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L’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta, luogo templare

Là, dove i Monti Lepini accarezzano l’Agro Pontino, sorge un’abbazia. Essa si adagia sulle pendici del Monte Corvino con amena bellezza, e si volge al cielo con austera spiritualità. L’abbazia di Valvisciolo sembra appartenere a quel luogo arcadico dall’eternità, eppure le sue origini sono incerte e perdute nel tempo.

Valvisciolo
L’abbazia di Valvisciolo

Le origini dimenticate di Valvisciolo

Il Lubin, lo storiografo più antico e importante dell’abbazia di Valvisciolo, ne attesta la fondazione ad opera di monaci greci, “Illam primitus incoluere Monachi Greci” [1]. Si trattava, con ogni probabilità, dei monaci Basiliani di San Nilo, che si insediarono nel Lazio nel X secolo. Non è dato sapersi, tuttavia, se i religiosi avessero edificato un primitivo complesso architettonico. I Basiliani solevano ritirarsi in eremitaggio, giacché anacoreti, ed è possibile che avessero semplicemente occupato le grotte naturali del Monte Corvino [2]. Le fonti storiografiche non aiutano a comprendere nemmeno il perché essi decisero di abbandonare Valvisciolo, né quanto tempo vi rimasero.

I Templari e l’abbazia di Valvisciolo

Si sa invece con assoluta certezza che l’Abbazia fu un possedimento dei Cavalieri Templari. Vi sono testimonianze evidentissime del loro passaggio. Una Croce Patente scolpita presso la porzione centrale della rosa dimostra che l’Ordine commissionò almeno il rifacimento della facciata.

L’ultimo storiografo dell’Abbazia, il padre cistercense Remigio Facecchia, riporta che i monaci Basiliani “abbandonarono il sito di Valvisciolo e non vi fecero più ritorno. Tutto ciò poté accadere verso i primi decenni del secolo XII, quando vi subentrarono i cavalieri Templari” [3]. Tuttavia, alcuni autori hanno sostenuto che i Templari edificarono de novo l’Abbazia, e solo ad essi se ne dovrebbe attribuire la fondazione. Tra questi vi furono Raymondi [4], Pantanelli [5], Angeloni [6]. In ogni caso, a quest’epoca risale l’edificazione di un primitivo complesso monastico, la cui chiesa, ad unica navata, era intitolata a San Pietro. 

L’arrivo dei Cistercensi

I Templari non dovettero rimanere a lungo a Valvisciolo. Ancora Padre Facecchia riferisce che già intorno al 1166-1168 l’Abbazia accolse i monaci Cistercensi. Questi religiosi provenivano dal vicino monastero di Marmosolio che sarebbe stato distrutto da Federico Barbarossa:

“sapendo di trovare un alloggio immediato in quel sito del territorio di Sermoneta da dove se ne erano andati i Templari, vi si recarono e vi si stabilirono definitiva­mente […] al titolare della chiesa esistente, San Pietro, aggiunsero quello della loro chiesa distrut­ta, Santo Stefano; e agli edifici lasciati dai Templari, apportandovi le opportune modifiche per la costruzione di una vera Badia, dettero nostalgicamente il nome della loro perduta Marmosolio”.

Don Remigio Facecchia, La badia di Valvisciolo

Fu soltanto allora che alla piccola chiesa templare venne forse aggiunto il chiostro, il quale ancor oggi dà accesso al refettorio, al dormitorio e alla sala capitolare.

Le ragioni storiche

In effetti, la testimonianza di Padre Facecchia è comprovata dalla corrispondenza con alcuni eventi storici. Nel corso del XII secolo l’Italia vedeva a Nord la presenza del Sacro Romano Impero, e a Sud la dominazione normanna del Regno di Sicilia. Tra di essi erano situati i possedimenti del Papa: Roma e gli Stati Pontifici. Negli anni che seguirono il concordato di Worms (1122) il papato aveva favorito l’imperatore, ma quando Adriano IV firmò la pace con Guglielmo I di Sicilia (Trattato di Benevento, 1156) gli equilibri cambiarono drasticamente. Il Papa e l’imperatore, Federico Barbarossa, entrarono in una fase di aperto conflitto.

