Il Quadrato del Sator, un enigma che attraversa la storia

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Innanzi al rinvenimento di un’epigrafe latina dall’incerto significato, scritta in modo da essere palindroma in ogni direzione, si ha già la percezione di dover affrontare un enigma. E tale mistero appare tanto più profondo quanto sfumati sono i suoi contorni, quanto incomprensibile è il contesto culturale e archeologico di appartenenza. Il Quadrato del Sator rivela una complessità senza precedenti, pare trascendere i limiti dell’umana comprensione, giacché tale significante è venuto alla luce più volte, in luoghi e reperti di epoche e popoli differenti. Dagli scavi dell’antica città romana di Pompei alle cattedrali del Medioevo, le cinque parole che compongono la celebre iscrizione rappresentano un rompicapo che, immutato, ha attraversato la storia.

Limperscrutabile Quadrato del Sator

Come un sigillo su una lettera antica, le parole che compongono il Quadrato del Sator rivelano l’esistenza di contenuti profondi e immutabili dell’animo umano, meccanismi antropologici primitivi che riecheggiano dall’oscurità. Non si spiega altrimenti l’ampia diffusione, per tramite d’una locuzione latina apparentemente priva di senso, che quei termini hanno avuto lungo i secoli. Si potrebbe affermare che SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS siano parte di un inconscio collettivo, per dirlo alla maniera di Jung, ma nessuno ne conosce il motivo.

Il Quadrato del Sator si osserva innanzitutto in numerosi edifici di culto medioevali: a Sermoneta, presso l’abbazia di Valvisciolo (XIII secolo), si rinvengono come incisione parietale; appaiono in un pavimento musivo circolare della Collegiata di Sant’Orso ad Aosta (XII secolo) e nel mosaico presbiteriale della chiesa di San Giovanni Decollato a Pieve Terzagni (XII secolo); sono scolpite su un blocco in pietra all’esterno della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Siena (XIII secolo) e della Pieve San Giovanni a Campiglia Marittima (XII secolo), si possono leggere su un muretto di cinta a Brusaporto e così via.

Gran parte di questi ritrovamenti archeologici attestano l’importanza della disposizione spaziale delle parole, allineate in un ideale quadrato di venticinque lettere. Il Quadrato del Sator, a ben vedere, è palindromo. Esso mantiene intatto il significato in differenti direzioni di lettura, caratteristica per la quale è altresì appellato come “quadrato magico”.

Sarebbe logico, a questo punto, immaginare che l’iscrizione abbia origini medioevali. E invero, fino agli inizi del Novecento, si è davvero creduto così, ma all’epoca l’enigma doveva ancora disvelarsi in tutta la sua complessità.

Il ritrovamento del Sator a Pompei

Il 5 ottobre del 1925 l’archeologo ed epigrafista Matteo della Corte rimase a fissare per lungo tempo un’iscrizione apposta presso l’atrio della casa di Publius Paquius Proculus1, negli scavi dell’antica Pompei. Tra le crepe consunte dell’intonaco, egli identificò il Quadrato del Sator. Il frammento, mutilo, rimase quasi dimenticato sino al 12 novembre del 1936: quel giorno, infatti, della Corte ritrovò un altro Sator inciso sullo stucco di rivestimento della colonna LXI della Palestra Grande2. Le parole erano scolpite in maniera irregolare e incominciavano curiosamente da ROTAS. Matteo della Corte definì il rinvenimento come latercolo pompeiano, giacché risultava ricorrente tra le attestazioni epigrafiche3. Egli intuì sin da subito il carattere ludico dell’iscrizione, poiché poteva essere letta in varie direzioni.

Un terminus ante quem

La scoperta era destinata a rivoluzionare tutto ciò che del Quadrato del Sator credevamo di conoscere. Era stato, infatti, rinvenuto un reperto che ne retrodatava di molti secoli l’origine, permettendo di ottenere una stima temporale ben precisa. La Palestra Grande risale al I secolo a.C. ma fu ricostruita in seguito a un terremoto del 62 d.C. Il Quadrato del Sator pompeiano è certamente successivo a questa data, così come possiede un sicuro terminus ante quem. Non può, infatti, essere posteriore all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che seppellì Pompei fino alla moderna riscoperta.

