Costantino e il summus deus della Battaglia di Ponte Milvio

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Tutti gli storici contemporanei concordano su un’asserzione fondante: Costantino, imperatore romano dal 306 e trionfatore nella Battaglia di Ponte Milvio, mutò il destino del Mondo. L’Editto di Milano del 313, con il quale il senior Augustus d’Occidente e quello d’Oriente Licinio sancivano la tolleranza religiosa per le minoranze dell’Impero, aveva portata rivoluzionaria1. Tra le parti in causa v’erano i turbolenti cristiani, che già nei secoli addietro avevano creato non pochi problemi ai loro predecessori, si pensi al tragico incendio di Roma nel 64 d.C. sotto Nerone, e che avevano dovuto subire persecuzioni talvolta feroci.

D’altro canto Galerio appena due anni prima (311), dovendo prendere atto dell’inutilità di tali pratiche repressive, che null’altra efficacia avevano se non di trucidare fedeli impenitenti, aveva promulgato un editto di perdono. A Mediolanum proprio dell’Editto di Galerio si dovette discutere, ma non solo. Costantino e Licinio, infatti, si erano appena accordati per spartirsi l’Impero Romano, sancendo formalmente la fine della Tetrarchia.

Costantino
Testa del Colosso di Costantino, Musei Capitolini di Roma, Cortile dei Conservatori

Il 28 ottobre 312 Costantino aveva sconfitto il rivale Massenzio nella celebre Battaglia di Ponte Milvio. Si dice che l’imperatore fosse già all’epoca ispirato e convertito da un summus deus, che le agiografie identificano con il Dio dei Cristiani. Questi lo avrebbe guidato alla vittoria attraverso un grandioso segno celeste. Nell’immaginario collettivo Costantino è pertanto l’imperatore del Cristianesimo per eccellenza, l’artefice della conversione del mondo antico. Ma soprattutto egli è il generale della Battaglia di Ponte Milvio, del cristogramma sugli scudi dei suoi soldati e della croce nel cielo: in hoc signo vinces.

Chi era davvero Costantino?

Ma fu davvero così? In verità, questa immagine culturale, cristiano-iconica, di Costantino è fortemente posta in dubbio da numerose testimonianze storiche. Lo stesso summus deus cui le fonti fanno riferimento è oggetto di controversia annosa, e la sua identificazione non è così semplice. Beninteso, l’imperatore si convertì davvero al Cristianesimo, forse in età avanzata, ma certamente non nel modo e nella linea temporale degli eventi che ci si potrebbe immaginare. La sua vita fu scandita, sin dalla giovinezza, da momenti tragici e decisioni crudeli, che mal si conciliano con la figura di un santo sovrano. Essa va piuttosto ascritta come una chirurgica e disinteressata scalata verso il potere, la quale condusse Costantino all’omicidio di tre imperatori in carica, nonché della moglie Fausta e persino del figlio maggiore Crispo.

Per Costantino la spiritualità del summus deus potrebbe figurare come una legittimazione morale, a posteriori, del suo cruento operato. Egli infatti, per gran parte della sua esistenza, scandagliò il cielo alla ricerca di quel dio che nella Battaglia di Ponte Milvio lo aveva reso Victor.

La disomogeneità delle fonti storiche

Sorprende in Costantino la quasi radicale disomogeneità delle fonti. Talune, da inquadrare nell’ambito di un’entusiastica propaganda cristiana, ne lodano le virtù, altre restituiscono l’idea di un uomo in preda ai più meschini vizi. Così, si contrappone alla visione celestiale ante-litteram della Battaglia di Ponte Milvio, raccontata da Eusebio, il giudizio sprezzante del nipote Giuliano l’Apostata. E ancora, all’epos narrativo corrisponde l’assenza di simbologia cristiana sul monumento che, più di tutti, dovrebbe celebrare la conversione dell’imperatore. Sull’arco di Costantino, memoriale della Battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio e di poco successivo agli eventi narrati (315), prevale infatti ancora la religiosità pagana della Roma antica. Persino nell’Editto di Milano non v’è riferimento alcuno a un Dio cristiano.

Arco di Costantino, Battaglia di Ponte Milvio
L’arco di Costantino

Eppure, Costantino fu davvero l’uomo che nel 325 convocò il primo concilio ecumenico della Chiesa a Nicea. Egli fu realmente colui che donò al vescovo di Roma un terreno di sua proprietà, destinato alla costruzione della Basilica di San Giovanni in Laterano. Come conciliare tutte queste apparenti contraddizioni personificate in un sol uomo?

Costantino il Vincitore

Costantino nacque a Naissus, una località dell’Illiria, nell’odierna Serbia, forse tra il 271 ed il 2752. Suo padre, Costanzo Cloro, era divenuto Cesare nel 293 sotto la tutela dell’augusto Massimiano. Vigeva, infatti, in quegli anni il sistema della tetrarchia ideato da Diocleziano. Esso prevedeva la spartizione dell’Impero in quattro aree, al fine di contenere in maniera più efficace le numerose rivolte che si andavano ingenerando. Era evidente ormai come la vastità dei territori posti sotto il controllo romano costituisse una criticità che non poteva essere gestita da un solo uomo.

