L’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta, luogo templare

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L’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta sorge in un luogo di amena bellezza, sospeso tra la terra e il firmamento, dove i Monti Lepini accarezzano la grande pianura dell’Agro Pontino. L’antico monastero si adagia sulle pendici montuose con un’armonia innata, quasi fosse parte di quel paesaggio arcadico dall’eternità. La sua chiesa si volge al cielo con austera spiritualità, adorna soltanto di purezza e di fede. Eppure, gli ambienti dell’abbazia custodiscono molti messaggi del passato: sacre iscrizioni e simboli impressi nella pietra invitano alla contemplazione del divino.

L'abbazia di Valvisciolo a Sermoneta
L’abbazia di Valvisciolo

Le origini dell’abbazia di Valvisciolo

Le origini dell’abbazia di Valvisciolo sono incerte e si perdono in tempi lontanissimi. Il padre agostiniano Augustin Lubin, uno dei primi studiosi che ha cercato di ricostruire la storia del monastero, ne attesta la fondazione a opera di alcuni anacoreti greci, “Illam primitus incoluere Monachi Greci1. Si trattava, con ogni probabilità, dei Basiliani di San Nilo, che si insediarono nel Lazio nel X secolo. Tuttavia, è improbabile che questi monaci abbiano edificato un vero e proprio complesso architettonico, in quanto eremiti. È invece più verosimile che i Basiliani si siano stabiliti nell’area semplicemente occupando le grotte naturali del Monte Corvino2. Le fonti storiche non aiutano nemmeno a comprendere quanto tempo essi rimasero a Valvisciolo né perché, in un dato momento, decisero di abbandonare il luogo.

La fondazione a opera dei Cavalieri Templari

Un importante storico dell’Abbazia, il padre cistercense Remigio Facecchia, riferisce che i monaci Basiliani “abbandonarono il sito di Valvisciolo e non vi fecero più ritorno. Tutto ciò poté accadere verso i primi decenni del secolo XII, quando vi subentrarono i Cavalieri Templari”3. È possibile, dunque, che furono proprio i Templari a fondare il primo nucleo del monastero, come sostenuto da alcuni autori del passato, quali Raymondi4, Pantanelli5 e Angeloni6. A quell’epoca risalgono, infatti, le prime strutture abbaziali e una chiesa a navata unica, dedicata a San Pietro. Ancora oggi in questo edificio sacro vi sono tracce evidenti del passaggio dei Templari. Una piccola Croce Patente, scolpita nella porzione centrale della grande rosa sulla facciata, testimonia l’opera del potente Ordine monastico-cavalleresco a Valvisciolo.

Valvisciolo Croce patente
La Croce Patente sul rosone della chiesa abbaziale7

L’abbazia cistercense

I Templari non mantennero a lungo l’abbazia di Valvisciolo: padre Facecchia tramanda che già intorno al 1166-1168 la struttura venne occupata da un nutrito gruppo di Cistercensi. I religiosi provenivano dal vicino monastero di Marmosolio, distrutto dall’imperatore Federico Barbarossa come ritorsione contro papa Alessandro III, che lo aveva scomunicato dalla vicina Ninfa nel 1160.

“Sapendo di trovare un alloggio immediato in quel sito del territorio di Sermoneta da dove se ne erano andati i Templari, vi si recarono e vi si stabilirono definitiva­mente […] al titolare della chiesa esistente, San Pietro, aggiunsero quello della loro chiesa distrut­ta, Santo Stefano; e agli edifici lasciati dai Templari, apportandovi le opportune modifiche per la costruzione di una vera Badia, dettero nostalgicamente il nome della loro perduta Marmosolio”.

Don Remigio Facecchia, La badia di Valvisciolo

Oltre a distruggere Marmosolio, Federico Barbarossa mise a ferro e fuoco Ninfa e varie comunità religiose della zona. Eppure risparmiò l’abbazia di Valvisciolo, forse proprio perché retta dall’Ordine dei Templari che, nel conflitto tra il Sacro Romano Impero e il Papato, aveva mantenuto una posizione politica super partes.

