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Bari, il dono e il tempo della luce

La Cattedrale di San Sabino muta sta, silente al cuore d’una piazza briosa, vivida al sommesso vociare della gente, incastonata tra i misteri dei vichi di Bari Vecchia. Si gira un angolo ed eccola apparire in tutto il suo bianco splendore, come una sposa agghindata il giorno delle nozze. La facciata a salienti e dagli archetti pensili, tripartita da lesene, domina la scena incontrastata, con la grazia e l’ardire di chi sa di essere osservato. I tre portali, commistione di stili differenti, dal timpano arcuato del barocco alla linearità mistica del romanico, giacciono indifferenti.

Bari
La Cattedrale di San Sabino

È appena sopra di essi, sulla facciata in pietra bianca di Trani, che si compie il rito del sole. Lo splendente rosone è d’improvviso traversato da un raggio, come nel manifestarsi di una imminente rivelazione. La luce fulgida percorre la navata centrale della Cattedrale, e mesta si proietta sul pavimento di marmo. Essa assume qui una intimità celata con gli interni dell’edificio: tutto è nascosto, ma tutto è rivelato nella penombra. Pian piano si svelano gli eleganti finti matronei e le eccezionali trifore. Ecco l’avanzare delle sedici colonne di pietra e le navate laterali procedere, al ritmo della luce, verso il presbiterio. Ivi, innanzi alla crociera rialzata, una volta l’anno si manifesta l’incontro.

Bari
La Cattedrale fu edificata dal vescovo Rainaldo tra il XII e XIII secolo su preesistenti costruzioni bizantine, distrutte da Guglielmo il Malo nel 1156.

L’incontro

Era il giorno del solstizio d’estate dell’Anno Domini 2002, quando il custode lo notò per la prima volta. E fu subito una straordinaria rivelazione: la luce, attraverso il rosone, ne assumeva la forma mirabile e, rilucente, si gettava su un intarsio di marmi, lì celato da secoli. L’uomo si accorse, con incredibile meraviglia, che la proiezione dei raggi, e quel disegno magistrale lungo la navata centrale, coincidevano precisamente. Fu, in verità, una scoperta casuale. Il punto d’incontro tra la luce del solstizio d’estate e la Cattedrale era rimasto sepolto, celato dai banchi che per centinaia di anni si erano trovati in quel luogo. Soltanto dopo i restauri dell’edificio del 2002, la luce e la Cattedrale avevano potuto nuovamente celebrare il loro incontro, come in un nuovo, commovente abbraccio.

L’interno della Cattedrale di San Sabino, s’intravede il punto dell’incontro sul pavimento [fig.1]. Sulla destra il pulpito, ricomposto nel 1955 con i frammenti dell’XI e XII secolo. Sulla crociera rialzata si eleva il ciborio, opera di Alfano da Termoli del 1233.

È un miracolo a cui tutto sembra partecipare: dall’icona della Madonna Odegitria, presso l’antico battistero del XII secolo (Trulla), al succorpo del preesistente duomo bizantino, sino allo stesso San Sabino, le cui spoglie riposano nell’altare maggiore. 

Il tempo della luce

Il penetrare della luce dentro la Cattedrale di San Sabino è un segno rivelatore. Attraverso gli stilemi romanici, esso assurge a figura simbolica di Cristo, che dirada d’improvviso l’oscurità dell’uomo. Ciò nondimeno, esso può essere colto soltanto in un momento propizio. È necessario, infatti, essere lì presenti in quell’istante, nella mente e nello spirito.

È questa una metafora della condizione esistenziale: è sempre difficile, per l’uomo, essere presente nel momento attuale. La mente è sovente rivolta troppo al passato o troppo al futuro, negli eventi trascorsi o nelle cose da fare, e impedisce di cogliere l’attimo presente. Tuttavia, è questo il tempo della luce: non può esserci altro istante favorevole. Il passato è, infatti, ormai dietro la porta e non può giovare in alcun modo, il futuro, invece, è l’emblema stesso dell’incertezza. La luce, pertanto, può essere colta soltanto nella piena consapevolezza dell’oggi. Nella tradizione cristiana è il presente ad essere kairos, il momento opportuno che gli antichi Greci contrapponevano al tempo che scorre, kronos.

