I cristogrammi e i simboli dei primi cristiani

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Tra i simboli più antichi della tradizione religiosa occidentale figurano i cristogrammi, segni grafici formati dall’associazione di lettere greche o romane, che celavano in pochi tratti il nome di Cristo. La loro origine si può rintracciare già nei primi secoli, quando i credenti, specie nei periodi di persecuzione, non potevano professare apertamente la propria fede. I cristogrammi erano innanzitutto dei simboli identitari per le comunità cristiane. Ma non solo: essi costituivano un complesso codice visivo capace di trasmettere messaggi teologici e verità di fede, il cui significato rimaneva oscuro ai pagani.

Il cristogramma più conosciuto è senza dubbio il Chi Rho, costituito dalla sovrapposizione delle prime due lettere greche della parola “Cristo” (Χ e Ρ). È questo il segno che, secondo la tradizione, nel 312 d.C. sarebbe apparso in cielo a Costantino prima della vittoriosa battaglia di Ponte Milvio. Altrettanto importanti nella simbologia cristiana dei primi secoli sono il trigramma IHS, derivato dalle prime tre lettere del nome “Gesù” (ΙΗΣΟΥΣ), e l’ichthys, simbolo del pesce e acrostico delle parole “Iēsous Christos, Theou Huios, Sōtēr“, ovvero “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Cristo barbuto del IV secolo, Catacombe di Commodilla a Roma
Cristo con l’Alfa e l’Omega, affresco di fine IV secolo, Catacombe di Commodilla, Roma

Le persecuzioni contro i cristiani

Le Sacre Scritture testimoniano l’inizio delle persecuzioni contro i cristiani già all’indomani della morte di Cristo, in Giudea. Per gli Ebrei, infatti, il Cristianesimo rappresentava una pericolosa corrente eretica, ragion per cui iniziò a essere avversato dalle massime cariche religiose di Gerusalemme. Dalle fonti bibliche abbiamo notizia che nel 34-36 d.C. fu lapidato il protomartire Stefano, dopo un processo davanti al Sinedrio1, mentre nel 44 d.C. il re Erode Agrippa I fece giustiziare l’apostolo Giacomo il Maggiore2.

Ciò nondimeno, grazie soprattutto alla predicazione di Paolo di Tarso, il credo cristiano si diffuse ben oltre i confini della Palestina, raggiungendo l’Asia Minore, la Grecia e, infine, Roma. I Romani, invece, consideravano le prime comunità cristiane al pari di atei, in quanto non adoravano gli dei pagani. Tuttavia, dato il loro numero esiguo, almeno inizialmente ne tollerarono la presenza. La situazione cambiò radicalmente nel 64 d.C., quando un devastante incendio distrusse gran parte di Roma e l’imperatore Nerone accusò proprio i cristiani, a torto o a ragione, di aver appiccato le fiamme3, facendoli condannare a morte con supplizi pubblici. Tra le vittime di questa prima grande persecuzione, secondo la tradizione, vi furono gli apostoli Pietro e Paolo4.

“E ai condannati, destinati a morire, furono aggiunti anche oltraggi: coperti con pelli di animali feroci, venivano sbranati dai cani, oppure crocifissi o dati alle fiamme affinché, quando il giorno volgeva al termine, servissero da illuminazione notturna”.

Tacito, Annales, XV, 44.4. Traduzione a cura dell’autore5.
Il foro romano
L’area del Foro Romano

Il “numero della bestia”

Nerone promosse una quasi totale ricostruzione di Roma e, tra il Palatino e l’Esquilino, fece erigere la famosa Domus Aurea, una grande e sontuosa residenza privata il cui vestibolo era dominato dal Colosso, una statua in bronzo alta più di trenta metri, realizzata da Zenodoro e raffigurante l’imperatore nelle vesti del dio Sole. Si racconta che i cristiani fossero costretti a prostrarsi davanti a questa enorme scultura, ma è probabile che si tratti solo di una leggenda. È un’ipotesi assai più verosimile, invece, che un’accusa alla crudeltà di Nerone sia contenuta nel celebre passo dell’Apocalisse con il “numero della bestia”, il 666:

“Inoltre obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d’uomo; e il suo numero è seicentosessantasei”.

Apocalisse di San Giovanni 13,15-18.

Nella gematria, metodo interpretativo che attribuisce un particolare valore numerico a ciascuna lettera ebraica, la somma delle cifre del nome “Nerone Cesare” (נרון קסר, NRWN QSR) restituisce, infatti, esattamente 666, poiché N=50, R=200, W=6, N=50, Q=100, S=60 e R=200. In alcuni manoscritti antichi compare, inoltre, la variante 6166, corrispondente forse al nome dell’imperatore in latino: Nero (NRW QSR)7.

Le persecuzioni successive

Nell’Impero romano, le persecuzioni contro i cristiani continuarono fino al III secolo, sebbene in modo sporadico. Nel 250 d.C., però, l’imperatore Decio emise un editto con cui imponeva a tutti i cittadini di offrire sacrifici pubblici agli dèi in cambio di un “libellus”, ossia un certificato scritto che attestava l’appartenenza alla religione di Roma. Da quel momento le oppressioni verso i cristiani divennero più sistematiche8.

