La ricerca del Santo Graal, il calice di Cristo

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Sacro contenitore, mistico oggetto della fede, ma anche pietra magica, tesoro di conoscenza, cuore dell’uomo: cosa sia il Santo Graal nessuno può saperlo. Esso sfugge all’intelletto, come solo il mistero sfugge. Molti sono coloro che ne hanno intrapreso la ricerca, sempre seguendo tracce labili, inafferrabili come l’incanto di una leggenda al limitare del crepuscolo. Il Graal appartiene a una dimensione di confine tra il conoscibile e l’arcano, tra la materia e l’idea. Al pari di uno specchio, esso è mito che riflette la realtà e, in quanto racconto, l’abbellisce e la distorce, rendendola inaccessibile all’uomo. “La ricerca del Santo Graal è la ricerca dei segreti di Dio, inconoscibili senza la grazia”, scrisse Étienne Gilson1, esprimendone così l’essenza trascendente.

La letteratura del Santo Graal

Non può esserci Graal, dunque, senza una ricerca interiore, senza una domanda rivelatrice che disveli la via della rettitudine. È così per il Perceval di Chrétien de Troyes2, antieroe inconsapevole che giunge alla corte del Re Pescatore, sovrano malato e con il regno in rovina. Qui, il giovane cavaliere assiste a una scena misteriosa: un valletto trasporta una lancia sanguinante e, soprattutto, un “graal antre ses deus mains une dameisele tenoit“. Un graal tra le sue due mani una damigella teneva, e Perceval non poteva sapere che la guarigione del re fosse legata a quell’oggetto. Solo colui che, con cuore puro, avesse domandato la funzione della coppa, avrebbe potuto liberarlo dal male che l’affliggeva. Ma Perceval sceglie invece il silenzio dettato dalla cortesia e condanna per sempre il Re Pescatore alla sua infermità.

“Il giovane le vide passare, ma non osò chiedere a chi venisse servito il Graal, perché ancora aveva nel cuore le parole del saggio signor di Gorneman, credendo di avere danno – io spesso ho sentito dire che si può sbagliare nel troppo parlare, ma anche nel troppo tacere – così bene o male che per lui fosse non chiese nulla”.

Chrétien de Troyes, Il racconto del Graal, traduzione a cura di Davide Grassi.
Perceval e il Re Pescatore
Perceval giunge al Castello del Re Pescatore, Perceval ou le conte du Graal (1330), Chrétien de Troyes, Bibliothèque nationale de France, 12577, fol. 18v

Il Perceval di Chrétien de Troyes

Le Roman de Perceval ou le conte du Graal del francese Chrétien de Troyes, redatto tra il 1175-1190 per Filippo d’Alsazia, conte di Fiandra, e rimasto incompiuto, è la prima attestazione letteraria del Graal. Il racconto godrà di enorme fortuna negli anni a venire: il tema sarà ripreso da numerosi autori che tenteranno di completarlo; si contano almeno quattro continuazioni apocrife. Il Graal di cui narra Chrétien de Troyes è tuttavia ancora privo degli attributi storici che gli verranno conferiti in seguito. L’autore riferisce, infatti, di un graal, cioè di un generico recipiente di forma piatta. Questo fatto si evince dall’etimologia stessa del termine francese, che poggia le basi sul latino medievale gradalis3.

Certo, si tratta pur sempre di una coppa che “sprigionava una luce così forte che le candele perdevano la loro luminosità, come le stelle quando si leva il sole o la luna” e la quale “era di oro fino e di smeraldo, aveva pietre preziose di varia qualità, delle più ricche e delle più care che ci possano essere nel mare e nella terra”4. Il Graal del Perceval è già associato a un potere divino, e nel corso del racconto si scopre che esso contiene un’ostia sacra, unico sostentamento materiale del padre del Re Pescatore.

“E non pensiate che vi portino lucci o lamprede o salmoni; con una sola ostia che gli portano in quel Graal lo sappiamo, sostiene e conforta la sua vita, tanto il Graal è santa cosa”.

Chrétien de Troyes, Il racconto del Graal, traduzione a cura di Mariantonia Liborio. In Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, Milano, Mondadori, 2005.
La processione del Graal nel Perceval
La Processione del Graal, Perceval ou le conte du Graal (1330), Chrétien de Troyes, Bibliothèque nationale de France, 12577, fol. 18v

La sainte chose

In Chrétien de Troyes, la sainte chose è perciò il contenuto del Graal e non il recipiente, che corrisponde a un oggetto d’uso quotidiano. Ma il misterioso gradale è lì per una ragione: deve suscitare curiosità in Perceval affinché, attraverso la domanda, egli possa crescere come uomo. Il messaggio che Chrétien de Troyes vuole lasciare ai posteri è sociale, antropologico. L’infermità del Re Pescatore è la metafora che esprime il male del suo tempo, ossia la vacuità dei valori cavallereschi fini a se stessi, delle azioni umane condotte senza la grazia divina. Perceval è infatti muto giacché schiavo del peccato. Egli deve superare numerose prove, subisce una maturazione personale che lo aiuta a comprendere i valori della ragione, dell’amor cortese e la lealtà in battaglia, ma soprattutto a ricevere la rivelazione cristiana. L’eroe è chiamato ad abbandonare i vizi della cavalleria terrena per abbracciare i santi principii della cavalleria celeste.

Le origini celtiche del mito

Chrétien de Troyes sembra attingere da antiche reminiscenze della mitologia celtica5 e, in particolar modo, alla materia di Bretagna che si era diffusa nei decenni precedenti. Goffredo di Monmouth, nella sua Historia Regum Britanniae, aveva già legittimato l’ascendenza mitica del regno bretone: Artù è il leggendario eroe celtico che doma i Sassoni dopo la caduta di Roma. Tralasciando le interpretazioni politiche che sottendono l’opera – Goffredo scriveva alla corte dei Plantageneti – si scorge qui una continuità narrativa con la corposa tradizione preesistente.

Il Calderone di Dagda e la Lancia di Lúg erano alcuni dei tesori che, si credeva, i leggendari antenati Túatha Dé Danann portarono in Irlanda quando colonizzarono questa terra6. In particolare, la pentola del dio celtico possedeva già in potenza gli attributi che saranno propri del Graal, quale dispensatrice di abbondanza e conoscenza, capace finanche di resuscitare i morti in battaglia7. La lancia magica, invece, non cessava mai di sanguinare: è quanto veduto da Perceval nel castello del Re Pescatore.

Nei racconti irlandesi, infine, i Túatha Dé Danann possedevano altri due magici tesori, chiamati Spada di Luce e Pietra del Destino8, che ispireranno le opere successive della letteratura del Graal. Il simbolo della prima, in particolare, ricorrerà in tutto il ciclo arturiano: nel Merlino di Robert de Boron (inizi del XIII secolo), il giovane Artù diventa re allorché estrae una spada dalla roccia9.