Questa dimensione è straordinariamente presente nella città di Bari. Qui il tempo sembra talvolta cristallizzato, profondo e riflessivo; ben figura il momento interiore dell’uomo. Ciò pertiene ai vicoli e agli edifici, che sembrano appartenere ad un’altra epoca, persino ai toponimi, come suggerisce il nome di Bari Vecchia. Passeggiando lungo i moli del porto o in prossimità della Basilica di San Nicola, sembra che tutto sia fermo, tutto è interiorizzato in una visione nuova del mondo, ma al tempo stesso atavica. Ogni attimo sembra potersi afferrare in tutta la sua pienezza.

Il solstizio dell’uomo

Non è un caso che proprio a Bari si celebri l’incontro durante il solstizio. Il termine solstizio deriva dalle parole latine sol e sistere, che indicano il fermarsi del sole. Nel corso dell’anno, in particolare, ci sono due momenti che vengono definiti solstizi. Di quello estivo si è già accennato, ma altrettanto importante, nella tradizione popolare della città di Bari, è il solstizio d’inverno. Il ventuno di dicembre è sempre stato un giorno caratteristico. Per comprenderlo appieno è necessario fare un salto di qualche generazione indietro.

Il periodo di vuoto agricolo

Il solstizio d’inverno si inserisce in un periodo che le genti del Sud Italia chiamano di vuoto agricolo, giacché i giorni che vanno dal primo di novembre al sei di gennaio si denotano per la mancanza di raccolti. Sebbene oggi questa espressione abbia perso di significazione, per gli antichi si trattava di un vero momento di lutto antropologico. La mancanza di fertilità della terra era figurazione (e spesso anche una realtà) dell’incertezza della vita. Il lutto della terra era affrontato, superato, attraverso riti apotropaici.

In effetti, molte sono le festività che ricorrono da secoli in questa finestra temporale e che ne ricalcano il significato. Essa inizia il primo di novembre, ed è subito sancita attraverso un lutto reale, giacché il due di quel mese si ricordano i defunti. Giunti poi al solstizio d’inverno incomincia la morte apparente del sole.

Le popolazioni antiche osservavano, con timore, l’accorciarsi progressivo dei giorni, fino al suo arrestarsi in cielo per tre giorni, dal ventuno al ventiquattro di dicembre. La paura che il sole dovesse scomparire per sempre, e con esso il nutrimento dei raccolti, doveva avere un qualche fondamento nei nostri antenati. Il giorno successivo, tuttavia, il sole riprendeva la sua corsa. Per questa ragione, Aureliano aveva fissato al venticinque di dicembre il giorno del Dies Natalis Solis Invictis presso i Romani. Soltanto dopo l’avvento di Costantino, tale giorno divenne quello della nascita di Cristo. È evidente il nesso tra i tre giorni di morte e rinascita del sole con la vicenda narrata nei Vangeli.

La dimensione del dono

Il periodo di vuoto vegetale terminava il sei di gennaio ed era contraddistinto dalla presenza del dono. Il dono è da intendersi come il meccanismo propiziatorio volto al superamento, interiore ed extra-empirico, di questo periodo critico dell’anno. I Romani si scambiavano i regali già durante i Saturnalia; oggi consegniamo i nostri doni durante il Natale e proprio in occorrenza del sei di gennaio, in cui la tradizione cristiana vede l’arrivo dei Magi e l’Epifania. Bisogna tenere presente questa dimensione del dono: essa è, in conseguenza di quanto esposto sinora, intimamente connessa con la città di Bari.

