Michele Arcangelo, le origini del culto

Un colpo di spada vibra possente nell’aere; come sospinto da lingue d’un fuoco inestinguibile, sconvolge le potenze dei cieli. Le ali di Michele Arcangelo si spiegano possenti, la sciolta capigliatura è scossa da un fremito imperioso. Terribile nell’incedere, egli si scaglia contro il nemico al grido di battaglia: “Mīkā’el, chi è come Dio?”. Nessuno certamente, Lui solo è signore di tutte le cose e Lucifero, l’angelo ribelle, sarà precipitato sin nelle profondità della terra.

Michele Arcangelo Guido Reni
San Michele Arcangelo di Guido Reni (1635). Roma, Chiesa di Santa Maria Immacolata Concezione

Michele, guerriero celeste

La figura di Michele è stata oggetto, nel corso dei secoli, di un culto diffusissimo. Esso ha radici antiche e si sviluppa attraverso quel substrato culturale di testi sacri e tradizioni che caratterizza le tre religioni abramitiche. Per l’Islam Michele è un mero messaggero divino che istruisce Maometto [1], nondimeno per gli Ebrei e i Cristiani egli possiede gli attributi di un guerriero celeste, ha il potere di respingere ciò che è male in virtù di uno status di cui è insignito direttamente da Dio. Poiché tale volontà si riflette in concreto nella storia dell’uomo, la sua figura è percepita come un alleato potente del popolo eletto. Già nella storiografia biblica veterotestamentaria Michele protegge gli Ebrei dai Persiani [2]; egli è sommo principe, difensore dell’ordine che volge al bene.

È nel Nuovo Testamento, tuttavia, che la figura di Michele si arricchisce di nuovi attributi e diviene arcangelo. Egli è ora soprattutto ὁ ἀϱχάγγελοϚ, comandante della milizia celeste [3], colui che sconfigge il dragone antico, personificazione del diavolo [4]. E ancora, Michele è per i Cristiani il capo degli strateghi celesti nell’apocrifa Lettera degli Apostoli [5].

Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.

Libro dell’Apocalisse, 12, 7-9

L’iconografia di Michele Arcangelo

È proprio da tali racconti biblici che si sviluppa l’iconografia di Michele Arcangelo nella cultura popolare, seppur in termini figurativi differenti tra Oriente e Occidente. Nell’arte bizantina le rappresentazioni più antiche, come a S. Apollinare in Classe a Ravenna, ci mostrano un Michele archistratega: imberbe, con tunica e ali spiegate, e sulle spalle un mantello purpureo, detto loros; tra le mani egli sostiene un labaro o una spada, talvolta un globo crocesignato, simbolo di Cristo che regna sul mondo intero. È evidente, nel modo di vestire, il richiamo figurativo alla persona del basileus, l’imperatore d’Oriente, che dell’Arcangelo voleva evidentemente apparire una trasposizione in terra.

Michele Arcangelo
L’arcangelo Michele nei mosaici bizantini di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna

Più tarda è invece l’iconografia del guerriero con corazza e spada che combatte il drago, e sovente ne schiaccia la testa sotto i piedi. Essa è da ascriversi a quel periodo di ampia diffusione che il culto di San Michele ebbe durante il dominio longobardo in Italia.

Le origini orientali del culto di Michele Arcangelo

Si possono rintracciare gli albori di un culto dedicato all’arcangelo Michele, già nel IV secolo, nei pressi della città di Chonai in Frigia. Il Concilio di Laodicea (363), ivi riunitosi, proibiva l’usanza idolatrica di attribuire nomi agli angeli oltre quelli menzionati dalla Bibbia [6] . Teodoreto di Ciro, nei Commentarii in epistula ad Colossaeus, faceva menzione di alcuni oratori dedicati proprio a Michele [7].

Le acque miracolose

Proprio in Frigia, a Cherotopa, l’agiografo bizantino del X secolo Simeone Logoteta [8] attesta un santuario da cui zampillava una fonte d’acqua miracolosa, che lo stesso Arcangelo aveva fatto scaturire per sua volontà nel I secolo. Ancora, un’anonima Narratio, datata tra il V e l’VIII secolo, è l’origine testuale del popolare miracolo di Michele a Chonai. L’agiografia rivela l’esistenza di un luogo di culto, attestato realmente nel IV secolo, che l’Arcangelo salvò dall’inondazione di un fiume.

