Le tessere perdute di Pieve Terzagni

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Una leggera nebbia riflette ondivaghe figure e incerte proiezioni di luci ed ombre. La strada è deserta e solo il migrare di stormi d’uccelli, compatti come truppe d’assalto in movimento, interrompono la quiete della pianura. Non è una brutta giornata, ivi nella Bassa Padana, ma il freddo è pungente e l’umidità pare voler traversare le ossa fino al midollo. Non vi sono sussulti, né artifizi che possano sublimare l’orgogliosa monotonia del paesaggio, ma Pieve Terzagni compare d’improvviso.

Un po’ tra la nebbia, un po’ tra i suoi stessi indefiniti confini, il piccolo borgo, che raccoglie poco meno di quattrocento anime, pian piano si materializza come d’incanto. Si tratta, in realtà, di un’antica frazione del vicino comune di Pescarolo ed Uniti. Capita sovente nel cremonese, infatti, che si notino, raccolti in un unico centro amministrativo, aggregati abitativi distanti tra loro, talvolta composti di poche casupole. Ciò nondimeno, non bisogna commettere l’errore di considerare Pieve Terzagni al pari di una mera entità di fabbricati e cemento nella pianura. Essa, infatti, custodisce gelosa un grande tesoro antico, sepolto tra le pieghe dell’oblio e della modernità.

Pieve Terzagni
Facciata della chiesa di San Giovanni Decollato

La Chiesa di San Giovanni Decollato di Pieve Terzagni

La Chiesa di San Giovanni Decollato sorge sull’antistante piazza dei Martiri della Libertà. All’apparenza potrebbe sembrare meno antica di quanto sia, meritevole di lode in quanto Casa di Dio, ma esternamente ingannevole. Le dozzinali decorazioni barocche del XVII e XVIII secolo ne hanno celato la vera identità. Essa è custodita nei suoi interni, che ancora conservano in parte le originali fattezze. La chiesa parrocchiale risale, infatti, al XII secolo, edificata forse per volontà di Matilde di Canossa. La struttura romanica, a impianto basilicale su tre navate, doveva essere di pregevole e ricercata fattura. Di essa permane soltanto una colonna, forse la primitiva impostazione con volte a crociera e alcune straordinarie decorazioni.

Pieve Terzagni
Gli interni

Il pavimento musivo

La rilevanza artistica dei magistri costruttori dell’edificio si evince dalle rimanenze musive a livello del pavimento sito lungo il presbiterio. Il mosaico a tappeto, datato dopo il 1150 circa [1], si compone di centinaia di tessere bicrome, bianche e nere; soltanto in alcune di esse si rileva l’accenno ad una tenue colorazione. Le raffigurazioni concernono perlopiù scene dal carattere sacro e simbolico, assumendo talvolta la configurazione di clipei geometrici circolari.

Pieve Terzagni
Una porzione del pavimento musivo

L’opera è stata purtroppo parzialmente rabberciata durante uno dei restauri dell’epoca barocca, divenendo a tratti confusa e di difficile interpretazione. Le sue tessere, così come l’originale concezione spaziale, appaiono perdute in senso metaforico quanto concreto. Molte di esse sono scomparse; altre sono state reimpiegate alla rinfusa.

Una possibile ricostruzione del pavimento è stata proposta da Aus’m Weerth che visitò la chiesa nel 1873 [2]. La parte meglio conservata è quella che appartiene all’area presbiteriale.

La ricostruzione del pavimento musivo della Chiesa di San Giovanni Decollato, Ernst Aus`m Weerth [2].

L’area presbiteriale della chiesa di San Giovanni a Pieve Terzagni

La zona del presbiterio è contraddistinta dalle raffigurazioni simboliche dei quattro evangelisti (Tetramorfo) poste agli angoli. Tra di esse si frappongono figure di animali mitologici e reali. Si cita, ad esempio, il grifone, animale dalla testa d’aquila e corpo di leone. Esso è figura di Cristo in quanto ne riassume la duplice natura: quella celeste e quella terrena. Il disegno simbologico qui evidenziato è probabilmente connesso alla significazione esegetica della Parola di Dio nella Bibbia.

