A Venosa la storia si può leggere anche attraverso i simboli. Simboli nascosti, come un graffito sullo scalino di una cripta medievale, scolpiti sulla pietra da sapienti mastri lapicidi o rivelati tra le tessere di un mosaico paleocristiano. Questi segni umili, talvolta oscuri, sono pagine senza lettere di un grande racconto. Sono testimoni silenziosi dei tempi in cui i Romani edificarono qui grandi terme e splendide domus, di quando i primi cristiani eressero il più antico complesso episcopale, composto da due chiese. I simboli appartengono ai Longobardi e ai Bizantini, poi agli Altavilla, potenti condottieri normanni che trovarono sepoltura proprio a Venosa. Come messaggi del passato, tutti da decifrare, segni misteriosi appaiono sulle pareti e sui pilastri dell’Incompiuta, immensa e solenne cattedrale, eppure spettrale, giacché nessuno ha mai potuto terminare la sua costruzione.

L’area archeologica di Venosa
Fu il console Lucio Postumio Megello, nel 291 a.C., a costituire per primo una colonia latina a Venusia, per controllare la Via Appia e l’altopiano che domina la valle dell’Ofanto1. Della città romana sono rimaste numerose testimonianze archeologiche, soprattutto nell’area adiacente al complesso religioso della Santissima Trinità.

Intorno a una larga via basolata si dispongono edifici di epoche diverse. In una domus del II secolo a.C., abbellita con mosaici in età imperiale, si possono riconoscere un atrium con vasca, quattro cubicula e un tablinum, oltre a vari ambienti di servizio. Del I secolo d.C. è un complesso termale costituito da molti vani. Il frigidarium, con vasca semicircolare, è pavimentato con un pregiato mosaico che raffigura animali e mostri marini. Altri locali erano adibiti a tepidarium per la raccolta dell’acqua tiepida e a calidarium. Il laconicum era invece l’ambiente più riscaldato, dove gli antichi Romani potevano fare la sauna.

In prossimità delle terme, si osserva un vasto insieme residenziale con tabernae, attorniato da altre domus di età tardo-repubblicana. All’interno di una di esse spicca la rappresentazione musiva della testa di Medusa, simbolo apotropaico usato nell’antichità per allontanare il male e le influenze negative.

Nelle immediate vicinanze, nella parte più orientale della città, sorgeva l’anfiteatro risalente alla metà del I secolo. Dell’edificio, rimaneggiato in età adrianea2, sono ancora visibili in parte le strutture murarie in opus reticolatum.
Il complesso paleocristiano di Venosa
L’epoca cristiana a Venusia è documentata dalle rimanenze del più antico complesso episcopale, inaugurato tra il V e il VI secolo. Il centro di culto si componeva di due differenti chiese, orientate tra loro su due assi ortogonali3. Quella occidentale sopravvive in pochi ma preziosi resti archeologici ed era quasi certamente adibita a battistero. Di essa si possono osservare in pianta le tre navate, l’abside trichora con deambulatorio, e due vasche battesimali, l’una esagonale al centro del presbiterio, l’altra cruciforme.

La chiesa orientale, invece, col tempo andò a costituire l’attuale abbazia della SS. Trinità. Del primo edificio paleocristiano, gli scavi archeologici hanno potuto rintracciare il pavimento in opus sectile e una probabile vasca battesimale rivestita in cocciopesto, recante l’incisione di una croce a monogramma4. Sulla scorta della tradizione agiografica di Venosa5, il ritrovamento di una tomba con un foro circolare sulla lastra di copertura ha fatto pensare che ivi fosse sepolto San Felice martire. Ciò nondimeno, l’ipotesi è tutta da dimostrare. Felice, vescovo di Thibiuca in Africa, morì e fu sepolto con ogni probabilità a Cartagine; a Venosa giunsero solo alcune reliquie per la consacrazione della chiesa episcopale6.

La chiesa della SS. Trinità
Già nel corso del VI secolo le precedenti strutture vennero obliterate per edificare la SS. Trinità. L’edificio fu concepito a tre navate con transetto, abside semicircolare e deambulatorio retrostante l’abside7. Le navate vennero separate da quattordici pilastri e scandite da archi a tutto sesto. Il deambulatorio, con otto grandi finestre aperte lungo il catino absidale, permetteva ai fedeli di venerare le reliquie custodite sotto l’altare8. Un arco trionfale con colonne romane di reimpiego in marmo cipollino, permetteva di accedere all’area del presbiterio.

