Il Quadrato del Sator, un enigma che attraversa la storia

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Il Quadrato del Sator compare su pietre consumate dal tempo, inciso tra le rovine di antiche città romane così come nei chiostri silenziosi delle abbazie medievali. Le sue cinque parole latine, ordinate in modo tale da poter essere lette in ogni direzione, riaffiorano tra le tessere di preziosi mosaici pavimentali o lungo i margini di manoscritti sacri: “sator arepo tenet opera rotas“. Questa epigrafe palindroma è uno degli enigmi più affascinanti della storia, un rompicapo senza tempo, sospeso tra simbolo e linguaggio, che pare sfidare i limiti dell’umana comprensione. In molti si sono cimentati nella sua interpretazione, proponendo letture di tipo filologico, religioso, apotropaico ed esoterico, eppure il significato dell’iscrizione rimane ancora avvolto da un velo di oscurità. Il misterioso Quadrato del Sator non era solo un gioco linguistico, ma conteneva un messaggio simbolico oggi per noi così difficile da decifrare.

Il Quadrato del Sator di Siena
  Il Quadrato del Sator nella Cattedrale di Siena

Il suo enigma imperscrutabile ha attraversato i secoli e continua a mettere alla prova la nostra capacità di comprendere il passato. Non sappiamo chi ha creato il Quadrato del Sator, né quando ciò sia avvenuto. La nostra unica possibilità di rintracciare le sue origini è seguire a ritroso il lungo cammino della storia, dove ogni ritrovamento è una traccia da esaminare e catalogare. Un cammino lungo duemila anni.

L’imperscrutabile Quadrato del Sator

Il Quadrato del Sator è un’iscrizione latina oggetto di ricerche e interpretazioni da secoli, a causa del suo significato misterioso. L’epigrafe è composta da cinque parole di cinque lettere ciascuna, spesso disposte a formare un quadrato magico con struttura palindroma:

Il quadrato del Sator
Il Quadrato del Sator

Il Quadrato del Sator può essere letto in ogni direzione, una caratteristica che nel corso della storia ne ha favorito la diffusione come gioco linguistico e, con ogni evidenza, anche come talismano a cui venivano attribuiti dei poteri apotropaici. L’epigrafe è stata ritrovata in un’ampia area geografica, che comprende l’Europa, l’Asia Minore e l’Africa.

Le origini sconosciute

Gli aspetti da chiarire sull’iscrizione palindroma sono ancora molti. A cominciare dalle sue origini: per molto tempo si è creduto che il Sator fosse un simbolo cristiano medievale, in quanto si incontra soprattutto in chiese, abbazie e codici manoscritti di quell’epoca. L’epigrafe è incisa, ad esempio, sull’intonaco del chiostro dell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta (XIII secolo). Il Quadrato del Sator si trova anche in un pavimento musivo circolare della Collegiata di Sant’Orso ad Aosta (XII secolo) e nel mosaico presbiteriale della chiesa di San Giovanni Decollato a Pieve Terzagni (XII secolo). Le sue parole sono scolpite su un blocco di pietra all’esterno della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Siena (XIII secolo) e della Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima (XII secolo); si possono leggere su un muretto di cinta a Brusaporto o sui conci del portale laterale della Pieve di Arcè (XII secolo).

Tuttavia, con grande sorpresa degli studiosi, l’iscrizione del Sator è stata rinvenuta anche in alcuni siti archeologici di età romana imperiale. Dunque, a dispetto della quantità di reperti medievali, quasi sempre legati a luoghi di culto cristiani, il Sator proviene dall’antichità. Inoltre, il dubbio che l’epigrafe possa avere origini pagane si è materializzato tra gli scavi di Pompei, dove l’archeologo Matteo della Corte ha ritrovato due incisioni con il magico quadrato, una scoperta sensazionale destinata a far vacillare ogni certezza e a svelare l’enigma in tutta la sua complessità. Che cosa era davvero il Quadrato del Sator? E a chi era rivolto il suo misterioso messaggio?