Michele Arcangelo
Il Miracolo di Chonai in un’icona del Monastero di Santa Caterina sul Sinai, XII secolo

È interessante notare come le primitive forme di devozione a Michele, in genere susseguenti a racconti di apparizioni mistiche, fossero legate a particolari riti di guarigione delle acque. Esse trovavano fondamento nel Vangelo di Giovanni, in cui si racconta che: “v’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto” [9]. La figura di Michele era, pertanto, taumaturga per eccellenza, in quanto sommo principe degli angeli.

Il rito dell’incubatio

Il culto di Michele dovette giungere ben presto a Costantinopoli, dove l’imperatore Costantino, secondo Sozomeno (400-450 circa), fece erigere diverse chiese a lui dedicate, tra cui il celebre Michaelion [10]. Anche se tale attribuzione è, con buona probabilità, un topos agiografico del V secolo [11], nel villaggio di Sosthenion esisteva già un preesistente tempio che il mito voleva costruito dagli Argonauti, e presso cui i malati si recavano in cerca di guarigione. Il nuovo edificio dedicato a Michele ereditò le proprietà taumaturgiche dell’antico culto pagano, tanto che Sozomeno attesta qui il rito dell’incubatio. La cerimonia prevedeva di trascorrere un’intera notte nel santuario, in attesa di un’apparizione di Michele che annunciasse la guarigione da un male fisico.

Il culto di Michele Arcangelo in Occidente

Da Costantinopoli il culto dell’Arcangelo prese a diffondersi in Occidente. In Italia è attestato un primissimo santuario micaelico sulla Salaria [12]. L’edificio, collocato sul declivio di una collina al VII miglio della Via, a tre navate con abside, fu consacrato il 29 settembre, data in cui ancora oggi ricorre il giorno di San Michele nel calendario liturgico. La sua collocazione al secondo quarto del V secolo [13] testimonia come già all’epoca il culto a lui rivolto fosse diffuso in Italia.

Sempre a Roma si narra, secondo la tradizione, l’apparizione di Michele che, dalla cima del mausoleo di Adriano, annunciava a papa Gregorio Magno la fine della pestilenza che attanagliava la città (590), evento per il quale l’edificio sarà ridedicato proprio all’Arcangelo [14].

Su Castel Sant’Angelo svetta San Michele, opera di Peter von Verschaffelt (1750-1753)

Quando i Longobardi giunsero in Italia, nel 568 al seguito di Alboino, conobbero la figura di Michele nell’area del Gargano in Puglia, dove si era diffusa a causa delle interazioni politiche e commerciali con Costantinopoli.

L’Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano

L’origine del culto micaelico presso una grotta naturale di Monte Sant’Angelo è attestata da una fonte agiografica, l’Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano [15], in cui si narra di tre apparizioni mistiche dell’Arcangelo al vescovo di Siponto. Nella prima Michele rivelava di essere il custode della Grotta, e la sua presenza si manifestava dopo l’evento miracoloso che aveva coinvolto Gargano, un ricco proprietario di bestiame. La freccia avvelenata, da lui scagliata contro uno dei tori che aveva abbandonato il bestiame e si era rifugiato nell’anfratto, ritornava indietro, colpendolo.

“lo sono l’Arcangelo Michele, che assisto di continuo innanzi al trono di Dio, e volendo che questo luogo si venerasse sulla terra e si custodisse veramente, piacquemi provare con quello indizio che di tutto ciò che qui si opera e del luogo medesimo, io sono il vigilatore e il custode”

Dall’Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano, traduzione tratta da M. Falcone, O. Giuffreda, Monte Sant’Angelo tra storia e immagini, Dalle origini al XV secolo, 1999.

Gargano, eroe eponimo, rappresentava la personificazione del luogo e delle sue preesistenti credenze, sulle quali si andava sovrapponendo il nuovo culto di Michele Arcangelo. Tra queste ritroviamo l’incubatio, che si svolgeva presso un heroon dedicato all’eroe omerico Calcante [16], e il potere curativo delle acque. L’episodio del toro, narrato nell’Apparitio, voleva significare il passaggio dall’agire vendicativo degli dei pagani alla misericordia del Dio cristiano.