Bari, la città di San Nicola

Bari è pertanto una città di elezione, in essa si celebra il solstizio dell’uomo, rito della morte e della rinascita, attraverso il dono. Essa è, infatti, la città di San Nicola, vescovo cristiano del III secolo, dalla straordinaria agiografia. Si racconta, attraverso sparute fonti storiografiche, che divenne vescovo di Myra e che fu imprigionato durante le persecuzioni cristiane da parte dell’imperatore Diocleziano. Andrea di Creta, vescovo bizantino, e Giovanni Damasceno, teologo arabo, narrano che il santo fu un fervido sostenitore dell’ortodossia cattolica.

La tradizione popolare vuole che San Nicola abbia salvato dalla prostituzione le tre figlie di un uomo, donando loro un sacchetto di monete a testa. Per tale ragione, l’agiografia del santo si intreccia con la tradizione cristiana del dono, oggi diffusa in tutto il mondo. San Nicola è , infatti, figura di Cristo, vero dono fatto da Dio all’umanità per salvarla dal peccato. Attraverso varie vicissitudini di trasmutazione culturale, San Nicola diviene poi Santa Claus, sovente perdendo l’originale accezione cristologica.

Icona ortodossa raffigurante San Nicola di Myra, presso l’omonima Basilica

La Basilica di San Nicola offre un kairos di condivisione tra differenti culture e religioni

Dopo la morte del santo, avvenuta nel 343 a Myra, le spoglie rimasero nella città turca per sette secoli. Tuttavia, durante l’assedio da parte dei musulmani, le città di Venezia e Bari espressero l’intenzione di preservare le spoglie del vescovo dalla furia nemica. Pertanto, un gruppo di marinai baresi partì alla volta di Myra, riuscendo a riportare in Puglia le spoglie di Nicola nel 1087. Da allora Nicola di Myra fu naturalizzato barese, venendo riconosciuto anche attraverso l’appellativo di San Nicola di Bari.

Una nuova basilica

In suo onore e per dare degna sepoltura alle spoglie, fu eretta una magnificente basilica, la cui definitiva consacrazione si ebbe nel 1197, sebbene la costruzione fosse iniziata già nel 1087I [1]. L’edificio, in stile romanico, è caratterizzato da un corpo monumentale con torri mozze e facciata a salienti. Quest’ultima è tripartita da lesene, e traforata da bifore e da tre portali d’ingresso.

La Basilica di San Nicola

I portali costituiscono un’interessante commistione tra stili orientali e occidentali, come si evince dai rilievi degli stipiti. Il portale centrale, in particolare, è riccamente scolpito con temi eucaristici, rievocati attraverso la figura di San Nicola. Presso il protiro troneggia proprio la figura di Cristo Sol Invictus, ancora una volta emblema di rinascita, in connessione con il sole.

Il portale principale

Internamente la Basilica è a croce latina, su tre navate, con copertura a capriate. Nel XV secolo furono aggiunti degli archi trasversali, lungo la navata centrale, con funzione di mantenimento strutturale in seguito ad un terremoto. Degni di nota sono i matronei e la pregiata sedia episcopale, eccezionale esempio di scultura romanica pugliese. Essa pertiene all’XI-XII secolo ed è costituita da straordinarie figure in altorilievo e telamoni. Il manufatto fu commissionato dall’abate Elia, l’arcivescovo che ricevette in custodia le spoglie di San Nicola appena giunte in città nel 1087. Sopra l’altare maggiore si innalza l’elegante ciborio, risalente al 1150, dove è presente una raffigurazione di re Ruggero il Normano.

Gli interni
L’altare maggiore ed il ciborio

La cripta

Vero fulcro dell’intero edificio è tuttavia la cripta sotterranea. Qui, in una selva di colonne con splendidi capitelli romanici scolpiti, e volte a crociera, sono custodite le spoglie di San Nicola. Tale luogo assume uno straordinario valore mistico interreligioso. San Nicola, infatti, è venerato, in maniera molto sentita, dai cristiani della Chiesa Ortodossa, i quali non mancano occasione di recarsi in pellegrinaggio presso la basilica barese. Qui avviene un’eccezionale condivisione, religiosa e culturale, che assume essa stessa le dimensioni di un dono. In quanto dono è, pertanto, anche un momento di kairos: un tempo di presenza e di consapevolezza, propizio all’incontro.