Il Parzival di von Eschenbach e il lapsit exillis

Di pochi decenni successivo all’opera di Chrétien de Troyes è il Parzival di Wolfram von Eschenbach (1200-1205). L’autore tedesco attinge dai racconti cavallereschi dell’epoca, ma rielaborandoli in maniera critica. Come si può intuire, l’opera di von Eschenbach, primo vero bildungsroman della letteratura tedesca, si ispira anche al Perceval di Chrétien de Troyes. Ne ricalca alcuni passi, pur con spunti narrativi nuovi e, allo stesso tempo, vuole prenderne le distanze, forse per rivendicare l’originalità del suo scritto:

“Maestro Chrétien de Troyes ha raccontato questa storia, ma alterandola; e Kyot, che ci trasmise il racconto veridico, a buon diritto se ne adonta. […] Dalla Provenza questo racconto è giunto, nella sua autentica forma, in terra tedesca; ci fa conoscere l’evolversi dell’avventura. Quanto a me, Wolfram von Eschenbach, non voglio riportar niente di più di ciò che il maestro provenzale ci ha narrato”.

Wolfram von Eschenbach, Parzival, traduzione a cura di Francesco Zambon. In Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, Milano, Mondadori, 2005.
Il Parzifal di Wolfram von Eschenbach
Il Parzival di Wolfram von Eschenbach in un manoscritto della bottega di Diebold Lauber (1443-1446), Cod. Pal. germ. 339.

Non entreremo nel merito delle differenze tra gli scritti dei due autori, ma ci limiteremo ad affrontare quanto concerne il Graal. Nel poema di von Eschenbach esso non è un piatto, ma una pietra dai poteri miracolosi10, il lapsit exillis. Tanto si è discusso su questo termine, che dai più viene fatto derivare dal latino lapis ex coelis. Gioiello caduto dal cielo, dunque, durante il combattimento tra Lucifero e le schiere celesti dell’arcangelo Michele.

“Gli angeli nobili e buoni che non presero partito né per l’uno né per l’altra, quando Lucifero e la Trinità vennero tra loro a contesa, dovettero scendere giù sulla terra e restare a custodia di questa pietra”.

Wolfram von Eschenbach, Parzival, traduzione di G. Bianchessi, in I grandi scrittori stranieri, Utet, Torino, 1957.

I templari di von Eschenbach

Anche il Graal di von Eschenbach non ha attributi cristologici e, in verità, nemmeno mistici. Esso è un mero oggetto che ha la funzione di elargire il nutrimento necessario a chi lo possiede, assicurando la giovinezza eterna. L’elemento spirituale, come in Chrétien de Troyes, è conferito per intervento divino e non è intrinseco del Graal. Si racconta che il venerdì santo una colomba vi posasse sopra un’ostia consacrata. I custodi della pietra sacra sono definiti “templari”, nome evocativo del famoso Ordine cavalleresco di Gerusalemme, ma l’associazione è lungi dall’essere dimostrata. È possibile che von Eschenbach volesse semplicemente attribuire a tali Cavalieri la custodia del tempio del Graal, cioè il castello di Munsalwaesche11. Era questa la dimora del Re Pescatore Anfortas, il cui nome volutamente ricorda il francese antico enferté, ossia infermità.

“A Munsalwaesche, presso il Gral, sta una schiera armata di cavalieri; questi templari sono soliti fare molte sortite a cavallo, per avventura […] essi vivono d’una pietra, e questa è d’una sorta purissima. Se nulla ne sapete, ecco, vi dico io il nome: si chiama lapsit exillis. […] La pietra è anche chiamata col nome di Gral”. […] Oggi è il Venerdì Santo, il giorno in cui infallantemente s’aspetta che una colomba si stacchi a volo dal cielo; e questa reca una piccola ostia bianca e la lascia sopra la pietra”.

Wolfram von Eschenbach, Parzival, traduzione di G. Bianchessi, in I grandi scrittori stranieri, Utet, Torino, 1957.

La domanda salvifica

Von Eschenbach porta a termine la vicenda di Parzifal, a differenza di quanto accade nell’opera incompiuta di Chrétien de Troyes. Un saggio eremita, impersonato qui dallo zio Trevrizent, disvela al cavaliere gli errori commessi, primo fra tutti il silenzio. Come nel romanzo francese, il Re Pescatore può guarire dalla sua infermità solo udendo la domanda sul Graal, ma Parzifal preferisce tacere, si limita a osservare quella strana processione in cui una fanciulla, Repanse de Schoie (“pensiero di felicità”), regge il lapsit exillis. Egli deve quindi rimediare alla nefasta mancanza: messosi alla ricerca del Graal e giunto di nuovo al cospetto di Anfortas, finalmente pone al Re la domanda salvifica: “Zio, cosa ti affligge?”. Così facendo, diviene egli stesso l’erede al trono.

Robert de Boron e il calice di Cristo

Il Graal come lo immaginiamo oggi, ovvero il calice usato da Cristo durante l’Ultima Cena, è frutto dell’opera di Robert de Boron, in particolare di quanto narrato nella sua trilogia Le livre du Graal (1191-1212)12. Nella prima parte del racconto, il Joseph d’Arimathie, Robert de Boron rivela che la reliquia corrisponde al vaso utilizzato da Cristo, a casa di Simone, durante l’Ultima Cena.

Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”.

Matteo 26, 27-29.
Ultima cena di Rubens
Rubens, L’Ultima Cena, dettaglio con il calice eucaristico. Pinacoteca di Brera, Milano

Il Joseph d’Arimathie

L’autore introduce nel ciclo letterario la figura di Giuseppe d’Arimatea, di certo sulla base di un testo apocrifo del II secolo, noto come Vangelo di Nicodemo. Nei Vangeli canonici, Giuseppe è un membro del sinedrio di Gerusalemme, ma soprattutto è colui che depone Cristo dalla croce. Secondo il racconto di De Boron, quegli si fece consegnare da Pilato il sacro vaso, e vi raccolse il sangue del Figlio di Dio che Longino aveva fatto sgorgare con la sua lancia. Giuseppe d’Arimatea diventa pertanto il primo custode del Graal e sarà lo stesso Gesù, in una visione, a confermarglielo:

“Sarai tu a custodirlo e, dopo di te, colui al quale lo affiderai. Sarai un buon custode, Giuseppe, ma dovrai affidarlo soltanto a tre persone, che lo riceveranno in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo;”.

Robert de Boron, Le livre du Graal, traduzione a cura di Francesco Zambon. In Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, Milano, Mondadori, 2005.

