La Sacra Sindone, tra scienza, storia e mistero

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Sin dal momento della sua comparsa sulla scena, risalente all’anno 1356, la reliquia della Sacra Sindone ha suscitato emozioni, moti d’animo, teorie e convinzioni straordinariamente variegate e contrastanti, e rappresenta tutt’oggi uno dei più grandi e irrisolti misteri dell’umanità. L’eccezionale immagine impressa su un telo di lino, conservato a Torino, possiede oggi un valore simbolico ineguagliabile che va oltre la mera materia. In definitiva, che cos’è la Sacra Sindone? È un oggetto autentico, icona della fede di milioni di persone sparse per il mondo, oppure è un falso? È un enigma scientifico o è un documento storico ancora da indagare fino in fondo? 

 

Ritrovamento e descrizione della Sacra Sindone

La vicenda del ritrovamento della Sacra Sindone iniziò nell’anno 1356 a Lirey, in Francia, quando un cavaliere crociato, Geoffroy de Charny, si dichiarò in possesso di un prezioso telo di lino proveniente dall’Oriente. La Sindone fece così la sua improvvisa e sconvolgente comparsa presso la chiesa dei canonici di una piccola cittadina della Francia del Nord. Ivi, infatti, Geoffroy de Charny l’aveva donata alla confraternita del luogo.

Non appena i canonici poterono visionare il telo, non credettero ai loro occhi. Si trattava di un ampio pezzo di stoffa, lungo ben 4,36 metri e largo 1,10 metri, o forse anche di più. Sullo sfondo del tessuto robusto, a spina di pesce (il rapporto tra trama e ordito è 1:3) e spesso circa 0,34 millimetri si stagliava una confusa figura di uomo, quasi che quella macchia indistinta sembrasse voler scomparire da un momento all’altro. 

 

 

La Sacra Sindone e la passione di Cristo 

Da subito si ipotizzò che la Sacra Sindone nient’altro fosse che il telo nel quale Cristo era stato deposto nel sepolcro, e che la sua immagine si  fosse impressa sul telo in maniera miracolosa. In effetti, la stoffa di lino appariva assai antica e l’immagine di uomo proiettata su di essa mostrava i segni di una vera crocifissione. Parimenti, tuttavia, già all’epoca non mancò chi sostenne che si trattasse di un clamoroso falso, forse una riproduzione pittorica ben eseguita.

 

La Sacra Sindone e i segni di una crocifissione

Sulla Sindone emergono i tratti di una figura a grandezza naturale, con barba e capelli lunghi. La reliquia mostra sia la visione anteriore che quella posteriore del corpo, e potrebbe essere comparabile ad un telo sepolcrale. Essa mostra un uomo disteso con le gambe leggermente flesse, le braccia incrociate a livello del bacino e gli occhi dischiusi.

 

 

Nonostante l’immagine sia visibile a occhio nudo solo ad una certa distanza (uno-due metri), è possibile osservare alcuni particolari, forse rivelatori.  Tra questi, secondo i sostenitori dell’autenticità, sarebbero ascrivibili i rivoli di sangue sul capo, che sembrano mimare le ferite dovute ad una corona di spine; alcuni lividi compatibili con colpi di flagello lungo il petto; le lesioni presenti sulla regione sopra-scapolare destra e sinistra, forse causate dal trasporto di un grande peso, come fu il patibolo per Cristo; una ferita al costato, come descritto nei Vangeli riguardo all’episodio di San Longino; i segni e le piaghe sui polsi (i cui pollici non sono visibili) e i piedi, che sarebbero stati trafitti come era d’uso nelle crocifissioni romane del I secolo.

 

L’uomo della Sindone è Gesù Cristo?

Tutti questi elementi potrebbero suggerire che l’uomo della Sindone abbia effettivamente subito un terribile supplizio? Straordinariamente, l’identikit del condannato sembrerebbe corrispondere a quello di Gesù Cristo.

Il Vangelo di Giovanni (Gv 18, 1 – 19, 42) narra, infatti, la vicenda della Passio Christi:

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo […]. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero […]. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua […]. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura […].

 

Sindone
Il pittore Giovan Battista della Rovere illustra come sarebbe stata ottenuta la Sindone (XVII secolo)

 

Ciò nondimeno va specificato che, nell’ipotesi che la Sindone sia un falso medioevale, sarebbe stato ancor più semplice per il falsario riprodurre ciò che trovava già scritto nei Vangeli. La rispondenza tra la Sindone e la vicenda di Cristo, pertanto, non è garanzia della sua autenticità. Circa la reale esistenza di un’immagine così enigmatica, ben altre sono le questioni che devono essere affrontate e dimostrate.