Le persecuzioni furono quindi riprese da Valeriano, che nel 257 d.C. ordinò a tutti i vescovi, i preti e i diaconi di praticare il culto pagano, proibendo le assemblee religiose, pena la messa a morte9. L’ultima e più dura persecuzione contro i cristiani nell’Impero romano avvenne, tuttavia, durante il regno di Diocleziano. Nel 303 d.C., infatti, l’imperatore emise una serie di editti che stabilivano, tra le altre cose, la distruzione delle chiese e dei testi sacri, la confisca dei beni ecclesiastici e la destituzione dalle cariche pubbliche dei credenti10.

Il Graffito di Alessameno, rinvenuto sul colle Palatino a Roma11. Si tratta di una raffigurazione di scherno di origine pagana della crocifissione di Cristo, rappresentato con le sembianze di un asino

Simboli e cristogrammi

In questo clima d’ostilità, al quale contribuiva l’ostracismo dei pagani, i cristiani erano spesso costretti a mettere in atto strategie di sopravvivenza e dissimulazione. Il culto non poteva infatti essere celebrato alla luce del sole, né in edifici pubblici riconoscibili. Le celebrazioni dovevano pertanto essere officiate nelle abitazioni private, per questo chiamate domus ecclesiae, mentre le catacombe, ben celate alla vista, fungevano da cimiteri sotterranei. Era necessario, infine, veicolare di nascosto i messaggi di fede, possibilmente in modo criptico e comprensibile solo agli iniziati.

Proprio a questo scopo nacque e si sviluppò la simbologia paleocristiana, codice visivo che recuperava le immagini dal repertorio pagano, attribuendo loro nuovi e segreti significati. Così, il Buon Pastore, con un agnello sulle spalle, riprendeva l’iconografia classica del dio Hermes Kriophoros. L’ancora diveniva simbolo di speranza e metafora della croce. La colomba e il pavone alludevano alla salvezza eterna, la vite all’eucaristia. Oltre a questi simboli, inoltre, i cristiani utilizzavano i cristogrammi e gli acrostici per esprimere, in modo celato, il santo nome di Cristo.

Il Chi Rho

Uno dei principali cristogrammi, in uso sin dal III secolo, era il Chi Rho, detto anche Chrismon o Monogramma di Cristo. Il simbolo era formato dalla combinazione di una Χ (chi) e una Ρ (rho) sovrapposte, corrispondenti alle iniziali della parola greca Χριστός (Christòs), ovvero “Messia”.

Il Chi Ro, uno dei cristogrammi più diffusi
Il Chi Rho, uno dei cristogrammi più diffusi

Il Chi Rho era sovente affiancato dalle lettere greche alfa e omega: Cristo, in quanto Dio, è l’inizio e la fine di tutte le cose.

“Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!”.

Apocalisse di San Giovanni 1,8.

L’Ichthys

Tra i segni più diffusi del linguaggio cifrato paleocristiano vi era inoltre l’Ichthys, acrostico derivato dal greco ΙΧΘΥΣ, ossia “pesce”, le cui lettere componevano la formula “Iēsous Christos, Theou Huios, Sōtēr“, ovvero “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”. A tale scritta veniva associato il simbolo di un pesce stilizzato, ottenuto con due archi intrecciati, simile alla rappresentazione della vesica piscis.

ichthys
L’Ichthys

Il richiamo cristiano alla figura del pesce affonda le proprie radici in diversi episodi narrati nei Vangeli. Cristo chiamò infatti i primi discepoli, tra cui Pietro e Andrea, a farsi “pescatori di uomini”12. Fu proprio sulla base di questa metafora che, alla fine del II secolo, Tertulliano paragonò i cristiani a piccoli pesci (pisciculi) generati nell’acqua del battesimo:

“Ma noi, piccoli pesci, secondo il nostro ΙΧΘΥΣ, Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua, e non possiamo essere salvati se non rimanendo nell’acqua”.

Tertulliano, De Baptismo, I, 3, 200 circa. Traduzione a cura dell’autore13.

Non è raro trovare il simbolo dell’ichthys raffigurato sulle lucerne votive di età paleocristiana, sulle lapidi funerarie o sulle pareti all’interno delle catacombe, come segno di appartenenza alla comunità cristiana.

Il trigramma IHS

Il trigramma IHS (ΙΗΣ in greco) nacque nel III secolo come nomen sacrum utilizzato nei manoscritti greci del Nuovo Testamento. Era composto dalle prime tre lettere del nome di Gesù in greco, ΙΗΣΟΥΣ (Iēsous): Iota (Ι), Eta (Η), Sigma (Σ). I nomina sacra erano delle convenzioni scrittorie nate per abbreviare alcuni nomi considerati particolarmente sacri. Questa pratica aveva una duplice funzione: da un lato permetteva il risparmio di spazio e inchiostro, dall’altro serviva a sottolineare l’importanza teologica di quel particolare termine.