A confermare questa tesi vi è la rappresentazione del protomartire Stefano sotto un’elegante arcata con colonne e croci greche ai suoi fianchi. Egli, primo diacono della Chiesa cattolica, mantiene qui il libro dei Vangeli, indicando la posizione del lettore nel presbiterio. Il santo è indicato con le insigne ecclesiali in lingua greca (Stephanus diakwuws). È possibile, pertanto, che presso questa porzione del presbiterio venisse anticamente posizionato un altare mobile per l’ufficio delle letture.

Le raffigurazioni dei vizi e dei peccati

All’inizio della navata centrale il tappetto musivo si snoda attraverso la raffigurazione di animali selvatici e mostri, che simboleggiano i vizi ed i peccati dell’uomo. Essi sono inscritti all’interno di contorni circolari in un reticolato di dodici quadri. Così, si può osservare una conturbante sirena bicaudata, simbolo della lussuria; forse un asino, che nel Medioevo indicava l’accidia; dei volatili, come un tacchino e un gallo; alcuni felini, significazione della superbia; un lupo, tradizionalmente associato all’avarizia e all’eresia…

La sirena bicaudata con cappello frigio

L’accostamento di animali fantastici e reali, allo stesso tempo, non deve sorprendere. Le genti del Medioevo erano ancora distanti dalle odierne concezioni, ereditate dalle correnti positiviste, legate ad una realtà oggettivabile e dimostrabile. Per essi, non era tanto importante possedere il dato certo dell’esistenza di qualcosa, quanto ammettere fideisticamente che esso potesse esistere. Si trattava di una forma di apertura mentale in un certo senso sorprendente. Nessuno aveva mai visto un grifone: ciò che davvero contava era l’associazione simbolica sottesa all’idea immaginifica di tale animale. Per questo le rappresentazioni del bestiario non sempre erano fedeli alla realtà, piuttosto tendevano ad accentuare grottescamente l’una o l’altra qualità in funzione del messaggio che si voleva tramandare. Se da una parte ciò conferisce all’arte medioevale un fascino caratteristico, dall’altro rende complicatissima l’identificazione certa degli oggetti, in questo caso animali, raffigurati.

Un lupo o un felino?
Pieve Terzagni
Riproposizioni pittoriche delle raffigurazioni musive. Si tratta di un’aggiunta più recente rispetto all’impianto medioevale della chiesa

Il rito eucaristico

Il significato profondo della rappresentazione del variegato bestiario di Pieve Terzagni è probabilmente connesso al rito stesso dell’Eucarestia. I fedeli, infatti, al momento di accingersi a ricevere la comunione, idealmente calpestavano i propri vizi, purificandosi. È Cristo che, attraverso il sacrificio della croce, permette all’uomo di liberarsi dalla schiavitù di tutti i peccati. Le tessere musive formano, infatti, nel loro complesso, dodici animali. Il numero non è casuale, giacché nella numerologia cristiana indica la totalità. Il rito eucaristico assume, pertanto, valore universale: esso redime l’umanità intera.

Tra l’area del presbiterio e la navata si inseriscono alcune figure cristologiche che idealmente separano l’area sacra da quella profana. Tra di esse il cervo è figura di Cristo che combatte il serpente sin dall’età paleocristiana.

Il Quadrato del Sator

All’interno del mosaico pavimentale, nei pressi dell’attuale leggio, sono inserite alcune tessere che recano la scritta latina Rotas.

La scritta Rotas

Si tratta di un frammento del famoso Quadrato del Sator, iscrizione palindroma rinvenuta in diverse parti d’Europa. A lungo si è dibattuto sul suo reale significato, ma tutt’oggi le interpretazioni non sono unanimi. Il Quadrato del Sator è composto da cinque parole latine che possono essere lette in tutte le direzioni.

