L’Arca dell’Alleanza, verità storiche e leggende

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Nell’immaginario collettivo dell’umanità intera, l’Arca dell’Alleanza è l’oggetto sacro per eccellenza, il mistico manufatto che più di tutti ha suscitato nei secoli fascino e mistero. Eppure, tale contenitore, altare della divina manifestazione di YHWH, memoriale della legge consegnata al profeta Mosè, nessuno sa che fine abbia fatto e si può solo congetturare sulla sua esistenza nel passato. La ricerca storica deve confrontarsi con una serie di interrogativi di non facile soluzione, sospesi su un confine labile tra il reale e l’immaginifico, tra ciò che avvenne e quello che invece è mero racconto, mito.

Poche fonti documentarie ci parlano dell’Arca dell’Alleanza e tutte derivano dal medesimo ambito religioso e narrativo: la Bibbia, una raccolta di scritti appartenenti a epoche differenti, spesso interpolati tra loro. Non è facile definire il nucleo essenziale, storico, dei racconti biblici, soprattutto a causa della quasi totale mancanza di altre testimonianze, come potrebbero essere quelle egizie o babilonesi. I tentativi di comprendere il contesto in cui l’Arca dell’Alleanza sorse, fu collocata nel Tempio di Salomone a Gerusalemme e poi scomparve, sono stati finora incerti e il destino finale della reliquia più importante del mondo antico è ancora avvolto nel mistero.

Il trasporto dell'Arca dell'Alleanza verso Gerusalemme
Il trasporto dell’Arca dell’Alleanza verso Gerusalemme, anonimo autore italo-fiammingo, 1600 circa, olio su tavola

L’esodo dall’Egitto e l’Arca dell’Alleanza

Secondo il Libro dell’Esodo, vi fu un tempo in cui il popolo di Israele dimorava in Egitto1. Diventato troppo numeroso, il faraone lo aveva ridotto in schiavitù, poiché temeva di perdere il potere sul regno. Ma ecco che Jahvè, il Dio vivente, aveva ordinato al profeta Mosè di liberare gli Israeliti e condurli verso la Terra Promessa:

“Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!”.

Libro dell’Esodo 3, 9-10

Al rifiuto del faraone, Jahvè aveva inviato le dieci piaghe2. Aveva infine aperto il mare per consentire loro di fuggire.

“Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra”.

Libro dell’Esodo 14, 15-31

Secondo i racconti biblici, il popolo di Israele incominciò così una lunga peregrinazione nel deserto, durata quaranta anni. Durante questo tempo, Dio provvide al loro sostentamento con un cibo che cadeva dal cielo, la manna, e Mosè ricevette le Tavole con i dieci comandamenti sul Monte Sinai3. Quindi, Jahvè comandò agli Israeliti di costruire un’arca per custodirle.

“In quel tempo il Signore mi disse: «Tàgliati due tavole di pietra simili alle prime e sali da me sul monte e costruisci anche un’arca di legno»; Il Signore scrisse su quelle tavole la stessa iscrizione di prima, cioè i dieci comandamenti che il Signore aveva promulgati per voi sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea. Il Signore me li consegnò. Allora mi volsi e scesi dal monte; collocai le tavole nell’arca che avevo fatto e là restarono, come il Signore mi aveva ordinato”.

Deuteronomio, 10, 1; 10, 4-5

L’Arca dell’Alleanza, sacro contenitore

L’Arca dell’Alleanza era dunque un contenitore, come suggerisce la parola ‘ārōn utilizzata nel testo biblico, fatto di legno d’acacia. Le sue dimensioni, tenendo conto della misura del cubito ebraico (45 cm circa), corrispondevano a 112 centimetri di lunghezza e 67 di larghezza. A ciò bisogna aggiungere lo spessore dovuto al rivestimento in oro, che tuttavia poteva essere costituito da sottili lamine. In Esodo 37,1 scopriamo che il suo costruttore fu Bezaeel.

“Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai intorno un bordo d’oro”.

Libro dell’Esodo 25, 10-11
Una possibile ricostruzione dell'Arca dell'Alleanza
Una possibile ricostruzione dell’Arca dell’Alleanza

Le misure rivelano che l’Arca dell’Alleanza fosse di dimensioni abbastanza ridotte. Infatti, giacché gli Israeliti erano in cammino nel deserto, dovevano portarla in tutti i loro spostamenti. Non a caso, la descrizione biblica si sofferma sulla presenza di anelli e stanghe per il trasporto.

“Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro. Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro. Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca con esse. Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno tolte di lì”.