Rovine di Ninfa
Le rovine di Ninfa, nelle quali Gelasio Caetani realizzò l’omonimo Giardino inglese nel 1921

Sotto la guida cistercense, nel corso del XIII secolo, si attesta il toponimo “Valvisciolo” per indicare l’abbazia che sorgeva nella valle dell’Usignolo (Vallis Lusciolae) o dei Ciliegi (Vallis Visciolae), fauna e flora ben presenti sui Monti Lepini del Medioevo.

Architettura e simbologia dell’abbazia di Valvisciolo

I Cistercensi ampliarono l’abbazia di Valvisciolo secondo i dettami architettonici e stilistici propri del loro Ordine, orientati alla sobrietà delle forme e alla contemplazione. L’elegante facciata a salienti ospita un solo portale, privo di ornato, la cui lunetta conserva ancora pochi resti pittorici di una Vergine con Bambino, Santo Stefano e San Pietro. Il prospetto è impreziosito, nella parte superiore, da un grande rosone circolare, racchiuso in una cornice con modanatura concava. La rosa è costituita da una raggiera di dodici colonne che convergono verso una croce centrale.

La facciata della chiesa di Valvisciolo
La facciata della chiesa

Gli spazi interni della chiesa, a pianta basilicale senza transetto, rivelano influssi dello stile gotico d’oltralpe, di cui i Cistercensi si fecero promotori anche in Italia. La volumetria è scandita dai pilastri rettangolari e dagli archi trasversi a sesto acuto che separano le tre navate, di cinque campate ciascuna. Sulla navata centrale si affaccia il cleristorio, con un solo ordine di monofore. L’area presbiteriale, suddivisa in due campate, è introdotta da uno slanciato arco che accentua il verticalismo della struttura. Tutto l’edificio è modulato sulla figura geometrica del quadrato8, simbolo di armonia e perfezione del creato. L’austerità spirituale e figurativa, in accordo con la filosofia del memento mori cistercense, è interrotta soltanto dalla cappella di San Lorenzo, affrescata dal Pomarancio tra il 1586 e il 1589.

Gli interni della chiesa di Valvisciolo
Gli interni della chiesa

Il chiostro, scrigno di simbologia

A Valvisciolo, i Cistercensi edificarono anche il chiostro, vero fulcro della vita monastica che dava accesso a tutti gli ambienti dell’abbazia, come il refettorio, il dormitorio e la sala capitolare. Il chiostro, di forma quadrata, è composto da quattro corridoi coperti da volte a crociera, che racchiudono un cortile centrale provvisto di pozzo. Le gallerie si aprono per mezzo di bifore con colonnine binate in travertino, che sorreggono graziosi capitelli scolpiti con decorazioni fitomorfe.

Nel Medioevo, il chiostro abbaziale non era soltanto il luogo dove si svolgevano le funzioni liturgiche che scandivano le giornate dei monaci. La sua architettura, infatti, costituiva soprattutto un compendio di simbologia che favoriva la contemplazione del divino e della sua opera. Attraverso la ripetizione geometrica del quadrato, il chiostro era immagine di tutto il creato: quattro sono le stagioni e i punti cardinali, quattro sono gli elementi fondamentali che compongono il cosmo. D’altronde, lo spazio sacro riproduceva l’essenza stessa dell’universo, attraverso l’acqua del suo pozzo, la terra da coltivare, l’aria e il fuoco della preghiera.

Il simbolo della Stella Maris a Valvisciolo
Le volte a crociera del chiostro con una Stella Maris o Stella Polare

Lungo i corridoi del chiostro si contano, infatti, centododici colonne, rimando al creato e all’umanità intera: dodici erano le tribù d’Israele, gli apostoli e le porte della Gerusalemme celeste.

Il chiostro dell'abbazia di Valvisciolo

I capitelli del chiostro

I capitelli, di eccezionale fattura artistica, rivelano una particolare commistione stilistica tra il classicismo, il gotico cistercense e la tradizione degli artisti locali. I magistri scultori si dilettarono a comporre volute ioniche e un particolare motivo detto a foglia d’acqua. Inoltre, alcuni elementi decorativi possiedono un importante valore simbolico e potrebbero essere connessi alla presenza dei Templari a Valvisciolo. Tra questi, un Fiore della vita, metafora della resurrezione, e l’Agnus Dei.