Il Graal come reliquia cristiana

In tal modo, Robert de Boron getta le fondamenta di quel fortunato topos letterario giunto sino ai nostri giorni. Il Graal diventa la reliquia per eccellenza, sacro cimelio dal valore inestimabile che racchiude in sé l’essenza stessa del Cristianesimo. Il calice, infatti, è un segno eucaristico, è lo strumento con il quale, la sera del Giovedì Santo, Cristo aveva annunciato il mistero della redenzione.

“Non voglio nascondervelo chi vorrà dargli il suo vero nome lo chiamerà con ragione Graal, perché nessuno, credo, vedrà il Graal senza che esso gli aggradi; piace ed è gradito a tutti gli abitanti di questo paese. Coloro i quali possono stargli vicino e godere della sua presenza provano delizia nel vederlo; provano la stessa felicità di un pesce che dopo essere stato afferrato da qualcuno, riesce a sfuggire dalla mano e a rituffarsi nell’acqua profonda”.

Robert de Boron, Le livre du Graal, traduzione a cura di Francesco Zambon. In Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, Milano, Mondadori, 2005.

Per questo motivo, Giuseppe d’Arimatea deve officiare ogni giorno il servizio del Graal, una rappresentazione dell’Ultima Cena.

Capitello con il Graal a Valvisciolo
Una raffigurazione del Santo Graal su un capitello del chiostro dell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta

Il Merlin e il Perceval

Le Livre du Graal di Robert de Boron prosegue con il Merlin e quindi con il Perceval. Qui ritroviamo molti elementi che saranno propri del ciclo letterario di Bretagna. Merlino, infatti, ha il compito di tramandare le vicende del Graal ai posteri e ai re ed è lui che istituisce la Tavola Rotonda, riservata ai cavalieri più valorosi. Ma una sedia, sulla quale incombe una terribile maledizione, deve sempre rimanere vacante: è il simbolo del posto occupato da Giuda durante l’Ultima Cena. Tuttavia, Artù, divenuto re dopo aver estratto la spada dalla roccia, consente a Perceval di sedersi su di essa. In quel momento un urlo agghiacciante si leva tra i cavalieri e la pietra della Tavola Rotonda si spacca: il regno di Artù non avrà più pace finché Perceval non avrà trovato il Graal e guarito il Re Pescatore!

“Quando si sarà innalzato sopra tutti gli altri e sarà stato riconosciuto come il miglior cavaliere del mondo, Dio lo condurrà alla dimora del ricco Re pescatore. E quando avrà domandato a cosa serve il Graal e chi viene servito con esso, allora il Re Pescatore guarirà, la pietra della Tavola Rotonda si salderà e si dissolveranno gli incantesimi che gravano attualmente sulla terra di Bretagna”.

Robert de Boron, Le livre du Graal, traduzione a cura di Francesco Zambon. In Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, Milano, Mondadori, 2005.
Il Graal e i cavalieri della Tavola Rotonda
Re Artù, il Graal e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Miniatura francese del XV secolo di Évrard d’Espinques, da Lancelot en prose, Français 116, di Robert de Boron, Bibliothèque nationale de France

La Queste del Graal: il ciclo bretone

Con l’opera di Robert de Boron, realtà e mito si fondono: se il Graal era davvero il sacro contenitore dell’Ultima Cena e aveva ricevuto il sangue del figlio di Dio, allora doveva certamente possedere poteri eccezionali e chiunque l’avesse trovato avrebbe ricevuto in dono la vita eterna…

Il Graal, pertanto, trascende la sua natura di mero oggetto per diventare una metafora escatologica. Esso si trasforma nell’immagine della grazia divina che redime l’umanità. La salvezza dell’anima, tuttavia, è un dono che spetta all’uomo meritevole: solo chi persegue la virtù può raggiungere la vita eterna. A partire dal XIII secolo, si sviluppa un ampio filone di racconti incentrati sulla ricerca del Graal. Tale è la Queste del cavaliere valoroso, incarnazione dell’eroe medievale che, nel cercare il sacro calice, è chiamato a trovare innanzitutto se stesso.

I romanzi francesi del Lancillotto in prosa e del ciclo arturiano esprimono appieno questo ordine morale, che trova riscontro negli ambienti monastici cluniacensi e cistercensi dell’epoca. Il fiorire di molteplici narrazioni fantastiche è espressione di un sentire religioso dirompente, che eleva lo spirito dell’uomo attraverso il compimento di una missio: Artù estrae la spada dalla roccia, Lancillotto libera Ginevra dalla prigione del castello di Meleagant e i Cavalieri della Tavola Rotonda intraprendono la Queste del Saint Graal. È sulla base di questo substrato, attraverso una rielaborazione di tutti i precedenti testi, che l’inglese Thomas Malory scrisse La morte di Artù (1485 circa), forse il romanzo che più ha contribuito a imprimere nell’immaginario collettivo le vicende del Graal.

L'archivolto della Porta dei Leoni di Bari
L’archivolto della Porta dei Leoni di Bari con una raffigurazione cavalleresca del ciclo arturiano. Opera di magister Basilio del XII secolo

La ricerca storica del Graal

Sulla base dell’ampio filone letterario, sviluppatosi a partire dal XIII secolo, che identificava il Santo Graal con il calice di Cristo, la Queste è stata trasposta sul piano della realtà. Se la reliquia, infatti, corrisponde a un oggetto esistito davvero, perché non tentare di ritrovarlo? Questa, in buona sostanza, è l’idea che ha animato la ricerca storica del Graal. Certo, è facile intuire quanto possano essere labili le tracce di una reliquia risalente a duemila anni fa, soprattutto in campo archeologico. Così, si sono sviluppate molte piste, indagini parallele, tutte in qualche modo verosimili: se tutti coloro che cercano il Graal dicessero il vero, non avremmo uno, ma centinaia di Graal.

Il Santo Graal a Gerusalemme

In accordo con i Vangeli canonici, redatti nella seconda metà del I secolo, il Graal si trovava a Gerusalemme, il luogo della crocifissione. Dunque, la ricerca del santo calice deve logicamente iniziare da qui, ma per secoli non si ha alcuna menzione della presenza del manufatto in questa città. Il Graal, infatti, è citato per la prima volta in una fonte storica tarda del VII secolo13, una cronaca del pellegrino Arculfo, che si recava a Gerusalemme dalle Isole Britanniche:

Tra la basilica del Golgota e il luogo del Martirio, si trova una cappella in cui è custodito il calice del Signore, che egli benedisse con le proprie mani e diede agli Apostoli quando sedeva alla cena il giorno precedente il suo supplizio. Il calice è d’argento, ha la dimensione di una pinta gallica e ha due maniglie lavorate su ciascun lato… Dopo la Resurrezione, il Signore bevve da questo stesso calice, secondo quando indicato alla cena con gli apostoli. Il santo Arculfo lo vide e attraverso un’apertura del reliquiario dove era riposto, egli lo toccò con mano propria“.