La tetrarchia prevedeva la compresenza di due Augusti, Diocleziano ad Oriente e Massimiano ad Occidente, e di due Cesari loro sottoposti, nonché eredi al potere designati. I Cesari dovevano essere scelti tra i generali più valorosi dell’esercito, interrompendo così quella lunga tradizione romana di successione dinastica che aveva causato i sanguinosi conflitti degli ultimi secoli. Nei decenni precedenti si stima che si fossero alternati trentatré imperatori differenti, di cui ben trenta erano stati uccisi3. La tetrarchia ebbe effettivamente il merito di garantire un lungo periodo di stabilità dal 285 al 305; tuttavia, essa andò in crisi al momento della contestuale abdicazione di Diocleziano e Massimiano.

Il Monumento ai Tetrarchi di Venezia

La lotta per la successione e la Battaglia di Ponte Milvio

Nel 305 Galerio in Oriente e Costanzo Cloro in Occidente furono proclamati Augusti, ed essi stessi nominarono come Cesari rispettivamente Massimino Daia e Flavio Severo. L’anno successivo Massenzio, figlio di Massimiano, si autoproclamò imperatore delle province italiche e dell’Africa vantando il supporto della plebe, del senato e della guardia pretoriana. Inoltre, alla morte del padre Costanzo Cloro a York (306), Costantino fu proclamato imperatore dalle truppe romane stanziate in Britannia. Si trattava del primo passo verso un’ascesa al potere inesorabile e sanguinosa.

Nel 307 Costantino prese in sposa Fausta, figlia di Massimiano e sorella di Massenzio. Tuttavia, ciò non fu sufficiente a evitare i contrasti tra i due autoproclamati imperatori. Quando, infatti, Licinio fu proclamato Augusto dal cedente carica Galerio a Camuntum (308), Massenzio venne invece dichiarato nemico pubblico, hostis publicus. Costantino ordinò dapprima l’omicidio di Massimiano (310)4, quindi partì alla volta di Roma al comando di circa centomila uomini per spodestare Massenzio5. La battaglia decisiva si svolse il 28 ottobre 312 presso Ponte Milvio a Roma6. Qui Massenzio fu sconfitto, perdendo la vita e cedendo a Costantino il dominio di tutto l’Occidente imperiale.

I racconti mitici della Battaglia di Ponte Milvio

I più importanti resoconti storiografici cristiani della Battaglia di Ponte Milvio appartengono a Lattanzio ed Eusebio di Cesarea. I due storici del IV secolo in larghissima parte hanno contribuito a restituire l’immagine di Costantino a oggi così diffusa. Secondo i racconti l’Imperatore avrebbe sconfitto Massenzio grazie all’intervento di Dio, il quale lo avrebbe guidato attraverso un segno divino.

Lattanzio e il De mortibus persecutorum

Lattanzio, nella sua opera De mortibus persecutorum, riferisce che Costantino avrebbe ricevuto in sogno la profezia della vittoria alla vigilia della Battaglia di Ponte Milvio. Il trionfo sarebbe stato certo allorquando tutti i suoi soldati avessero apposto il segno di Cristo sui loro scudi, forse il cristogramma Chi-Rho7. Non poteva trattarsi, infatti, della croce giacché tale simbologia non era ancora in uso presso i Cristiani, venendo anzi percepita ancora come segno di vergogna.

Costantino fu avvertito in sogno ad iscrivere il celeste segno di Dio negli scudi e di affrontare così il combattimento. Lui fa come gli è stato ordinato e iscrive sugli scudi il (segno di) Cristo, una X attraversata dalla lettera I con una curva in cima. Inalberando questa insegna, l’esercito attacca battaglia8.

Lattanzio, De mortibus persecutorum, 44, 4-5, traduzione in italiano: Come muoiono i persecutori, a cura di Mario Spinelli, Città Nuova, Roma 2005, pp. 115-116.
Costantino, Battaglia di Ponte Milvio
Il labaro romano di Costantino con il Chi-Rho

I racconti di Eusebio di Cesarea

Una prima discrepanza dei fatti riportati si rinviene già negli scritti di Eusebio di Cesarea. Nella versione definitiva dell’Historia Ecclesiastica (325 circa) lo storico sostiene sì che nella Battaglia di Ponte Milvio Costantino fu aiutato dal Dio dei Cristiani, ma non riferisce di alcun segno divino. Circa vent’anni dopo, Eusebio aggiunge nuovi dettagli al racconto, assicurando di averli appresi nel frattempo dall’Imperatore stesso. Costantino gli avrebbe, infatti, confidato che9:

Nell’ora in cui il sole è a metà del suo cammino, quando il giorno comincia appena a declinare, disse di aver visto con i propri occhi, in pieno cielo e al di sopra del sole, il segno luminoso di una croce, unita alla quale c’era un’iscrizione che diceva: “Con questa vinci! (Εν Τουτω Νικα)“.

Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, Libro I, traduzione di M. Simonetti, Letteratura cristiana antica, ii, Casale Monferrato, 1996.
Costantino, Battaglia di Ponte Milvio
Dettagli della Battaglia di Costantino contro Massenzio, allievi di Raffaello (Giulio Romano) presso la Sala di Costantino delle Stanze Vaticane (1520-1524). Musei Vaticani di Roma

Εν Τουτω Νικα!