Le tensioni si acuirono con la morte di Adriano IV. Il conclave indetto per nominare il successore si spaccò, eleggendo due pontefici. Al senese Rolando Bandinelli, proclamato pontefice dalla grande maggioranza cardinalizia con il nome di Alessandro III, si oppose l’antipapa Vittore IV. Federico I, dopo un primo tentativo di conciliazione, appoggiò pubblicamente l’elezione di Vittore IV, al secolo Ottaviano dei Crescenzi Ottaviani. Alessandro III si rifugiò pertanto nel Lazio, nei pressi di Sermoneta. A Ninfa, contestualmente alla sua consacrazione (1160), scomunicò l’imperatore. Tale è la ragione per cui, come ricorda padre Remigio Facecchia, il Barbarossa annientò i monasteri della zona e soprattutto distrusse la città rivale di Ninfa.

Le rovine di Ninfa, presso le quali Gelasio Caetani realizzò l’omonimo Giardino inglese nel 1921

Tra storia e monachesimo, i Templari garanti di Valvisciolo

Fece eccezione proprio l’abbazia di Valvisciolo, forse perché retta dall’Ordine dei Templari. Esso non era schierato apertamente con il papato e la sua posizione politica era sempre stata super partes. Appare naturale, dunque, la ragione che spinse i Cistercensi di Marmosolio a rifugiarsi presso Valvisciolo negli anni 1166-1168. A questa deve seguire un’altra considerazione: se è vero che l’Abbazia accolse i nuovi arrivati, non è detto che tutti i Templari se ne fossero andati. È probabile, invece, che qualcuno di essi vi fosse rimasto, a garanzia del mantenimento territoriale dei suoi possedimenti.

Il toponimo di Valvisciolo

In quanto al toponimo Valvisciolo, esso è certamente di epoca più tarda. Nei secoli XIII-XIV Valvisciolo prese a indicare l’Abbazia che sorgeva nella valle dell’Usignolo (Vallis lusciolae) o dei Ciliegi (Vallis visciolae), fauna e flora ben presenti sui Monti Lepini del Medioevo.

Valvisciolo e la sorte dei Cavalieri Templari

Il legame tra l’abbazia di Valvisciolo e i Templari non si concluse, pertanto, con il sopraggiungere dei Cistercensi. È ancora il Facecchia a fornire un indizio chiave, sebbene inconsapevolmente. Egli afferma che

“verso il 1312 la comunità cistercense di Marmosolio (oggi Valvisciolo, ndr) si arricchì improvvisamente di un buon numero di altri monaci della stessa osservanza, provenienti da un monastero situato nel territorio di Carpineto romano”.

Don Remigio Facecchia, La badia di Valvisciolo,

Ora tale narrazione, di monaci che improvvisamente giungono a Valvisciolo, non può far altro che richiamare alla mente la vicenda dell’Ordine del Tempio, che proprio nell’anno 1312 fu sciolto da Clemente V con la bolla Vox in excelso. I Cistercensi erano, a tutti gli effetti, fratelli nella fede dei Templari. Il teologo Bernardo di Chiaravalle, infatti, aveva promosso la concessione di una regola alla militia templi durante il Concilio di Troyes del 1129. Ordunque, è assai probabile che molti Templari si siano rifugiati presso i monasteri cistercensi, tra cui Sermoneta, in seguito allo scioglimento dell’Ordine. Il Facecchia riferisce poi una curiosa leggenda. Egli narra che, al momento della morte dell’ultimo Maestro Jacques de Molay, arso al rogo nel 1314, gli architravi delle chiese templari si spezzarono. È una coincidenza curiosa, ma l’architrave di Valvisciolo sembra davvero scosso da una profonda crepa.

Valvisciolo
La crepa sull’architrave della chiesa dei Santi Pietro e Stefano di Valvisciolo

L’architettura e la simbologia templare dell’abbazia di Valvisciolo

L’abbazia di Valvisciolo rispecchia pienamente i dettami artistici e stilistici dell’architettura cistercense. La facciata a salienti, elegantissima nella sua sobrietà, ospita un unico portale privo di ornato e la magnifica rosa, opera forse dei Cavalieri Templari. La lunetta d’ingresso preserva resti pittorici di una Vergine con Bambino, Santo Stefano e San Pietro. Il rosone è inquadrato in una cornice con modanatura concava e, attraverso una raggiera di dodici colonne, converge verso una croce centrale.