Libro dell’Esodo 25, 12-15

La condizione nomade del popolo di Israele era imposta direttamente da Jahvè. Le stanghe dell’Arca, infatti, non potevano mai essere rimosse.

Il contenuto dell’Arca

Come detto, l’Arca conteneva le Tavole della Legge ricevute dal profeta Mosè sul Monte Sinai. È interessante notare che i testi sacri si riferiscano a esse come la Testimonianza, ovvero la prova tangibile dell’esistenza di Jahvè e del suo intervento nella storia del popolo ebraico.

“Nell’arca collocherai la Testimonianza che io ti darò”.

Libro dell’Esodo 25,16
Diotti, Mosè con le tavole della legge
Mosè con le tavole della legge, Giuseppe Diotti, 1808 circa, olio su tela, opera conservata al Museo Diotti di Casalmaggiore (CR)

Non è chiaro se l’Arca dell’Alleanza contenesse anche altri oggetti. In alcuni passi biblici – come in Ebrei 9, 4 – si racconta che al suo interno fossero riposti anche la manna e il bastone di Aronne, il legno che si era trasformato in serpente al cospetto del faraone egizio e che, fiorendo, aveva decretato l’ordine sacerdotale della tribù di Levi. Tuttavia, altri brani sembrano escluderlo, ed è possibile semplicemente che tali sacri cimeli, in alcune occasioni, venissero portati in processione insieme all’Arca4.

“Nell’arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposte Mosè sull’Oreb, cioè le tavole dell’alleanza conclusa dal Signore con gli Israeliti quando uscirono dal paese d’Egitto”.

I Re 8, 9

L’Arca dell’Alleanza, memoriale storico e potente arma

Gli Israeliti trasportavano l’Arca in testa al corteo nel deserto. La reliquia costituiva un oggetto identitario tramite cui riconoscersi come il popolo eletto, che Dio aveva liberato dalla schiavitù del faraone egizio e a cui aveva promesso una terra. Essa era ricoperta dal velo del tabernacolo usato da Mosè per consacrarla, che si dice fosse composto da pelli di animali (forse di tasso) e da un manto di porpora viola5.

Grazie al potere divino che l’accompagnava, l’Arca dell’Alleanza era anche una temibile arma contro i nemici. Le fonti bibliche raccontano che, dopo quaranta anni di peregrinazioni nel deserto, gli Israeliti giunsero nella terra promessa, a Canaan. Qui Jahvè ordinò che l’Arca venisse portata in processione intorno alle mura di Gerico, che al termine di sette giorni crollarono improvvisamente al suolo6. Invece, quando i Filistei si impossessarono di essa, l’Arca dell’Alleanza scatenò tra di loro una terribile pestilenza per sette mesi, finché non venne restituita agli Israeliti7.

“I Filistei, catturata l’arca di Dio, la portarono da Eben-Ezer ad Asdod. I Filistei poi presero l’arca di Dio e la introdussero nel tempio di Dagon. Il giorno dopo i cittadini di Asdod si alzarono ed ecco Dagon giaceva con la faccia a terra davanti all’arca del Signore”.

I Samuele 5, 1-3
La Peste d'Asdod, Nicolas Poussin
La Peste d’Asdod, Nicolas Poussin, 1630-1631, olio su tela, al Museo del Louvre di Parigi

L’Arca dell’Alleanza, trono di Dio

L’Arca dell’Alleanza aveva soprattutto il potere di rendere manifesta la presenza di Jahvè in mezzo al popolo, in ebraico detta Shekhinah. Essa segnava il luogo dell’incontro con il divino, ovunque venisse trasportata. Il Dio vivente si manifestava sul propiziatorio, in ebraico kapporeth, ovvero il coperchio d’oro dell’Arca, che fungeva da sacro trono. Su di esso erano raffigurati due cherubini alati, rivolti l’uno verso l’altro.

“Farai il coperchio, o propiziatorio, d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio […].

Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull’arca della Testimonianza, ti darò i miei ordini riguardo agli Israeliti”.

Libro dell’Esodo 25, 17-18; 25 ,22
Disegno dell'arca dell'alleanza con il kapporeth
L’Arca dell’Alleanza e il kapporeth

Una vota stabilitisi a Canaan, gli Israeliti collocarono l’Arca dell’Alleanza all’interno del dĕbhīr, o sancta sanctorum, del Tempio di Salomone8.