Richard Barber, Graal, Piemme, 2004.

Si tratta di un indizio storico piuttosto debole: la testimonianza di Arculfo è di molto successiva agli eventi della Passione di Cristo e non abbiamo altre prove per accertare che il calice veduto dal vescovo fosse proprio quello originale. Della reliquia non si fa menzione neppure in seguito, fatto quanto meno sospetto. Inoltre, se il Graal fosse stato d’argento, come descritto nel racconto, certamente di ciò avremmo trovato un accenno nella letteratura e nei romanzi cavallereschi dedicati a esso.

Il Sacro Catino di Genova

Invece, è interessante notare la scelta, tanto di Chrétien de Troyes quanto di autori successivi, di descrivere un Graal composto di gioielli e, in particolar modo, di smeraldo. Doveva sicuramente esserci una tradizione orale che legava la sacra reliquia a tale gemma e, forse, anche un fondamento storico. Guglielmo di Tiro racconta del ritrovamento di un prezioso vaso color smeraldo (“vas coloris viridissimi, in modum parapsidis formatum“) da parte delle truppe Genovesi di Guglielmo Embriaco durante l’assedio di Cesarea del 110114. Per l’arcivescovo di Toledo Rodrigo Jiménez de Rada, invece, esso proveniva da Almeria, conquistata dai Genovesi nel 114715. Si tratta di quel Sacro Catino che oggi è preservato al Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo a Genova.

Il Sacro Catino di Genova, un tempo creduto il Graal
Il Sacro Catino di Genova

Il manufatto ha la forma di una coppa esagonale molto schiacciata, tanto da rassomigliare a una pietra, come il lapsit exillis. E soprattutto, per secoli si è creduto che fosse il Graal originale, ipotesi suggerita da Jacopo da Varagine nella sua Cronaca di Genova16, non senza trascendere nel mito. Oggi sappiamo che non è così. Il Sacro Catino fu infatti prelevato dalle truppe napoleoniche in seguito all’annessione di Genova nel 1805 e condotto a Parigi. Quando, nel 1816, fu restituito ai genovesi, purtroppo rotto in più pezzi, si scoprì che era costituto di pasta vitrea. L’ipotesi oggi ritenuta più plausibile è che esso sia un manufatto del X-XII secolo, realizzato da artigiani di area fatimida17.

Il Santo Cáliz di Valencia

Un altro candidato al Graal che vanta, a onor del vero, maggiori pretese di autenticità, è il cosiddetto calice di Valencia. Nella Cattedrale della città spagnola, in un’apposita cappella dedicata, è conservato un manufatto prezioso. Esso consta di una coppa levigata di agata rossa, realizzata in ambito egiziano o palestinese verosimilmente tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C.18 e di integrazioni successive. Queste ultime comprendono un basamento a piatto rovesciato in calcedonio, di maestranze arabe del X-XI secolo, e un fusto d’oro esagonale, con nodo e anse laterali, aggiunto nel Medioevo, così come i rubini, gli smeraldi e le perle che lo adornano.

Il Santo Cáliz di Valencia, replica
Una replica del Santo Cáliz di Valencia nel Monasterio de San Pedro el Viejo a Huesca19

Il calice di San Lorenzo

Secondo la tradizione, il calice di Valencia fu portato a Roma da San Pietro. Poi, durante le persecuzioni di Valeriano, con esattezza nel 258, papa Sisto II lo affidò a San Lorenzo per preservarlo dalla distruzione20. Di certo, la leggenda interpreta le fonti agiografiche sulla vita del Santo, tra cui il noto De officiis ministrorum di Ambrogio, che ne attesta effettivamente data e luogo del martirio21. Ciò che concerne il Graal, invece, è puro racconto: si tramanda che San Lorenzo inviò il calice a Huesca, sua città natale, prima di essere martirizzato.

La leggenda narra che il manufatto fu poi custodito nei Pirenei dal 713, per volontà del vescovo Acisclo, quando i musulmani conquistarono la Penisola iberica. Quindi venne riportato a Huesca. Ora, un documento ne attesta la presenza nel monastero di San Juan de la Peña nell’XI-XII secolo22. Nel 1399 il Santo Cáliz compare tra i beni del re d’Aragona Martino I, come attestato da un atto del palazzo reale di Barcellona23. Infine, fu Alfonso il Magnanimo24 a portare la reliquia nella Cattedrale di Valencia, dove è custodita dal 1437.

Il Santo Cáliz di Valencia, Juan de Juanes
Juan de Juanes, El Salvador, olio su tavola, 1545-1550, Museo del Prado di Madrid. Si noti la raffigurazione del Santo Cáliz di Valencia

Secondo un altro ramo della stessa leggenda, il manufatto tornò a Roma qualche tempo dopo il martirio di San Lorenzo. Per lo studioso Alfredo Barbagallo, il Graal fu nascosto nelle catacombe di Ciriaca, collocate sotto la Basilica di San Lorenzo al Verano, ossia sul luogo della sepoltura del santo25.

Il Santo Graal in Gran Bretagna

La tradizione che vede in Giuseppe d’Arimatea il primo a evangelizzare la Gran Bretagna, portando con sé il Santo Graal, è un topos medievale. Essa ha origine da un espediente narrativo ideato dai monaci di Glastonbury per conferire prestigio alla loro Abbazia. Le vicende di Giuseppe d’Arimatea in Bretagna si diffusero, pertanto, non prima del XII-XIII secolo, attraverso alcune interpolazioni del De Antiquitate Glastonie Ecclesie di Guglielmo di Malmesbury (1129-1139)26. In maniera altrettanto mitica venne strumentalizzata la figura di Artù.

Nel 1184, l’Abbazia di Glastonbury fu colpita da un grave incendio e i religiosi si risollevarono dalla conseguente crisi economica grazie a un – presunto – evento provvidenziale: il ritrovamento della tomba di Artù e della moglie Ginevra. La scoperta suggerì che qui si celasse la famosa Avalon27, garantendo al monastero un enorme afflusso di pellegrini. Le storie di Artù erano state narrate sin dal VI secolo, come nel De excidio et conquestu Britanniae di Gildas il Saggio, e nel XII secolo il sovrano apparteneva già saldamente all’epos britannico: le sue gesta erano state cantate nell’Historia Brittonum di Nennio (IX secolo), negli Annales Cambriae (X secolo) e infine nella nota Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1135-1137). Questo corpus narrativo troverà infine il suo coronamento nell’opera di Robert de Boron: il Graal è l’elemento divino che guida la storia della Bretagna, da Giuseppe d’Arimatea a re Artù.

Giuseppe d’Arimatea possedeva davvero il Graal?