Iscrizione del Sator a Campiglia Marittima
     Il Quadrato del Sator di Campiglia Marittima (LI)

Il significato misterioso

Ancora più oscuro è il significato letterale dell’iscrizione, resa intraducibile dal termine sconosciuto arepo, che purtroppo non ha riscontro in nessun altro testo latino. Le traduzioni proposte sono numerose e spaziano dalla sfera religiosa a quella magico-esoterica, dalla cosmologia alla politica1, a seconda dell’accezione che viene data ai termini:

  • SATOR è in genere tradotto come il “seminatore” oppure, in senso biblico, il “Creatore”. Il primo a indicare una divinità con il termine “Sator” fu Cicerone già nel 44 a.C. Nella traduzione delle Trachinie di Sofocle, Ercole acclama il padre Zeus come caelestum sator2.
  • AREPO è un hapax legomenon: un termine che compare soltanto nel Quadrato del Sator.
  • TENET è la terza persona singolare del verbo tenere, reggere o guidare.
  • OPERA potrebbe indicare l’ablativo “con cura”, oppure l’accusativo plurale di opus “le opere”.
  • ROTAS è un accusativo plurale: le “ruote oppure, in senso simbolico, le “sfere celesti”.

Se consideriamo la parola Arepo come un nome proprio, non si può andare oltre l’incerta interpretazione: “Il seminatore Arepo tiene con cura le ruote”3. Per Jérôme Carcopino, invece, il termine era un ablativo strumentale che indicava una tipologia di aratro o carro agricolo usato in Gallia, derivato dal nome della misura terriera arepennis. Pertanto, egli proponeva la traduzione: “Il seminatore, con l’aratro, tiene con cura le ruote”4.

Il Sator di Brusaporto
Il Sator sui resti delle mura del castello di Brusaporto

Le letture bustrofediche

Secondo alcuni studiosi, il Quadrato del Sator può essere compreso soltanto alternando la direzione di lettura in ogni riga. Ad esempio, seguendo l’ordine delle parole “sator opera tenet, tenet opera sator“, il termine arepo scompare e la frase può essere interpretata come: “Ciò che semini, raccogli”5. Bisogna notare che questo andamento “bustrofedico”, dal greco boustrophēdón, per gli antichi indicava proprio il movimento del bue (boûs) che conduce (stréphein) l’aratro. Secondo un’altra versione, arepo indicherebbe l’Areopago, la collina di Atene sacra al dio Ares, sede del tribunale cittadino e, in senso figurato, dell’umanità. Dunque, leggendo “sator opera tenet arepo rotas” la frase del Sator potrebbe essere: “Il seminatore decide i suoi lavori, l’Areopago il suo destino”. Infine, se si ripete solo “sator opera tenet“, la traduzione diventa “Il seminatore possiede le opere”, spesso interpretato nel detto cristiano “Dio è il Signore del creato”.

Il Quadrato del Sator, un enigma lungo duemila anni

I primi tentativi di spiegare il significato del quadrato risalgono già al XVII secolo, quando il gesuita Athanasius Kircher scoprì una sua variante in Abissinia. Nell’Arithmologia sive de abitis numerorum mysteriis, lo studioso annotò che gli abitanti del posto usavano invocare Cristo con i nomi dei cinque chiodi della croce, che loro chiamavano: “sador, alador, danet, adera, rodas6. Fin oltre la metà del XIX secolo, tutti gli studi che trattavano dell’iscrizione, perlopiù di natura filologica, la collocavano nell’ambito del cristianesimo medievale, in quanto non erano noti esemplari anteriori all’VIII secolo. Di conseguenza, anche le traduzioni seguivano questo filone: sembrava ovvio che il “Sator” dell’epigrafe palindroma facesse riferimento a Dio o a Cristo, il “seminatore” della parabola evangelica.