 

La Sacra Sindone come segno di fede e di contraddizione

In ogni caso, la Sindone è segno di contraddizione in quanto incarna l’essenza stessa di un mistero ultra millenario, che ha finito per dividere l’opinione degli stessi credenti. Essa ha il potere di rivelare il cuore degli uomini: qual è l’approccio di fronte alla fede? Credere in Dio, nell’aldilà, o nella veridicità di un oggetto mistico, è un processo di completa irrazionalità oppure ha bisogno di una testimonianza tangibile e dimostrabile, di un segno? Si tratta di un contrasto esistenziale, vivido addirittura sin dal suo ritrovamento, quando il vescovo di Troyes Pierre d’Arcis ne vietava l’ostensione mettendone in dubbio la veridicità.

E ancora, essa è questione di fede in quanto oggetto materiale, espressione della vicenda di Cristo o in quanto affidataria di un messaggio simbolico ed evangelico? Indipendentemente dalla sua natura, nella storia dell’umanità non è mai esistito niente di paragonabile ad essa, niente che potesse rivelare così chiaramente la fede dell’uomo. 

 

La Sacra Sindone è un falso o fu davvero il sudario di Cristo?

L’ampio dibattito sviluppatosi intorno alla figura della Sindone verte sostanzialmente su due contrapposte tesi. Alcuni studiosi sostengono che la reliquia sia un falso, verosimilmente di epoca medioevale. Altri invece spingono sull’autenticità della stessa. A tal proposito la questione è stata affrontata attraverso due distinti approcci: l’uno improntato sullo studio delle fonti storiografiche, l’altro ha contribuito al dibattito attraverso una ricerca prettamente di analisi tecnico-scientifica.

Se la Sindone è un falso, è frutto dell’opera di un genio, e parimenti si dovrebbe essere in grado di dimostrare come e quando sia stata fatta. Se invece è autentica, è necessario ricostruirne il percorso storico e dimostrare l’impossibilità che possa essere stata realizzata da mano d’uomo. Segue quindi un’approfondita disamina delle fonti storiche e delle ragioni scientifiche che hanno tentato di gettare maggiore luce sul mistero di questa incredibile vicenda.

 

Lo studio delle fonti: alla ricerca dell’origine della Sindone

La storiografia, nel corso del tempo, ha versato fiumi di inchiostro nel tentativo di comprendere e ricostruire la complessa vicenda della Sindone lungo i secoli. Non si è trattato di compito facile, bensì la molteplicità delle fonti, talvolta assai dubbie, ha reso il compito degli studiosi estremamente complesso.

La storia della Sindone può essere letta attraverso tre ipotetici distinti momenti documentali: le fonti concernenti il ritrovamento; le attestazioni pervenuteci dalla fine del XIV secolo sino ad oggi; infine, la storia della reliquia conduce ad un bivio interpretativo: se la Sindone è un falso medioevale, le fonti storiografiche si esauriscono qui, ma se essa è autentica occorre rinvenire le tracce della sua esistenza antecedenti al suo arrivo a Lirey. Appare chiara, dunque, l’importanza di un’onesta e sincera ricerca documentale, in quanto determinante per comprendere la natura e la veridicità della reliquia.

 

La data del ritrovamento e le prime controversie

Già negli anni a seguire il suo ritrovamento, la Sacra Sindone suscitò grandi dibattiti e perplessità. Da una parte divenne ampiamente venerata in tutta la regione, richiamando a Lirey pellegrini dall’Europa intera. Dall’altra, fu oggetto di una iniziale e feroce investigazione da parte del vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, che arrivò a vietarne l’ostensione, ritenendola un falso. Nell’ambito della controversia che ne seguì, i canonici di Lirey, non condividendone la decisione, richiesero l’intervento dell’antipapa Clemente VII, creduto in Francia il legittimo pontefice [1].