Tra le volute di un altro capitello si può osservare, invece, una piccola incisione a forma di calice, rimando alla coppa da cui Cristo bevve durante l’Ultima Cena. Nella tradizione cristiana, questa preziosa reliquia, chiamata Santo Graal, sarebbe stata poi utilizzata da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il sangue del Salvatore giacente sulla croce.

Capitello con il Graal a Valvisciolo
Il capitello con l’incisione del “Santo Graal”

La Triplice Cinta

Sul muretto del chiostro di Valvisciolo si trova anche l’incisione della Triplice Cinta, un simbolo molto diffuso nei luoghi templari e cistercensi. Tale schema, formato da tre quadrati concentrici uniti da segmenti ortogonali, era usato sin dall’antichità come tavoliere per il gioco del filetto. Nel Medioevo, tuttavia, esso assunse un valore sacro: il gesto rituale di incidere delle linee geometriche imitava l’opera divina che crea e ordina il cosmo. Secondo il principio di analogia tra microcosmo e macrocosmo, la Triplice Cinta, con le sue proporzioni perfette, racchiudeva l’armonia del creato. Inoltre, il gioco costituiva un’allegoria escatologica: sul tavoliere del filetto si svolgeva l’eterna battaglia tra bene e male, tra luce e tenebre. Infine, è possibile che il simbolo rappresentasse la pianta del Tempio di Salomone a Gerusalemme, come descritto nei testi biblici9.

La triplice cinta di Valvisciolo

Il Centro Sacro e il Nodo di Salomone

D’altronde, il Tempio di Salomone era per antonomasia il centro sacro dell’umanità. Proprio a questo antico edificio si deve il nome dei Pauperes commilitones Christi templique Salomonis, meglio noti come Cavalieri Templari. L’Ordine, infatti, aveva la sua sede operativa a Gerusalemme, proprio nell’area che aveva ospitato il Sancta Sanctorum ebraico. A Valvisciolo, i restauri degli anni Cinquanta hanno rimosso alcune aggiunte murarie che coprivano l’intonaco originale delle pareti del chiostro. In questo modo sono ritornati alla luce graffiti, incisioni e segni rimasti celati per secoli. Tra questi, si possono osservare non a caso il simbolo del Centro Sacro e alcuni Nodi di Salomone, metafora dell’unione inscindibile tra Dio e l’uomo.

Il Sator di Valvisciolo

Sullo stesso intonaco intaccato dal trascorrere del tempo, si leggono a fatica anche le parole “sator arepo tenet opera rotas“, che compongono la celebre frase palindroma del Quadrato del Sator. L’epigrafe ha origini antiche: è stata rinvenuta tra le rovine di Pompei, a Dura Europos in Siria e nella colonia romana di Cirencester in Inghilterra. Con una straordinaria continuità d’uso, il Quadrato del Sator giunse fino al Medioevo, epoca in cui si credeva che tale iscrizione possedesse un carattere sacro o apotropaico. Forse con questa finalità, ossia di tenere lontano il maligno dagli ambienti dell’abbazia, lo ritroviamo anche a Valvisciolo.

Il quadrato del Sator

Nel chiostro del monastero di Sermoneta, tuttavia, il Sator non si trova sotto forma di quadrato magico ma, in via del tutto eccezionale, ad anelli concentrici, suddivisi in spicchi.

Il Sator dell'abbazia di Valvisciolo
L’iscrizione del Sator a Valvisciolo

In quanto al significato della frase, si tratta di un enigma che non ha ancora una soluzione definitiva. In particolare, le difficoltà interpretative dipendono dal termine sconosciuto arepo, che non ha riscontro in altri testi dell’antichità. Alcuni autori sostengono che Arepo sia un nome proprio e che la frase vada tradotta come “Il seminatore Arepo tiene con cura le ruote”10. Altri, come Jérôme Carcopino, ritengono che il termine indicasse un aratro in uso presso i popoli della Gallia, pertanto: “Il seminatore, con l’aratro, tiene con cura le ruote”11. In ogni caso, la tradizione cristiana medievale lesse nell’iscrizione del Sator, a Valvisciolo rappresentata in forma cosmologica, l’opera di Dio (il seminatore) che governa l’universo con la sua parola.