La traduzione del brano riporta accuratamente la dicitura “con questo segno vinci!”. Si tratta della traduzione più corretta dell’originale greco di Eusebio “Εν Τουτω Νικα”, la quale ha l’accezione di un imperativo esortativo. Costantino riceve pertanto un invio divino, alla maniera dei missionari della Chiesa, e non una profezia come comunemente creduto. La frase latina “In hoc signo vinces” (con questo segno vincerai), pertanto, non è propriamente corretta. Essa deriva dalla tradizione popolare e da una scorretta trascrizione della versione latina di Rufino, monaco teologo del IV secolo, “Hoc signo victor eris”.

Peraltro le versioni di Lattanzio ed Eusebio differiscono sostanzialmente. Ciò nondimeno, concordano sul fatto che Costantino fosse cristiano. Eusebio di Cesarea addirittura anticipa la conversione a qualche anno prima della Battaglia di Ponte Milvio. Già nel Libro I della Vita Constantini egli celebra così l’Imperatore:

[…] Dio ricompensandolo immediatamente lo rese signore padrone e vincitore: egli soltanto imbattibile e invincibile tra tutti gli imperatori di ogni epoca, per sempre vittorioso […] tanto caro a Dio e tre volte benedetto (τρις μακάριος), tanto pio e felice da conquistare con estrema facilità molti più popoli dei suoi predecessori e da portare il suo regno a compimento senza affanno fino alla fine“.

Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, Libro I, Introduzione, traduzione e note di Laura Franco, 2009.

Altre fonti

Tuttavia altre fonti storiografiche, come anticipato, negano in toto la conversione di Costantino prima della Battaglia di Ponte Milvio, e mettono in dubbio i racconti di Eusebio e di Lattanzio. Così, ad esempio, gli scritti di Nazario e di Cirillo di Gerusalemme.

Nazario, retore latino in Gallia, è autore di un panegirico del 321, contenuto nel libro dei Panegyrici latini. Egli non fa alcun riferimento cristiano, sebbene racconti che “tutta la Gallia parla degli eserciti che apparvero allora, e che dimostravano di essere di origine divina. Erano moltitudini di guerrieri piovuti dal cielo, i cui scudi e armi brillavano d’una luce soprannaturale, e scandivano: «Cerchiamo Costantino, veniamo in aiuto di Costantino». Alla testa di quell’armata divina c’era Costanzo, ormai divenuto lui stesso un dio”10. Fa un certo effetto leggere tale fonte parallela su Costantino che sembra persino avvalorare l’idea, non confermata, che l’imperatore fosse pagano.

Sintomatico dell’incertezza storiografica su Costantino è quanto riferisce anche il vescovo di Gerusalemme Cirillo. In una lettera a Costanzo II, datata 7 maggio 351, Cirillo riferisce che a Gerusalemme fosse accaduto un miracolo mai verificatosi prima: alla vigilia dell’arrivo dell’imperatore in città, era apparsa una croce nel cielo! È chiaro che Cirillo non conoscesse gli scritti di Eusebio di Cesarea, né i racconti cristiani sulla Battaglia di Ponte Milvio11.

L’arco di Costantino e la celebrazione della Battaglia di Ponte Milvio

Appena un anno dopo la vittoria di Costantino a Ponte Milvio il senato di Roma stanziò i fondi per la costruzione di un grandioso arco celebrativo dell’evento12. I lavori di realizzazione del monumento si svolsero in tempi per l’epoca rapidissimi: nel 315, ricorrenza dei decennalia dell’imperatore, esso veniva già inaugurato.

Arco di Costantino, Battaglia di Ponte Milvio
L’arco di Costantino, celebrativo della Battaglia di Ponte Milvio

L’arco di Costantino, a tre fornici, rappresenta una delle più importanti testimonianze scultoree e architettoniche della Roma antica. Esso è caratterizzato da elementi che rappresentano, in maniera didattica, la storia degli ultimi imperatori pre-costantiniani: all’epoca si usava reimpiegare i materiali lapidei in disuso presso altre costruzioni. Tale metodica implicava il vantaggio di velocizzare i lavori di edificazione e soprattutto di abbattere i costi. È probabile che i fondi stanziati dal Senato non fossero sufficienti per la realizzazione ex novo di tutti i pannelli celebrativi di Costantino. Così, accanto ai fregi propriamente di epoca costantiniana, si rinvengono rilievi risalenti agli imperatori Marco Aurelio, Traiano e Adriano.

I materiali di reimpiego

Sul fronte e sul retro dell’attico del monumento sono collocati otto rilievi rettangolari raffiguranti le imprese di Marco Aurelio contro i Quadi e Marcomanni, forse provenienti da un arco trionfale o da un monumento celebrativo eretto per volontà del figlio Commodo in Campo Marzio (173 d.C).

Sui lati brevi dell’attico e internamente al fornice centrale sono invece presenti quattro pannelli ricavati da un grande fregio che celebrava la vittoria di Traiano contro i Daci, con annessa statuaria. In marmo pentelico greco, il fregio continuo proveniva, con ogni probabilità, dal dismesso foro dell’imperatore (102-107 d.C).

Presso l’ordine inferiore dell’arco di Costantino si affacciano otto tondi risalenti all’epoca di Adriano, riconoscibili per la presenza del giovane amante dell’imperatore, Antinoo, e forse provenienti da un un monumento sul Palatino dedicato al fanciullo (130-138 d.C).

Persino le cornici dell’arco, i capitelli corinzi, le basi delle colonne, i fusti e il coronamento d’imposta del fornice centrale sono di reimpiego e vanno ascritti a lavorazioni di età precedenti.