L’apparizione del toro sul monte Gargano, Cappella Bessarione presso la Basilica dei Santi XII Apostoli, Roma [fig.1]

Nella seconda apparizione al vescovo, Michele profetizza la vittoria degli abitanti di Siponto, e dei suoi alleati Longobardi, contro un esercito greco-bizantino che aveva assediato la città. Infine l’Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano racconta di come l’Arcangelo avesse egli stesso consacrato la Grotta.

“Non è necessario – disse – che voi dedichiate questa chiesa che io mi sono edificato. Infatti io stesso che l’ho fondata, l’ho anche dedicata”.

Dall’Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano, traduzione tratta da M. Falcone, O. Giuffreda, Monte Sant’Angelo tra storia e immagini, Dalle origini al XV secolo, 1999.

Michele Arcangelo protettore dei Longobardi

La figura dell’Arcangelo era congeniale alle inclinazioni dei Longobardi, i quali vantavano ascendenze guerriere, e per tale ragione fu scelto come protettore del Regnum Langobardorum. Soprattutto, Michele possedeva i medesimi attributi del dio Wodan, che non solo era una divinità dedita alla guerra ma, secondo la mitologia nordica, parimenti accompagnava le anime nell’aldilà.

Con i Longobardi il culto di Michele si diffuse ben oltre i confini italici, e rappresentò un vero e proprio instrumentum regni attraverso cui realizzare l’opera di cristianizzazione e consolidare il potere politico. Persino le agiografie e i racconti non furono immuni a questo processo: quando nel 650 il Duca di Benevento Grimoaldo I sconfisse i Bizantini a Siponto, come attesta Paolo Diacono nell’Historia Langobardorum, si cominciò a tramandare che la vittoria fu propiziata dall’Arcangelo, protettore dei Longobardi, apparso in visione al vescovo della città. La seconda apparizione di Michele narrata nell’Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano reca traccia di questo topos leggendario. E poiché la tradizione vuole che la vittoria di Grimoaldo avvenne l’8 maggio, era questo il dies festus dell’Arcangelo per i Longobardi.

La venerazione di San Michele assurse così a culto nazionale; già sotto il regno di Romualdo I (662-687), Duca di Benevento, prendevano avvio i lavori per la realizzazione del Santuario di San Michele presso la grotta garganica delle apparizioni. Ancora, l’effige del santo veniva riprodotta sugli scudi e finanche sul conio durante il regno di Cuniperto (VII secolo); presso la capitale del regno longobardo, Pavia, fu edificata in suo onore la Basilica di San Michele.

Santuario di San Michele
Il Santuario di San Michele sul Gargano

I santuari ad instar Gargani e il transfert di sacralità

Il luogo sacro delle prime apparizioni sul Gargano costituì col tempo un prototipo cultuale, nel senso che molti edifici cominciarono a essere costruiti ad instar, a sua somiglianza. Presso la Grotta, caratterizzata da peculiari elementi naturalistici, v’era stata la ierofania dell’Arcangelo, che l’aveva egli stesso consacrata: la roccia e la montagna, l’irta salita per raggiungerla, l’acqua curativa divennero aspetti irrinunciabili del luogo di culto dedicato a Michele.

Tuttavia, affinché le cerimonie di consacrazione dei Santuari ad instar Gargani avessero l’efficacia sperata dovevano possedere qualcosa di autenticamente micaelico. Questo ovviamente non era affatto possibile, giacché Michele è venerato sì come santo, ma è incorporeo, non possiede reliquie. Ecco dunque ingenerarsi il transfert di sacralità: piccoli oggetti erano prelevati dal Santuario di Monte Sant’Angelo (ciottoli, pietre, acque…) e con essi i pellegrini potevano consacrare i nuovi edifici di culto.

Nel 708, il vescovo di Avranches, Auberto, inviava alcuni fedeli a prelevare dalla Grotta sul Gargano un frammento di roccia e un lembo del drappo che copriva l’altare. Questi pignora, giungendo in Normandia, permettevano di consacrare Mont Saint-Michel [17]. Stante il racconto agiografico della Revelatio Ecclesiae sancti Michaelis in monte Tumba, l’Arcangelo, in visione, aveva chiesto ad Auberto di costruire una chiesa sul Mont-Tombe, un masso erratico che, emergendo dal mare, svetta per più di settantacinque metri verso il cielo. A immagine del Santuario sul Gargano veniva parimenti costruito il primo nucleo della Sacra di San Michele in Val di Susa, anch’esso dettato da un’apparizione dell’Archistratega a San Giovanni Vincenzo [18].