I Sator di Pompei non sono gli unici antecedenti all’età medioevale. Sono noti, infatti, alcuni quadrati dei primi secoli: l’esemplare inciso su un intonaco di una casa a Cirencester, l’antica Corinium Donuborum romana (III secolo); quelli rinvenuti presso il sito archeologico di Dura-Europos, in Siria (antecedenti al 256, anno in cui la città mesopotamica fu distrutta)4; l’incisione grafitica presso i sotterranei della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma (antecedente al V secolo).

Una complessa interpretazione

Prassi consolidata nella ricerca archeologica è quella di identificare un reperto in base al contesto di rinvenimento. Tale pratica è fondamentale al fine di comprenderne l’uso, la datazione e il significato proprio. Laddove si ritrovasse, ad esempio, un papiro egizio all’interno di una camera funeraria, potremmo dedurre il significato dei geroglifici. Essi potrebbero contenere informazioni sul defunto, sulle modalità di sepoltura o sulle credenze che gli Antichi Egizi possedevano dell’aldilà.

Nel caso di un’epigrafe, come è il Quadrato del Sator, ci aspettiamo certamente che essa sia collegata al momento storico in cui viene realizzata. Tuttavia, la difficoltà interpretativa del latercolo pompeiano deriva proprio dall’impossibilità di ricostruirne un contesto temporale, giacché esso appartiene a differenti epoche. Bisognerebbe chiedersi, piuttosto, come è possibile che il Quadrato del Sator venga riscoperto tanto in siti archeologici romani e paleocristiani quanto medioevali; su edifici di culto come su manoscritti secolari; sulla superficie di vasi e coppe e allo stesso tempo su mosaici pavimentali; sotto forma di incisione grafitica o epigrafe; e ancora: in forma quadrata ma anche rettangolare e persino circolare, come nel caso di Aosta e Sermoneta.

 

Traduzione letterale

Tutto ciò ha reso estremamente complesso ricostruire un significato compiuto, e condiviso tra gli studiosi, anche solo letterale. Non esiste, infatti, univoca interpretazione nemmeno delle parole che compongono il Quadrato del Sator:

  • SATOR è usualmente tradotto come il “seminatore”. Per estensione, soprattutto in relazione ai riferimenti biblici del termine, esso potrebbe assumere il significato di “creatore”. Chi sostiene questa tesi fa notare che non sia mai stato rinvenuto un Sator di epoca pre-cristiana. Tuttavia, non è da escludere un’origine pagana del Sator, soprattutto in relazione ai rinvenimenti pompeiani datati appena prima del 79 d.C. Il primo ad utilizzare il termine “Sator” nell’accezione di divinità fu in effetti Cicerone già nel 44 a.C. In una sua traduzione delle Trachinie di Sofocle, Ercole acclama il padre Zeus come caelestum sator5.
  • AREPO è un termine che presenta una grande complessità interpretativa. Tra tutti i testi latini conosciuti e le epigrafi rinvenute, esso compare soltanto nel Quadrato del Sator. In tal senso, arepo è un hapax laegomenon e non è possibile ricostruirne il significato attraverso una comparazione filologica. Si è cercato, pertanto, di identificarne una possibile derivazione linguistica a partire da altri termini di epoca romana: per taluni esso origina da aripennis, un appezzamento terriero; per altri è l’abbreviazione dell’Areòpago di Atene; nelle Gallie arepos era invece un carro; ancora, l’harpe era un falcetto a scopo agricolo; non è da escludere infine la possibilità che il termine arepo fosse un acronimo, ad esempio “Aeternus Rex Excelsus Pater Omnipotens”.
  • TENET è la coniugazione del verbo tenere o reggere, terza persona singolare.
  • OPERA potrebbe indicare l’ablativo “con cura”, oppure l’accusativo plurale di opus “le opere”.
  • ROTAS, accusativo plurale, è le “ruote oppure, in senso lato, le “sfere celesti”

Interpretazioni proposte

Sulla base dell’analisi semantica dei suoi termini, il Quadrato del Sator è stato oggetto di numerose traduzioni letterali e interpretative6. Segue un elenco della principali di esse, indicandone l’autore laddove possibile.

A – Jérôme Carcopino (1881-1970), Le christianisme secret du carré magique: “Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote”. AREPO è qui un ablativo strumentale e indica una particolare tipologia di carro celtico.

B – Enciclopedia Britannica: “Il seminatore dell’Aeropago detiene le ruote dell’Opera”. AREPO è tradotto come “areopago”, la collina sacra al dio Ares. OPERA è inteso come genitivo.

