L’iscrizione del Sator nella chiesa di San Michele ad Arcè

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La pieve romanica di San Michele Arcangelo ad Arcè, vivace frazione di Pescantina, nasconde un grande mistero. Non nella sobria architettura medievale del secolo XII, negli affreschi di ispirazione giottesca attribuiti alla cerchia di Altichiero1 e nemmeno nelle sue vicende storiche. Il mistero si cela, eppure in bella vista, sui conci che costituiscono l’archivolto del portale laterale. Incise sulla pietra si snodano una dopo l’altra le enigmatiche lettere del Quadrato del Sator.

San Michele ad Arcè
La chiesa di San Michele ad Arcè

La pieve di San Michele Arcangelo ad Arcè

La prima menzione storica della Pieve è contenuta in una bolla di papa Innocenzo II del 1139. Con tale documento, il pontefice ne attestava la dipendenza dall’abbazia veronese di San Fermo Minore2. Ancora nel 1154 papa Anastasio IV confermava la proprietà al medesimo cenobio3.

Il nucleo originale dell’edificio, modesto e raccolto nella sua architettura romanica di stampo veronese4, con muratura in ciottoli, è costituito da un’unica navata. L’abside è orientata a est, come da tradizione, verso la direzione del sole che sorge e della santa città di Gerusalemme, ove si collocano le vicende del Cristo. La facciata a capanna ospita un portale d’ingresso con arco a tutto sesto, incorniciato da conci in tufo. Il campanile a pianta quadrata e il tetto a capriate lignee furono invece aggiunti nel XVI secolo, dopo che i Disciplinati di San Rocco avevano rilevato l’edificio diroccato nel 15405.

La chiesa di San Michele ad Arcè
La chiesa di San Michele ad Arcè

Il portale laterale e il Sator

Sul fianco meridionale della Pieve di Arcè si apre un minuto portale secondario. Sui cinque conci irregolari in pietra bianca e tufo che compongono l’archivolto, a tutto sesto, furono incise le parole del Quadrato del Sator:

Sator arepo tener opera rotat

L'iscrizione del Sator ad Arcè
L’iscrizione del Sator di Arcè

La frase palindroma è stata rinvenuta in diversi siti archeologici d’Europa e del Medio Oriente, in contesti appartenenti a epoche diverse tra loro. Il Quadrato del Sator compare tra le rovine dell’antica Pompei (79 d.C.) come nel Duomo di Siena (XIII secolo); è un’incisione grafitica apposta su un muro del chiostro dell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta (XIII secolo), un mosaico nella Collegiata di Sant’Orso ad Aosta (XII secolo), un blocco scolpito nella Pieve San Giovanni a Campiglia Marittima (XII secolo). E si potrebbero fare molti più esempi. La maggior parte dei reperti vede la disposizione spaziale delle parole in un quadrato di venticinque lettere, sì da essere palindromo in tutte le direzioni.

Il quadrato del Sator
Il Quadrato del Sator

Non è tuttavia il caso di Arcè: le sibilline lettere che compongono la frase del Sator sono scritte in sequenza su una sola riga, senza avere disposizione geometrica.

L’interpretazione del Sator nel Cristianesimo

Ma cosa vogliono dire tali parole? Qual è il significato del Quadrato del Sator? Come si sarà intuito, è questo un mistero che non ha ancora trovato una soluzione definitiva6. L’interpretazione più famosa della frase, proposta da J. Carcopino, è “Il seminatore, con l’aratro, tiene con cura le ruote”7. Si tratta soltanto di un’ipotesi di traduzione giacché la parola arepo non è un termine latino noto e non ha ancora trovato un significato condiviso tra gli studiosi.