Valvisciolo e la sorte dei Cavalieri Templari

Il legame tra l’abbazia di Valvisciolo e i Templari non si interruppe con l’arrivo dei Cistercensi. Padre Facecchia fornisce, infatti, un indizio chiave:

“Verso il 1312 la comunità cistercense di Marmosolio si arricchì improvvisamente di un buon numero di altri monaci della stessa osservanza, provenienti da un monastero situato nel territorio di Carpineto romano”.

Don Remigio Facecchia, La badia di Valvisciolo,

Chi erano questi confratelli che dovettero improvvisamente trasferirsi a Valvisciolo? Proprio nel 1312, su richiesta di Filippo il Bello, papa Clemente V ordinava la dissoluzione dell’Ordine del Tempio con la bolla Vox in excelso12, dando il via alle persecuzioni dei suoi membri. Non si può quindi escludere che molti Templari, per sfuggire alla condanna, si rifugiarono nell’abbazia di Sermoneta, indossando l’abito cistercense. D’altronde, i Cistercensi e i Templari erano a tutti gli effetti fratelli nella fede, in quanto condividevano gli insegnamenti e la regola di San Bernardo di Chiaravalle.

Architrave spezzato
La crepa sull’architrave della chiesa dei Santi Pietro e Stefano di Valvisciolo

Padre Facecchia racconta infine una curiosa leggenda, secondo cui gli architravi delle chiese templari si sarebbero spezzati di colpo alla morte di Jacques de Molay, l’ultimo maestro dell’Ordine, arso al rogo su un’isola della Senna nel 1314. Per una curiosa coincidenza, anche l’architrave del portale di Valvisciolo sembra essere percorso da una profonda crepa. E noi oggi, all’allungarsi delle ombre al vespero e al tremolio di fiaccole accese, nel chiostro di Valvisciolo pare ancora di scorgere la figura indefinita di un Templare che, rivolti gli occhi al cielo, benedice Dio per la bellezza del creato.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. A. Lubin, Abbatiarum Italiae brevis notitia, Roma, 1693. ↩︎
  2. B. Capone, Vestigia templari in Italia, Edizioni Templari, 1979. ↩︎
  3. Don R. Facecchia, La badia di Valvisciolo, Tip. Eredi F. Ferrazza, Latina, 1966. ↩︎
  4. M. Raymondi, La badia di Valvisciolo, Notizie e ricerche con illustrazioni, Stabilimento tipografico Pio Stracca, Velletri, 1905. ↩︎
  5. Canonico B. De Lazzaro, Memorie storiche sulla Badia di Valvisciolo di Pietro Pantanelli, Velletri, 1863. ↩︎
  6. Canonico L. Angeloni, Viaggio di Sua Santità Papa Pio IX nella Città e Provincia di Velletri, Tipografia Angelo Sartori, Velletri, 1863. ↩︎
  7. Foto Di Livioandronico2013 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, link all’immagine originale. ↩︎
  8. G. Cristino, L’abbazia di Valvisciolo: un esempio di architettura cistercense fra romanico e gotico. Tracciati, proporzioni e segni,  in Il monachesimo cistercense nella Marittima medievale. Storia e arte, Atti del Convegno, Fossanova-Valvisciolo, 24-25 settembre 1999, a cura di R. Castaldi, Casamari, 2002. ↩︎
  9. II Cronache 4, 9. ↩︎
  10. R. G. Collingwood, The Archaeology of Roman Britain, London, 1930. ↩︎
  11. J. Carcopino, Le Christianisme secret du “carré magique”, Museum Helveticum, vol. 5, n. 1,‎ 1948. ↩︎
  12. B. Frale. Il Papato e il processo ai Templari. L’inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia, Viella, 2003. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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