C – R.G. Collingwood, The Archaeology of Roman Britain, London, 1930: “Il seminatore Arepone mantiene in opera le ruote“. La parola AREPO è qui il nome comune di persona Arepone.

D – Andrea Brugnoli e Francesco Cortellazzo, L’epigrafe del Sator a San Michele di Arcé: “Il Seminatore di un arepo mantiene con il suo lavoro il convento”. AREPO indica un appezzamento terriero, da arepennis, adattamento di un vocabolo di origine gallica. ROTAS è tradotto come “il convento”.

E – “Il seminatore decide i suoi lavori quotidiani, il supremo areopago decide il suo destino“. AREPO è l”areopago” nel senso di “tribunale”. ROTAS è la “ruota del destino”. La lettura è bustrofedica (sator opera tenet arepo rotas).

F – Ludwig Diehl: “Dio è il signore del creato“. La lettura segue tale andamento, il quale richiamerebbe il movimento dell’aratro: sator opera tenet – tenet opera sator. Così facendo il termine AREPO scompare.

G – Jacob, 1866: “Il lavoratore Arepo conduce con cura il suo carro”. AREPO è inteso come nome proprio di persona.

H – A. Treichel, Zeitschrift Ethnologie XII, 1880: “Il seminatore Arepo conduce con fatica le ruote”. AREPO è inteso come nome proprio di persona.

Un’evoluzione culturale

È possibile comprendere la difficoltà interpretativa del Quadrato del Sator, e la discrepanza temporale dei rinvenimenti, soltanto in un’ottica di evoluzione culturale. L’epigrafe, infatti, pur rimanendo se stessa nella forma per centinaia di anni, è mutata nella sostanza. Vale a dire, essa è stata certamente reinterpretata attraverso nuove significazioni e cornici di senso. A un’attenta analisi, si può notare che i reperti più antichi del Quadrato del Sator incomincino dalla parola ROTAS, mentre quelli medioevali dalla parola SATOR. Si tratta di una differenza che non può essere dovuta al caso, ma sottolinea invece come il latercolo sia stato nel tempo adattato secondo le esigenze culturali di chi lo realizzava.

Il ROTAS romano e paleocristiano incomincia con un accusativo plurale e tradisce una certa imprecisione sintattica, a testimoniare che non doveva essere tanto importante la disposizione delle parole, quanto piuttosto la formula rituale che da esse scaturiva. Il SATOR medioevale, invece, pone l’accento sintattico proprio sul Sator, il seminatore che nella esegesi cristiana è Dio. Pertanto, si ritiene più corretto tenere in considerazione i contesti culturali di rinvenimento del quadrato magico anziché cercarne una significazione unitaria nella storia. A tal fine, è conveniente analizzare separatamente i differenti momenti di rinvenimento, romano-paleocristiano e medioevale, giacché ad essi corrispondono differenti accezioni del Quadrato del Sator. Appare evidente, infatti, come l’originale significato del Quadrato del Sator sia andato perduto nel corso del tempo e sia stato di volta in volta sovrascritto e reinterpretato, in ultimo dalla teologia cristiana del Medioevo.

Le origini del Quadrato del Sator

Circa le origini del Quadrato del Sator vi sono due principali tesi archeologiche. La prima è sostenuta da chi afferma che il latercolo di Pompei sia da inquadrarsi primariamente nell’ambito dei riti pagani. La seconda, rilevando che non esistano reperti antecedenti al Cristo, ne attribuisce un’origine paleocristiana e connessa al culto dei primi catecumeni.

L’ipotesi delle origini pagane del Quadrato del Sator

Sebbene i più antichi rinvenimenti del Quadrato del Sator siano datati al I secolo, non è escluso che esso abbia origini precedenti all’avvento del Cristianesimo. Se così fosse, l’iscrizione potrebbe essere una formula rituale o apotropaica di derivazione pagana. Ciò spiegherebbe perché i primi esemplari del latercolo incomincino con rotas, a indicare un’efficacia extra-empirica indipendente dalla strutturazione della frase. Tra questi, l’incisione riscoperta nei sotterranei della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dove il Sator è accompagnato dalle scritte palindrome Roma summus amor e Roma olim milo amor.