A quegli anni (1389-1390) risale uno scambio epistolare, fondamentale per le ricostruzioni storiografiche della reliquia, tra lo stesso antipapa e il vescovo [2]. Quest’ultimo, in particolare, attesta in una missiva che la prima ostensione della Sindone fosse avvenuta esattamente 34 anni prima, e che l’indagine da lui condotta suggeriva che non potesse essere autentica, giacché “se sul lenzuolo funebre di Cristo fosse stata visibile un’impronta, i Vangeli ne avrebbero parlato senza dubbio”. La lettera evidenziava l’avarizia dei canonici di Lirey, e soprattutto rivelava come un pittore dell’epoca avesse dichiarato di averla dipinta. Fatto, quest’ultimo, che avrebbe causato il nascondimento della reliquia per i successivi anni. 

 

La bolla di Clemente VII e il medaglione parigino

Ciò nondimeno, Pierre d’Arcis non fu in grado di fornire delle prove tangibili alle sue affermazioni. Pertanto Clemente VII, al secolo Roberto di Ginevra, rispose con quattro bolle datate 1390, con cui permetteva l’ostensione della Sindone, a patto che essa fosse dichiarata espressamente come una pictura seu tabula, vale a dire un’opera pittorica, frutto dell’ingegno dell’uomo. In buona sostanza, veniva negata l’autenticità e la dimensione sovrannaturale della reliquia [3]. 

Un terzo documento sembra comprovare l’effettiva storicità di quanto fin qui espresso. Si tratta di un medaglione di piombo, trovato nella Senna nel 1855 (oggi conservato a Cluny), che presenta gli stemmi di Geoffroy de Charny, di sua moglie e l’immagine della sindone. Considerando che Geoffroy morì nel 1356 durante la battaglia di Poitiers, la Sindone doveva essere stata esposta quando era ancora in vita.  

 

Sindone
Il medaglione della Senna

 

Critica storiografica

La missiva di Pierre d’Arcis a Clemente VII ha rappresentato, nei secoli scorsi, il più importante documento che gli scettici, riguardo l’autenticità della Sindone, hanno citato a supporto della loro posizione. In particolare, lo storico Ulysse Chevalier (1841-1923) fu un acceso sostenitore della tesi che la reliquia fosse un falso. Egli, sebbene cattolico, aveva l’intenzione di liberare la società e la Chiesa da false credenze e congetture non dimostrabili. Ciò nondimeno, la lunga serie di documenti che egli produsse non riuscì fino in fondo a convincere la controparte. Tra questi, il salesiano Luigi Fossati, che mise in evidenza come la lettera di Pierre d’Arcis non potesse fregiarsi del titolo di fonte storica a pieno diritto, in quanto era gravata dall’imparzialità di chi l’aveva sottoscritta.

 

Dal ritrovamento ai Savoia, il legame tra la Sindone e la città di Torino

La Sindone ricomparve in un documento del 1418, quando il conte Humbert de La Roche ne fece menzione in una ricevuta rivolta ai canonici di Lirey. Egli aveva infatti ottenuto in custodia la reliquia, e gli arredi della chiesa, a causa di alcuni risvolti della guerra dei cent’anni. Lirey era considerata una zona poco sicura e ciò fu il pretesto affinché la Sindone non venisse mai più resa ai canonici, nemmeno quando i religiosi si rivolsero al tribunale (1443) ottenendo esito favorevole in giudizio.

Tale vicenda ebbe un inaspettato colpo di scena nel 1453, allorché la vedova di Humbert, Marguerite, affidò la reliquia ad Anna di Lusignano, consorte del duca di Savoia, Ludovico. La decisione improvvisa le attirò addirittura la scomunica, ma Marguerite preferì morire fuori dalla grazia di Dio piuttosto che restituire il telo di lino alla chiesa di Lirey. Ai canonici non restò che l’estremo tentativo di appellarsi direttamente al duca di Savoia. Il nobile rispose con una missiva datata 6 febbraio 1464, in cui rifiutava la restituzione della Sindone e offriva in cambio di versare ogni anno un contributo pecuniario. La reliquia fu così custodita a Chambéry.

 

La venerazione e l’incendio del 1532

L’inizio della venerazione pubblica della Sindone risale al 1506, giacché Papa Giulio II, grande innovatore delle arti e fautore del Rinascimento romano, ne approvò una liturgia propria e un ufficio.

