A Campiglia Marittima il mistero aleggia lungo le vie del centro storico, si insinua come un vento leggero tra le mura medievali, permea l’atmosfera di questo affascinante borgo della Toscana. Molti sono gli enigmi celati nei suoi edifici millenari: incisioni, volti scolpiti, stemmi e simboli sembrano appartenere a un linguaggio segreto e indecifrabile. La Pieve di San Giovanni, eretta nel XII secolo, custodisce affascinanti testimonianze di un’epoca in cui messaggi e conoscenze venivano affidati alla pietra. Così, su un concio esterno, il suo capomastro Matteo fece apporre un’epigrafe con le oscure parole “sator arepo tenet opera rotas“. Si tratta dell’iscrizione palindroma del Sator, un rompicapo che da secoli appassiona e sfida chiunque voglia comprenderne il significato. E ancora, nella vicina Rocca di San Silvestro, ormai impervia e desolata, qualcuno incise la triplice cinta, tavoliere da gioco del filetto ma anche sacro disegno dall’arcana simbologia. Quanti misteri a Campiglia Marittima…

Il castello di Campiglia Marittima
Nel 1004 il conte Gherardo II della Gherardesca donò al monastero di Santa Maria di Serena, vicino Chiusdino, una serie di cospicui beni territoriali, tra cui il “castello de Campilia medietate cum ecclesia et curte“, situato su un colle della Val di Cornia. È questa la più antica menzione scritta, giunta sino a noi, del castello e del borgo di Campiglia Marittima1, sebbene un insediamento doveva esistere ben prima del X secolo, come suggeriscono le indagini archeologiche2. Nello stesso atto di donazione, inoltre, compare la località di Montecalvo, identificata con l’odierna Rocca di San Silvestro, nel Medioevo un importante centro di estrazione e lavorazione del rame e del piombo.
I conti Gherardeschi mantennero i diritti signorili sul territorio per tutto il Medioevo. Tuttavia, dalla prima metà del XII secolo, la bassa Val di Cornia entrò nell’area di influenza pisana. Nel giugno del 1139, infatti, il conte Ildebrando donò all’arcivescovo di Pisa la metà dei suoi possedimenti in alcuni castelli della zona, tra cui quelli di Biserno e Campiglia3. Nel febbraio del 1158, inoltre, il presule ottenne anche la permuta dei territori in possesso del monastero di Santa Maria di Serena. Da quel momento, il dominio della potente Pisa condizionerà ogni aspetto della regione, dall’architettura religiosa e civile alla politica.
Nel corso del XII secolo a Campiglia venne istituito anche il libero Comune, sebbene sia difficile ricostruirne i confini temporali e soprattutto i rapporti con i signori feudali del luogo. La curia comunale, con funzione giudiziaria, aveva sede nel borgo che si stava sviluppando ai piedi del castello mentre, nel frattempo, veniva ampliata la cinta muraria. Intorno al 1173 sorse, invece, l’edificio di culto più importante della cittadina, la Pieve di San Giovanni, illustre testimone dell’età medievale e misterioso custode di una simbologia arcana.

La Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima
La Pieve di San Giovanni non fu il primo edificio religioso della città. Alcune fonti documentarie suggeriscono che essa sostituì una precedente chiesa battesimale situata nell’odierna frazione di Cafaggio, forse dedicata alla Vergine Maria, a causa della crescita demografica e dell’importanza sempre maggiore assunta dal borgo di Campiglia4.
L’edificio è ubicato sulla cima di un poggio appena fuori dalle mura cittadine, nell’area dell’attuale cimitero. L’architettura è improntata a uno stile severo e misurato, ispirato al romanico di cui il magister Buscheto fu un grande interprete nella cattedrale di Santa Maria Assunta a Pisa. La pianta a croce latina, con navata unica e abside semicircolare, è orientata in direzione est-ovest. La Pieve di San Giovanni è costruita in bozze di alberese di tonalità grigia, mentre la maggior parte dei fregi e delle decorazioni si presenta su pietra calcarea bianca. La navata è coperta da una semplice struttura a capriate lignee, che ha sostituito l’originale in pietra, mentre il transetto è sormontato da volte a botte. Qui, sul lato nord, si innesta un piccolo campanile a vela.

La facciata a capanna appare spoglia alla vista, se non per l’elegante rosone centrale quadrilobato e l’ornato che accompagna il portale d’ingresso, con architrave adorno di motivi vegetali, lunetta traforata e ghiera bicroma di derivazione pisana. I fianchi dell’edificio si allungano su superfici sobrie, interrotte soltanto da sottili monofore strombate e dal bel portale settentrionale, scolpito sull’architrave con la Caccia al cinghiale di Meleagro, animata da un folto gruppo di cacciatori, prede e cani. Il tema pagano viene qui reinterpretato in chiave cristiana: Cristo, nelle sembianze dell’eroe, sconfigge la terrificante belva, immagine del maligno.