Una possibile invocazione a Saturno

Nell’ambito dei culti pagani il Quadrato del Sator potrebbe essere una sorta di invocazione a Saturno7. Invero Saturno era nella religione di Roma il dio connesso alla conoscenza dell’agricoltura e della rigenerazione eterna del tempo. Si credeva che egli avesse regnato all’origine dei tempi in una mitica Età dell’oro chiamata Saturnia Tellus. I Romani ricordavano idealmente tale periodo come un’era di pace e uguaglianza, in cui non esistevano differenze sociali. Ogni anno, dal 17 al 23 dicembre, celebravano i Saturnalia, durante i quali veniva sovvertito l’ordine sociale e gli schiavi erano serviti dai propri padroni. Questo ribaltamento delle gerarchie sociali permetteva infine di ristabilire l’ordine morale perduto, segnando una rigenerazione ciclica del tempo.

Il Quadrato del Sator potrebbe avere, pertanto, un significato pagano di facile definizione. Rotas potrebbe essere il mutare ciclico del tempo; arepo indicherebbe il gladius falcatus, il falcetto che costituisce un attributo di Saturno e che dal greco è tradotto in latino come harpe. L’accezione generale del latercolo sarebbe quindi quella di un’invocazione a Saturno che detiene il mutare ciclico del tempo e la conoscenza dell’agricoltura. Effettivamente, a fianco del Quadrato pompeiano della Palestra Grande rinveniamo le scritte Sautran, anagramma di Saturnia (Saturno), e ano forse in relazione ad annus (anno) o anulus (ciclo).

L’ipotesi paleocristiana

Che il Quadrato del Sator abbia avuto un impiego tra le prime comunità cristiane è indubbio. Tale certezza deriva dalle numerose testimonianze provenienti da aree archeologiche di matrice paleocristiana. A Dura Europos, dove sono stati dissepolti cinque esemplari del sator, esisteva nel III secolo un’importante domus ecclesiae. Se tuttavia il Quadrato del Sator ha origini pagane, ciò implica che sia stato adottato e reinterpretato dai catecumeni in un momento successivo. Non sarebbe senza dubbio una novità, giacché il fenomeno della sovrascrittura culturale ha interessato una larghissima parte del mondo pagano, ch’era rivisitato in chiave cristiana. È il caso, ad esempio, del Dies Natalis Solis Invicti, divenuto il giorno della nascita di Cristo, e di molte altre festività.

Ad ogni modo, è cosa ben diversa affermare che il Quadrato del Sator abbia origini paleocristiane. Se così fosse il termine sator avrebbe già dal principio l’accezione del seminatore biblico, figura di Cristo che semina la Parola di Dio. Ora, è bene notare come i primi cristiani non potessero professare apertamente la fede, giacché sottoposti a persecuzioni talvolta feroci. Fino al compiersi delle vicende di Costantino e della sua conversione, essi erano costretti a farlo segretamente. L’adorazione del Cristo doveva servirsi di stratagemmi, anagrammi, cristogrammi giustappunto. Ecco perché si è voluto identificare nel Quadrato del Sator una crux dissimulata:

Peraltro la stessa T di tenet richiamerebbe la forma di una croce come succede, ad esempio, per il segno del Tau.

Lo studio di Felix Grosser

La tesi delle origini paleocristiane del Sator è suffragata dalle ricerche di F. Grosser. Lo studioso, un pastore evangelista proveniente da Chemnitz, nel 1926 ha proposto un anagramma del latercolo che permette di ottenere le parole di senso PATER NOSTER9. Le restanti lettere A, O, a detta di Grosser, rappresenterebbero l’alfa e l’omega dell’Apocalisse10.

Le critiche all’analisi di Grosser

Il ritrovamento del quadrato del Sator presso gli scavi di Pompei, ha gettato qualche ombra sulla soluzione anagrammatica di Grosser, poiché la stesura dell’Apocalisse di Giovanni è ritenuta successiva (ultima decade del primo secolo). In ogni caso, la simbologia dell’alfa e dell’omega è presente altresì nel libro del profeta Isaia, sebbene in termini differenti (“Chi ha operato e realizzato questo, chiamando le generazioni fin dal principio? Io, il Signore, sono il primo e io stesso sono con gli ultimi”11. “Io sono il primo e io l’ultimo”12).

Va inoltre chiarito che per il calcolo combinatorio, venticinque lettere anagrammate possono dare vita a svariate frasi di senso compiuto; l’analisi di Grosser non può certamente essere considerata una prova affidabile dell’origine cristiana del Sator.