Le vie di pellegrinaggio

Alcune vie di pellegrinaggio avevano la funzione di mettere in collegamento i luoghi di culto micaelici. Tali camminamenti sono indicati nei testi medioevali in genere come diverticoli della Via Francigena. Abbiamo dunque riscontro di una Stratam Peregrinorum (1132) o Stratam magnam que pergit ad Sanctum Michaelem (1201) [19], che gli studiosi moderni hanno denominato Via Sacra Langobardorum. Uno dei primi pellegrinaggi micaelici storicamente attestati è l’Itinerarium Bernardi monachi dell’867 [20].

La linea sacra di San Michele Arcangelo

I tre principali santuari micaelici d’Europa erano ormai costituiti: Mont Saint-Michel, la Sacra di San Michele e il Santuario sul Gargano sorgevano lungo un allineamento chiamato Linea sacra di San Michele, immagine, secondo l’immaginario collettivo, del colpo di spada inferto dall’Arcangelo per precipitare Lucifero negli inferi.

michele
La Linea Sacra di San Michele

La direttrice può essere prolungata a nord, verso il monastero di Skelling Michael in Irlanda, dove l’Arcangelo sarebbe apparso a San Patrizio, e a sud sino al Monastero del Monte Carmelo in Terra Santa, traversando Saint Micheal’s Mount in Cornovaglia e il monastero di Symi in Grecia. Ciascuno di questi luoghi mistici è collegato a un’apparizione di Michele o a una sua venerazione particolare [21]. L’idea di tracciare una Linea sacra di San Michele è resa possibile dall’elevato numero di santuari dedicati all’Arcangelo, per cui vengono scelti solo quelli più allineati escludendone altri [22], come l’importante Tempio di San Michele a Perugia, eppure la sua definizione appare suggestiva quanto notevole.

Gli attributi di Michele Arcangelo

La tradizione popolare ha voluto attribuire a Michele numerose funzioni sacre. Se in Occidente egli è anzitutto sauroctono, colui che uccide il drago-serpente, significazione del diavolo, in Oriente assume attributi nuovi, spesso di derivazione locale. È il caso del culto di Michele psicagogo e pesatore delle anime, di origine copta. Tale caratterizzazione, in accordo con quanto scritto da Didimo [23], fu necessaria in Egitto per sovrascrivere il culto di una precedente divinità dedita alla psicostasia, probabilmente Anubi o Thot. Il concetto alla base della psicostasia era che il defunto dovesse meritare l’accesso all’aldilà e, per tale ragione, l’iconografia ne rappresentava il cerimoniale per mezzo di una bilancia. L’anima veniva così soppesata contrapponendo le virtù e le mancanze avute in vita.

Michele Arcangelo e la psicostasia, presso la facciata della chiesa di San Pietro extra moenia a Spoleto [fig.2]

Peraltro, l’attribuzione a Michele della qualità di psicopompo, di colui che accompagna le anime in paradiso, affonda le radici nei testi apocrifi. Nell’Assunzione di Mosè, di cui si trova un riferimento anche nella Lettera di Giuda [3], l’Arcangelo contende al diavolo il corpo del profeta e nella Vita di Adamo ed Eva Michele accompagna Adamo in cielo dopo la morte.

Il Signore dell’Universo dal santo trono su cui era seduto stese le mani in questo modo e sollevò Adamo per consegnarlo all’arcangelo Michele con queste parole: “Portalo su nel paradiso fino al terzo cielo e lasciavelo fino a quel giorno grande e terribile che riservo al mondo. Allora Michele sollevò Adamo e lo lasciò dove Dio gli aveva detto”.

P. Sacchi, Apocrifi dell’Antico Testamento, Vol. II, TEA, 2002

Ancora in Egitto Michele era invocato per le guarigioni dalle malattie, come attestato dalle raccolte di racconti copti di E. Amélioneau [24].

Una figura universale

La fortuna di cui ha goduto il culto di Michele Arcangelo va rintracciata, quindi, non solo negli attribuiti guerrieri, ma nel suo essere un mediatore tra il sacro assoluto, che appartiene a Dio solo, e l’uomo. Egli incarna, attraverso un rinnovamento dei culti, l’idea dell’eroe semi-divino che sconfigge il drago. Ma tale avversario, ben presente già prima dell’avvento del Cristianesimo, è simbolo del male in un’accezione ampia, è metafora della malattia, della pestilenza, della carestia.