L’enigma del peccatore Matteo
Un’iscrizione-firma, incisa sulla facciata e divisa in due frammenti distinti, attesta che la Pieve di San Giovanni è stata edificata da un tale maestro Matteo. Le due parti dell’incisione si trovano una a sinistra del portale d’ingresso, a tre metri di altezza, e l’altra presso l’imposta destra dell’archivolto.
+MCSIII GR(ati)A D(e)I HOC OP(us) C(om)POSUIT PE[c]CATOR MA/THEUS / O FR(atre)S D(eu)M ORATE UT EI DIMITTAT C(om)MISSA PECCATA
“Per grazia di Dio questa opera realizzò il peccatore Matteo: fratelli pregate per lui, affinché Dio gli perdoni i peccati commessi”
Tratta da G. Bianchi, Campiglia. Un Castello E Il Suo Territorio5

L’uso del verbo composuit, in vece di fecit, permette di ipotizzare che Matteo abbia lavorato alla Pieve sia in qualità di architetto che di scultore. Tuttavia, l’identità del sapiente capomastro, che si definisce “peccatore”, è pressoché sconosciuta. Le fonti scritte dell’epoca non recano traccia della sua esistenza e non conosciamo nessun’altra opera da lui realizzata. Nonostante l’esecuzione dell’epigrafe sulla facciata sia di qualità mediocre, è possibile comunque dedurre che il suo autore fosse un uomo colto, in grado di comporre una frase di media lunghezza in un latino corretto. La richiesta finale dell’epigrafe, “fratelli pregate per lui, affinché Dio gli perdoni i peccati commessi”, fa immaginare che Matteo appartenesse a qualche ordine monastico.

La data sull’incisione, che indica la fine dei lavori di edificazione della Pieve, è stata interpretata in vari modi a causa dell’utilizzo della S come carattere numerico latino. Tuttavia, è ragionevole supporre che il simbolo corrisponda a septuaginta (settanta) piuttosto che a sexaginta (sessanta). In tal modo, l’edificio sarebbe stato completato nel 1173, come suggeriscono le somiglianze stilistiche con la vicina chiesa di San Giusto a Suvereto, risalente al 1189. Inoltre, le lettere dell’epigrafe sono incise in caratteri capitali, mistilinei (“u”) e onciali (“e”, “d”, “m”), una commistione tipica della fase di transizione tra il romanico e il gotico alla metà del XII secolo.
L’iscrizione del committente
Un’altra epigrafe sulla facciata, di fattura migliore rispetto alla precedente, indica invece il misterioso committente della Pieve. L’iscrizione è incisa sul listello con motivi fitomorfi che sovrasta l’architrave del portale. Purtroppo, il pessimo stato di conservazione non permette una sua perfetta leggibilità e molte parti lacunose possono essere solamente dedotte:
[…] BINIV […] ANNI […] Q(ui) […] R T(un)C FEC(it) I(n)CIDI LAPID(e)S Q(uo)S CERNITIS (h)OC ILD(e)RIC(us) […]
Tratta da G. Bianchi, Campiglia. Un Castello E Il Suo Territorio6
Ilderico fu dunque il committente dell’epigrafe e, con tutta probabilità, anche dell’intera Pieve di Campiglia Marittima. Purtroppo, anche in questo caso, non sappiamo chi fosse costui: nulla ci è stato tramandato nei documenti dell’epoca.

Il linguaggio della pietra e i misteri della Pieve di Campiglia Marittima
L’eccezionalità della Pieve di San Giovanni non risiede nella sua semplice foggia architettonica, ma nei dettagli, spesso reconditi, nelle decorazioni, nei simboli e nel ricco apparato epigrafico, in alcuni casi suggestivo ed enigmatico. A questo linguaggio della pietra appartengono, innanzitutto, le sculture sugli archivolti circolari delle strette monofore. Sull’ultima finestra del fianco nord si osserva una graziosa foglia d’acqua, dalla sottile punta ricurva, che sembra sfidare i limiti della materia. Due volti umani, barbuti e senza capelli, si affacciano invece sull’archivolto della monofora absidale e fissano i passanti con sguardo severo. Un’altra testa scolpita si trova, a due terzi d’altezza del paramento, su un concio del fianco meridionale.