Appena ventotto anni più tardi, la Sacra Sindone rischiò di andare perduta per sempre a causa di un incendio divampato il mattino tra il 3 e il 4 dicembre 1532, all’interno della Sainte-Chapelle del castello di Chambery, dov’era conservata. Il telo fortunatamente resistette, ma fu marchiato da una serie di bruciature simmetriche che decorrono ancora oggi per tutta la lunghezza, in parte dovute al colare dell’argento fuso del reliquiario che la conteneva. Al danno tentarono di riparare nel 1534 le suore clarisse del luogo, rattoppando come meglio poterono le parti bruciate con della stoffa dell’epoca. Inoltre, sistemarono la Sindone su un supporto più resistente, costituito di tela d’Olanda.

 

La Sacra Sindone era già stata danneggiata dal fuoco?

L’immagine sindonica è oggi indubbiamente caratterizzata dalle bruciature causate dall’incendio del 1532, dagli aloni lasciati dall’acqua utilizzata per soffocarlo, nonchè dai rattoppi a cui fu sottoposta. Ci sono evidenti testimonianze, inoltre, che la Sindone fosse già venuta a contatto con il fuoco, forse a causa delle candele poste nelle sue immediate vicinanze. Se ne ha testimonianza attraverso alcuni aloni di bruciatura circolare a livello delle mani. Questi segni sono stati riprodotti su un dipinto del 1516, attribuito da taluni ad Albrecht Durer, che riproduce la reliquia. Se ne deduce che dovessero comparire sulla Sindone ben prima dell’incendio di Chambéry. 

Tali episodi di bruciatura e rattoppo hanno reso particolarmente difficoltose e dibattute le analisi di natura scientifica, e in particolare le datazioni al carbonio-14 (vedi infra).

 

Sindone
Si notino i rattoppi triangolari e i segni longitudinali delle bruciature, chiaramente visibili e sovrapposti all’immagine sindonica

 

L’arrivo a Torino

Il cardinale San Carlo Borromeo, nel 1578, aveva espresso il desiderio di vedere la Sindone. La tradizione, infatti, narra che egli avesse fatto voto di venerare la reliquia se Milano fosse stata liberata dalla peste. Tuttavia, al cessare dell’epidemia, l’alto prelato era stanco e affaticato. Fu così che il duca Emanuele Filiberto di Savoia ordinò che il telo di lino fosse trasportato a Torino affinché San Carlo Borromeo potesse sciogliere il suo voto. Da quel momento, la Sacra Sindone non lasciò mai più la città piemontese.

 

Torino, Piazza Castello

 

La reliquia fu inizialmente collocata nella chiesa di San Lorenzo, per essere poi traslata presso il Duomo di San Giovanni Battista, e infine riposta nella cappella della Sacra Sindone di Guarino Guarini (1694). Contestualmente, la stoffa fu nuovamente rattoppata a mano dal beato Sebastiano Valfrè.

 

La chiesa di San Lorenzo

 

Ultimi anni

Nel 1983, con la morte di Umberto II di Savoia, la proprietà della Sindone passò direttamente alla Santa Sede per volontà testamentaria. Ciò nondimeno, papa Giovanni Paolo II decise che la reliquia dovesse restare a Torino. Appena cinque anni più tardi, fu finalmente possibile prelevare un frammento di stoffa per eseguire alcune analisi di tipo scientifico, e in particolare una stima della datazione, operata con il metodo del radiocarbonio-14.

Nel 1997 la Sindone rischiò nuovamente di andare perduta, giacché a prendere fuoco fu stavolta la cappella del Guarini. Provvidenzialmente, in quel periodo l’immagine era stata traslata al centro del coro del Duomo, in quanto la retrostante cappella era sottoposta a procedure di restauro.

 

Il Duomo di Torino e, retrostante, la Cappella della Sacra Sindone di Guarino Guarini

 

Infine, nel 2002, la Sindone è stata oggetto di un restauro conservativo, per mezzo del quale sono state rimosse le toppe inserite dalle suore di Chambery nel 1354. 

 

Ipotesi circa la presunta esistenza della Sindone prima del suo ritrovamento

Se la Sacra Sindone è autentica, deve essere possibile ricostruirne, anche per sommari tratti, il percorso storico antecedente alla sua comparsa in Francia. Sarebbe impensabile, infatti, che una reliquia di siffatta importanza possa comparire dal nulla, né ricevere menzioni per oltre tredici secoli dalla sua presunta origine. Nell’ipotesi che essa sia effettivamente il sudario che avvolse Cristo durante la deposizione, deve essere stata, nel tempo,  oggetto di enorme venerazione e ci si aspetterebbe di rinvenire copiosi scritti su di essa.