La leggenda di Giuseppe d’Arimatea in Gran Bretagna è così diffusa nell’immaginario popolare che persino Cesare Baronio ne riporta alcuni tratti negli Annales Ecclesiastici, opera magna della storia della Chiesa, composta a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. Baronio fornisce precisi riferimenti temporali e geografici. Egli afferma che Giuseppe, diretto in Inghilterra per predicare il Vangelo, si fermò a Marsiglia nel 35 d.C.

Tuttavia, nessuna fonte storica, e ancor meno quella biblica, riferisce espressamente che il sacro calice fu consegnato a Giuseppe d’Arimatea. I Vangeli canonici si limitano ad affermare che l’uomo prese in consegna soltanto il corpo di Cristo:

Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù“.

Mc 15, 42-43.

Pertanto, se anche Giuseppe d’Arimatea visse davvero in Gran Bretagna, come vuole il mito agiografico, non è detto che il Graal storico sia mai arrivato in quella terra.

Pietro Perugino, Compianto sul Cristo morto
Pietro Perugino, Compianto sul Cristo morto, 1495, Galleria Palatina di Firenze. Il personaggio in basso a destra è Giuseppe d’Arimatea.

I luoghi del Graal

Sempre a partire dalle stesse premesse, la ricerca storica del Graal ha assunto col tempo una dimensione locale: sono tantissimi i luoghi che ne rivendicano, ovviamente, il solo nascondiglio. Il sacro calice, infatti, non si trova mai, e pertanto ogni paese, città o regione è suo possibile custode.

Ad Aquileia

Lo troviamo così sepolto da qualche parte ad Aquileia, insieme all’introvabile tesoro del Patriarcato. Si narra che, al sopraggiungere delle orde di Alarico nel 40128, le ingenti ricchezze della Chiesa locale furono nascoste e da allora non sono mai più state ritrovate. Tra queste vi sarebbe anche il Graal, che Giuseppe d’Arimatea aveva portato in questo luogo mentre era in fuga dalle persecuzioni dei primi cristiani in Terra Santa.

Nella soffitta di un’abitazione privata a Rugby, in Inghilterra

L’inglese Graham Phillips sostiene di aver ritrovato il Santo Graal in una soffitta a Rugby, basandosi sulla ricostruzione di alberi genealogici29. Secondo l’autore dello studio, la proprietaria del vano, Victoria Palmer, discende da una famiglia di re gallesi, i Powys, che avrebbero ricevuto in dono il Graal nel 1100. Questo sarebbe stato rinvenuto all’interno del sepolcro di Gesù da Elena, la madre dell’imperatore Costantino.

A Castel del Monte

Secondo un’altra leggenda, Federico II di Svevia entrò in possesso del Graal durante il periodo di dominio cristiano a Gerusalemme. L’imperatore avrebbe quindi nascosto la reliquia all’interno di Castel del Monte ad Andria, edificio da lui voluto, la cui forma ottagonale ricorda quella di un calice cristiano.

Veduta di Castel del Monte, uno dei possibili nascondigli del Graal
Castel del Monte

Nella Basilica di Collemaggio all’Aquila

Di Celestino V si narrano molte cose: si sa che fu un eremita molto povero, eppure riuscì a far costruire una basilica imponente a Collemaggio, all’Aquila; fu poi papa per un brevissimo periodo, dall’aprile del 1292 al dicembre del 1294, quando decise di rinunciare al soglio pontificio per ritrovare la tranquillità perduta. Circolano anche molte dicerie misteriose sui suoi rapporti con l’ordine dei Templari30. È possibile che Celestino abbia conosciuto il Gran Maestro Guillaume de Beaujeu durante il Concilio II di Lione, dove si era recato per chiedere a papa Gregorio X l’approvazione della sua congregazione. Una leggenda asserisce che i Cavalieri Templari abbiano finanziato la costruzione della Basilica di Collemaggio in cambio della custodia, in tale Basilica, di una straordinaria reliquia proveniente da Gerusalemme…

Nell’Eremo di Montesiepi in Toscana

L’Inquisitio in partibus, contenente gli atti del processo di canonizzazione del 118531, narra la vita di Galgano Guidotti, un cavaliere di nobili origini nato a Chiusdino tra il 1148 e il 1150. Ebbene, Galgano si convertì in seguito a una visione mistica e, con gesto risoluto, conficcò la sua spada in una roccia: si tratta della reliquia ancora oggi custodita nell’Eremo di Montesiepi a Chiusdino.

“E sguainata la spada, non essendo in grado di fare una croce dal legno, piantò subito la stessa spada in terra, come croce. Ed essa, per virtù divina, si saldò in modo tale che né lui né altri, con qualunque sforzo, fino ad ora poterono mai estrarre”.

Inquisitio in partibus, 1185
La spada nella roccia di San Galgano
La spada nella roccia nell’Eremo di Montesiepi

Ci sono alcune somiglianze tra l’agiografia e la materia di Bretagna, prima fra tutte il gesto evocativo di Galgano, Artù rovesciato, che anziché estrarre la spada dalla roccia, ve la conficca. Da qui l’idea che il Santo Graal si trovi a Chiusdino, luogo in cui è altresì attestata la presenza dei Cavalieri Templari.

Nella Basilica di San Nicola a Bari

Il 9 maggio 1087 le spoglie di San Nicola, vescovo di Myra, fecero il loro ingresso a Bari, trasportate da un nutrito gruppo di marinai. I resti del santo erano stati prelevati attraverso una missione segreta in Asia Minore, il cui mandante era papa Gregorio VII, che negli anni seguenti ordinò la costruzione della famosa basilica cittadina. Secondo una tradizione popolare, i marinai di Bari trovarono a Myra anche un calice prezioso, identificato con il Santo Graal.

La basilica di San Nicola a Bari
La Basilica di San Nicola a Bari

Esso sarebbe conservato nella Basilica di San Nicola, come suggerito da alcuni indizi: una riproduzione della Lancia di Longino, gli elementi scultorei della Porta dei Leoni, dove sono rappresentati i Cavalieri della Tavola Rotonda di re Artù, e una misteriosa scritta in latino incisa su un altare del transetto destro, che ancora nessuno è riuscito a decifrare. Vincenzo dell’Aere ha fornito un’interpretazione di quest’ultima in relazione alla presenza del Graal: “La cassa e lo scrigno provenienti dalla cripta di Mira ed il gradale proveniente dal sacello dell’Eterno di Galgano sono qui nascosti” [Arca testa tecta a cripta in Mira et gradale a sacel(lo) in Galva(ni) sepulcr(o)]32. C’è da dire che esiste quantomeno un’analogia simbolica tra la figura di San Nicola, dispensatore di doni e cure, e il Graal della letteratura medioevale, che ha il medesimo potere.   