Valvisciolo

La volumetria degli spazi interni è scandita dai pilastri rettangolari che separano le tre navate, di cinque campate, senza transetto. Tutto l’edificio è modulato sulla figura geometrica del quadrato [7], simbolo di armonia e perfezione del creato. Gli archi trasversi, a sesto acuto, tradiscono le influenze gotico-cistercensi che animarono l’edificazione dell’Abbazia. Allo stesso modo, il presbiterio appare suddiviso in due campate da uno slanciato arco a sesto acuto. Sulla navata centrale si affaccia inoltre il cleristorio, che possiede un solo ordine di monofore. L’austerità spirituale e figurativa, in accordo con la filosofia del memento mori cistercense, è interrotta soltanto dalla cappella di San Lorenzo affrescata dal Pomarancio (1586-1589).

Il chiostro, scrigno di simbologia

Il chiostro è certamente l’ambiente più rilevante, da un punto di vista storico, artistico e simbologico, dell’abbazia di Valvisciolo. Esso si sviluppa, a sud-est della chiesa, attraverso quattro gallerie perimetrali con volte a crociera, che nel complesso formano ancora un quadrato.

Valvisciolo
Le volte a crociera del chiostro con una Stella Maris o Stella Polare, figura di Maria a cui i Cavalieri Templari erano devoti

Dal chiostro si accede a tutti gli altri ambienti del complesso monastico. Le gallerie perimetrali sono scandite da ben centododici colonne binate in travertino, attraverso una ritmica e proporzionata ripetizione di archetti. La ricorrenza del numero dodici – già osservata presso il rosone – non è casuale, simboleggia bensì la totalità di tutte le cose: dodici erano le tribù d’Israele, gli apostoli, le porte della Gerusalemme celeste. Il chiostro di Valvisciolo è in primis una rappresentazione ideale del creato terrestre e dell’opera di Dio.

Valvisciolo

I capitelli del chiostro

Le colonnine ritmiche ospitano capitelli scolpiti di eccezionale fattura artistica. Ivi è infatti osservabile una particolarissima commistione stilistica tra classicismo, gotico-cistercense e stilemi tipici degli artisti locali. I capitelli, in particolare, appartengono tutti ad una medesima tipologia che impiega volute ioniche e la cosiddetta foglia d’acqua. Invero si differenziano tra loro per alcuni elementi decorativi dall’importante valore simbolico, che potrebbero essere connessi alla presenza templare a Valvisciolo. Tra questi un Fiore della vita, figura di resurrezione, e l’Agnus Dei.

In aggiunta, osservando attentamente tra le volute di un capitello annerito dal tempo, si può rinvenire una curiosa incisione a forma di calice. Essa evoca alla nostra mente i racconti evangelici della coppa da cui Cristo bevve durante l’Ultima Cena. Ma la tradizione cristiana identifica il Santo Graal anche nel calice di Longino, che raccolse il sangue del Salvatore giacente in croce.

La Triplice Cinta

Le incisioni sacre di Valvisciolo costituiscono una testimonianza storica di fondamentale importanza perché permettono di operare un collegamento diretto tra i simboli e i loro autori, i Cavalieri Templari e i Cistercensi che ivi dimorarono. Nelle vicinanze del capitello con il Santo Graal si denota la presenza di una o più Triplici Cinte, scalfite sui muretti di sostegno alle colonne. È stato suggerito che tale simbolo potesse rappresentare l’antico Tempio di Salomone a Gerusalemme. Proprio ad esso si deve il nome dei Pauperes commilitones Christi templique Salomonis, meglio noti come Cavalieri Templari.