Il carattere simbolico dell’Arco di Costantino

La scelta dei materiali di reimpiego potrebbe avere un valore simbolico. Costantino, infatti, volle mostrarsi come un prosecutore delle politiche del II secolo di Traiano, di Adriano e di Marco Aurelio. La scelta non fu casuale: a queste figure era associata un’epoca del passato felice e perduta, travolta infine dalle turbolenze del secolo terzo. Gli anni che precedettero l’ascesa di Costantino furono segnati da enormi difficoltà per l’Impero, non per ultime l’instabilità politica e le invasioni barbariche. L’intenzione dell’Imperatore era dunque di apparire come il nuovo garante della pace. Come d’usanza, egli fece scolpire il suo volto al posto di quelli dei suoi predecessori e reimpiegò i rilievi sul proprio arco celebrativo.

L’apparato scultoreo costantiniano, i fregi con la Battaglia di Ponte Milvio

Tale premessa è d’obbligo per comprendere l’apparente incongruenza storica del monumento. È singolare infatti che esso non contenga alcun riferimento al Cristianesimo, discostandosi dalla consolidata tradizione che vede in Costantino l’imperatore convertito alla vigilia della Battaglia di Ponte Milvio. Né un segno, né un’iscrizione chiarificatrice, né un accenno compaiono sul monumento, gettando nel dubbio tale popolare credenza.

Non solo, l’apparato scultoreo dell’arco di Costantino contiene raffigurazioni di divinità pagane. Lungo l’ordine inferiore si sviluppano i fregi di età costantiniana: il Sol Invictus e la Victoria che accompagnano i soldati in partenza da Milano (Profectio); Costantino incoronato da una Vittoria alata nell’assedio di Verona (Obsidio). Presso i tondi laterali troviamo poi le raffigurazioni del Sole-Apollo e della Luna-Diana. Le divinità pagane sono presenti anche nei materiali di reimpiego del II secolo. Dimostrazione, questa, che la scelta dei pannelli antichi non aveva alcuna relazione con il Cristianesimo. Se infatti Costantino fosse già convertito al momento dell’erezione dell’Arco, perché reimpiegare raffigurazioni di altre divinità?

Costantino, Battaglia di Ponte Milvio
Fregio costantiniano raffigurante la partenza da Milano (Profectio). Costantino è seduto su un carro, mentre alcuni soldati portano le statuette del Sol Invictus e della Victoria16
Battaglia di Ponte Milvio
Fregio costantiniano raffigurante la Battaglia di Ponte Milvio (Proelium). Si possono notare la Virtus e la Vittoria sulla porzione sinistra17
Battaglia di Ponte Milvio
La scena dell’Oratio: Costantino, al centro, è assiso sul trono. Sullo sfondo raffigurazioni del Foro romano; si possono notare l’Arco di Settimio Severo e di Tiberio e la Basilica Iulia

Le raffigurazioni pagane

Parimenti, non v’è traccia di simboli cristiani sugli scudi dei soldati raffigurati sui fregi di epoca costantiniana. Al contrario diversi studiosi tra cui L’Orange, von Gerkan18 e più recentemente Liverani19 hanno sostenuto che nella scena dell’Oratio compaia Giove su una colonna della tribuna, alle spalle di Costantino. Anche gli attributi della statua assisa alla sinistra dell’Imperatore, il globo e lo scettro, potrebbero riferirsi a Giove. A partire dalla monetazione del II secolo, infatti, il globo compare quale simbolo associato al titolo imperiale di rector urbis e a quello di conservator orbis. Quest’ultimo, in particolare, è riferito a Giove sin dalla monetazione di Diocleziano20. A loro volta i tondi adrianei rappresentano scene di sacrificio rituale per gli dei Silvano, Diana, Apollo ed Ercole, o forse Giove.

Un’iconografia ambigua

Il complesso scultoreo dell’Arco di Costantino non consente di affermare, pertanto, che l’Imperatore nel 315 d.C. fosse convertito al Cristianesimo. Tuttavia, neanche permette di escluderlo. Bisogna considerare che Costantino scelse di reimpiegare solo otto rilievi su dodici provenienti dall’Arco di Marco Aurelio, escludendo quelli che mostravano i riti più importanti della religiosità pagana. Fra questi vi era quello raffigurante il Trionfo e quello del Sacrificio a Giove Capitolino, oggi conservati presso i Musei Capitolini di Roma. Il trionfo rappresentava la cerimonia di massima onorificenza con cui si celebrava la vittoria di un generale dell’esercito romano in un’importante battaglia.

Trionfo, rilievo dall’Arco di Marco Aurelio conservato presso i Musei Capitolini di Roma

Il corteo trionfale si concludeva proprio presso il Tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio. Ivi il generale vittorioso offriva un sacrificio di riconoscenza alla divinità per sciogliere i voti fatti prima della battaglia.

Battaglia di Ponte Milvio
Sacrificio a Giove Capitolino, rilievo dall’Arco di Marco Aurelio conservato presso i Musei Capitolini di Roma21

Costantino per primo ruppe questa tradizione secolare della Roma antica, e ciò appare come un sintomatico fattore di discontinuità col passato. L’Imperatore sembra voler mostrare una posizione di equidistanza rispetto sia alla religione cristiana, che si iniziava a tollerare, sia verso il paganesimo, i cui principali riti furono volutamente omessi sull’arco celebrativo22.