Il criptogramma della basilica di San Nicola a Bari
La scritta misteriosa, tratta dal volantino del concorso nazionale “criptogramma dell’altare d’argento della basilica di S. Nicola a Bari” indetto per la sua decifrazione

Il Santo Graal e i Templari

Un altro filone di ricerca, a metà tra la realtà e il mito, afferma che il Santo Graal sia stato ritrovato dai Cavalieri Templari a Gerusalemme e quindi trasportato in Francia. Tuttavia, al momento dello scioglimento dell’Ordine (1312-1314), esso fu riposto in un luogo sicuro per evitare che cadesse nelle mani di Filippo il Bello. D’altronde, è probabile che un nutrito gruppo di Templari sia riuscito a fuggire oltremanica durante le persecuzioni del re di Francia, come concesso da Clemente V all’indomani del processo di Chinon32. Secondo alcuni studiosi, il Santo Graal sarebbe stato dunque trasportato in Scozia, all’interno della cappella di Rosslyn di William Sinclair33, famosa per le due colonne dette “del maestro” e “dell’apprendista”.

Un’altra leggenda legata ai Cavalieri Templari vuole che il calice si trovi dentro un impenetrabile pozzo (“money pit”) sull’isola di Oak, nella Nuova Scozia34. Il principe Henry Sinclair avrebbe commissionato una flotta ai Templari sopravvissuti alla persecuzione di Filippo il Bello. Essi, sotto il comando di Antonio Zeno, avrebbero raggiunto l’America… un secolo prima di Cristoforo Colombo. Ciò spiegherebbe perché la Croce Patente si trovasse sulle vele delle caravelle Niña, Pinta e Santa Maria, come indicato in una xilografia illustrativa del 1493 che accompagna la lettera del navigatore genovese detta De insulis in mari Indico nuper inventis.

Cristoforo Colombo, De insulis in mari Indico nuper inventis
Xilografia stampata a Basilea nel 1493 a corredo della lettera di Cristoforo Colombo De insulis in mari Indico nuper inventis

Alcune interpretazioni moderne del Graal

In parallelo alla ricerca storica, si è sviluppata nel tempo una critica interpretativa differente sul reale significato del Santo Graal. Secondo alcuni autori, non è detto che esso corrisponda a un oggetto materiale, ma potrebbe essere piuttosto una metafora, un significante misterioso che sottende a un’idea o a una conoscenza esoterica.

La genesi del mito moderno ed esoterico del Graal può essere rintracciata nell’opera di Richard Wagner (1813-1883), e in particolare nel suo Parsifal (1882). Il musicista ha avuto il merito di riportare in auge quei romanzi cavallereschi che, in verità, erano stati in voga nel Medioevo soltanto per mezzo secolo, dal Perceval di Chrétien de Troyes (1175-1190) fino agli ultimi romanzi della Queste (1230), e che erano stati rielaborati dal solo Thomas Malory nel XV secolo. Allo stesso tempo, Wagner ha saputo conferire ai racconti un fascino moderno, mescolando con sapienza differenti simbolismi, sensibilità e spiritualità, fattore che gli ha permesso di riscuotere un enorme successo. Da quel momento, il mito del Graal si è andato arricchendo di attributi nuovi e, per usare un’espressione profonda del Parsifal wagneriano, si è cercato il luogo della sua custodia laddove “lo spazio diventa il tempo”.

Il Graal e i Catari

Il legame tra il Graal e la dottrina dei Catari è stato proposto negli ambienti occultisti del Novecento, in particolar modo da Otto Rahn nella sua Crociata contro il Graal35. I Catari, in Francia detti anche Albigesi, non credevano nella resurrezione. Il loro insegnamento era basato su un dualismo che riconosceva in Dio il signore delle cose spirituali e in Lucifero il creatore del mondo materiale. Furono quindi accusati di eresia e scomunicati dalla Chiesa, in quanto ritenuti impenitenti. Né valsero i tentativi di evangelizzazione di San Bernardo di Chiaravalle in Linguadoca: quando fu assassinato il legato pontificio Pierre de Castelnau nel 1208, papa Innocenzo III bandì una crociata contro di loro. La persecuzione dei Catari si protrasse per decenni, finché, nel 1244, capitolò anche l’ultima roccaforte albigese a Montségur, in Occitania.

Nella letteratura occultista, il Graal è ancora un oggetto fisico, ma esso è associato a una dottrina segreta ed eretica, rivelata solo agli adepti catari più puri all’ultimo grado dell’iniziazione. Otto Rahn, che peraltro riprende un tema già proposto da Antonin Gadal, fa notare la corrispondenza linguistica tra il nome del castello di Munsalvaesche, dove Wolfram von Eschenbach colloca il Graal nel Parzifal, e la roccaforte di Montségur. Orbene, il sacro calice sarebbe stato celato in un luogo sicuro dopo la distruzione della fortezza. Gli scritti di Otto Rahn giunsero infine tra le mani di Heinrich Himmler, comandante delle famigerate SS tedesche. Convinti che il Graal potesse essere ritrovato, i nazisti commissionarono la ricerca del calice allo stesso Rahn ma, per nostra fortuna, senza successo.

La discendenza di Cristo

Anche per M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln36 i Catari sarebbero stati in possesso del Graal. Tuttavia, secondo questi autori, non si trattava di un oggetto materiale, quanto di un segreto preziosissimo da custodire a ogni costo. Durante la caduta di Montségur, raccontano, il Graal fu trasferito in una vicina località, nota come Rennes-le-Château, a quel tempo un’importante roccaforte albigese. Arriviamo dunque al 1885, quando Bérenger Saunière, il sacerdote della piccola chiesa del paese, intitolata a Maria Maddalena, si scopre improvvisamente ricchissimo. Nessuno sa come abbia fatto a procurarsi tutti quei soldi. Eppure, se ne ha una testimonianza tangibile: il parroco spende milioni di euro per ristrutturare la chiesa e costruire una torre chiamata Magdala.

La rocca di Montsegur, uno dei possibili nascondigli del Graal
Le rovine del castello di Montségur

Secondo M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln, Saunière scoprì il nascondiglio del Graal. Ovvero ritrovò i documenti che ne rivelavano il segreto: Cristo non era rimasto celibe, come narrato nei Vangeli, ma aveva sposato Maria Maddalena e generato una discendenza che, nel corso dei secoli, sarebbe diventata la dinastia dei Merovingi. Il Santo Graal sarebbe dunque in realtà il Sang Real, l’immagine del ventre che aveva ospitato il seme divino.

Questa narrazione ha avuto grande risonanza per la sua presunta storicità, oggetto peraltro del best seller Il Codice da Vinci di Dan Brown, ma si è rivelata del tutto infondata. Gli autori hanno basato il loro studio su una documentazione dello scrittore Gérard de Sède37. Tuttavia, in seguito si scoprì che quelle pergamene cifrate contenenti il segreto del Graal, che Saunière avrebbe rinvenuto a Rennes-le-Château, erano un falso. Erano state ideate dall’esoterista francese Pierre Plantard in combutta con Gérard de Sède.