Il Quadrato del Sator medioevale

Il Quadrato del Sator, nella versione che ha incipit rotas, come visto, ricorre nel corso dei primi secoli dopo Cristo. Poi misteriosamente scompare, e si rinviene di nuovo soltanto a partire dai secoli VIII e IX. Non è chiaro se siffatto vuoto storico sia dovuto alla mancanza di reperti oppure a un effettivo oblio di significazione che segue la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Ciò che invece appare lapalissiano è che il Quadrato del Sator, nella sua nuova veste medioevale, muta. Muta lievemente di forma, ha come primo termine sator e solo più raramente rotas, ma soprattutto nella funzione antropologica.

In un manoscritto del IX secolo, conservato presso la Biblioteca Capitolare del Duomo di Modena13, esso deve avere una qualche relazione con la concezione teologica del peccato, poiché segue un verso sul divieto di ubriacarsi e fornicare. Inoltre è qui riportato in scrittura lineare, testimonianza di un cambiamento di significato, connesso alla formula rituale, che lo aveva accompagnato nella romanità. Per la stessa ragione, si rinviene nei secoli successivi in forma rettangolare – non più come latercolo – presso la Pieve San Giovanni di Campiglia Marittima, e persino circolare, come nella Collegiata di Aosta e nell’abbazia di Valvisciolo.

Il Quadrato del Sator e la funzione liturgica nel Medioevo, il caso di Pieve Terzagni

La gran parte dei reperti medioevali del Quadrato del Sator sono blocchi di reimpiego, come nel caso di Brusaporto o dell’Abbazia di San Pietro ad Oratorium a Capestrano, dove è addirittura murato alla rovescia. Tuttavia, dai pochi casi in cui è possibile ricostruire il contesto archeologico originale, si evince che esso sia stato reinterpretato secondo la teologia cristiana dell’epoca.

È assai probabile che il Quadrato del Sator abbia assunto nel Medioevo una qualche funzione liturgico-apotropaica. A Pieve Terzagni, presso la chiesa di San Giovanni Decollato, esso era collocato al centro di un mosaico pavimentale nel presbiterio.

In questo caso la zona presbiteriale è contraddistinta dalle raffigurazioni simboliche del Tetramorfo e del diacono Stefano, dove era posto un leggio mobile. Vi si giunge letteralmente calpestando numerose figure di animali mitologici e reali, simbolo dei vizi e dei peccati. Il palindromo, invece, indicava verosimilmente il posizionamento della sede sacerdotale. È possibile che il Quadrato del Sator avesse la caratterizzazione di un’invocazione sacra, una sorta di formula rituale liturgico-apotropaica che idealmente allontanava il peccato, figurazione del male. La collocazione tra i quattro evangelisti, in prossimità del leggio, suggerisce inoltre che dovesse avere una qualche relazione con la Sacra Scrittura.

Nell’esegesi biblica cristiana la Parola di Dio è la Merkavah: la Sacra Scrittura è come un carro di fuoco che raggiunge tutti gli angoli della Terra. Le ruote di siffatto carro sono guidate dallo Spirito Santo e accompagnate proprio dal Tetramorfo, immagine dei quattro evangelisti. In tal senso, il Sator è un’invocazione allo Spirito di Dio: il seminatore che tiene con cura le ruote del carro.

Un’invocazione sacra allo Spirito di Dio?

Si riportano a tal proposito alcuni passi biblici esplicativi e paralleli:

2 Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto.[…]

6 Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro.

7 Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola.

8 I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:

Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!

Apocalisse 4, 1-11

E ancora, dal Libro di Ezechiele:

5 Al centro apparve la figura di quattro esseri animati, dei quali questo era l’aspetto: avevano sembianza umana 6 e avevano ciascuno quattro facce e quattro ali […].

10 Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila.

20 Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote.

Ezechiele, 1, 4-20:

Il Quadrato del Sator presso la Collegiata di Sant’Orso di Aosta

La tesi di un’invocazione liturgico-apotropaica ben si adatta al rinvenimento del Quadrato del Sator ad Aosta. Alcuni resti musivi della prima metà del XII secolo, riaffiorati nel presbiterio della Collegiata di Sant’Orso, hanno infatti rivelato la presenza della frase palindroma. Eccezionalmente, il Sator aostano è in forma circolare e si sviluppa attorno alla raffigurazione di Sansone, simbolo di Cristo, che sconfigge il diavolo-leone.