Le arche egizie e babilonesi

Sebbene le fonti bibliche sottolineino il valore culturale e religioso senza eguali dell’Arca dell’Alleanza nell’antichità, essa non era un unicum nel suo genere. Infatti, siamo a conoscenza di analoghi manufatti egizi e babilonesi a cui era attribuita la doppia funzione di contenitore e trono di Dio.

Le arche egizie della tarda età del bronzo, similmente a quella ebraica, erano costituite da una cassa-contenitore. Nella tipologia a palanchino, questa poteva essere sormontata da figure alate, mentre due stanghe e una base a forma di barca sacra permettevano di sollevarla e condurla in processione; all’interno venivano posti gli oggetti offerti alla divinità o il suo simulacro. Il coperchio delle arche egizie, una sorta di propiziatorio, era detto trono di misericordia9.

Arca del faraone Tutankhamon con Anubi
Arca del faraone Tutankhamon con Anubi, Museo Egiziano di antichità, il Cairo, Egitto

Anche a Babilonia, dove gli Israeliti vennero deportati quando Nabucodonosor conquistò il Regno giudaico, nel 586 a.C., si costruivano delle arche simili a troni. Nel termine accadico karabu, ossia “benedizione”10, si rintraccia l’etimologia di Kĕrūbhīm, i cherubini della tradizione ebraica, rappresentati sul propiziatorio dell’Arca dell’Alleanza. In maniera simile, in Mesopotamia gli Assisi e i Babilonesi ponevano a guardia dei luoghi sacri le raffigurazioni statuarie dei karibu, geni alati di forma metà umana e metà animale.

A Babilonia e in Egitto, inoltre, era in uso deporre i rotoli contenenti le leggi, oppure i trattati di alleanza tra nazioni, ai piedi della statua di una divinità, che in tal modo diveniva testimone del giuramento sacro. Anche nell’Arca dell’Alleanza ebraica, le Tavole della Legge erano riposte nello “sgabello dei suoi piedi11: Jahvè stesso si faceva garante del patto d’Alleanza stretto con gli Israeliti.

“Andiamo nella dimora del Signore, adoriamo davanti allo sgabello dei suoi piedi! Àlzati, Signore, vieni al luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua potenza”.

Salmo 132, 7-8

Il Dio di Israele יהוה

Nella religione egizia e in quella babilonese la presenza della divinità si manifestava nel simulacro a essa dedicato. Non poteva esserci ierofania senza una dimora, senza la materia, che ne costituiva un elemento indispensabile. Il Dio degli Israeliti, invece, è sin dal principio trascendente, è totalmente altro rispetto al mondo sensibile. La dimensione del Signore è il sacro assoluto, pertanto non può essere rappresentato, né visto, né nominato. Sull’Arca non vi è alcuna raffigurazione di Jahvè, giacché è lui stesso, Dio vivente e presente, a manifestarsi tra i cherubini. La sua natura divina e ineffabile si rivela a Mosè attraverso una voce misteriosa che, da un roveto ardente, annuncia: “Io sono colui che sono”.

“Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi»”.

Libro dell’Esodo 3, 14

La traduzione dell’espressione ebraica (האֶֽהְיֶ ראֲשֶׁ האֶֽהְיֶ, traslitterato in ʾehyeh ʾašer ʾehyeh) non rende appieno le numerose sfaccettature semantiche in essa contenute. L’imperfetto ehyeh, prima persona singolare del verbo hayah, può essere collocato nel passato, nel presente e anche in un tempo futuro. Dio, pertanto, è colui che è stato, che è e che sempre sarà. Il testo biblico non vuole soltanto affermare l’eternità del Creatore, ma anche la natura infinita del suo patto con Israele. Egli è presente nella storia e ci sarà in ogni momento per il suo popolo, lo accompagnerà durante il peregrinare nel deserto e oltre12. Si tratta di un’affermazione necessaria per fugare ogni dubbio di fede, dal momento che Jahvè non si mostra mai, né può essere visto:

Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”.

Libro dell’Esodo 33, 20

L’identità di Dio, che negli originali testi semitici è indicata con il tetragramma YHWH (יהוה), nemmeno può essere nominata, come afferma il comandamento contenuto nelle Tavole della Legge: “non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano”13. Quindi non conosciamo l’originale vocalizzazione ebraica delle consonanti YHWH, che si pensa potesse essere Yahveh14.

I Leviti

Nemmeno l’Arca dell’Alleanza poteva essere veduta, in quanto su di essa si manifestava la presenza di Dio. La reliquia era quindi nascosta all’interno di una tenda della riunione e ricoperta di pelle e stoffe durante il viaggio. Per lo stesso motivo, la cassa non poteva essere toccata; soltanto i membri della tribù di Levi erano autorizzati a trasportarla.