Il Graal secondo René Guénon ed Henry Corbin

Per grandi linee, si riporta qui di seguito il punto di vista di due filosofi del XX secolo che hanno esaminato gli aspetti esoterici del Graal: René Guénon e Henry Corbin.

René Guénon

Secondo René Guénon (1886-1951), il calice fu ricavato da uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero, e poi consegnato ad Adamo nell’Eden38. Ma il primo uomo, attraverso il compimento del peccato, lo perse irrimediabilmente. Cos’è dunque il Graal? Per Guénon, che lo paragona all’urna, una perla che rappresenta il terzo occhio della divinità induista Shiva, esso è il “senso dell’eternità”. Nel momento in cui mangiarono il frutto proibito, Adamo ed Eva divennero soggetti al tempo. Essi persero la dimensione unitaria dell’eternità perché attinsero dall’albero della conoscenza del bene e del male, per sua intrinseca natura divisivo. La ricerca del Graal non è altro, dunque, che la volontà dell’uomo di ritornare alla condizione eterna delle origini. E poiché essa appartiene a Dio, al suo centro, e quindi al cuore, Guénon afferma che:

“Il Santo Graal è la coppa che contiene il prezioso sangue di Cristo, e lo contiene addirittura due volte, poiché essa servì dapprima alla Cena, e in seguito Giuseppe d’Arimatea vi raccolse il sangue e l’acqua che sgorgavano dalla ferita aperta dalla lancia del centurione nel fianco del Redentore. Questa coppa si sostituisce dunque in qualche modo al Cuore di Cristo come ricettacolo del suo sangue, ne prende per così dire il posto e ne diviene come un equivalente simbolico;”

René Guénon, Il Re del Mondo, 1927.

Henry Corbin e l’Imago Templi

Henry Corbin (1903-1978) intraprende una strada diversa: vuole dedurre la natura del Graal a partire dall’edificio sacro che lo ospita, il Tempio39. Corbin desume le nozioni templari dal Parzifal di Wolfram von Eschenbach e dalla sua continuazione, il Titurel di Albrecht von Scharfenberg40:

“Solo nel Nuovo Titurel di Albrecht von Scharfenberg l’Imago Templi appare in tutto il suo splendore architettonico. Anche qui il ciclo del Graal si sviluppa in un’epopea del Tempio, che culmina tra il Tempio di Salomone sul monte Moriah e la Gerusalemme Celeste”

Henry Corbin, L’Immagine del tempio, 1983.

Il Tempio di Salomone era stato costruito per ospitare la manifestazione della presenza divina, la Shekhinah, e lo stesso vale per il Tempio del Graal. Poiché Dio vuole dimorare nel cuore dell’uomo, l’architettura templare è un’imago, un simbolo idealizzato di ciò che ognuno dovrebbe essere:

“Come il Tempio è costruito con i materiali più nobili, così deve esserlo anche l’uomo, perché Dio vuole abitare l’anima umana” .

Henry Corbin, L’Immagine del tempio, 1983.

In quanto archetipo della perfezione a cui l’umanità deve tendere, il Tempio del Graal è dunque per Corbin una prefigurazione escatologica del mondo.

Il Graal e la Sacra Sindone

Tra le interpretazioni recenti sul Santo Graal, quella di Daniel Scavone è complessa da dimostrare. Lo storico sostiene che il calice sia in realtà la Sacra Sindone41: il mito di una reliquia contenente il sangue di Cristo sarebbe nato dalle notizie incomplete che giungevano dall’Oriente. Scavone suggerisce che la leggenda del Graal in Bretagna possa essere nata da un’errata trascrizione del nome del palazzo reale di Edessa, Britio, dove la Sindone sarebbe stata custodita. Tuttavia, per giungere a tale conclusione, bisognerebbe dapprima dimostrare che la Sindone sia autentica, che esistesse prima dell’opera di Chrétien de Troyes, che fosse custodita a Edessa e nota alla storiografia come Mandylion… Il solo dibattito sulla reliquia torinese è ben lungi dall’essere concluso.

La Sindone, fronte
La Sacra Sindone di Torino

Il Graal e la pietra filosofale

Molte sono le similitudini che accomunano il Santo Graal alla pietra filosofale della ricerca alchemica42. Anche il lapis philosophorum, infatti, per gli alchimisti aveva il potere di donare l’immortalità e l’infinita conoscenza. Inoltre, avrebbe avuto la capacità di convertire ogni metallo in oro. L’oro è incorruttibile e chi scopriva come trasmutare la materia vile poteva dunque superare la sua stessa condizione mortale. Si credeva che tutti gli elementi derivassero da un’unica sostanza originaria, l’etere, presente in proporzioni diverse. La pietra filosofale, purissima nella sua composizione, avrebbe avuto il potere di catalizzare la trasformazione della materia in etere, e quindi in composti più nobili come l’oro, secondo il principio solve et coagula.

Come detto, non si trattava di una sorta di procedimento chimico, ma l’alchimia possedeva un valore iniziatico, avrebbe dovuto permettere di raggiungere uno stato di illuminazione, di elevare l’uomo oltre la sua condizione comune. Anche il Santo Graal è stato descritto nel Parzifal di von Eschenbach come una pietra, forse non a caso. La sua ricerca potrebbe non essere legata a un oggetto materiale, ma corrispondere a un cammino di elevazione spirituale, al pari della pietra filosofale. 

La ricerca interiore del Graal

La parola possiede un potere intrinseco. In quanto espressione del logos, essa rivela la natura delle cose, che altrimenti rimarrebbe ignota. Sin dai primi albori letterari del Graal, si riscontra una dicotomia tra ciò che è bene, in quanto rivelazione, e il male del non-detto. Il silenzio di Perceval innanzi al Re Pescatore non è solo una scelta personale, ma denota una mancanza di compassione esistenziale verso se stesso e il prossimo. L’eroe, infatti, non dà il giusto peso a quanto stanno vedendo i suoi occhi, né si preoccupa del perché il Re sia ferito. Perceval decide di rimanere all’oscuro della realtà. Nella visione cristiana del Medioevo, ciò accade perché egli è privo della Grazia divina, che apre la coscienza e guida i moti dell’animo. È questa l’assenza della luce che rischiara le tenebre, il rifiuto della conoscenza ontologica.