Sebbene il Quadrato del Sator nasca come epigrafe latina, nel corso dei secoli ha subito una reinterpretazione in chiave cristiana. Secondo i Vangeli il seminatore è Dio e il seme è la sua parola. L’immagine trova similitudine con la visione del profeta Ezechiele che vede la Merkavah, il potente carro-trono di Dio guidato da quattro “esseri animati” con fattezze di uomo, leone, toro e aquila:

“Quando quegli esseri viventi si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote”.

Ezechiele 1, 19-20

Nell’esegesi biblica cristiana la Merkavah è condotta dai quattro Evangelisti. Sono proprio coloro che diffondono la Parola di Dio e che hanno negli esseri di Ezechiele il corrispettivo simbolico: il leone è Marco, l’aquila è Giovanni, il toro è Luca, l’uomo è Matteo. Nella visione del profeta essi “potevano muoversi in quattro direzioni, senza aver bisogno di voltare nel muoversi”. È interessante notare che il Quadrato del Sator, espressione letterale del carro di Dio e della sua opera in quanto seminatore, sia palindromo in tutte le direzioni.

Il Sator della chiesa di San Michele ad Arcè

Tuttavia, il Sator di Arcè potrebbe avere origine da una tradizione popolare che gli attribuiva un valore magico e apotropaico8. A sostegno di ciò vi sono alcuni indizi rivelatori. Ad esempio, esso fu apposto sul portale della chiesa di San Michele in un momento successivo alla fondazione dell’edificio. Forse qualche decennio dopo: i caratteri capitali che ne compongono le parole erano diffusi alla metà del secolo XII9. La scritta grafitica venne incisa in un campo tra due linee continue e segue, seppur in modo approssimativo, la curvatura semicircolare dell’archivolto. La frase è incompleta in alcune parti: sul secondo concio da sinistra, che pare un’aggiunta posteriore, e in quello centrale soggetto a scheggiatura. È preceduta dall’incisione di una croce a bracci uguali e, caso unico dovuto alla mancata comprensione della struttura palindroma, termina con la parola rotat anziché rotas.

Il Sator di San Michele ad Arcè aveva dunque la funzione di marcare la soglia tra il mondo esteriore, profano e peccatore, e il sacro che risiedeva all’interno della chiesa. In tal modo, secondo gli uomini di quel luogo, costituiva la preghiera atta a proteggere dal male l’edificio e i fedeli che ne oltrepassavano il portale.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. M. T. Cuppini, Pitture murali restaurate, Verona 1978. ↩︎
  2. G. B. Biancolini, Notizie storiche sulle chiese di Verona, V, parte 2a, Verona 1762. ↩︎
  3. G. Franco Viviani, Chiese nel veronese, Società cattolica di assicurazione, 2004. ↩︎
  4. F. D’arcais, Arcè, chiesa di San Michele, in A. Castagnetti, La Valpolicella dall’altro medioevo all’età comunale, Verona, 1984. ↩︎
  5. G. Sala, L’antico oratorio di San Michele Arcangelo ad Arcè di Pescantina, 1994. ↩︎
  6. R. Cammilleri, Il quadrato magico. Un mistero che dura da duemila anni, Rizzoli, 2004. ↩︎
  7. J. Carcopino, Le Christianisme secret du “carré magique“, Museum Helveticum, vol. 5, n. 1,‎ 1948. ↩︎
  8. A. Brugnoli e F. Cortellazzo, L’epigrafe del Sator a San Michele di Arcé, Annuario Storico della Valpolicella”, XXX , 2013-2014. I due studiosi propongono la seguente traduzione dell’iscrizione del Sator: “Il seminatore di un arepo mantiene con il suo lavoro il convento”. In questa interpretazione il termine AREPO indica un appezzamento terriero; da arepennis, adattamento di un vocabolo di origine gallica. ROTAS è tradotto come “il convento”. ↩︎
  9. L. Simeoni, Verona. Guida storico-artistica della città e provincia, Verona, 1909. La datazione è stata fatta sulla base di un confronto stilistico con un’iscrizione in bassorilievo della pieve di San Floriano. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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