“Ma quando furono giunti all’aia di Nacon, Uzzà stese la mano verso l’arca di Dio e vi si appoggiò perché i buoi la facevano piegare. L’ira del Signore si accese contro Uzzà; Dio lo percosse per la sua colpa ed egli morì sul posto, presso l’arca di Dio”.

II Samuele 6, 1-8
L'Arca attraversa il Giordano di Tissot
James Joseph Jacques Tissot, L’Arca attraversa il Giordano, 1896-1902, Jewish Museum, New York

Il sacrificio d’espiazione

Anche all’interno del Tempio di Salomone l’Arca dell’Alleanza rimaneva celata alla vista, se non a quella del Gran Sacerdote, che poteva vederla una volta all’anno in occasione dello Yom Kippur, il giorno dell’espiazione. In questa ricorrenza egli officiava un sacrificio rituale e il propiziatorio dell’Arca veniva cosparso del sangue di un capro, detto espiatorio. In tal modo Jahvè poteva perdonare le impurità del suo popolo15. Da qui deriva l’etimologia del termine kapporeth, dal verbo kapar, che significa espiare o coprire i peccati.

Tra realtà e leggenda

A lungo gli studiosi si sono chiesti se l’Arca dell’Alleanza sia esistita davvero o se sia da ascrivere al mito narrativo. Si tratta di un dibattito di enorme complessità, che va oltre lo studio dell’oggetto in sé e abbraccia una riflessione più ampia sulla storicità delle Sacre Scritture. È evidente quanto sia insidioso il terreno su cui muoversi: definire il confine tra il vero e il mito non solo è arduo, ma in questo caso attiene a questioni delicate di credo e di fede. Se da una parte non si può negare a priori la veridicità dei racconti dell’Esodo, dall’altra sarebbe un’assurdità prendere ogni dettaglio alla lettera: i testi biblici vanno spesso interpretati, contengono perifrasi, metafore e parabole, talvolta evocano la pura leggenda.

Massimalisti e minimalisti

Negli ultimi decenni, gli studi di filologia e archeologia biblica si sono moltiplicati, rivelando posizioni spesso in antitesi. All’intento genuino dei massimalisti W. F. Albright16 e G. E. Wright17, che hanno cercato di verificare la Bibbia attraverso l’archeologia, partendo dall’assunto che essa costituisca una fonte storica, si sono contrapposti i minimalisti, che considerano i testi sacri al pari di un’opera letteraria frutto d’invenzione. Tra quest’ultimi si citano W. G. Dever18, J. Van Seters19 e altri afferenti alla cosiddetta Scuola di Copenhagen, come N. P. Lemche20, T. Thompson21, P. R. Davies22.

Oggigiorno la critica si colloca perlopiù in una posizione intermedia, ma non scevra di sfaccettature variegate. Autori come I. Finkelstein e N. A. Silberman23, Ze’ev Herzog24, riconoscono un substrato di verità nei testi sacri, ma allo stesso tempo sottolineano come la loro portata sia stata particolarmente amplificata attraverso il mito.

L’Arca dell’Alleanza: un fondo di verità

In particolare, è possibile che l’Arca dell’Alleanza sia esistita davvero: ci sono troppe descrizioni e racconti per poterla considerare solo il frutto di antiche fantasie. D’altronde, come visto, la reliquia apparteneva a una tipologia di oggetti comune in Egitto e a Babilonia. È molto più difficile, invece, accertare le sue vicende storiche, come il momento della sua costruzione o la collocazione nel Tempio di Salomone. Le coordinate temporali fornite dalla Bibbia sono, infatti, molto nebulose e non esistono altre fonti, ad esempio egizie o babilonesi, che possano aiutare a chiarire la questione.

Illustrazione dell'Arca dell'Alleanza di Tissot

Il racconto dell’esodo: due possibili scenari

La prima, grande difficoltà, è rintracciare il momento storico in cui si sarebbe svolto un esodo di genti “in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini”25 dall’Egitto sino alla Cananea, attraversando il deserto del Sinai, che avrebbero distrutto le mura di Gerico e costituito un regno sotto i re Davide e Salomone. Sulla base delle citazioni bibliche e di alcuni sparuti riscontri archeologici, gli studiosi hanno proposto due possibili datazioni.