Tutta la letteratura è di conseguenza incentrata su una Queste, e tale ricerca non è diretta tanto al possesso di un oggetto fisico, che peraltro muta da novella a novella e mai si comprende cosa sia, quanto alla scoperta di un Graal interiore dell’uomo. Esso è il significante nell’accezione più ampia possibile, allude cioè al desiderio di quella inafferrabile pienezza di sé, della conoscenza del mondo e dei misteri di Dio, di cui Perceval è inizialmente privo. La ricerca presuppone un percorso, un cambiamento anche radicale del sé, il raggiungimento di un altrove esistenziale e migliore: l’aspirazione allo status di cavaliere celeste, la guarigione del Re Pescatore, la riscoperta delle ascendenze mitiche del Regno di Bretagna… Trovare il Graal significa trascendere la condizione dell’umano e raggiungere gli attributi del divino. Tuttavia, soltanto i puri di cuore possono avvicinarsi a Dio, soltanto i puri di cuore sono degni dell’immortalità.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. É. Gilson, La mystique de la gràce dans la Queste del Saint Graal, in Les Idées et les lettres, Paris, Vrin, 1955. ↩︎
  2. Chrétien de Troyes, Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, 1175-1190 circa. ↩︎
  3. F. Cardini, M. Introvigne, M. Montesano, Il Santo Graal, Giunti editore, 2006. Si veda anche: Elinando di Froidmont, Chronicon, 1123 circa, dove il termine gradalis indica il piatto dell’Ultima Cena, in G. Sessa, Graal simbolo millenario: Leggenda, Storia, Arte, Esoterismo, Ed. Arkeios, Roma, 2019. ↩︎
  4. Chrétien de Troyes, Il racconto del Graal, traduzione a cura di Davide Grassi. ↩︎
  5. A. Nutt, Studies on the Legend of the Holy Grail, With Especial Reference to the Hypothesis of its Celtic Origin, David Nutt, London 1888; W. A. Nitze, The bleeding lance and Philip of Flanders, The Mediaeval academy of America, 1946. ↩︎
  6. Leggenda Baile in Scàil, XI secolo in J. Pokorny, Zeitschrift fur Celtische Philologie, XII, 1918. ↩︎
  7. J. Marx, La Légende Arthurienne et le Graal, Slatkine, Geneve, 1996. ↩︎
  8. Leggenda irlandese dei Thuata Dé Dannan, IX secolo. ↩︎
  9. F. Zambon, Il libro del Graal, Ed. Adelphi, 2005. ↩︎
  10. Wolfram von Eschenbach, Parzival, traduzione di G. Bianchessi, in I grandi scrittori stranieri, Utet, Torino, 1957. ↩︎
  11. R. Barber, Graal, Piemme, Casale Monferrato, 2004. ↩︎
  12. Robert de Boron, Roman dou l’Estoire de Graal ou Joseph d’Arimathie, XIII secolo. Ms. E.39, Biblioteca Estense di Modena; ms. nouv. Acq. Fr. 4166, Biblioteca nazionale di Parigi. ↩︎
  13. Ibidem nota 11. ↩︎
  14. Guglielmo di Tiro, Historia in partibus transmarinis gestarum, 1184. ↩︎
  15. Rodrigo Jiménez de Rada, Historia de rebus Hispanie sive Historia Gotica, inizi XIII secolo. ↩︎
  16. Jacopo da Varagine, Cronaca di Genova dalle origini al MCCXCVII, Tipografia del Senato, 1941. ↩︎
  17. Restauro condotto a cura dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, il cui studio è pubblicato a questo link. ↩︎
  18. A.Beltrán, Estudio sobre el Santo Cáliz de la Catedral de Valencia, Valence, 1960. ↩︎
  19. Di Jl FilpoC – Opera propria, CC BY-SA 4.0, immagine. ↩︎
  20. Thomas J. Craughwell, Saints Preserved, Crown Publishing Group, 2011. ↩︎
  21. Ambrogio, De officiis ministrorum, 390 circa. ↩︎
  22. D. Carreras Ramirez, Canon of Zaragoza, Vida di S. Laurenzo,14 dicembre 1134: “En un arca de marfil está el Cáliz en que Cristo N. Señor consagró su sangre, el cual envió S. Lorenzo a su patria, Huesca;”. ↩︎
  23. Pergamena 136, archivi della Corona d’Aragona, Colecc. Martin el Humano, Barcellona. ↩︎
  24. Atto del notaio Jaume Monfort, datato 18 marzo 1437. ↩︎
  25. A. M. Barbagallo, San Lorenzo e il Santo Graal. Ipotesi di studio interpretativo su presenze storico artistiche, archeologiche ed iconografiche nell’area basilicale di San Lorenzo fuori le Mura in Roma, 2007-2009. ↩︎
  26. J. A. Robinson, William of Malmesbury ‘On the Antiquity of Glastonbury’ in Somerset Historical Essays, Oxford University Press, London, 1921; John Scott, The Early History of Glastonbury: An Edition, Translation, and Study of William of Malmesbury’s De Antiquitate Glastonie Ecclesiae, Boydell Press, 1981. ↩︎
  27. Giraldus Cambrensis, De principis instructione, 1193. ↩︎
  28. Zosimo, Storia nuova, V, 37.2. ↩︎
  29. G. Phillips, La ricerca del Santo Graal, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1996. ↩︎
  30. M. G. Lopardi, Celestino V e il tesoro dei Templari, 2010. ↩︎
  31. Inquisitio in partibus, dal processo di canonizzazione (1185) come trascritto da Sigismondo Tizio in Historiae Senenses, Cod. Chigi G. I. 31; F. Scneider – Analecta toscana, IV, Der Einsiedler Galgan von Chiusdino und die Anfaenge von S. Galgano – in Quelle und Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken, XVII, 1914-1924. ↩︎
  32. V. dell’Aere, Il segreto dell’altare d’argento, Hera magazine n. 45, Nostradamus e i Templari, 2003. ↩︎
  33. B. Frale, Il Papato e il processo ai Templari. L’inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia, Viella, 2003. ↩︎
  34. T. Wallace-Murphy; M. Hopkins, Rosslyn: Guardian of Secrets of the Holy Grail, 1999. ↩︎
  35. S. Sora, The Lost Treasure of the Knights Templar, Inner Traditions/Destiny, 1999. ↩︎
  36. O. Rahn, Kreuzzug gegen den Gral. Die Geschichte der Albigenser, Broschiert, 1933. ↩︎
  37. M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln, Il Santo Graal – Una catena di misteri lunga duemila anni, Mondadori, 2003. ↩︎
  38. G. de Sède, “Le trèsor maudit”, 1967. ↩︎
  39. R. Guénon, Il Re del Mondo, 1927. ↩︎
  40. H. Corbin, L’Immagine del tempio, Boringhieri, 1983. ↩︎
  41. A. von Scharfenberg, Der Junge Titurel, 1268-1275. ↩︎
  42. D. Scavone, Joseph of Arimathea, the Holy Grail and the Turin Shroud, 1996. ↩︎
  43. A. Cerinotti, Il Graal, Giunti editore, 1998. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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