Sotto il transetto correva una cripta a corridoio, forse adibita a martyrium. Su un gradino della scalinata d’accesso qualcuno incise una triplice cinta, tavoliere del gioco del filetto per passare il tempo e richiamo simbolico al sacro Tempio di Salomone a Gerusalemme. In ultimo, la chiesa venne ornata con preziosi pavimenti musivi lungo la navata centrale e nell’area del presbiterio.

In prossimità della soglia, gli archeologi hanno rinvenuto un pannello costituito da una cornice geometrica con svastiche e vari motivi simbolici, tra cui la figura cristiana del pesce e il nodo di Salomone. Lo stesso motivo a nodo, racchiuso entro una cornice a onde, ricorre in due mosaici simmetrici situati lungo la navata centrale. La svastica, antico simbolo solare, alludeva alla regalità di Cristo. Il pesce, invece, rimandava alla sua natura di figlio di Dio, come facevano i primi cristiani perseguitati che, con il termine greco ichthys, “pesce”, indicavano l’acronimo Iēsous Christos Theou Yios Sōtēr, “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. Il Nodo di Salomone era simbolo del legame profondo tra Dio e il creato. Anche il catino absidale della chiesa era ricoperto di mosaici, come suggerito dal ritrovamento di tessere bianche e rosse.

L’età longobarda
Tutto fa pensare che il complesso episcopale di Venosa rientrasse nel quadro del rinnovamento promosso dall’imperatore bizantino Giustiniano (527-565) all’indomani della guerra greco-gotica. Il periodo di gloria delle chiese di Venosa, tuttavia, fu molto breve. Giunti in queste terre nell’ultimo quarto del IV secolo, i Longobardi riadattarono l’area a uso funerario. I pochi interventi architettonici commissionati riguardarono la dismissione del deambulatorio della SS. Trinità, per far posto a varie tombe, e l’erezione di una foresteria. La presenza di tale edificio suggerisce che il complesso avesse perso col tempo la funzione preminente di sede vescovile per divenire, invece, un centro di accoglienza per i pellegrini sulla Via Appia, dove i fedeli transitavano alla volta del Santuario di San Michele sul Gargano.

Gli Altavilla e il mausoleo nella SS. Trinità di Venosa
Nel corso del IX secolo Venosa cadde nelle mani dei Saraceni. Solo l’intervento del re franco Ludovico II nell’867 la restituì alla cristianità: la città venne ceduta ai Bizantini. Alla metà del X secolo risale l’edificazione delle prime strutture monastiche presso la SS. Trinità. Ai molti sovrani che qui, nei secoli, si avvicendarono, intorno al 1041 si aggiunsero in potenza e gloria i Normanni Altavilla. Venosa ricadde sotto il comando dei fratelli Guglielmo “Braccio di Ferro” (1043), Drogone (1046), Umfredo (1051) e Roberto il Guiscardo (1059), che si succedettero come Duchi di Melfi8.
Gli Altavilla decisero di trasformare radicalmente il complesso della SS. Trinità. Drogone ordinò di rifare la facciata e di rialzare il piano di calpestio con un nuovo pavimento in opus tessellatum. Nel 1059, papa Niccolò acconsentì alla richiesta di trasferimento della cattedrale a S. Felice e consacrò l’antico edificio paleocristiano a chiesa abbaziale benedettina. Al suo interno, Roberto il Guiscardo fece erigere un prestigioso mausoleo dinastico per ospitare i suoi fratelli. Lui stesso vi verrà sepolto nel 1086 e commemorato con una lapide che recitava: “Hic terror mundi Guiscardus“, ossia “Qui giace il Guiscardo, terrore del mondo“.

L’Incompiuta di Venosa e i suoi simboli
In breve tempo la SS. Trinità divenne una delle abbazie più ricche e potenti di tutto il Meridione d’Italia. Così si spiega la volontà sorta sotto l’abbaziato di Berengario (1063-1095 circa) – che aveva aumentato il numero dei monaci da venti a cento – di ampliare la chiesa in forme grandiose e monumentali. Tra la fine dell’XI secolo e gli inizi del successivo, iniziarono i lavori di edificazione di un grande corpo di fabbrica addossato posteriormente alla SS. Trinità. Vennero quindi celermente innalzati i muri perimetrali della navata, del transetto e del coro con le cappelle radiali, nonché i pilastri del deambulatorio.