Quod instinctu divinitatis

Allo stesso modo è volutamente ambigua l’iscrizione posta al centro dell’attico, la quale testualmente riferisce che:

“All’imperatore Cesare Flavio Costantino Massimo Pio Felice Augusto, il Senato e il popolo romano, poiché per ispirazione divina e per la grandezza del suo spirito in una sola volta con il suo esercito ha vendicato lo Stato, per mezzo di una giusta guerra, sia dal tiranno che da ogni sua fazione, dedicarono questo arco insigne per trionfi23.

Arco di Costantino, Battaglia di Ponte Milvio
L’iscrizione Quod Instinctu Divinitatis, Arco di Costantino24

L’iscrizione celebrativa riporta la generica dicitura per ispirazione divina, la quale ha da sempre suscitato numerosi interrogativi sulla reale identità del summus deus a cui si riferisce. Un’ipotesi possibile è che esso non sia né il Dio dei Cristiani né Giove, bensì il Sol Invictus, cui Costantino sembra legato in questa fase della sua vita. Già a partire dal 310 d.C. il Sol Invictus cominciava a comparire nella monetazione bronzea costantiniana destinata al popolo.

Il culto romano del Sol Invictus

Il culto del Sol Invictus si era sviluppato in Oriente sin dall’antichità. Un primo tentativo di introduzione a Roma si era registrato in seguito alla salita al potere dell’imperatore Eliogabalo nel 218. Ad Emesa, città della Siria da cui egli proveniva, si celebrava il culto di una divinità solare chiamata Elagabalus Sol Invictus.

Con la morte violenta di Eliogabalo nel 222 il culto era stato a Roma dimenticato, fin quando Aureliano lo aveva reintrodotto in seguito alla vittoria sulla regina Zenobia di Palmira, giacché si era alleato con la città di Emesa. Nell’Historia Augusta si racconta che l’Imperatore avesse avuto una visione in cui il Sol Invictus incoraggiava le sue truppe durante la battaglia decisiva25. I sacerdoti del culto furono quindi trasferiti a Roma e Aureliano fece edificare un tempio in onore della divinità solare. Qui, nel giorno del Dies Natalis Solis Invicti, si celebrava la nascita del Sole. Ogni anno, infatti, il solstizio d’inverno (solstitium, dal latino “sole fermo”) segna il giorno con il periodo di luce più breve. Dopo tre giorni di questa “morte apparente” del sole, il 25 dicembre la durata della luce ricomincia ad aumentare, e l’astro ritorna “invincibile” sulle tenebre.

Costantino
Moneta bronzea raffigurante Aureliano con la corona radiata e, a destra, il Sol Invictus che tiene in mano il globo26

Soli Invicto Comiti

Nella monetazione costantiniana il Sol Invictus è rappresentato nelle sembianze di una figura umana a mezzo busto con nimbo, corona radiata e chlamys27. Nel conio delle zecche di Treviri e Londra il nimbo era attributo dello stesso Costantino, suggerendo la stretta associazione iconografica che vigeva tra l’imperatore e la divinità. Tali raffigurazioni erano sovente accompagnate dalla scritta “Soli Invicto Comiti” che significa “Al compagno Sole Invitto”. In seguito alla Battaglia di Ponte Milvio, la medesima figura solare venne associata anche alle più preziose monete auree. Inoltre, dopo il 315 si diffuse una monetazione con Costantino incoronato dal Sol Invictus.

Costantino
Moneta bronzea con raffigurazione di Costantino. Sulla destra il Sol Invictus e l’iscrizione “Soli Invicto Comiti”28

Nel venerabile giorno del Sole, si riposino i magistrati e gli abitanti delle città, e si lascino chiusi tutti i negozi. Nelle campagne, però, la gente sia libera legalmente di continuare il proprio lavoro, perché spesso capita che non si possa rimandare la mietitura del grano o la semina delle vigne; sia così, per timore che negando il momento giusto per tali lavori, vada perduto il momento opportuno, stabilito dal cielo“.

Costantino a Helpidio, Codice giustinianeo 3.12.2

L’Editto di Milano e la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia

All’indomani della Battaglia di Ponte Milvio l’Impero Romano era diviso tra due Augusti che si erano spartiti il potere. Licinio, infatti, aveva contestualmente sconfitto Massimino Daia, che si era procurato la morte a Tarso. Licinio e Costantino decisero di incontrarsi a Milano nel 313 per dettare le linee congiunte del governo. Ivi stabilirono di confermare l’editto che Galerio aveva emanato due anni prima. Da questo momento in poi si decretò la libertà di culto per tutte le religioni e soprattutto che i cristiani non dovessero essere più perseguitati. La finalità dell’intesa di tolleranza era quella di garantire principalmente la stabilità dell’Impero. L’alleanza fu sancita dal matrimonio tra Licinio e la sorella di Costantino, Costanza.

Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità“.

Lattanzio, De mortibus persecutorum, capitolo XLVIII

Persino l’Editto di Milano alimenta dunque l’incertezza storiografica sulla conversione di Costantino al Cristianesimo in quegli anni. Tale circolare, emanata dal pagano Licinio e condivisa da Costantino, cita “la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia”. Non v’è alcun riferimento al Dio dei cristiani, né a divinità pagana alcuna. In ogni caso, l’intesa di Mediolanum sancì la restituzione alla Chiesa di tutti i beni confiscati, fornendo il presupposto giuridico per la loro inalienabilità nei secoli successivi.