Una fascia circolare più esterna del medesimo mosaico riporta un invito ad invocare Dio con riverenza:

“+ INTERIUS DOMINI DOMUS HEC ORNATA DECENTER + QUERIT EOS QUI SEMPER EI PSALLANT REVERENTER”.

“Questa casa del Signore dignitosamente adornata al suo interno, accoglie coloro che sempre cantano a Lui con riverenza”

Se ne può dedurre che l’atto di invocare la divinità allontani il male, e tale atto si esplica proprio attraverso la formulazione rituale del Sator.

Il quadrato del Sator ha un significato che va oltre il senso letterale?

In conclusione, il Quadrato del Sator è uno straordinario mistero dell’archeologia, su cui si dibatte ancora per mezzo di nuove ipotesi e interpretazioni. Non sono state trovate prove definitive che possano dimostrare la sua appartenenza cristiana o pagana, né che gettino luce su una possibile traduzione. Ciò nondimeno, è senza dubbio possibile affermare che esso sia stato reinterpretato lungo i secoli, arricchendosi sempre di nuovi usi e significazioni. Ciò ha dato adito a numerosissimi tentativi di individuarne una soluzione logica, e anche a improbabili speculazioni: dalle analisi numerologico-cabalistiche a quelle afferenti all’occultismo alchemico.

Un punto di vista prudente potrebbe essere quello di considerare un significato di tipo anfibologico: il Quadrato del Sator sarebbe stato concepito per contenere molteplici chiavi di lettura, che cambiano a seconda dell’osservatore. Così, un contadino leggerà in esso che il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote, ma un uomo con un livello di conoscenza più elevato vi scorgerà che il creatore mantiene con cura le proprie opere.

Da non trascurare, peraltro, è la possibilità che il magico palindromo abbia assunto, particolarmente nel Medioevo, una funzione d’invocazione liturgica e apotropaica. Per tale ragione, lo si ritrova in una pergamena di Aurillac come augurio per la riuscita di un parto, o sui pavimenti musivi di Pieve Terzagni e Aosta per allontanare il maligno.

Samuele Corrente Naso

 

Note

  1. M. Della Corte, Notizie degli scavi, 1929. La casa è situata all’interno della Regio I, Insula VII, Domus I. ↩︎
  2. M. Della Corte, Rendiconti Accademia Pontificia, 1936; Notizie degli scavi, 1939. ↩︎
  3. Durante gli scavi borbonici del XVIII secolo era stato rinvenuto un altro Quadrato del Sator a Pompei. Di esso non abbiamo testimonianza diretta ma è stato trascritto da Miguel de Cira nei suoi resoconti di scavo. L’esemplare fu ritrovato dipinto presso i praedia di Giulia Felice. ↩︎
  4. Yale University and the French Academy of Inscriptions and Letters, The excavations at Dura-Europos, Preliminary report V, 1934, 159, no. 481 and  Preliminary report VI, 1936, 486, no. 809; Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa, ser. 2, vol. 3, 1934. ↩︎
  5. Marco Tullio Cicerone, De natura deorum; Tusculanae disputationes, 44-45 a.C. ↩︎
  6. R. Cammilleri, Il quadrato magico. Un mistero che dura da duemila anni, Rizzoli, 2004. ↩︎
  7. R. T. Ganiban, Virgilian Prophecy and the Reign of Jupiter, in Brill’s Companion to Valerius Flaccus, edito da Mark Heerink and Gesine Manuwald, Brill Academic Publishers, 2014. ↩︎
  8. Dr. Vollmers Wörterbuch der Mythologie aller Völker, Stuttgart, 1874. Link alla risorsa. ↩︎
  9. F. Grosser, Ein neuer Vorschlag zur Deutung der Sator-Formel, Archiv für Religionwissenschaft, XXIV 1926. ↩︎
  10. Libro dell’Apocalisse 21,6: “Io sono l’Alfa e l’Omega. Il Principio e la Fine”. ↩︎
  11. Libro dell’Isaia 41,4. ↩︎
  12. Libro dell’Isaia 44,6. ↩︎
  13. Biblioteca Capitolare del Duomo di Modena, Cod. I 4. ↩︎
  14. Ernst aus’m Weerth, Der Mosaikboden in St. Gereon zu Cöln, 1873. ↩︎

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