In verità tale circostanza non si è affatto verificata, ma ciò potrebbe essere dovuto a molteplici motivi. Un’ipotesi, propugnata dai sostenitori dell’autenticità, è che possa trattarsi di una questione etimologica. In particolare, la stessa parola “Sindone”, con cui ci si riferisce alla reliquia, potrebbe essere stato adottato solo contestualmente al suo ritrovamento medioevale. D’altro canto il termine “sindone” (dal greco sindon) veniva generalmente utilizzato per indicare un panno, un lenzuolo. Se così fosse, e la Sacra Sindone fosse autentica, è possibile che nell’antichità ci si riferisse ad essa sotto altro nome? In sostanza,  si conosce dalle fonti storiche qualche reliquia che possa essere associata alla Sindone, sebbene diversamente indicata?

 

Ipotesi circa la presunta esistenza della Sindone prima del suo ritrovamento 

La prima evidenza dell’esistenza della Sindone in un’epoca antecedente a quella medievale, sostenuta dai “sindonologi” [4], è quella relativa all’iconografia di Cristo. Questa, infatti, trasporrebbe dall’immagine del Buon Pastore adolescente dei primi secoli a una figura di uomo adulto e barbuto, talvolta persino nell’atto di uscire dal sepolcro (imago pietatis), che deriverebbe proprio dalla tradizione sindonica.

 

Iconografia del Buon Pastore senza barba presso il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna

 

In particolare, quest’ultima espressione iconografica si sarebbe affermata durante il regno di Teodosio a Ravenna (379-395), sebbene alcuni edifici coevi e successivi presentino ancora un Cristo imberbe.

 

Cristo barbuto del IV secolo, Catacombe di Commodilla a Roma

 

Ciò nondimeno, l’attenzione degli studiosi sostenitori dell’autenticità è primariamente rivolta all’identificazione di quella reliquia, conosciuta attraverso altro nome, e di cui si ha cognizione storica, che sarebbe stata in realtà la Sindone prima del suo ritrovamento di Lirey. Nonostante il salto logico appaia oggettivamente notevole, sono state storicamente proposte due icone “candidate”. Affinché un’icona possa essere “candidata” deve possedere almeno tre caratteristiche:  la sua esistenza deve essere deducibile attraverso comprovate fonti storiche, deve essere compatibile con la Sindone in quanto a dimensioni e fattezze, dev’essere oggi scomparsa o perduta.

 

Il Velo della Veronica

La prima icona “candidata” è il cosiddetto Velo della Veronica, volto santo venerato a Roma almeno fino al 1608, quando se ne sono perse le tracce, contestualmente alla costruzione della nuova Basilica di San Pietro. Si trattava di un panno che, secondo la tradizione, mostrava il vero volto di Cristo; lo stesso nome di Veronica, la donna che la leggenda vuole abbia pulito con tale stoffa il volto sanguinante di Cristo, durante la salita al Calvario, nient’altro è che una contrazione latina dei termini vera icona. Una consistente parte della critica ritiene che il velo della Veronica, in realtà, né sarebbe andato perduto e né si troverebbe a Torino: esso sarebbe stato invece traslato a Manoppello, dove è ancora venerata una reliquia molto simile chiamata il Volto Santo.

 

Sindone
Il Volto Santo di Manoppello

 

Il Mandylion di Edessa

Tutt’altra storia appartiene invece al cosiddetto Mandylion di Edessa. L’immagine di Cristo è storicamente attestata presso la città turca almeno dal 544 [5]. Tale reliquia era considerata acheropita e portatrice di molti miracoli. Le riproduzioni pittoriche del Mandylion, oggi perduto, rappresentano un panno con un volto barbuto. E’ possibile che proprio questa figura abbia contribuito alla diffusione dell’immagine del Cristo con la barba, secondo il modello bizantino del Cristo Pantocrator? Tale dettaglio, inoltre, ha fatto ipotizzare che si potesse trattare della Sindone ripiegata, sì da esporre, all’interno di un reliquiario, il solo volto.

 

Icona ispirata al Mandylion

 

Il Mandylion è menzionato durante il Concilio di Nicea II del 787 e persino negli scritti di Giovanni Damasceno [6], al fine di preservarla dalla distruzione. Correvano, infatti, gli anni della feroce lotta iconoclasta.

