma antica, v’era già l’uso delle tabulae lusoriae come passatempo ludico, ne abbiamo traccia in gran numero presso i resti della Basilica Iulia nel Foro cittadino. Sui gradini dell’edificio vennero incisi tre quadrati concentrici connessi da assi laterali. Era questo il tavoliere del filetto, la cui geometria riproduce pertanto una Triplice Cinta. Il gioco prevedeva l’impiego di nove pedine bianche per un giocatore e altrettante nere per l’altro. Lo scopo era di riuscire a disporre tre pedine in fila, dello stesso colore, ai danni dell’avversario.

Allo stesso tempo, però, rinveniamo la Triplice Cinta in ambienti di culto: presso il Santuario di Minerva a Breno è riemerso un blocco lapideo con inciso il suo tavoliere, e con alcune pedine6. Il manufatto, oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica a Cividate Camuno, è ridotto a un frammento e mostra una certa estemporaneità nella fattura grossolana. Esso non ha ancora la valenza di un simbolo, ma attesta come il gioco fosse contemplato all’interno di un’area sacra così importante.

La genesi del simbolo nel Medioevo

Il gioco del filetto traversò immutato i secoli, soprattutto grazie alla sua semplicità, e di certo era popolarissimo nel Medioevo. Ritroviamo citati i medesimi schemi ludici su manoscritti arabi, come nel Libro dei canti (Kitab al-Aghani) di Abū l-Faraj al-Iṣfahānī del X secolo, e cristiani, dei quali si riporta il Libro de los juegos commissionato da Alfonso X di Castiglia nel 1284, sintomo di una permeabilità tra culture differenti. Non si fatica a immaginare che questo processo sincretico prese forza dalle interazioni tra Occidente e Oriente nel corso delle crociate. E con buona probabilità vi contribuirono in maniera determinate gli ordini cavallereschi di quel tempo, come i Templari. Il sentire religioso dovette coinvolgere anche i giochi con tabulae lusoriae, che in un certo senso divenivano un’allegoria escatologica. La lotta tra bene e male, bianchi e neri, prendeva vita sulla Triplice Cinta come sulla scacchiera. Ecco la genesi del simbolo.

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La Triplice Cinta nel Libro de los juegos, Alfonso X di Castiglia, 1284 circa, F91V, Real Biblioteca de San Lorenzo de El Escorial, Madrid

La Triplice Cinta come simbolo sacro

Un simbolo, infatti, è tale solo se impiegato in un contesto che ne renda l’efficacia, ossia in un luogo dove il suo significato sia condiviso e comprensibile. Ordunque, la Triplice Cinta è così di frequente rinvenuta in luoghi di culto che soltanto in relazione al sacro se ne può comprendere il messaggio7. Solo per rendere l’idea, la rinveniamo presso l’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta, a Fossanova, nel complesso delle Sette Chiese a Bologna, nella cattedrale genovese di San Lorenzo, nel Duomo di Fidenza, su una lapide nel santuario garganico di San Michele… si potrebbe continuare davvero all’infinito.

Vi sono poi altri indizi che suggeriscono come la Triplice Cinta travalicò il semplice uso ludico. In primo luogo molti esemplari sono collocati in chiese e abbazie cistercensi, ma San Bernardo di Chiaravalle era stato chiaro in proposito, “detestantur aleas et scaccos” aveva affermato nel De laude novae militiae8. Inoltre, alcuni schemi sono disegnati su pareti verticali, di certo una posizione poco comoda per l’uso di un tavoliere da gioco. La Triplice Cinta sopravvisse alla moralizzazione dei giochi, e ciò fu possibile solo in quanto simbolo, soltanto alla luce di nuove significazioni sacre che gli venivano attribuite. Come per tanti altri giochi, usanze, festività, certamente essa subì una reinterpretazione in senso cristiano.

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La Triplice Cinta presso il chiostro dell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta

La Triplice Cinta, microcosmo e macrocosmo

Si può intravedere nella ricerca del sacro, sin da tempi immemori, la volontà di rintracciare un ordine superiore che possa regolamentare il mondo, che fornisca una risposta al caos imperante. Nella visione teologica del Medioevo cristiano, Dio è il creatore del cosmo, cioè è colui che ordina la materia9. Sul piano simbolico si poteva esprimere, tale perfezione, attraverso la geometria sacra. Gli schemi geometrici, tracciati in maniera che si potrebbe definire rituale, possedevano proporzioni definite, imitavano l’armonia del creato. Così nella Triplice Cinta era insita l’analogia tra il microcosmo, di cui essa era rappresentazione, e il macrocosmo.

La figura del quadrato, in particolare, con i suoi quattro lati richiamava gli elementi costitutivi dell’universo (acqua, fuoco, terra, aria), i punti cardinali e le stagioni. Ossia, riassumeva i principi fondamentali del creato: la materia, lo spazio e il tempo. Ciò dà ragione del perché la Triplice Cinta venisse spesso incisa all’interno di chiostri abbaziali, la cui architettura su pianta quadrata era frutto della medesima simbologia. Ancora, quattro sono gli esseri che guidavano la Merkavah, il carro di fuoco condotto dallo Spirito di Dio10, figurazione profetica degli evangelisti e della Parola di Dio. Nello schema della Triplice Cinta era implicito il numero tre, richiamo alla Trinità. L’intersezione degli assi laterali, inoltre, non poteva che essere figura della Croce, axis mundi che connetteva idealmente il cosmo a Dio, che collegava la terra al cielo.