Costantino,un uomo alla ricerca del perdono

Negli anni successivi l’Editto di Milano, Costantino cominciò ad accarezzare l’idea di stabilire un potere assoluto incentrato sulla sua sola persona. Per ottenere questo scopo sfruttò un apparente casus belli fornitogli dalla nomina di  Aurelio Valerio Valente da parte di Licinio. L’Imperatore, temendo di essere detronizzato, marciò quindi contro Licinio a Mardia nel 316, poi ad Adrianopoli e Crisopoli nel 324, costringendolo all’esilio. Ne ordinò infine la morte l’anno successivo. Nel 326 Costantino ordinò finanche l’uccisione del figlio Crispo e della seconda moglie Fausta, giacché temeva che potessero minare la sua stabilità politica.

Sono proprio questi tragici eventi a fornire una chiave di lettura, inaspettata, sul percorso interiore che condusse Costantino a identificare quel summus deus, sino ad allora così sfuggente e mutevole, nel Dio dei Cristiani. Un’immagine più nitida dell’Imperatore, e forse maggiormente rispondente al vero, può essere ricavata dalle fonti storiografiche di matrice non cristiana, tra cui gli scritti del nipote Giuliano l’Apostata e di Zosimo.

Presunto ritratto scultoreo di Giuliano l’Apostata (IV secolo), forse uno dei pochi sopravvissuti alla damnatio memoriae dell’Imperatore. Museo Archeologico Nazionale di Atena

La testimonianza di Giuliano l’Apostata

Una delle fonti storiografiche più eminenti sulla figura di Costantino è quella fornita dall’imperatore Flavio Claudio Giuliano. Figlio di Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino, e di Basilina, nacque a Costantinopoli nel 331. Già all’età di sei anni dovette assistere all’eccidio dei componenti maschili della sua famiglia, forse su mandato di Costanzo II che in questo modo assurse al potere. Il sanguinoso evento segnò profondamente Giuliano, che in età adulta lo ricorderà con queste parole:

Tutto quel giorno fu una carneficina e per l’intervento divino la maledizione tragica si avverò. Si divisero il patrimonio dei miei avi a fil di spada e tutto fu messo a soqquadro“.

Flavio Claudio Giuliano, Contro il cinico Eraclio, 228b

Per tutto il tempo della sua fanciullezza Giuliano visse a Nicomedia e poi ad Atene, dove ricevette un’accurata istruzione. Durante gli studi iniziò ad approcciarsi al paganesimo, culto che avrebbe praticato con fervore durante gli anni del suo impero a Roma (361-363 d.C.) e a cui tentò di ridare il perduto status di religione ufficiale. Giuliano, dunque, fu l’ultimo imperatore romano pagano. La sua riluttanza nei confronti del Cristianesimo gli valse l’appellativo di “Apostata”, affibbiatogli dai cristiani mentre era ancora in vita e ripreso dopo la sua morte da Gregorio Nazianzeno29.

San Gregorio di Nazianzo, icona bizantina

La testimonianza di Giuliano su Costantino è particolarmente attendibile per due ragioni: al tempo in cui scrisse era imperatore, fattore sufficiente a rendere le sue parole libere da qualsivoglia legaccio di propaganda o interesse (solo l’imperatore poteva dire ciò che voleva!); inoltre era un discendente diretto e ben conosceva le dinamiche politiche che avevano animato la sua famiglia.

Costantino, “ignorante com’era

È rivelatore, in tal senso, come Giuliano descriva lo zio Costantino e i suoi figli:

Parecchie donne egli ebbe e da esse figliuoli e figliuole, tra i quali più tardi morendo divise la sostanza, senza insegnare loro ad amministrarla e nemmeno come la si potesse creare non avendola, o conservare, se posseduta. Infatti ignorante com’era, credeva che fosse sufficiente la quantità degli eredi per essa, perché nemmeno lui s’intendeva molto di tale arte, avendo egli accumulato la sostanza non con l’intelligenza, ma piuttosto per forza d’abitudine ed esercizio, […]. Persuaso dunque che bastasse il numero dei figli per conservare la sostanza,non badò a fare in modo che riuscissero galantuomini. Questo fu per loro l’origine prima dei torti vicendevoli“.

Flavio Claudio Giuliano, Contro il cinico Eraclio, 227d-228b30

Si tratta di una considerazione piuttosto negativa: Giuliano rimprovera Costantino di essere stato un debole, più che un uomo malvagio.

La conversione di Costantino nei Caesares

La tesi di Giuliano, esposta nel Caesares, è che Costantino aderì a tale culto per pura convenienza: avendo egli condotto una vita dissoluta e di violenza, si conformò all’unica religione che prometteva la purificazione dai vitia e dai peccati.

Costantino invece, non rinvenendo in mezzo agli Dei il modello della propria vita, vedutasi presso la Lussuria, corre incontro a quella. Ed essa, accoltolo teneramente, gettategli le braccia al collo, ornatolo di vesti femminili a varii colori, lisciatolo tutto, lo porta alla Empietà: dove, avendo egli trovato Gesù, che pure si aggirava da quelle parti e predicava: Chi è corruttore, chi assassino, chi maledetto e ributtato da tutti, venga qui fiducioso; con quest’acqua lavandolo lo renderò in un attimo puro. E quand’anche ricada nelle medesime colpe, purché si batta il petto e percuotasi il capo, gli concederò di ridivenire puro, gli andò incontro con giubilo, traendo via dal consesso degli Dei, insieme con sé, anche i propri i figli”.