I volti scolpiti di Campiglia Marittima non costituiscono un caso isolato, ma fanno parte di un codice simbolico ricorrente nell’arte romanica della Toscana. Gli studiosi si sono interrogati a lungo sul significato di queste maschere che venivano collocate in punti specifici degli edifici medievali. Un’ipotesi è che le teste, oltre ad avere un’ovvia funzione ornamentale, dovessero impedire al maligno di penetrare nello spazio sacro. Secondo questa visione, esse rappresentavano il potere della Chiesa e della sua gerarchia. I volti della Pieve di San Giovanni erano dunque figura di santi e vescovi che vigilavano sulla dimora di Dio.

Le croci incise
Presso il piano pavimentale della Pieve, invece, non è difficile notare la presenza di numerose incisioni cruciformi. Sul basamento della facciata si trova la riproduzione del Calvario, mentre sul fianco meridionale se ne contano altre tre di vario tipo. I graffiti appaiono di bassa qualità per poter essere attribuiti ai mastri lapicidi romanici. È probabile che siano stati realizzati in un secondo momento come segni obituari, ossia per indicare delle sepolture sotterranee collocate nelle immediate vicinanze.

La meridiana e l’uomo togato
Anche nei suoi interni la Pieve nasconde alcuni elementi interessanti. Ad esempio, sulla parete sinistra, a due metri d’altezza, si può ammirare una meridiana composta da tre linee divergenti da un punto comune. Lo strumento serviva a scandire i tempi delle funzioni liturgiche sulla base dei movimenti del sole. Sull’archivolto di una monofora, che si apre nel braccio meridionale del transetto, è inoltre scolpito un uomo togato, colto nell’atto di reggersi la veste. Purtroppo la figura è priva della testa ed è ormai difficile identificarne soggetto e iconografia.

L’iscrizione del Sator di Campiglia Marittima
L’aura di mistero che avvolge la Pieve di San Giovanni di Campiglia Marittima è dovuta soprattutto alla presenza dell’enigmatica iscrizione del Sator, uno dei più complessi rompicapi nella storia dell’archeologia. L’epigrafe, nota sin dall’antichità per la caratteristica disposizione palindroma delle parole, si trova esposta in bella vista sotto la copertura del transetto settentrionale. Qui, su un concio di calcare bianco, si può infatti leggere:
SATOR AREPO M(a)TH(eu)S – TENET OPERA – ROTAS MCSS

Il Quadrato del Sator
La più antica testimonianza dell’iscrizione del Sator è stata riportata alla luce tra gli scavi di Pompei (79 d.C.). Tuttavia, è durante il Medioevo che l’epigrafe ha avuto la sua massima diffusione, venendo spesso incisa sotto forma di quadrato magico:

In questo modo, ad esempio, la ritroviamo sul lato sinistro del Duomo di Siena (XIII secolo), in un muretto di cinta del castello di Brusaporto e, in frammenti, nel mosaico presbiteriale della chiesa di San Giovanni Decollato a Pieve Terzagni (XII secolo). Nella Collegiata di Sant’Orso ad Aosta l’iscrizione del Sator segue, invece, l’andamento circolare di una composizione musiva (XII secolo), nella Pieve di Arcè compare sui conci del portale laterale (XII secolo), all’interno del chiostro dell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta è un graffito disposto in anelli concentrici (XIII secolo) e si potrebbe continuare ancora a lungo.
A Campiglia Marittima, l’iscrizione del Sator si dispone su tre righe, su un supporto rettangolare. L’incisione, di discreta fattura, presenta caratteri capitali e onciali alternati, con un insolito tratto mediano della “a” a forma di chevron. L’epigrafe è intervallata dal nome del suo artefice, lo stesso Matteo che costruì la Pieve, e riporta la data di realizzazione: MCSS. Anche in questo riferimento temporale c’è un po’ d’incertezza, in quanto potrebbe corrispondere al 1172 (Mille Centum Septuagesimus Secundo), oppure al 1177 (Mille Centum Septuaginta Septem).