L’ipotesi di un Esodo “antico” fa coincidere gli Ebrei con il popolo degli Hyksos, presenti in Egitto fino al regno di Ahmose (1550 – 1525 a.C. circa). Inoltre, la presenza di nomadi provenienti dalla Palestina è attestata da un papiro conservato al Brooklyn Museum, ma non è chiaro se gli Hapiru, come vengono chiamati nel documento, corrispondano davvero agli Ebrei.

Il papiro di Brooklin
Il papiro di Brooklyn, conservato al Brooklyn Museum

La maggior parte dei sostenitori della storicità dell’Esodo collocano, tuttavia, gli eventi molto più tardi, durante il Nuovo Regno egizio, giacché il testo biblico contiene un riferimento alle città di Pi-ton e Pi-ramses, costruite sotto il faraone Ramses II (1279-1212 a.C. circa):

“Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses”.

Libro dell’Esodo 1, 8-11

La fuga degli Ebrei poté forse avvenire durante il regno di suo figlio Merenptah (1213-1203 a.C. circa). In effetti, una stele rinvenuta nel tempio funerario di Merenptah a Tebe contiene un riferimento a un popolo chiamato ysrỉr, che il faraone sconfisse nella terra di Canaan. Dai geroglifici usati si deduce che quelle genti fossero nomadi, in quanto il testo non indica alcun territorio, ma contiene solo figure umane.

La stele di Merenptah
La stele di Merenptah, Museo Egiziano di antichità, il Cairo, Egitto. La stele fu inizialmente eretta da Amenhotep III e in seguito modificata durante il regno del faraone Merenptah nel 1209-1208 a.C.

Il piccolo esodo

Comunque sia, molti studiosi credono che la portata storica dell’esodo degli Israeliti nel deserto vada quantomeno ridimensionata26, soprattutto sulla base dei pochi rinvenimenti archeologici che possano comprovarla. Così si esprime, ad esempio, l’archeologo israeliano Z. Herzog:

“Questo è ciò che gli archeologi hanno scoperto dai loro scavi nella Terra di Israele: gli Israeliti non sono mai stati in Egitto, non hanno vagato nel deserto, non hanno conquistato i territori in una campagna militare e non li hanno dati alle 12 tribù di Israele […]. La monarchia unificata di Davide e Salomone, che è descritta dalla Bibbia come una potenza nazionale, era tutt’al più un piccolo regno tribale […].

La maggior parte degli storici oggi concorda sul fatto che, nel migliore dei casi, la permanenza in Egitto e gli eventi dell’esodo si sono verificati solo per poche famiglie e che la loro storia privata è stata ampliata e nazionalizzata per soddisfare i bisogni dell’ideologia teologica”.

Z. Herzog, Deconstructing the walls of Jericho, Haaretz, 1999

La scomparsa dell’Arca dell’Alleanza

Il Libro dell’Esodo, nella sua ultima versione, fu redatto con ogni probabilità in un arco temporale compreso tra il VII e il V secolo a.C., molto dopo gli eventi in esso descritti, attraverso l’interpolazione di fonti più antiche di diversa provenienza. Senza voler entrare nel merito della discussione storiografica sull’origine del Pentateuco – le ipotesi documentale di J. Wellhausen27 e supplementare di J. Van. Seters28 – si può comprendere come, in questo processo di integrazione e codifica testuale durato secoli, molti elementi narrativi siano stati ingigantiti, mitizzati o reinterpretati.

Nel 586 a.C. il re Nabucodonosor conquistò il Regno giudaico del Sud e distrusse Gerusalemme, incluso il Tempio di Salomone, che custodiva l’Arca dell’Alleanza. Molti Israeliti vennero deportati a Babilonia ed è possibile che a loro fossero rivolti i testi biblici. I racconti dell’Esodo, dunque, non erano soltanto il resoconto di un passato lontano, ma apparivano quantomeno attuali: essi servivano a un popolo di nuovo senza più dimora, che aveva perduto il suo edificio di culto e che doveva ritrovare la sua identità.