Il Centro Sacro e il Nodo di Salomone

D’altronde il Tempio di Salomone è per antonomasia centro sacro dell’umanità. Questo concetto fu mutuato dai Templari, i quali possedevano la sede operativa a Gerusalemme proprio nell’area che aveva ospitato il Sancta Sanctorum ebraico. Non può essere un caso, pertanto, che persino la simbologia del Centro Sacro sia stata rinvenuta presso un intonaco del chiostro di Valvisciolo. In epoca successiva alla sua edificazione, infatti, furono addossati alle pareti del chiostro alcuni muri di rinforzo per sostenere meglio il peso delle volte. Grazie ai restauri degli anni cinquanta le aggiunte furono rimosse, e così ritornarono alla vista alcune porzioni dell’intonaco nascosto. Lo strato murario di copertura ha garantito la conservazione nel tempo di numerose e variegate incisioni. Si tratta di graffiti eseguiti alla bell’e meglio, ma che riproducono nel loro complesso una simbologia ricchissima.

In aggiunta al già citato Centro Sacro, sono qui riemersi dalla polvere alcuni Nodi di Salomone, simbolo dell’unione inscindibile tra Dio e l’uomo, e soprattutto il graffito del Sator.

Il Sator di Valvisciolo

Sull’intonaco, intaccato dal trascorrere del tempo, si leggono a fatica le parole SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, che compongono la famosa frase del Quadrato del Sator. Essa, rinvenuta in numerosi siti archeologici dell’Europa e del Medio Oriente, appartenenti a differenti epoche, rappresenta un vero rompicapo archeologico. Sul significato di siffatta frase, sovente disposta a formare un quadrato di venticinque lettere palindromo in tutte le direzioni, non vi è accordo tra gli studiosi, né tantomeno sulla sua valenza simbolica e rappresentativa. In questo caso è impropria persino l’accezione di quadrato, giacché il Sator di Valvisciolo è disposto su cerchi concentrici.

Il Sator di Valvisciolo

L’epigrafe ha origini romane, poiché i più antichi rinvenimenti sono situati presso gli scavi di Pompei, ma nel Medioevo fu reinterpretata attraverso nuove significazioni. È possibile che l’esegesi cristiana, in questo periodo storico, lesse nella traduzione “il seminatore tiene con cura le ruote del carro” l’opera di Dio nei confronti del creato. Il Quadrato del Sator è pertanto rinvenuto in un pavimento musivo della Collegiata di Sant’Orso ad Aosta (XII secolo), nel mosaico presbiteriale della chiesa di San Giovanni Decollato a Pieve Terzagni (XII secolo), su un blocco in pietra all’esterno della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Siena (XIII secolo), su un muretto di cinta a Brusaporto

La frase palindroma del Sator fu impiegata nel Medioevo, forse proprio dai Cavalieri Templari, con una precisa funzione sacra. Essa identifica l’opera di Dio che guida il creato attraverso la sua Parola: la Merkavah, nella teologia biblica, è il carro di fuoco che procede in tutte le direzioni, figura proprio della Sacra Scrittura. Così immaginiamo nel chiostro di Valvisciolo, all’allungarsi delle ombre al vespero e al tremolio di fiaccole accese, la figura indefinita di un Templare che, rivolti gli occhi al cielo, benedice Dio per la bellezza del creato.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] In notitia abbatiarum Itali, p. 365

[2] Bianca Capone, Vestigia templari in Italia, Edizioni Templari, 1979.

[3] Don Remigio Facecchia, La badia di Valvisciolo, Tip. Eredi F. Ferrazza, Latina 1966.

[4] Michelangelo Raymondi, La badia di Valvisciolo, Notizie e ricerche con illustrazioni, Stabilimento tipografico Pio Stracca, Velletri, 1905.

[5] Canonico B. De Lazzaro, Memorie storiche sulla Badia di Valvisciolo di Pietro Pantanelli, Velletri, 1863.

[6] Canonico Luigi Angeloni, Viaggio di Sua Santità Papa Pio IX nella Città e Provincia di Velletri, Tipografia Angelo Sartori, Velletri, 1863.

[7] Cristino G., L’abbazia di Valvisciolo: un esempio di architettura cistercense fra romanico e gotico. Tracciati, proporzioni e segni,  in Il monachesimo cistercense nella Marittima medievale. Storia e arte, Atti del Convegno, Fossanova-Valvisciolo, 24-25 settembre 1999, a cura di R. Castaldi, Casamari, 2002.

[fig. 1] Foto di Pietro Scerrato, CC BY 3.0, link

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