Tuttavia, ben presto iniziarono a emergere i primi sospetti che il Quadrato del Sator fosse ben più antico. Nel 1868 Francis Haverfield rinvenne il palindromo sull’intonaco di un’abitazione a Cirencester, nel Gloucestershire, tra le rovine della città romana di Corinium Dobunnorum7. L’iscrizione, in forma quadrata, cominciava dalla parola rotas:

Rotas opera tenet arepo sator

Haverfield fu il primo a sostenere che il Sator fosse di origine tardo-antica. Così suggerivano, infatti, le parole in latino classico e lo stile epigrafico dell’iscrizione di Cirencester, databile tra il II ed il IV secolo d.C. Inoltre, l’esistenza di un prototipo romano avrebbe potuto spiegare anche l’ampia diffusione del magico quadrato in Europa e nel Medio Oriente. Nel mondo accademico dell’epoca la tesi suscitò reazioni contrastanti. Se da una parte venne accolta con scetticismo, dall’altra diede avvio a una nuova corrente di pensiero secondo cui il Quadrato del Sator era un simbolo dei cristiani dei primi secoli.

L’ipotesi della crux dissimulata e l’anagramma del Paternoster

Una delle prime ipotesi fu che l’iscrizione potesse nascondere un messaggio segreto, come i cristogrammi utilizzati durante il periodo delle persecuzioni. Poiché non potevano professare apertamente la loro fede, i primi cristiani ricorrevano infatti a stratagemmi, anagrammi e acrostici. Si pensò quindi che la parola tenet fosse una crux dissimulata, in cui la lettera “t”, a forma di tau greco, indicava la croce:

Tenet crux dissimulata

Nel 1926, inoltre, il pastore evangelista Felix Grosser si accorse che uno degli anagrammi del Quadrato del Sator permetteva di ottenere due volte le parole “Pater Noster8. Le restanti lettere A, O, secondo Grosser, rappresentavano le lettere Alfa e Omega del passo dell’Apocalisse attribuito a Cristo: “Io sono l’Alfa e l’Omega. Il Principio e la Fine”9. Infine, non mancarono le interpretazioni del termine arepo come un acrostico cristiano. Un esempio su tutti: “Aeternus Rex Excelsus Pater Omnipotens“, “Eterno re eccelso Padre Onnipotente”.

Il Quadrato del Sator di Dura Europos

Un importante contributo alla questione sulle origini del Quadrato del Sator venne dagli scavi condotti nel 1931-1932 da Michael Rostovtzeff per l’Università di Yale e dall’Académie des inscriptions et belles-lettres a Dura Europos, oggi in Siria10. Su di un muro del Tempio dedicato ad Artemide e alla divinità locale Azzanathkona, convertito dai Romani a scopo militare agli inizi del III secolo, vennero trovate tre iscrizioni del Sator, mentre un’altra fu scoperta negli anni seguenti. Dura Europos venne distrutta dai Persiani nel 256 d.C.: non vi era più dubbio che l’epigrafe fosse ampiamente diffusa già in età romana. Inoltre, la città era sede di un’importante domus ecclesiae. Dunque, vi era un generale accordo tra gli studiosi nel sostenere che il Sator si fosse originato intorno al III secolo in ambito cristiano. Tuttavia, una nuova e sensazionale scoperta avrebbe presto rimesso tutto in discussione.

L'iscrizione di Dura Europos
L’iscrizione nel Tempio di Artemide e Azzanathkona a Dura Europos

Il ritrovamento del Sator a Pompei

Il 12 novembre del 1936, l’archeologo ed epigrafista Matteo della Corte scoprì il Quadrato del Sator in un graffito sulla colonna LXI della Palestra Grande, tra le rovine di Pompei11. L’epigrafe era irregolare e, come quella di Cirencester, incominciava dalla parola rotas. Solo allora Della Corte riconobbe la stessa iscrizione in un frammento di intonaco che aveva osservato nell’atrio della casa di Publius Paquius Proculus, in via dell’Abbondanza, nel 192512. Lo studioso, riconoscendone il valore ludico, chiamò quell’epigrafe “latercolo pompeiano”. Si trattò di una grande scoperta: i ritrovamenti di Pompei permettevano di fornire un sicuro terminus ante quem alla realizzazione del Sator, in quanto la città, come è noto, fu sepolta da un’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Inoltre, l’iscrizione poteva essere posteriore al 62 d.C., anno in cui un terribile terremoto rase al suolo molti edifici, inclusa la Palestra Grande, che in seguito a questo evento dovette essere ricostruita.