I simboli nella pietra
A tal fine vennero utilizzati molti materiali di reimpiego provenienti dal vicino anfiteatro, dalle rovine del complesso paleocristiano e dalla SS. Trinità. Queste pietre ospitano pertanto testimonianze di età differenti e su di esse si possono riconoscere molti simboli. Le iscrizioni e i volti risalgono all’età romana, mentre la menorah e la stella di David rivelano la presenza a Venosa di una nutrita comunità ebraica, esistente dal III al IX secolo.

Di epoca longobarda sono invece, con buona probabilità, i vari rilievi serpentiformi scolpiti su blocchi di marmo, memoria della religiosità pagana non ancora intaccata dal cristianesimo10.

Non mancano i molti rimandi simbolici del Medioevo cristiano. Alcuni fiori della vita richiamavano la rinascita della natura e, di conseguenza, la resurrezione, mentre il Nodo dell’Apocalisse rappresentava il disegno escatologico per la salvezza dell’umanità.

E ancora, un Agnus Dei sulla chiave di volta del portale di accesso alla chiesa era immagine di Cristo e del suo sacrificio sulla Croce per la redenzione dei peccati.

La cattedrale Incompiuta
Il cantiere della cattedrale proseguì sotto l’abate Pietro (1096-1108), che riuscì con saggezza e zelo ad amministrare le molte donazioni dei nobili normanni. Lo stesso non si può dire del suo successore Ugo, che invece sperperò i beni monastici, venendo scomunicato ed esiliato da papa Innocenzo II. L’evento inaugurò una profonda decadenza spirituale ed economica dell’abbazia, che non permise mai il completamento della chiesa, per questa ragione oggi nota come “l’Incompiuta di Venosa”.

Pochi altri lavori furono condotti soltanto sotto la guida dell’abate Pietro II Divinacello (1140-1156), che fece innalzare cinque colonne con capitelli corinzi e un pilastro a fascio lungo la navata sud. Si tratta degli ultimi sostanziali interventi architettonici nell’Incompiuta. Il complesso cadde in disgrazia e, durante la dominazione sveva, il cantiere venne definitivamente abbandonato. Nel 1297 la SS. Trinità passò infine all’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, anche detti Cavalieri di Malta.

Ancora oggi, a Venosa, la nuda pietra, esposta al sole e sbattuta dal vento, tra vuote navate e canti silenziosi, si erge spettrale a guardia della vallata. Tra i ruderi dell’Incompiuta si celano molti bassorilievi: marchi, simboli e figure scolpite, spesso di reimpiego, testimoniano le fasi storiche della città e costituiscono un misterioso compendio per i posteri.
Samuele Corrente Naso
Note
- Dionigi di Alicarnasso, Antiquitates Romanae, XVII, 18, 5. ↩︎
- M. L. Marchi, M. Salvatore, Venosa (forma e urbanistica), L’Erma di Bretschneider, Roma, 1997. ↩︎
- M. Salvatore, Note introduttive alla conoscenza della Cattedrale paleocristiana di Venosa, in Puglia paleocristiana e altomedievale, IV, Edipuglia, Bari, 1984. ↩︎
- G. Cirsone, La basilica della SS. Trinità di Venosa dalla Tarda Antichità al Medioevo, in La Capitanata, semestrale della Biblioteca Provinciale di Foggia, 2011. ↩︎
- Si vedano le varie versioni della Passio Sancti Felicis in F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia. Dalle origini al principio del secolo VII (An. 604), I, Stabilimento grafico F. Lega, Faenza, 1927. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- M. Salvatore, Il museo archeologico nazionale di Venosa, Matera, 1991. ↩︎
- M. Salvatore, Note introduttive alla conoscenza della Cattedrale paleocristiana di Venosa, in Puglia paleocristiana e altomedievale, IV, 1984. ↩︎
- L. R. Ménager, Les fondations monastiques de Robert Guiscard, duc de Pouille et de Calabre, Quellen und Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken 39, 1959. ↩︎
- A. Rusconi, Il culto longobardo della vipera, in Pietro Borraro, Giacomo Racioppi e il suo tempo, Atti del I Convegno Nazionale di Studi sulla Storiografia Lucana (Rifreddo, Moliterno, 26-29 settembre 1971), Congedo, Galatina, 1975. ↩︎