La necessità di un’intermediazione tra la realtà sensibile e il divino è trasversale al credo religioso, si manifesta in tutta la storia umana attraverso divinità molteplici e variegate ierofanie. Michele assimila di ciascuna di esse l’eredità cultuale, egli è la figura più indicata a tal scopo proprio a causa della sua natura intermedia, né umana e né divina. Sul Gargano Michele sostituisce il culto del guaritore Calcante, a Costantinopoli quello di Esculapio, in Egitto egli incarna la funzione di psicagogo propria di Anubi, mentre in Ercole si può rintracciare l’immagine dell’eroe guerriero.

L’Arcangelo recepisce, pertanto, sia i bisogni metafisici dell’uomo, legati alla garanzia di una morte giusta, in cui l’anima viene condotta a Dio, che concreti, come la guarigione o l’aiuto in battaglia. Michele è una figura universale della provvidenza e della giustizia che promana dal trascendente, ma che intercede per questo mondo, per stabilire un ordine alle cose della terra.

Samuele Corrente Naso

Note – 1

[1] Corano, sura II, versetto 98.

[2] Libro del profeta Daniele 10, 13 e 21; 12, 1.

[3] Lettera di Giuda, 9.

[4] Libro dell’Apocalisse 12, 7.

[5] Epistula apostolorum, 43.

[6] Canone 35, J. D. Mansi, Saxcrorum conciliorum nova et ampissima collectio, II, Florentiae, 1759.

[7] Nei Commentarii in Epistula ad Colossaesos Teodoreto scrive: “Quod non oportet Chrhsitanos, relicta Dei Ecclesia, abire; et angelos nominare , vel congregationes facere, quae sunt prohibita. Si quis ergo inventus fuerit huic facere, quae sunt prohibita. Si quis ergo inventus fuerit huic occultae idolatria evocare, sit anathema, quia reliquit  Cristum Filium Dei et accessiti ad idolatriam”.

[8] Simeone Metafraste, Menologio, X secolo.

[9] Vangelo di Giovanni 5, 1-4.

[10] Sozomeno, Historia Ecclesiastica, II.

[11] G. Cantino Wataghin, E. Destefanis, Culto di San Michele e vie di pellegrinaggio nell’Italia nordoccidentale in età medievale, 2009, Edipuglia.

[12] La basilica di San Michele Arcangelo al VII miglio della via Salaria alla luce delle scoperte archeologiche, in RAC, LXXIX, 2003, pp. 173-242.

Note – 2

[13] V. Fiocchi Nicolai, I monumenti paleocristiani della via Flaminia (territorio laziale) nelle più recenti ricerche archeologiche, in Domun tua dilexi. Miscellanea in onore di Aldo Nestori, Città del Vaticano, 1998.

[14] Gregorio di Tours, Historiae Francorum, liber X, 1; Iacopo di Varazze, Legenda Aurea.

[15] G. Waitz, Monumenta Germaniae historica, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI – IX, 1878. L’Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano è qui ripreso dal codice Coloniensis 19. Link

[16] Strabone, Geografia VI, 3,9.

[17] P. Bouet, Revelatio et les origines du culte à Saint Michel sur le Mont Tombe, in Culte et pèlerinages, 2003.

[18] Chronica monasterii Sancti Michaelis Clusini.

[19] M. Falcone, O. Giuffreda, Monte Sant’Angelo tra storia e immagini, Dalle origini al XV secolo, 1999.

[20] U. Dovere, Itinerario dei luoghi santi, Napoli, 2003.

[21] Kether, La linea del Drago tracciata da San Michele Arcangelo, in L’Archetipo, n. 3, marzo 2018.

[22] St. Michael Alignment is England’s Most Famous Ley Line. But is it Real?, su Big Think, 16 agosto 2011.

[23] Didimo, De Trinitate, II.

[24] E. Amélioneau, Contes et romans de l’Egypte crhétienne, I e II, E. Leroux, ed. Paris, 1888.

[fig.1] Peter1936F – Own work

[fig.2] Di Wolfgang Sauber – Opera propria, CC BY-SA 4.0, link; di Wolfgang Sauber – Opera propria, CC BY-SA 4.0, link

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