A Pompei
Il Sator della Palestra Grande di Pompei in una foto di M. della Corte

Il Quadrato del Sator: un’iscrizione cristiana o pagana?

Anche Matteo della Corte interpretò il Quadrato del Sator come un’iscrizione cristiana, ritenendo che la casa di Publius Paquius Proculus fosse abitata da una famiglia di credenti. Tuttavia, i ritrovamenti pompeiani del I secolo hanno indotto altri studiosi a ipotizzare una provenienza pagana. Per l’archeologo Amedeo Maiuri, ad esempio, il Quadrato del Sator era un gioco letterario, o una formula magica, che esisteva già in età precristiana13.

Una delle ipotesi è che l’epigrafe fosse in qualche modo connessa al culto delle origini di Roma14, già attestato a Pompei e presente in altre iscrizioni dell’antica città vesuviana, tra cui quella riportata da Margherita Guarducci: “Roma olim amor milo amor“, graffita su un’abitazione nella Regio I15. Inoltre, in associazione al Sator, nei sotterranei della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, sede di una domus del III-IV secolo, si può leggere il palindromo “Roma summus amor“. Tornando a Pompei, il Quadrato del Sator costituiva forse una formula rituale o apotropaica che accompagnava la ricostruzione della città dopo il terremoto del 62 d.C., una catastrofe da scongiurare in futuro e da esorcizzare. Da altre attestazioni epigrafiche, sappiamo anche che Publius Paquius Proculus fosse candidato alla carica pubblica di duumviro16. Pertanto, il Sator inciso nell’atrio della sua abitazione poteva avere una valenza propiziatoria e di un buon augurio.

Un’invocazione a Saturno?

Il Sator della Palestra Grande di Pompei era graffito sulla prima colonna in corrispondenza di un sacello distilo pagano, rivolto a una divinità non ancora identificata, come scrisse Matteo della Corte: “non si sa se di Ercole, di Iuventus, di Flora, o d’altra divinità protettrice del Collegium Iuventutis17. L’iscrizione compare tra due saluti rivolti a un tale Sautrian, che alcuni studiosi hanno identificato con il dio Saturno18. Nella religione di Roma, questi era il dio dell’agricoltura e della rigenerazione del tempo. Uno degli attributi iconografici di Saturno era il gladius falcatus, il falcetto agricolo, che in greco si chiamava harpe (ἅρπη), un termine simile ad arepo.

Saturno con l'harpe
Saturno con l’harpe19

Il Quadrato magico era dunque un’invocazione a Saturno, il seminatore (sator)? Il mito vuole che il dio avesse regnato all’origine dei tempi in un’età dell’oro chiamata Saturnia Tellus20. I Romani ricordavano questo periodo come un’era di pace e di uguaglianza. Quindi, ogni anno, dal 17 al 23 dicembre, celebravano i Saturnalia. Nei giorni di festa venivano ribaltate le regole e le gerarchie sociali e gli schiavi erano serviti dai propri padroni. Sul piano rituale, ciò permetteva di ristabilire l’ordine morale perduto e la rigenerazione ciclica del tempo e delle stagioni, a cui potrebbe far riferimento il termine rotas. È interessante notare che nei sotterranei della basilica di Santa Maria Maggiore, negli stessi ambienti in cui è inciso il Sator, si trovi un ciclo figurativo che rappresenta alcune scene legate all’agricoltura e ai mesi.

Il Sator nel Medioevo: una reinterpretazione culturale

Dopo l’età antica, il Quadrato del Sator non scomparve affatto, ma lo ritroviamo trascritto su alcuni manoscritti altomedievali, sebbene è probabile che a quel tempo se ne fosse perso il significato originario. La formula palindroma riappare del codice Isidori Mercatoris decretalium collectio (Ord. I, n° 4), custodito nell’Archivio Storico Diocesano di Modena-Nonantola e datato intorno all’882. Sul foglio 155r del manoscritto vi sono una serie di Versus Rome, tra cui “Roma tibi subito motibus ibit amor“. La scritta palindroma dovette ricordarne al copista altre due, che egli annotò, in piccoli caratteri a inchiostro, sul margine destro della stessa pagina: “rotas opera tenet arepo sator” e “Roma muro luceas summus saeculorum amor“.