Nabucodonosor depreda il Tempio di Salomone

Ma che fine ha fatto l’Arca dell’Alleanza? Si potrebbe immaginare che anche la reliquia sia andata perduta per mano di Nabucodonosor. Tuttavia, i testi biblici riportano l’elenco degli arredi sacri depredati dai Babilonesi dal Tempio di Salomone e tra di essi l’Arca non viene menzionata, come se già si trovasse in un altro luogo:

“Il settimo giorno del quinto mese – era l’anno decimonono del re Nabucodònosor re di Babilonia – Nabuzardàn, capo delle guardie, ufficiale del re di Babilonia, entrò in Gerusalemme, bruciò il tempio, la reggia e tutte le case di Gerusalemme, dando alle fiamme tutte le case di lusso […]

I Caldei fecero a pezzi le colonne di bronzo che erano nel tempio, le basi e il bacino grande di bronzo, che erano ivi, e asportarono tutto il loro bronzo in Babilonia. Essi presero ancora le caldaie, le palette, i coltelli, le coppe e tutte le suppellettili di bronzo che servivano al culto. Il capo delle guardie prese ancora i bracieri e i bacini, quanto era d’oro puro e quanto era d’argento puro. Quanto alle due colonne, al grande bacino e alle basi, tutto opera di Salomone per il tempio, non si poteva calcolare il peso del loro bronzo, cioè di tutti questi oggetti”.

II Re 25, 8-9; 25, 13-16
 La distruzione del Tempio di Salomone di Tissot
La distruzione del Tempio di Salomone e la deportazione a Babilonia, guazzo su tavola di James Jacques Joseph Tissot. L’opera è conservata al Jewish Museum di New York, 1896-1902

Nel 539 a.C. Ciro il Grande di Persia conquistò Babilonia e permise agli Israeliti di tornare in Palestina. In quell’occasione, il sovrano restituì anche gli arredi sacri del Tempio di Salomone, ma nemmeno in questo caso si ha menzione alcuna dell’Arca dell’Alleanza29. È possibile che essa fosse già andata distrutta prima della conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor? O piuttosto gli Israeliti avevano riposto la sacra reliquia in un posto sicuro?

L’Arca dell’Alleanza è andata perduta?

L’ultima volta che il testo biblico cita l’Arca dell’Alleanza, prima che Nabucodonosor distrugga il Tempio di Salomone, è in II Cronache:

“[Giosia] Egli disse ai leviti che ammaestravano tutto Israele e che si erano consacrati al Signore: «Collocate l’arca santa nel tempio costruito da Salomone figlio di Davide, re di Israele; essa non costituirà più un peso per le vostre spalle. Ora servite il Signore vostro Dio e il suo popolo Israele»”.

II Cronache 35, 3

Non è chiaro dove l’Arca sia stata trasportata nel frattempo, ma il re Giosia ordina che venga ricollocata nel Tempio di Gerusalemme. Sul piano storico, Giosia stabilì a Giuda un rigido culto monoteista di Jahvè. I racconti biblici che trattano del suo regno (640-609 a.C.) sono molto più precisi e, con sospetto, ricchi di riscontri storici. Ad esempio, il faraone egiziano non è più la figura indistinta e metaforica dell’Esodo, ma possiede un nome: si tratta di Necao II, della XXVI dinastia. Proprio Necao aveva inviato un esercito invasore in Palestina. Da qui il sospetto di Finkelstein che il Libro dell’Esodo sia stato composto durante il regno di Giosia in funzione di una propaganda anti-egizia30. Il Secondo Libro delle Cronache, che racconta le vicende dell’esilio babilonese, fu invece redatto in un momento successivo, nel IV secolo a.C.

L’Arca come tipologia cultuale

Non sappiamo se l’Arca dell’Alleanza costruita durante l’esodo nel deserto e quella ricollocata da Giosia nel Tempio fossero davvero la stessa reliquia. Non è da escludere, infatti, che essa fosse stata rifatta, anche più volte. Un’ipotesi è che le fonti si riferiscano all’Arca come a una tipologia di oggetto cultuale piuttosto che a un singolo cimelio. In effetti, la Bibbia attesta che il Tempio di Salomone era già stato saccheggiato in diverse occasioni prima dell’arrivo di Nabucodonosor: dal faraone Sisak31, spesso identificato con Sheshonq I, che regnò dal 945 a.C. al 924 a.C.; dal re d’Israele Ioas (inizio VIII secolo a.C.)32; dal re di Giuda Acaz33 e ancora da suo figlio Ezechia (a cavallo tra l’VIII e il VII secolo a.C.), che aveva utilizzato gli arredi per pagare un tributo al re assiro Sennacherib34.

In ogni caso, apprendiamo dal Secondo Libro delle Cronache che, alla fine del VII secolo a.C., gli Israeliti ricollocarono l’Arca dell’Alleanza nel Tempio di Salomone. E quando i Babilonesi giunsero a Gerusalemme, poche decine di anni dopo, essa era già scomparsa.

Il profeta Geremia nascose l’Arca dell’Alleanza?