Il luogo dell’incontro

Allo stesso tempo la Triplice Cinta, in quanto rappresentazione del cosmo, era anche il luogo dell’incontro con il sacro, lo spazio metafisico in cui si manifestava il divino. Presso il popolo degli Israeliti esisteva un edificio a ciò deputato: il Tempio di Salomone a Gerusalemme celava nel Debir l’Arca dell’Alleanza, lì dove si concretizzava la presenza di Jahvè, la Shekhinah. È interessante leggere la descrizione che del Tempio viene fatta nel Secondo Libro delle Cronache:

[Salomone] “Fece il cortile dei sacerdoti, il gran cortile e le porte di detto cortile, che rivestì di bronzo”.

II Cronache 4,9

Il Primo Libro dei Re aggiunge inoltre che Salomone:

“Costruì il muro di cinta del cortile interno con tre ordini di pietre squadrate e un ordine di travatura di cedro”.

I Re 6,36
Christian van Adrichom, Jerusalem et suburbia eius, 1584. La ricostruzione del Tempio di Salomone riproduce una Triplice Cinta

Le fonti bibliche raccontano che, intorno all’edificio, vi fossero due cortili circoscritti da ordini murari; dunque, considerando anche le sue pareti, una triplice cinta architettonica. Ogni chiesa della cristianità non poteva che rimandare, quantomeno nella simbologia, al Tempio di Salomone, centro sacro che era stato la dimora di Dio. La Cappella Sistina di Roma, per fare un esempio, fu costruita in accordo alle misure dell’edificio come descritte nella Bibbia. La Triplice Cinta, nella sua accezione simbolica di spazio sacro cosmico, era forse proprio una raffigurazione del Tempio salomonico.

Una ricostruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme, Museo d’Israele. Il Tempio di Gerusalemme fu edificato una prima volta ad opera del Re Salomone. Fatto distruggere da Nabucodonosor nel 586 a.C, fu ricostruito al ritorno degli esuli israeliti da Babilonia. Infine fu definitivamente distrutto da Tito nel 70 d.C.

La Triplice Cinta e la Gerusalemme Celeste

In maniera speculare anche la Gerusalemme Celeste, di cui il templum cristiano era la prefigurazione in terra, è descritta da San Giovanni nell’Apocalisse simile a una Triplice Cinta:

“Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

“La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza”.

Libro dell’Apocalisse 21,3; 21,12-16

Questa ambivalenza della Triplice Cinta, espressione di un luogo al contempo terrestre e celeste, si spiega proprio in relazione alla corrispondenza tra il tempio cristiano, che accoglie la chiesa pellegrina in terra, e la Gerusalemme Celeste, la quale ospiterà l’assemblea alla fine dei tempi. Nel passo biblico si noti il ricorrere del numero dodici. Esso indica la totalità delle cose, ossia l’umanità tutta: è il cosmo intero che deve ricongiungersi a Dio. Non vi sarà più bisogno per l’uomo di un luogo deputato all’incontro con il trascendente, come il Tempio di Salomone a Gerusalemme, giacché in cielo la presenza divina è per l’eternità. Come descritto da Giovanni, nella Triplice Cinta i quadrati concentrici orientano i lati in direzione di ciascun punto cardinale, e in totale sono dodici.

La Triplice Cinta, nella su accezione simbolica, sanciva dunque la sacralizzazione di un luogo. Come un sigillum impresso nella pietra essa invocava la presenza divina, prefigurava la Gerusalemme spirituale nel tempio materiale sulla terra.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. S. Centonze, La Triplice Cinta, il Tris e l’Alquerque da tabulae lusoriae a simboli di pellegrinaggio – Schede di Censimento, in “MATHERA”, anno IV n. 12, del 21 giugno 2020, Antros, Matera. ↩︎
  2. G. Barrella, La Triplice Cinta nella Daunia, V convegno nazionale – Mergozzo Centro Studi Triplice Cinta, 17 – 18 ottobre 2020. Il relatore riporta che il 72% delle tabulae lusoriae rinvenute si trovino in chiese, eremi, grotte, santuari e abbazie. ↩︎
  3. M. Riemschneider, Riti e giochi nel mondo antico, Convivio, 1991. ↩︎
  4. G. Rotondi, Leges publicae populi Romani. Elenco cronologico con una introduzione sull’attività legislativa dei comizi romani, in Enciclopedia Giuridica Italiana, Milano, Società editrice libraria, 1912. ↩︎
  5. Luciano di Samosata, Saturnalia, II secolo d.C. ↩︎
  6. S. Solano, Una tabula lusoria e pedine da gioco dal santuario di Minerva a Breno (BS), in C. Lambrugo, F. Slavazzi, A.M. Fedeli, I materiali della Collezione Archeologica“Giulio Sambon” di Milano, All’Insegna del Giglio s.a.s., Firenze 2015. ↩︎
  7. M. Uberti, G. Coluzzi, I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Eremon Edizioni, 2008. ↩︎
  8. Bernardo di Chiaravalle, De laude novae militiae ad Milites Templi, IV, 7. ↩︎
  9. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, 1265-1273. ↩︎
  10. Libro di Ezechiele 3. ↩︎
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