Gli ambienti della cripta
Capitelli scolpiti con figure leonine

La Porta dei Leoni

Il fianco laterale della Basilica è contraddistinto da ampi arconi, al di sopra dei quali si aprono logge esafore, con capitelli e protomi. Presso uno degli arconi si inserisce la cosiddetta Porta dei Leoni. Essa custodisce un importantissimo tema scultoreo a sfondo cavalleresco. L’archivolto mostra, infatti, scene di battaglia, forse rappresentazioni delle virtù e della forza del popolo normanno.

La Porta dei Leoni

Le scene appaiono assai simili a quelle raffigurate presso la Porta della Pescheria del Duomo di Modena. Il portale è abbellito da un protiro, che lo cinge a mo’ di cornice. Qui sono magistralmente scolpiti draghi e altre figure zoomorfe di grande pregio. Le colonne del protiro sono sorrette da leoni stilofori, che azzannano un serpente ed un caprone, figurazioni del diavolo.

Il ciclo scultoreo del portale dei Leoni è stato oggetto di differenti interpretazioni nel corso della storia. Si sa con certezza, soltanto, che essi furono realizzati da tale Basilio intorno ai primi decenni del XII secolo. Una delle interpretazioni proposte, in relazione alle somiglianze del portale con quello modenese, è che esso raffiguri scene del ciclo arturiano.

Tale tesi sarebbe comprovata dalla presenza di re Artù presso il pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto. Ciò nondimeno, se così fosse, le scultore della Porta dei Leoni sarebbero addirittura antecedenti alla nascita letteraria del ciclo bretone, che in quel periodo si tramandava soltanto oralmente. È possibile che i Normanni abbiano tramandato tale poema cavalleresco a Bari, prima che esso diventasse un fondamento della letteratura anglosassone, conosciuto in tutto il mondo?

La Basilica di San Nicola e l’epos del Santo Graal

Un altro importante e curioso punto di contatto tra il ciclo arturiano e la Basilica di San Nicola, è la tradizione secondo la quale essa sarebbe connessa con il Santo Graal. Il Santo Graal è il calice da cui bevve Cristo durante l’Ultima Cena, ma anche il manufatto con cui Longino avrebbe raccolto il Sangue di Cristo dopo avergli trafitto il costato con la sua lancia. La componente mistica di questa reliquia, tanto legata alle vicende dei Vangeli, ha fatto sì che essa sia da secoli ricercata in ogni angolo del Mondo.

Tale ricerca si è, nel tempo, mitizzata attraverso una letteratura di genere, che ha come iniziatore proprio il ciclo bretone di Re Artù. Chiunque abbia letto i racconti dei Cavalieri della Tavola Rotonda, sa bene come essi fossero alla ricerca proprio del Santo Graal. All’interno della Basilica di San Nicola, poi, è presente un reliquiario argenteo, all’interno del quale sono conservati alcuni resti di San Longino, giunti a Bari durante la Prima Crociata.

Una misteriosa scritta

Taluni hanno voluto vedere in una misteriosa scritta, situata su un altare laterale d’argento, un altro elemento di correlazione con il Santo Graal. La mensa, in origine, proveniva dalla Serbia, donata dallo zar Uroš il Milutin alla Basilica di San Nicola nel 1319. Ciò nondimeno, già al XVII secolo l’altare era assai rovinato, e fu così deciso di restaurarlo secondo i vigenti canoni barocchi. Si occuparono del restauro gli orafi napoletani Domenico Marinelli ed Ennio Avitabile.

L’altare argenteo presso il transetto destro

L’opera, dedicata a San Nicola, di cui riproduce le scene di vita, è famosa per un inquietante particolare. Sul piano della mensa, infatti, Marinelli incise una frase, in caratteri latini, incomprensibile [2]. Si tratta, forse, di un codice crittografico, che ha dato vita a numerosi tentativi di decifrazione. Addirittura, nel 1987, per le celebrazioni dei novecento anni dalla traslazione di San Nicola, i domenicani indissero un concorso per chi fosse riuscito a decifrarlo. Il vincitore avrebbe ottenuto cinque milioni di lire, messi in palio dalla Banca Nazionale del Lavoro. Superfluo è specificare che nessuno riuscì a risolvere l’enigma.