Nel manoscritto 384 dell’Archivio di Montecassino, risalente al IX-X secolo e contenente scritti di Sant’Ambrogio, San Girolamo e San Gregorio Magno, il Sator è visibile in calce al foglio 154. In questo caso la frase è inesatta: “rotas opera tenet arpos tor“. È possibile che il copista non conoscesse la sua lettura palindroma e ciò testimonia che nell’altomedioevo la formula veniva tramandata oralmente.

Da rotas a sator

Dall’epoca romana fino alle prime trascrizioni nei codici altomedievali, le iscrizioni del Sator iniziano sempre con la parola rotas. Tuttavia, da un certo momento in poi, il palindromo viene ruotato e la prima parola diventa sator. In questa forma, ad esempio, lo ritroviamo nel foglio 74a del codice 448 della Biblioteca di Digione, datato al X secolo, in calce a un testo di Beda il Venerabile. È questo il segno che il Quadrato del Sator ha subito nel tempo un processo di reinterpretazione culturale. Nel Medioevo, l’iscrizione pone ormai l’accento sul Sator, e non potrebbe essere altrimenti: secondo la visione cristiana, il seminatore è Dio. Alla sua diffusione contribuirono certamente alcuni importanti ordini religiosi, come i Cistercensi e i Cavalieri Templari21. Il palindromo, tuttavia, nel Medioevo non fu di loro esclusiva competenza, anzi venne adattato a vari contesti, architettonici e persino liturgici, pur mantenendo una generica funzione apotropaica.

Il Sator di Campiglia Marittima

Uno dei più noti esemplari del Sator medievale si trova inciso all’esterno della Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima. L’epigrafe appare su un concio rettangolare di calcare bianco, appena sotto la copertura del transetto settentrionale:

SATOR AREPO M(a)TH(eu)S – TENET OPERA – ROTAS MCSS

L’iscrizione del Sator è disposta su tre righe e include sia caratteri capitali che onciali, con un insolito trattino mediano della lettera “a” a chevron. La lettura palindroma dell’epigrafe è interrotta dal nome del maestro Matteo, il costruttore dell’edificio e certamente anche l’artefice del Sator. Infine, l’iscrizione riporta la data della sua apposizione: MCSS, che potrebbe corrispondere al 1172 (Mille Centum Septuagesimus Secundo), oppure al 1177 (Mille Centum Septuaginta Septem). La formula del Sator della Pieve di San Giovanni aveva probabilmente una funzione magico-apotropaica: l’architetto Matteo la fece affiggere per assicurare alla chiesa la protezione dal maligno e dalle catastrofi naturali.

Campiglia Marittima
Il Sator di Campiglia Marittima

Il Quadrato del Sator di Siena

A Siena il Sator è inciso, in bella vista, su un blocco di pietra situato sul fianco sinistro della Cattedrale di Santa Maria Assunta. L’iscrizione può essere datata al XIII secolo, supponendo che sia stata inglobata già al momento della costruzione dell’imponente edificio, forse dopo il 1238, quando il cantiere venne affidato ai monaci Cistercensi di San Galgano. Il Sator di Siena rispecchia la consueta formula del quadrato magico palindromo e presenta lettere onciali e capitali tipiche della fase di transizione tra romanico e gotico. Anche in questo caso, la formula serviva forse a impedire che il maligno potesse oltrepassare la soglia tra il mondo profano e la sacra dimora di Dio, entrando nella Cattedrale.

Il Sator di Pieve Terzagni, una funzione liturgica?

A Pieve Terzagni, nella chiesa di San Giovanni Decollato, rimangono pochi frammenti del Quadrato del Sator, un tempo collocato al centro di un grande mosaico pavimentale nel presbiterio. L’opera, infatti, è stata purtroppo rimaneggiata in età barocca e le tessere superstiti sono state in molti casi ricollocate alla rinfusa. Oggi si riesce a distinguere la sola parola rotas, corrispondente all’ultima colonna del quadrato palindromo. Aus’m Weerth, che visitò la chiesa nel 1873, propose un’attendibile ricostruzione del mosaico che mostra la formula del Sator al centro dell’area presbiteriale.