Un’altra ipotesi è che l’Arca sia sopravvissuta ai ripetuti saccheggi del Tempio di Salomone. Come visto, la reliquia aveva un valore troppo grande perché non fosse custodita con cura e, in caso di pericolo, trasportata in un luogo più sicuro. All’alba del VI secolo a.C., mentre le truppe babilonesi di Nabucodonosor si apprestavano ad assediare Gerusalemme, Geremia potrebbe aver salvato l’Arca. Il Secondo Libro dei Maccabei rivela che il profeta la nascose sul Monte Nebo:35

“Si diceva anche nello scritto che il profeta, ottenuto un responso, ordinò che lo seguissero con la tenda e l’arca. Quando giunse presso il monte dove Mosè era salito e aveva contemplato l’eredità di Dio, Geremia salì e trovò un vano a forma di caverna e là introdusse la tenda, l’arca e l’altare degli incensi e sbarrò l’ingresso”.

II Maccabei 2,4-5
Geremia di Michelangelo nella Cappella Sistina
Il profeta Geremia, affresco di Michelangelo Buonarroti sulla volta della Cappella Sistina, Musei Vaticani, 1512

Il racconto dei Maccabei fu scritto nel II secolo a.C. ed è probabile che raccolga semplicemente le leggende e i detti di quel tempo. Gli eventi narrati vanno intesi innanzitutto in un’accezione simbolica: il luogo in cui Geremia nascose l’Arca “deve restare ignoto, finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio”36. È difficile comprendere se il profeta si riferisca alla fine della cattività babilonese o se il momento propizio debba essere inteso soltanto in senso escatologico.

La testimonianza di Tacito

Lo storico romano Tacito, vissuto tra il 55 e il 120 d.C. circa, riporta che al suo tempo l’Arca dell’Alleanza non si trovava più nel Tempio di Gerusalemme. Vi era, infatti, soltanto una pietra nel Sancta Sanctorum che ne ricordava l’antica collocazione.

“Primo fra i Romani, Gneo Pompeo domò i Giudei e, per diritto di vittoria, entrò nel Tempio. Si seppe, allora, che non vi era alcuna immagine di divinità, che il luogo era vuoto e che il santuario tanto segreto non nascondeva nulla”.

Tacito, Historiae, V, 9.
Ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, conservato nel Museo d’Israele a Gerusalemme

Il racconto di Tacito potrebbe suggerire che l’Arca dell’Alleanza sia stata distrutta, oppure che la memoria del luogo in cui era stata nascosta fosse andata perduta da secoli.

L’Arca dell’Alleanza e i Cavalieri Templari

Il destino dell’Arca dell’Alleanza ha suscitato nei secoli una lunga tradizione e molti racconti. Il Talmud, uno dei testi sacri dell’Ebraismo, afferma che “L’Arca è stata sepolta al suo posto37. Poiché il luogo deputato alla custodia della reliquia era il Tempio di Salomone, è stato ipotizzato che essa sia stata in qualche modo nascosta in un recesso segreto del Monte del Tempio a Gerusalemme.

Una leggenda cristiana vuole che l’Arca dell’Alleanza sia rimasta in quel luogo anche dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme per mano del generale romano Tito, nel 70 d.C. L’Arca sarebbe stata quindi ritrovata dai Cavalieri Templari, che durante le crociate in Terra Santa occupavano l’area del Monte del Tempio, divenendo parte del loro leggendario tesoro. I Templari l’avrebbero infine trasportata in una roccaforte, custodendola fino allo scioglimento dell’Ordine, avvenuto tra il 1312 e il 1314. Da quel momento, se ne sarebbe persa ogni traccia. 

Il sigillum più noto dei Cavalieri Templari, simbolo di fratellanza.

L’Arca dell’Alleanza e l’Etiopia

Una diffusa tradizione della chiesa ortodossa etiope vuole che il sacro contenitore ebraico sia tutt’oggi custodito in Africa. Il Kebra Negast, un importante testo storico e religioso, redatto tra il IV e il VI secolo d.C. e chiamato anche Gloria dei Re38, rivela che l’Arca sia stata trasportata in Africa prima della distruzione del Tempio di Salomone. Lo scritto, infatti, prendendo spunto da alcuni passi biblici39, narra che Salomone donò il sacro cimelio al figlio Bayna-Lehkem, che aveva concepito con la regina di Saba, Machedà. Bayna-Lehkem, divenuto sovrano d’Etiopia con il nome di Menelik I, avrebbe quindi fatto conservare l’Arca in un luogo inaccessibile del suo regno.