Un’interpretazione legata al Santo Graal

Nel 2003 lo storico Vincenzo dell’Aere ha pubblicato un interessante articolo sul magazine Hera [3]. Lo studioso ha annunciato di aver decifrato il crittogramma di San Nicola, con l’ausilio della Cabala ebraica e del ricercatore Pierfrancesco Rescio. La scritta celerebbe il seguente messaggio nascosto: “La cassa e lo scrigno provenienti dalla cripta di Mira ed il graduale proveniente dal sacello dell’Eterno di Galgano sono qui nascosti” [Arca testa tecta a cripta in Mira et gradale a sacel(lo) in Galva(ni) sepulcr(o)]. Secondo gli autori, la scritta svelerebbe che, a Bari, sia custodito proprio il Santo Graal. Certo, l’interpretazione è affascinante, ma di tale rivelazione essi non forniscono solide basi a supporto. Essa appare più in linea con una tradizione popolare, secondo la quale San Nicola fosse in possesso del prezioso calice, e proprio grazie ad esso fosse in grado di elargire i suoi doni.

Conclusioni

Il Santo Graal di Cristo è il calice che dona la Vita Eterna. In senso figurativo, davvero esso è custodito a Bari. Il Graal, infatti, è qui significazione del tempo della luce, kairos rivelatore. È proprio questa dimensione mistica, infatti, che permette di cogliere il momento interiore dell’uomo, di essere qui ed ora in pienezza. Il solstizio dell’uomo, che a Bari si celebra in tutto il suo significato più profondo, è metafora della morte apparente e della risurrezione.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] G.Cioffari, Traslazione delle reliquie, su Basilica Pontificia San Nicola – Bari

[2] La scritta, che decorre lungo la cornice della mensa dell’altare, è di seguito riportata. Magari qualcheduno potrà cimentarsi nella decifrazione, chissà:

Cornice superiore

GSMIIPGATPPAICIDMSEOEPLMDNIP

ERDMGMVAMMPDTLCDMPPDIVEIM

VVSSOPEICMIIMIQVSIVCPDMPASTLC

CLSSEPMEDE TESBEPMEGSAQPI

MGDEPCLMCPCSMAGVEMAIPNV

PSATPPVEPLEGIMIGEMEELPPDIE

MECMPLMGPEIQSFATGNQVQPDS

DTSSAESCLASCDGIETPECCGMIS

GPHEPDTMIDBODDTSAIGDHQH

EMPAAMIEFOPDVEPEDAGEPDO

RDCEDTDSSECHBEEBSAPDVME

DSACLAATMGA

Cornice destra

EADQIVEMSEGECCACD

TLSMNEPNNSBAIMSSQL

CQINCACIVGSADOATP

PCADGRNTPAMIHDDSPIAP

Cornice inferiore

QSCTIMCEVIMCAVEFCTPEPIAPMM

TQCTEPLSMCCRSASMGIQ

PEACLTGADAAIMNNNMACCLSPCE

TDPPADMITQEDDMCIVPI 

MSIQPEPAMPRAMDIQPPCDAMARCC

IISHAIVECQDBAMNEML

DSMDIIQIMRNCCEFGDCCDGEDMED

GELTPMNMCESNLMI 

GLAMRADCGEMSALSDMEPPFN

Cornice sinistra

PPGMVNVFMAIMEDLA

CMDICRPPBLVMDTININPIV

DMDPLTDDTDERACI

SEPVSPALGMICEQVRDMNF

[3] V. dell’Aere, Il segreto dell’altare d’argento, Hera magazine n. 45, Nostradamus e i Templari, 2003.

[fig.1] Jean-Christophe BENOIST – Opera propria, CC BY 3.0, link Wikipedia.

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