Ricostruzione del mosaico di Pieve Terzagni
La ricostruzione del pavimento musivo della Chiesa di San Giovanni Decollato, Ernst Aus’m Weerth22.

L’iscrizione era circondata dai simboli dei quattro evangelisti, dalla raffigurazione di un grifone e da quella di una fiera. Inoltre, in direzione della navata, le tessere musive disegnavano il protomartire Stefano che regge il Vangelo. Il santo è racchiuso in un’edicoletta e presentato con le insigne ecclesiali in greco (Stephanus diakwuws). La funzione liturgica del Sator è qui evidente: la scritta segnava la posizione dell’altare mobile, di fronte alla seduta del sacerdote, mentre il leggio si trovava in corrispondenza di Santo Stefano. L’iscrizione di Pieve Terzagni aveva infine un valore cristologico e di invocazione sacra. Secondo i Vangeli, infatti, il seminatore è Dio e il seme è la sua parola. Il Sator costituiva dunque una metafora della Sacra Scrittura che, come la Merkavah del profeta Ezechiele, il carro di fuoco guidato dai quattro esseri del Tetramorfo, prefigurazione degli evangelisti, raggiungeva con le sue ruote tutti gli angoli della terra.

“Quando quegli esseri viventi si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote”.

Ezechiele 1, 19-20
Il Sator di Pieve Terzagni
I resti del mosaico pavimentale di Pieve Terzagni: la scritta Rotas

L’epigrafe del Sator ad Arcè

La Pieve di San Michele ad Arcè risale al XII secolo. Sul fianco meridionale si apre un portale che ospita, sui conci dell’archivolto, in pietra bianca e tufo, l’iscrizione del Sator. Le parole, disposte su una sola riga, sono graffite in caratteri capitali tra due linee continue in modo grezzo. La frase, preceduta da una croce, è incompleta e termina con la parola rotat anziché rotas. Ad Arcè il Sator potrebbe avere origine dalla tradizione popolare che gli attribuiva un valore magico-apotropaico. Gli studiosi A. Brugnoli e F. Cortellazzo, hanno ipotizzato anche una traduzione alternativa dell’epigrafe, secondo la quale arepo indicherebbe un appezzamento terriero (da arepennis) e rotas il convento. Pertanto: “Il seminatore di un arepo mantiene con il suo lavoro il convento”23.

L'iscrizione del Sator ad Arcè
L’iscrizione di Arcè

Il Sator circolare di Aosta

Nel mosaico presbiteriale della Collegiata di Sant’Orso ad Aosta sono incluse le parole del Sator, qui eccezionalmente in forma circolare. L’opera è databile alla prima metà del XII secolo su base paleografica. La frase del Sator circonda un medaglione in cui è raffigurato il combattimento tra Sansone e il leone, metafora di Cristo che sconfigge il diavolo.

Il Sator circolare di Aosta
Il tema centrale del mosaico con il Sator, Collegiata di Sant’Orso di Aosta

Il graffito nell’abbazia di Valvisciolo

Nell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta, antica sede dei Templari e poi dei Cistercensi, il Sator si trova graffito sull’intonaco del chiostro, edificato nella seconda metà del XII secolo. L’incisione è a forma di anelli concentrici, suddivisi in spicchi. Il Sator di Valvisciolo, dalla forma che potremmo definire cosmologica, esprimeva un concetto importante per l’uomo medievale: Dio guida il creato e tutte le opere.

Il Sator di Sermoneta
Il Sator inciso nel chiostro dell’Abbazia di Valvisciolo a Sermoneta

Il quadrato del Sator ha un significato che va oltre il senso letterale?