Nel 944 il generale bizantino Giovanni Curcuas prelevò il Mandylion per trasportarlo a Costantinopoli. Qui se ne persero le tracce durante la quarta crociata, poiché la città subì un pesante assedio nel 1204.

 

La nascita della tradizione del Mandylion

Eusebio di Cesarea fu uno storico di tutto rispetto. Tuttavia, la prima fonte che egli riporta nella sua Storia Ecclesiastica è curiosamente una lettera inviata da Gesù al re di Edessa, Abgar (sovrano tra il 13 e il 50 d.C). Nella lettera Gesù in persona assicurava ad Abgar che avrebbe mandato un discepolo a guarirlo, giacché era malato. Eusebio di Cesarea (263-339 d.C) non menziona alcun Mandylion né volto sacro, ma il suo racconto potrebbe aver contribuito in maniera determinante alla nascita della tradizione dell’icona acheropita di Edessa. Infatti, è curioso come alcune fonti storiografiche sul Mandylion finiscano per citare la suddetta lettera di Gesù, traslando un qualche tipo di potere miracoloso dalla missiva all’icona sacra.

 

SIndone
Un’icona del X secolo mostra re Abgar e il Madylion. Presso il monastero di Santa Caterina  sul Sinai, Egitto.

 

Tra queste, gli Atti di Taddeo, uno scritto del VI-VII secolo, il quale per primo attesta la presenza di una reliquia miracolosa a Edessa. ll testo narra che lo stesso re infermo Abgar avrebbe inviato il proprio pittore per dipingere dal vivo il volto di Cristo. Il sovrano, infatti, sperava che il dipinto potesse guarirlo. Ciò nondimeno, il pittore non fu in grado e Gesù, impietositosi, gli donò un panno che aveva impresso il suo volto.

Infine, Evagrio lo Scolastico [5] testimonia la presenza del Mandylion a Edessa durante l’assedio del 544. L’icona “di fattura divina, che le mani degli uomini non fabbricarono, ma Cristo nostro Dio inviò ad Abgar” protesse la città. Si tratta di un’altra evidente citazione della leggenda di Abgar riferita da Eusebio e contenuta negli Atti di Taddeo.

 

Il Mandylion è la Sacra Sindone?

Non si ha la certezza storica che il Mandylion sia andato perduto, e ciò nel corso degli anni non ha fatto altro che causare il sorgere di una moltitudine di ipotesi circa il suo destino. Accanto alla già citata immagine di Manoppello, si è sostenuta la tesi che esso possa trovarsi a Genova (icona presso la chiesa di San Bartolomeo degli Armeni; è probabile che si tratti di una copia), a Roma in Vaticano (il Mandylion di Roma; che tuttavia è dipinta su tavola e non su tela) e infine che fosse proprio la Sindone.

 

Il Mandylion di Genova, presso la chiesa di San Bartolomeo degli Armeni

 

Quest’ultima è l’ipotesi predominante degli studiosi che ritengono la reliquia di Torino autentica. Il primo a sostenere la tesi fu il giornalista Ian Wilson nel 1978 [7]. Egli mise in evidenza i punti in comune tra le due reliquie, e le rispettive tradizioni. In particolare Wilson sosteneva che il Mandylion nient’altro fosse che la Sindone ripiegata in larghezza tre volte, il che consentirebbe di mostrarne soltanto il volto, e che poi fosse stata inserita in un reliquiario. Questa ipotesi sarebbe corroborata da alcune piegature presenti sul telo di Torino, che Wilson avrebbe visto attraverso fotografie a raggi X.

 

La tesi di Ian Wilson

Inoltre, le antiche raffigurazioni del Mandylion riprodurrebbero un reliquiario di dimensioni corrispondenti. É il caso dei già citati Atti di Taddeo, i quali riportano la leggenda di un telo piegato quattro volte. La stoffa cui si riferisce il testo è proprio il Mandylion, e sovrapponendo la Sindone per tre volte in larghezza essa risulta ripiegata proprio in otto parti.

E ancora, Wilson dimostrò che un arcidiacono del 944, Gregorio, scrisse che il Mandylion non sarebbe opera pittorica, ma soltanto “splendore, impressa delle gocce del sudore di Cristo” [8]. Singolare è anche il fatto che l’arcidiacono riferisse di “gocce di sangue sgorgate dal suo fianco”, lasciando intendere che l’immagine fosse ben più estesa del solo volto.