Flavio Claudio Giuliano, I Caesares, 336b31

L’argomentazione di Giuliano è profondamente influenzata dalla considerazione negativa che aveva della religione cristiana. Egli condanna il Cristianesimo definendolo la religione degli empi; in essa, secondo l’Apostata, verrebbe meno il principio di responsabilità morale (“e se di nuovo diventerete colpevoli, io darò il modo di purificarvi ancora”), per il quale l’espiazione dai delitti più gravi non può essere contemplata.

La testimonianza di Zosimo

Anche Zosimo, storico bizantino del VI secolo, concorda con l’interpretazione di Giuliano circa la conversione di Costantino. Egli nella Historia Nova giustifica l’adesione dell’Imperatore al Cristianesimo come una scelta dettata dai sensi di colpa per l’uccisione della moglie Fausta e del figlio Crispo nel 32632. Questa data è per Zosimo il vero momento spartiacque della storia antica. Costantino, non trovando conforto presso i sacerdoti pagani, si sarebbe rivolto ad un cristiano proveniente dall’Iberia, il quale gli avrebbe rivelato il potere espiatore del battesimo.

[…] Rimordendogli poi de’ commessi delitti e della spregiata santità de’ giuramenti la coscienza presentatosi ai flamini addimandavane la espiazione. Rispostogli da costoro non avervene alcuna per lavare così turpi nefandigie, un Egizio di nome ed originario della Spagna, trasferitosi a Roma […], ottenne licenza di presentarsi all’imperatore e seco lui ragionando chiarirlo come la religione de’ cristiani avesse facoltà di cancellare qualunque misfatto, promettendo ai colpevoli che abbracciandola ne verrebbon tosto assoluti. Costantino, […] gustate le speranze offertegli da Egizio, diede principio alla sua empietà coll’avere in sospetto la divinazione“.

Zosimo, Historia Nova Libro II, traduzione dal greco di Giuseppe Rossi (1850)33
Costantino
Conio raffigurante Crispo, figlio di Costantino

La conversione di Costantino

In ogni caso, anche le fonti storiografiche di Giuliano e Zosimo confermano che Costantino si convertì al Cristianesimo. Fu questo l’ultimo atto della ricerca interiore e spirituale dell’Imperatore. Con ogni probabilità non si trattò di una conversione improvvisa, ma un processo di graduale consapevolezza. Costantino era un generale romano e come tale ragionava attraverso i dettami dell’utilitas. Non deve sorprendere che egli abbia ricercato il summus deus proprio tra quelle divinità che, affini alla guerra, potessero garantirgli lo status di vincitore. Inizialmente vi fu il dio Marte, poi il Sol Invictus, infine il Dio dei Cristiani, ossia il “Signore degli eserciti” del Vecchio Testamento biblico. Non v’era in questo una ricerca del trascendente, l’interesse primario dell’Imperatore era di assicurarsi il potere, anche scomodando il divino se necessario.

Costantino
Ricostruzione della Colonna di Costantino presso il foro di Costantinopoli. Sulla sommità v’era la statua di Costantino in veste di Helios. La colonna era accompagnata dalla scritta “Costantino, che splende come il sole”.

Costantino accondiscese a differenti culti “affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità”, come riportato dall’Editto di Milano. Così, mentre donava gli horti Laterani alla Chiesa, ove sorgerà l’omonima Basilica, rilasciava conio con il Sol Invictus; mentre faceva edificare un arco celebrativo con divinità pagane, scriveva al suo vicario in Africa Elafio che “non sarò mai soddisfatto né mi aspetterò prosperità e felicità dal potere misericordioso dell’Onnipotente fino a quando non sentirò che tutti gli uomini offrono al Santissimo la retta adorazione della religione cattolica in una comune fratellanza34; mentre riuniva il primo concilio ecumenico a Nicea (325), con cui sperava di appianare le divergenze dogmatiche sulla natura di Cristo, comandava l’omicidio di Licinio.

Conclusioni

Tuttavia, a un certo punto della sua vita Costantino si dovette convincere davvero che il summus deus che lo aveva reso victor fosse il Dio dei Cristiani. Sono successivi a questa fase, o persino postumi, gli scritti di propaganda cristiana di Eusebio e Lattanzio. Essi vanno inquadrati in una sorta di revisionismo della vicenda del summus deus costantiniano. Beninteso, non sono fonti inattendibili, ma si tratta di rielaborazioni mitiche di fatti avvenuti decenni prima. Allorché Costantino iniziò ad adorare il Dio dei Cristiani, Eusebio e Lattanzio ebbero il compito di ricodificare in un’ottica di romanzo agiografico il suo trascorso di vita. Allo stesso modo sono da leggersi i racconti sul battesimo ariano dell’Imperatore, ricevuto in punto di morte ed epilogo emblematico di tutta la vicenda35.