S A T O R
A R E P O
T E N E T
O P E R A
R O T A S

Una possibile traduzione letterale afferisce all’opera di Dio creatore, nell’accezione del “seminatore che tiene con cura tutte le ruote del carro”. Va specificato, tuttavia, che il termine arepo non è propriamente latino e che la sua interpretazione è ancora largamente dibattuta.

Il Sator di Pieve Terzagni

Weerth, nella sua ricostruzione del 1873, colloca il Quadrato del Sator all’interno della porzione presbiteriale del mosaico pavimentale. Ciò suggerirebbe una funzione liturgico-apotropaica, connessa al significato dell’intera opera. In ogni caso, la posizione suggerita da Weerth corrisponderebbe a quella occupata generalmente dalla sede sacerdotale. Il Sator indicherebbe quindi dove collocare la sedia solenne durante la liturgia e, allo stesso tempo, anche la funzione propria del presbitero, che con perizia si prende cura della sua Chiesa.

Il Sator di Pieve Terzagni [2].

Un’interpretazione complementare è quella relativa al Quadrato del Sator come simbolo dello Spirito Santo. L’ipotesi è suggerita dalla presenza del Tetramorfo in posizione angolare. Il richiamo ai quattro evangelisti, infatti, indicava con ogni probabilità la Merkavah: la Sacra Scrittura è come un carro di fuoco che raggiunge tutti gli angoli della Terra. Tale chiave di lettura può essere sviluppata attraverso la descrizione che di essa propone il libro di Ezechiele [3]:

4 Io guardavo ed ecco un uragano avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente. 5 Al centro apparve la figura di quattro esseri animati, dei quali questo era l’aspetto: avevano sembianza umana 6 e avevano ciascuno quattro facce e quattro ali […].

10 Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila. 11 Le loro ali erano spiegate verso l’alto; ciascuno aveva due ali che si toccavano e due che coprivano il corpo. 12 Ciascuno si muoveva davanti a sé; andavano là dove lo spirito li dirigeva e, muovendosi, non si voltavano indietro […].

14 Gli esseri andavano e venivano come un baleno. 15 Io guardavo quegli esseri ed ecco sul terreno una ruota al loro fianco, di tutti e quattro.

16 Le ruote avevano l’aspetto e la struttura come di topazio e tutt’e quattro la medesima forma, il loro aspetto e la loro struttura era come di ruota in mezzo a un’altra ruota. 17 Potevano muoversi in quattro direzioni, senza aver bisogno di voltare nel muoversi […].

20 Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote.

La biblica Merkavah è figurazione della Parola di Dio, la quale è guidata dall’opera dello Spirito Santo. Si noti come essa sia, nell’esegesi del racconto biblico, il carro accompagnato dagli esseri simbolici del Tetramorfo, immagine dei quattro evangelisti. La Merkavah, così come l’iscrizione del Sator, procede in tutte le direzioni cardinali per mezzo delle sue ruote, raggiungendo ogni angolo del Mondo. In tal senso, lo Spirito Santo è il Sator: colui che tiene con cura le ruote del carro. L’iscrizione latina, pertanto, era forse utilizzata come una sorta di invocazione alla terza persona della Trinità, in funzione liturgica. La sua natura palindromica rappresentava, idealmente e figurativamente, il diffondersi della Sacra Scrittura.

Samuele Corrente Naso

Si ringraziano le autorità religiose competenti per averci permesso la visita alla chiesa di San Giovanni Decollato e per la gentilissima disponibilità.

Note

[1] Michelina Conte, La Chiesa e il Mosaico di Pieve S. Giacomo, 1976.

[2] Ernst Aus`m Weerth, Der Mosaikboden in St. Gereon zu Cöln, 1873.

[3] Ezechiele, 1, 4-26.

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