Il significato del Quadrato del Sator
Qual era il significato dell’iscrizione del Sator? Si tratta di un mistero che non possiede ancora una soluzione definitiva8. Negli ultimi secoli, molti studiosi hanno provato a fornire un’interpretazione che abbia un senso compiuto. Tuttavia, la difficoltà del compito è acuita dal fatto che la parola arepo non corrisponda a un termine latino conosciuto. Se invece la consideriamo come un nome proprio, otteniamo l’incerta interpretazione: “Il seminatore Arepo tiene con cura le ruote”9:
- Il seminatore/il creatore (SATOR)
- AREPO
- tiene/guida (TENET)
- con cura (OPERA)
- le ruote (ROTAS)
J. Carcopino propose: “Il seminatore, con l’aratro, tiene con cura le ruote”, ipotizzando che arepo derivi dal gallico arepos (aratro)10. F. Grosser, invece, vi lesse l’anagramma di Pater Noster, accompagnato dalle lettere Alfa e Omega, con un chiaro riferimento cristiano al libro dell’Apocalisse11. Tuttavia, è anche possibile che l’iscrizione del Sator abbia un’origine pagana, anteriore all’avvento del Cristianesimo. Tra le varie ipotesi, è stato suggerito che si tratti di un’invocazione al dio Saturno12. In ogni caso, qualunque fosse il significato dell’epigrafe nell’antichità, è probabile che nel Medioevo abbia assunto un valore magico-apotropaico. Il costruttore Matteo la fece collocare sulla Pieve di San Giovanni per assicurare al suo edificio la protezione dal maligno e dai disastri naturali.
Le lastre tombali
Percorrendo il selciato di fronte alla facciata della Pieve, proprio a ridosso del portale principale, ci si imbatte in due lastre tombali molto antiche, posizionate sullo stesso livello del pavimento. Le lapidi risalgono al XV secolo, come si evince dallo stile dei caratteri epigrafici. In origine si trovavano dentro la Pieve e furono spostate all’esterno in epoca moderna. La prima attestazione della presenza di sepolcri nell’area risale infatti soltanto al 1419, quando uno Statuto del Comune di Campiglia faceva divieto di far pascolare il gregge “sopra il cimiterio”. La prima lastra presenta al centro uno stemma nobiliare con uno scudo a mandorla, percorso da una banda trasversale caricata di tre scaglioni. La lapide non è accompagnata da alcuna scritta e non è stato possibile risalire al casato del defunto.

Ancora più interessante è la seconda lastra tombale, contraddistinta al centro da uno scudo a mandorla, con banda obliqua, su cui si sovrappone la figura di un uomo senza vestiti. Il personaggio, ritratto in posizione frontale, ha la mano destra sollevata in atteggiamento benedicente e la sinistra poggiata sul fianco.

In questo caso, la lapide reca incisa lungo i margini un’iscrizione obituaria:
HIC IACET AI ISIDOR(us) – PETRI DE CA(m)PILIA HOC OPUS FECIT FIERI BAR – TOLOMEUS PETRI ET FLORE(n) – TIUS MICHAELIS DE CA(m)PILIA A(nno) D(omini) (M)CCC(C) […] IIII.
Tratta da G. Bianchi, Campiglia. Un Castello E Il Suo Territorio13
Pertanto, sappiamo che Bartolomeo di Pietro e Fiorenzo Michele di Campiglia furono i committenti della sepoltura per il loro caro defunto, Isidoro di Pietro.
I misteri dell’uomo androgino di Campiglia Marittima
Bisogna segnalare la presenza di un’analoga insegna nobiliare su un concio quadrato del prospetto di una casa in via Buozzi, nel centro di Campiglia Marittima. Lo stemma, meglio conservato, evidenzia la posa del soggetto, la cui mano alzata indica il numero tre con il palmo rivolto verso l’osservatore, e i suoi genitali maschili. Ai lati dello scudo sono ben visibili due monogrammi, speculari tra loro. Sebbene non siano mancati fantasiosi tentativi di interpretazione, come la ricerca di una corrispondenza nell’alfabeto etrusco, i simboli sono molto probabilmente la firma del proprietario dell’abitazione (E. M.). Il concio di via Buozzi contiene inoltre un’epigrafe con la data del 1459 e la scritta “HEC DOMUS I(n)CE(p)TA FUIT – DE MENSE IENUARII“: “Le fondamenta di questa casa furono gettate nel mese di gennaio”.

Alcuni hanno riconosciuto nel soggetto dello stemma anche degli attributi femminili, come seni e fianchi larghi, da cui l’ipotesi che esso riproduca un uomo androgino, in linea con la concezione esoterico-alchemica della coincidentia oppositorum. Tale tema era frequente nelle sette gnostiche del XV secolo, secondo cui il cosmo era animato da un conflitto dualistico tra bene e male, a causa del quale l’uomo delle origini, perfetto e completo, sarebbe stato corrotto e scisso attraverso gli opposti, come maschio e femmina.
Un ordine religioso o una corporazione di mastri costruttori?
Più semplicemente, l’insegna di via Buozzi potrebbe avere invece un significato religioso, come suggerisce l’epigrafe recante il cristogramma YHS. È possibile che l’uomo raffigurato sia Cristo risorto, in posa benedicente, seppur privo dei consueti attributi iconografici, come la barba, i capelli e le ferite della crocifissione. Se così fosse, sarebbe ragionevole attribuire la sepoltura antistante la Pieve a un importante membro di qualche ordine monastico.