Samuele Corrente Naso

Mappa dei luoghi

Note

  1. Alessandro Barbero, Costantino il Vincitore, Salerno Editore, 2016. Non era un vero e proprio editto, si trattava piuttosto di un accordo o di un’intesa. ↩︎
  2. Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine, pp. 39-42. ↩︎
  3. Attilio Mastino, Orbis, κόσμοσ, οίκουμένη: aspetti spaziali dell’idea di impero universale da Augusto a Teodosio. In: Popoli e spazio romano tra diritto e profezia: atti del III Seminario internazionale di studi storici “Da Roma alla terza Roma”, 21-23 aprile 1983, Roma, Italia. Napoli, Edizioni scientifiche italiane. ↩︎
  4. Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, 30, 1-6. ↩︎
  5. Zosimo, Storia nuova, II, 15, 1. ↩︎
  6. Eutropio, Breviarium historiae romanae, X, 4. ↩︎
  7. Lattanzio, De mortibus persecutorum 44, scritto intorno al 315 con aggiunte fatte successivamente, nel 320. ↩︎
  8. “Commonitus est in quiete Constantinus ut caeleste signum Dei notaret in scutis atque ita proelium committeret. Facit ut iussus est et tranversa X littera summo capite circumflexo, Christum in scutis notat. Quo signo armatus exercitus capit ferrum“. ↩︎
  9. Eusebio di Cesarea, De vita beatissimi Imperatori Constantini, Liber Primus. Caput XXVIII: “Quomodo Deus oranti visionem ostenderit in coelo sub meridiem, crucem videlicet lucidam cum inscriptione, monente ut in hac vinceret. […] Horis diei meridianis, solem in occasum vergente, crucis tropaeum in coelo ex luce conflatum, soli superpositum, ipsis hoculis se vidisse affirmavit, cum hujusmodi inscriptione: Hac vince. […]. Caput XXIX: Quomodo Christus Constantino in somnis visus, praeceperit ut signo ad crucis formam facto uteretur in bellis. […] Tum vero Christus Dei dormienti apparuit cum signo illo quod in coelo ostensum fuerat, […]“. ↩︎
  10. Alessandro Barbero, Costantino il vincitore, Salerno editrice, 2016. ↩︎
  11. Damiano Pomi, La parola si fa arte: luoghi e significati del Sacro Monte di Varallo, Milano, 2008. ↩︎
  12. T. V. Buttrey, The Dates of the Arches of “Diocletian” and Constantine, Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte, 32, 3, 1983. ↩︎
  13. Di MM – Opera propria, CC BY-SA 4.0. ↩︎
  14. Luciano Tronati – Opera propria, CC BY-SA 4.0; I, Sailko, CC BY 2.5; I, Sailko, CC BY 2.5; Miguel Hermoso Cuesta – Opera propria, CC BY-SA 3.0. ↩︎
  15. Luciano Tronati – Opera propria, CC BY-SA 4.0. ↩︎
  16. Livioandronico2013 – Opera propria, CC BY-SA 4.0. ↩︎
  17. Dietmar Rabich (Opera derivata: Colin Douglas Howell), CC BY-SA 4.0 ↩︎
  18. H. P. L’Orange , A. von Gerkan, Der spätantike Bildschmuck des Konstantinsbogens, 1939. ↩︎
  19. Paolo Liverani, Osservazioni sui rostri del Foro Romano in età tardoantica, in A. Leone, D. Palombi, S. Walker (a cura di), Res Bene Gestae. Ricerche di storia urbana su Roma antica in onore di Eva Margareta Steinby, Edizioni Quasar, 2007. ↩︎
  20. Ibidem nota 3. ↩︎
  21. Matthias Kabel, CC BY-SA 3.0 attraverso Wikimedia Commons. ↩︎
  22. K.M. Girardet, Der Kaiser und sein GottDas Christentum im Denken und in der Religionspolitik Konstantins des Grossen, Berlin-New York 2011; G. Bonamente, La “svolta” costantiniana, in Cristianesimo ed istituzioni politiche. Da Augusto a Costantino, a cura di E. dal Covolo, R. Uglione, Roma 1995. ↩︎
  23. IMP(eratori) · CAES(ari) · FL(avio) · CONSTANTINO · MAXIMO · P(io) · F(elici) · AVGUSTO · S(enatus) · P(opulus) · Q(ue) · R(omanus) · QVOD · INSTINCTV · DIVINITATIS · MENTIS · MAGNITVDINE · CVM · EXERCITV · SVO · TAM · DE · TYRANNO · QVAM · DE · OMNI · EIVS · FACTIONE · VNO · TEMPORE · IVSTIS · REM-PUBLICAM · VLTVS · EST · ARMIS · ARCVM · TRIVMPHIS · INSIGNEM · DICAVIT ·“. ↩︎
  24. MM, CC BY-SA 4.0, attraverso Wikimedia Commons. ↩︎
  25. Historia Augusta, 25, 3-6. ↩︎
  26. Classical Numismatic Group, Inc. CC BY-SA 2.5, via Wikimedia Commons. ↩︎
  27. La clamide era un mantello corto e leggero. ↩︎
  28. Classical Numismatic Group, Inc. CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons. ↩︎
  29. Gregorio Nazianzeno, Orazione IV, 1. ↩︎
  30. Giuliano l’Apostata, La restaurazione del paganesimo. Scritti politici e filosofici dell’ultimo grande imperatore pagano, Genova: Fratelli Melita Editori, 1998. ↩︎
  31. Ibidem. ↩︎
  32. Zosimo, Ἱστορία Νέα (Historia Nova). ↩︎
  33. Giuseppe Rossi, Di Zosimo. Conte ed avvocato del fisco. Della Nuova istoria. Libri sei con note. Milano, Paolo Andrea Molina, 1850. ↩︎
  34. Epistula Constantini ad Aelafium, CSEL, 26, p. 206. ↩︎
  35. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, IV, 61-63. ↩︎
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