Anche relativamente a questa fonte non vi è unanimità: è possibile che Gregorio si riferisse all’immagine di un vivo, cosa che sarebbe incompatibile con un telo mortuario.

 

Il racconto di Roberto di Clary

Nell’ipotesi che la Sacra Sindone fosse effettivamente il Mandylion di Edessa, parte della critica ha tentato di ricostruire il possibile percorso storico che l’avrebbe condotta a Lirey. Il Mandylion è attestato a Costantinopoli fino al 1204, quando scomparve, forse prelevato dagli assedianti della città. A tal proposito è singolare come un cronista dell’epoca, Roberto di Clary, si riferisse forse alla reliquia scomparsa, non come un mero volto ma proprio come un telo sindonico: “C’era un altro dei monasteri che si chiamava Mia Signora Santa Maria di Blakerne, dove la sindone, dove Nostro Signore fu avvolto, si trovava, che ciascun venerdì si drizzava tutta dritta, così che vi si poteva ben vedere la figura di Nostro Signore. E nessuno sa, né greco né francese, che cosa a questa sindone accadde quando la città fu presa” [9].

 

La Sacra Sindone e i Cavalieri Templari

Roberto di Clary attesterebbe pertanto la straordinaria somiglianza tra il Mandylion e la Sacra Sindone (sebbene alcuni autori sostengano che si riferisse ad altra reliquia [10]), e ciò ha permesso di ipotizzare che i due fossero in realtà lo stesso telo. A tal proposito qualcuno ha suggerito che a trafugare il Mandylion-Sindone nel 1204, durante la quarta crociata, e a condurla a Lirey, sarebbero stati i Cavalieri Templari. L’affascinante tesi vorrebbe che l’Ordine del Tempio fosse stato sciolto appena un secolo dopo (1312) a causa dell’adorazione di un idolo barbuto, Bafometto, che ricorderebbe proprio la Sindone. In realtà vi furono ben altre motivazioni storiche e documentate che attestano i motivi politici dello scioglimento dei Templari, e della contestuale accusa di eresia.

 

Il manoscritto Pray di Budapest

Un’ulteriore prova a sostegno dell’esistenza della Sindone prima del suo ritrovamento sarebbe un manoscritto custodito presso la Biblioteca Nazionale Széchényi a Budapest, il cosiddetto Codice Pray del 1192-1195  [11]. Il testo, secondo i sostenitori di questa tesi, riporterebbe un’immagine della sepoltura di Cristo come descritta dalla Sacra Sindone di Torino. In particolare la miniatura riprodurrebbe l’esatta postura del defunto, con le braccia incrociate a livello del pube, con i pollici flessi non visibili. Lo stesso telo raffigurato nel codice di Budapest, inoltre, mimerebbe le bruciature circolari e il disegno a spina di pesce del tessuto sindonico. 

 

 

Come di consueto, si suggerisce anche un’ipotesi alternativa: quello raffigurato potrebbe non essere affatto un telo ma una stilizzazione della superficie di pietra del sepolcro. Ai lettori lasciamo l’interpretazione sull’immagine che ritengono più calzante.

Analisi scientifica

Il dibattito sulla veridicità della Sacra Sindone quale telo che avvolse il corpo del Cristo, o quale falso medievale, non ha mancato di avvalersi di analisi scientifiche nel tentativo di sciogliere questo secolare enigma. Con l’evolversi della tecnica, il telo di lino è stato sottoposto a molteplici approfondimenti, dalla celebre analisi al radiocarbonio, passando per i test medico-legali sino ad una dettagliata disamina della stoffa e delle matrici organiche su di essa. Ognuno di essi è stato ampiamente discusso e rappresenta tutt’oggi oggetto di aspra controversia tra i cosiddetti sindonologi, sostenitori dell’autenticità, e la più ampia parte della critica scientifica.

 

 

Si passano ora in rassegna i diversi approcci a cui la reliquia è stata sottoposta. 

 

Perizie e analisi medico-legali

Numerose perizie medico-legali sulla Sindone hanno tentato di stabilire se si tratti effettivamente di un’immagine compatibile con quella di un uomo, oppure di una rappresentazione. Il criterio discriminante delle analisi condotte è stato dimostrare se l’uomo della Sindone potesse o non potesse essere realmente morto, in quanto il riscontro di elementi non compatibili con un rigor mortis (o rigidità cadaverica) potrebbero indirizzare la critica verso l’ipotesi del falso. 