Sebbene la leggenda debba essere intesa soprattutto in un’accezione simbolica – l’espediente dell’Arca serve a legittimare la regalità della dinastia di Menelik I – essa suscita da sempre grande interesse e mistero. La tradizione etiope vuole che la reliquia sia ancora custodita nella Cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion, ad Axum, in una cappella chiamata “Tabot”, cioè “tesoro”. Tuttavia, nessuno può accedervi e vedere l’Arca: un monaco, infatti, ha il compito di vegliare giorno e notte innanzi all’ingresso, a costo della sua stessa vita.

Cappella del Tabot ad Axum
La cappella del Tabot

L’Arca dell’Alleanza, trono eterno

Nonostante la ricerca storica e archeologica debba ancora confrontarsi con numerose incertezze, si può affermare che l’Arca dell’Alleanza esiste. Di certo non nel senso letterale, non solo come oggetto di forma e materia; esiste innanzitutto in quanto espressione culturale di popoli e religioni, come simbolo spirituale sospeso tra racconto e mito. Il suo valore trascende la realtà tangibile, è inscritto in una dimensione metastorica. L’Arca dell’Alleanza non appartiene a questo mondo né a questo tempo e, d’altro canto, non potrebbe essere altrimenti: “il tuo trono, o Dio, dura in eterno”40.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Libro della Genesi 45. ↩︎
  2. Libro dell’Esodo 7-12. ↩︎
  3. Libro dell’Esodo 24. ↩︎
  4. Esodo 16, 33-34; Numeri, 17, 25-26. ↩︎
  5. Numeri 4, 6. ↩︎
  6. Giosuè 6. ↩︎
  7. I Samuele 5-6. ↩︎
  8. I Re 8. ↩︎
  9. D. A. Falk, The Ark of the Covenant in Its Egyptian Context: An Illustrated Journey, Hendrickson Publishers, 2020. ↩︎
  10. F. Fuchs, A. Bonicatti, Ernst Fuchs, Milano, Electa, 1984. ↩︎
  11. Salmo 132, 7. ↩︎
  12. H. Küng, Dio esiste, Fazi editore, Roma 2012. ↩︎
  13. Libro dell’Esodo 20,7. ↩︎
  14. S. D. Sperling, Encyclopedia of Religion, vol. 7, New York, Macmillan, 2005. ↩︎
  15. Levitico 16. ↩︎
  16. W. F. Albright, Views of the Biblical World, International Publishing Company J-m Ltd, 1959. ↩︎
  17. G. E. Wright, Biblical Archaeology, Gerald Duckworth & Co Ltd, 1962. ↩︎
  18. W. G. Dever, What Did the Biblical Writers Know and When Did They Know It? What Archaeology Can Tell Us about the Reality of Ancient Israel, Eerdmans, 2001. ↩︎
  19. J. Van Seters, Abraham in History and Tradition, Yale University Press, 1975. ↩︎
  20. N. P. Lemche, The Old Testament Between Theology and History: A Critical Survey, Westminster John Knox Press, 2008. ↩︎
  21. T. Thompson, The Historicity of the Patriarchal Narratives, Harrisburg, Trinity Intl, 2002. ↩︎
  22. P. R. Davies, Scribes and Schools, Westminster John Knox, 1998. ↩︎
  23. I. Finkelstein, N. A. Silberman, The Bible unearthed. Archaeology’s new vision of ancient Israel and the origin of its sacred texts, 2001. ↩︎
  24. Z. Herzog, Deconstructing the walls of Jericho, pubblicato sulla rivista Haaretz il 29 ottobre 1999. ↩︎
  25. Esodo 12,37. ↩︎
  26. Ibidem nota 24. ↩︎
  27. J. Wellhausen, Prolegomena zur Geschichte Israels, 1883. ↩︎
  28. J. Van. Seters, The Pentateuch: A Social-Science Commentary, New York, t&t clark, 1999. ↩︎
  29. Esdra 1,7-11. ↩︎
  30. Ibidem nota 23. ↩︎
  31. I Re, 14, 25-26. ↩︎
  32. II Re 14, 14. ↩︎
  33. II Re 16, 8 ss. ↩︎
  34. II Re 18, 15-16. ↩︎
  35. II Maccabei 2,1-8. ↩︎
  36. II Maccabei 2,7. ↩︎
  37. Talmud: Yoma 53b. ↩︎
  38. E. Cerulli, Storia della letteratura etiopica in Storia delle letterature di tutto il mondo, II ed., Milano, Nuova Accademia Editrice, 1961. ↩︎
  39. I Re 10,4. ↩︎
  40. Salmo 45, 6. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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