In conclusione, il Quadrato del Sator è uno straordinario mistero dell’archeologia, su cui si dibatte ancora con nuove ipotesi e interpretazioni. Non sono state trovate prove definitive che ne dimostrino la provenienza cristiana o pagana, né che gettino luce su una possibile e definitiva interpretazione. Ciò che è certo, invece, è che nel corso dei secoli l’iscrizione ha acquisito nuovi significati, adattandosi ai cambiamenti della storia e dei contesti culturali. È possibile, d’altronde, che il Quadrato del Sator sia stato concepito per contenere molteplici chiavi di lettura, che cambiano a seconda dell’osservatore. Così, un contadino vi leggerà che “il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote”, ma un uomo con un livello di conoscenza più elevato comprenderà che “il Creatore mantiene con perizia le proprie opere”. E intanto il Sator, ormai da duemila anni, cela ai nostri occhi i suoi segreti.

Samuele Corrente Naso

 

Note

  1. R. Cammilleri, Il quadrato magico. Un mistero che dura da duemila anni, Rizzoli, 2004. ↩︎
  2. Marco Tullio Cicerone, De natura deorum; Tusculanae disputationes, II, 21, 44-45 a.C. ↩︎
  3. R. G. Collingwood, The Archaeology of Roman Britain, London, 1930. ↩︎
  4. J. Carcopino, Le Christianisme secret du “carré magique”, Museum Helveticum, vol. 5, n. 1,‎ 1948. ↩︎
  5. D. Fishwick, An Early Christian Cryptogram?, University of Manitoba, 1959. ↩︎
  6. A. Kircher, Arithmologia sive de abitis numerorum mysteriis, Roma, 1655. ↩︎
  7. F. J. Haverfield, A Roman Charm from Cirencester, in Archaeological Journal, LVI, 1899. ↩︎
  8. F. Grosser, Ein neuer Vorschlag zur Deutung der Sator-Formel, Archiv für Religionwissenschaft, XXIV, 1926. ↩︎
  9. Libro dell’Apocalisse 21, 6. ↩︎
  10. M. I. Rostovtzeff, The excavations at Dura-Europos, Preliminary report V, 1934, 159, no. 481; Preliminary report VI, 1936, 486, no. 809. ↩︎
  11. M. Della Corte, Il crittogramma del “Pater Noster” rinvenuto a Pompei, in Rendiconti della Pontifica Accademia Romana di Archeologia, 12, 1936. ↩︎
  12. M. Della Corte, Pompei: Epigrafi della casa di P. Paquio Proculo (Reg. I, Ins. VII n. 1), in Notizie e Scavi, 1929. La casa è situata all’interno della Regio I, Insula VII, Domus I. ↩︎
  13. A. Maiuri, Notizie degli scavi, 1939 ↩︎
  14. N. Iannelli, Misteri, culti e segreti dell’antica Roma, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze, 2014. ↩︎
  15. M. Guarducci, Dal gioco letterale alla crittografia mistica, in Aufstieg und niedergang der romischen welt, Roma, 1978. ↩︎
  16. G. O. Onorato, Iscrizioni pompeiane la vita pubblica, Sansoni, Firenze, 1957. ↩︎
  17. M. della Corte, Case ed abitanti di Pompei, 1965. ↩︎
  18. R. T. Ganiban, Virgilian Prophecy and the Reign of Jupiter, in Brill’s Companion to Valerius Flaccus, edito da Mark Heerink and Gesine Manuwald, Brill Academic Publishers, 2014. ↩︎
  19. Dr. Vollmers Wörterbuch der Mythologie aller Völker, Stuttgart, 1874. Link alla risorsa. ↩︎
  20. Virgilio, Georgiche, II, 173. ↩︎
  21. A. Giacomini, Sator, Codice templare, Edizioni Penne e Papiri, 2004; R. Giordano, L’enigma perfetto. I luoghi del Sator in Italia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2013. ↩︎
  22. Ernst Aus’m Weerth, Der Mosaikboden in St. Gereon zu Cöln, 1873. ↩︎
  23. A. Brugnoli e F. Cortellazzo, L’epigrafe del Sator a San Michele di Arcé, in Annuario Storico della Valpolicella, XXX , 2013-2014. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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