Un’ultima ipotesi è che lo stemma appartenesse a una corporazione di scalpellini o mastri costruttori operante nella zona. A sostegno di tale interpretazione, si fanno notare due particolarità: il disegno della banda araldica sembra riprodurre una trave architettonica e il soggetto maschile indica il numero tre con il computo digitale medievale, il sistema di calcolo matematico dell’epoca. In conclusione, il significato dello stemma nobiliare di Campiglia Marittima non è ancora certo. Nella Pieve di San Giovanni riposavano le spoglie di un alchimista, di un mastro scalpellino o di un alto ecclesiastico del XV secolo?
La Rocca di San Silvestro e le triplici cinte
La Rocca di San Silvestro, situata a trecentotrenta metri di altitudine su un’altura che separa le Valli dei Lanzi e del Temperino, si raggiunge attraversando le miniere metallifere della zona. Il percorso, più di un chilometro su rotaia, si snoda all’interno delle viscere dei monti e sembra eclissarsi verso le profondità della terra. Poi, un irto sentiero boscoso conduce alla fortificazione che, ormai ridotta in rovina, domina sinistra il paesaggio circostante.

Sui gradoni d’ingresso della Rocca, un occhio attento può notare l’incisione di tre quadrati concentrici, uniti da segmenti mediani perpendicolari. Questa “triplice cinta” era il tavoliere del filetto, un gioco con pedine molto diffuso nel Medioevo, qui probabilmente impiegato dai soldati di guardia per passare il tempo. Simili schemi ludici sono stati ritrovati anche nelle rovine della Torre B della Rocca di Campiglia, che per secoli è stata usata come discarica. I reperti giacevano negli strati risalenti al XIV secolo, epoca in cui la città ospitava un contingente militare pisano14.

Nella visione cristiana del Medioevo, il gioco non era considerato solo un passatempo, ma spesso aveva una connotazione sacra. Sul piano simbolico, il gesto rituale di tracciare delle linee geometriche imitava l’opera divina che mette ordine nel cosmo. La Triplice Cinta, con le sue proporzioni definite, rifletteva l’armonia del creato, secondo il principio di analogia tra microcosmo e macrocosmo. D’altronde, la geometria del quadrato richiamava i quattro elementi che formano l’universo (acqua, fuoco, aria e terra), così come i punti cardinali e le stagioni. In tal modo, il gioco diveniva un’allegoria escatologica: sul tavoliere del filetto prendeva vita l’eterna lotta tra il bene e il male, la luce e le tenebre.
Samuele Corrente Naso
Note
- M. L. Ceccarelli Lemut, I conti Gherardeschi e le origini del monastero di S. Maria di Serena, in C. Violante, Nobiltà e chiese nel medioevo e altri saggi. Miscellanea di scritti in onore di G. Tellenbach, Roma, 1993. ↩︎
- G. Bianchi, Campiglia. Un castello e il suo territorio, All’Insegna del Giglio, Firenze, 2003. ↩︎
- L. A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, voll. 6, Mediolani, 1738-1742. ↩︎
- M. L. Ceccarelli Lemut, Scarlino: le vicende medievali fino al 1339, in R. Francovich, Scarlino, I, Storia e territorio, Firenze, 1985. ↩︎
- Ibidem nota 2. ↩︎
- Ibidem nota 2. ↩︎
- Di Sailko – Opera propria, CC BY-SA 4.0, link all’immagine. ↩︎
- R. Cammilleri, Il quadrato magico. Un mistero che dura da duemila anni, Rizzoli, 2004. ↩︎
- R. G. Collingwood, The Archaeology of Roman Britain, London, 1930. ↩︎
- J. Carcopino, Le Christianisme secret du “carré magique“, Museum Helveticum, vol. 5, n. 1, 1948. ↩︎
- F. Grosser, Ein neuer Vorschlag zur Deutung der Sator-Formel, Archiv für Religionwissenschaft, XXIV, 1926. ↩︎
- R. T. Ganiban, Virgilian Prophecy and the Reign of Jupiter, in Brill’s Companion to Valerius Flaccus, edito da Mark Heerink and Gesine Manuwald, Brill Academic Publishers, 2014. ↩︎
- Ibidem nota 2. ↩︎
- G. Bianchi, I giochi, in Campiglia. Un castello e il suo territorio, All’Insegna del Giglio, Firenze, 2003. ↩︎