Con questo segno vinci! I cristogrammi e la conversione di Costantino

Le persecuzioni contro i cristiani iniziarono a cessare solo nel 311 grazie all’editto di tolleranza di Galerio, il quale riconobbe il fallimento delle politiche repressive adottate dai suoi predecessori. Appena due anni dopo, nel 313, Licinio e Costantino emanarono il famoso Editto di Milano, con cui veniva sancita la libertà di culto per i cristiani in tutto l’Impero romano. Secondo Eusebio di Cesarea, Costantino si sarebbe convertito alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio, vinta contro Massenzio nel 312, grazie a un segno divino:

Nell’ora in cui il sole è a metà del suo cammino, quando il giorno comincia appena a declinare, disse di aver visto con i propri occhi, in pieno cielo e al di sopra del sole, il segno luminoso di una croce, unita alla quale c’era un’iscrizione che diceva: “Con questa vinci! (Εν Τουτω Νικα)14.

Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, lib. I, 28. Traduzione di M. Simonetti, Letteratura cristiana antica, ii, Casale Monferrato, 1996.

Lattanzio racconta invece che, prima della decisiva battaglia, l’imperatore avrebbe fatto apporre un “caeleste signum Dei” sugli scudi dei suoi soldati, forse il cristogramma Chi Rho15.

Costantino fu avvertito in sogno ad iscrivere il celeste segno di Dio negli scudi e di affrontare così il combattimento. Lui fa come gli è stato ordinato e iscrive sugli scudi il (segno di) Cristo, una X attraversata dalla lettera I con una curva in cima. Inalberando questa insegna, l’esercito attacca battaglia16.

Lattanzio, De mortibus persecutorum, 44, 4-5, traduzione in italiano: Come muoiono i persecutori, a cura di Mario Spinelli, Città Nuova, Roma 2005.
Moneta di Costantino con il Chi Ro, uno dei cristogrammi più diffusi
Il Chi Rho nella monetazione dell’imperatore Costantino, 327 d.C. circa, Berlino, Münzkabinett dei Musei Statali di Berlino

I cristogrammi dopo la diffusione del Cristianesimo

Grazie alla loro semplicità e al profondo significato teologico, i cristogrammi rimasero in uso per molti secoli anche dopo la fine delle persecuzioni cristiane. A partire dalla tarda antichità, tali simboli cominciarono a comparire negli edifici di culto, sugli oggetti liturgici e perfino sulle monete e sui sigilli imperiali. Il cristogramma Chi Rho, ad esempio, dopo la conversione di Costantino acquisì un uso pubblico e ufficiale, divenendo un emblema dei sovrani cristiani. Il trigramma IHS, invece, conobbe una fortuna particolare a partire dal Basso Medioevo, grazie soprattutto alla predicazione di San Bernardino da Siena che, nel XV secolo, ne promosse la diffusione come segno del Santissimo Nome di Gesù. Durante la Controriforma, venne quindi adottato dalla Compagnia di Gesù di sant’Ignazio di Loyola e posto al centro di un disco raggiante sormontato da una croce.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Atti degli Apostoli 6,8 – 8,1. ↩︎
  2. Atti degli Apostoli 12,1-2. ↩︎
  3. Tacito, Annales, XV, 44.1-5. ↩︎
  4. Lattanzio, De mortibus persecutorum, 2, 4-6. ↩︎
  5. Et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent, aut crucibus adfixi aut flammandi, atque ubi defecisset dies in usum nocturni luminis urerentur“. ↩︎
  6. Ad esempio nel Codex Ephraemi Rescriptus, Bibliothèque Nationale de France 9, Gregory-Aland no. C o 04, V secolo. ↩︎
  7. F. De Luca, Apocalisse: la soluzione dell’enigma, Guida, Napoli, 2013. ↩︎
  8. Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, lib. VI, cap. 39-4. ↩︎
  9. Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, lib. VII, cap. 10-13. ↩︎
  10. Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, 12. ↩︎
  11. Immagine di Justin Benttinen, CC BY-SA 4.0. Link all’immagine originale. ↩︎
  12. Vangelo di Luca 5,10. ↩︎
  13. Sed nos pisciculi secundum IXΥΘN nostrum Iesum Christum in aqua nascimur nec aliter quam in aqua permanendo salvi sumus“. ↩︎
  14. Horis diei meridianis, solem in occasum vergente, crucis tropaeum in coelo ex luce conflatum, soli superpositum, ipsis hoculis se vidisse affirmavit, cum hujusmodi inscriptione: Hac vince“. ↩︎
  15. Lattanzio, De mortibus persecutorum, 44. ↩︎
  16. Commonitus est in quiete Constantinus ut caeleste signum Dei notaret in scutis atque ita proelium committeret. Facit ut iussus est et tranversa X littera summo capite circumflexo, Christum in scutis notat. Quo signo armatus exercitus capit ferrum“. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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