 

La posizione dei sindonologi

La posizione dei sindonologi, in merito, è storicamente ben rappresentata dai lavori e gli studi di Pierluigi Baima Bollone [12], anatomopatologo presso l’Università di Torino. Egli sostiene che il corpo impresso sulla Sindone corrisponderebbe a quello di un uomo appena deposto dalla croce, in stato di rigidità cadaverica. Bollone rileva la lieve flessione del capo e delle ginocchia, e la fissità del collo e dei muscoli facciali. 

 

La perizia medico-legale di Garlaschelli

Garlaschelli, noto chimico dell’Università di Pavia, ha messo in dubbio che l’immagine impressa sulla Sindone possa corrispondere a quella di un morto [13]. La sua perizia medico-legale evidenzia come la disposizione del corpo lungo il telo di lino non sarebbe compatibile con un uomo in stato di rigor mortis. I segni sul telo (ad esempio le mani sul pube) sarebbero, infatti, riferibili ad una posizione forzata degli arti, che in condizioni di vera morte tenderebbero a ritrarsi a livello dello stomaco.

Dallo studio emerge come persino i segni della flagellazione, nel caso di un’eventuale comparazione con la vicenda di Cristo, apparirebbero alquanto irrealistici, in quanto le lacerazioni paiono troppo simmetriche e regolari rispetto ad una situazione reale. La stessa tesi è applicata per quanto concerne i rivoli di sangue in corrispondenza del capo, che la tradizione associa alle ferite dovuta a una corona di spine. Essi, infatti, dovrebbero decorrere secondo gravità verso il basso e lungo i capelli, cosa che evidentemente nella Sindone non si verifica.

 

Confronto tra l’immagine sindonica ed una sua elaborazione fotografica (Secondo Pia). Si notino i presunti rivoli di sangue sul capo

 

La tesi di Bernardo Hontanilla Calatayud

Una tesi similare, ma allo stesso tempo contrapposta, è sostenuta dal professore Bernardo Hontanilla Calatayud dell’Università di Navarra. Egli, in una recente pubblicazione (edita nell’agosto 2019 sulla rivista Scientia et Fides) ha tentato di dimostrate che la posizione semiflessa del collo, nonché delle ginocchia e delle caviglie, non sarebbe compatibile con la rigidità cadaverica. Tuttavia, Hontanilla azzarda una tesi ulteriore e suggestiva: la Sacra Sindone sarebbe l’immagine di un vivo. Così si dedurrebbe, infatti, da un’analisi dei tempi necessari per il rigor mortis, accelerati dalle percosse subite dall’uomo. L’immagine impressa sul telo di lino raffigurerebbe, pertanto, un individuo, e secondo Hontanilla Cristo risorto stesso, nell’atto di alzarsi al termine dei tre giorni nel sepolcro. 

 

La posizione dei chiodi

La posizione dell’impronta dei chiodi potrebbe permettere di verificare l’autenticità della Sindone. A tal proposito, il medico francese Pierre Barbet ha approfondito la questione. Quest’ultimo si è chiesto se fosse possibile che i segni dei chiodi sull’immagine non corrispondano ad una situazione realistica. La tradizione, d’altro canto, ha da sempre identificato le lacerazioni della crocifissione sul palmo della mano, e così sembrerebbe anche osservando il telo sindonico.

In realtà, è ampiamente condivisa l’opinione che un uomo crocifisso attraverso il palmo delle mani non potrebbe rimanere a lungo nella sua posizione. I  tessuti molli, infatti, tenderebbero a lacerarsi, facendolo precipitare. Barbet ritiene che più verosimilmente i chiodi sarebbero stati conficcati nel polso, in corrispondenza del cosiddetto spazio di Destot. In effetti, l’immagine della Sindone è compatibilmente priva dei pollici.  Ivi, l’inserimento del chiodo lederebbe il nervo mediano, causandone la flessione verso il palmo.

 

Le mani dell’uomo della Sindone, dettaglio

Il problema del volto 

Il professor Garlaschelli evidenzia che, se effettivamente il telo sindonico fosse stato posto sul viso di una persona reale, l’impronta ricavata sarebbe stata più slargata. É il cosiddetto effetto della Maschera di Agamennone. L’uomo della Sindone, invece, mostra un viso troppo proporzionato, di cui è visibile solo la parte anteriore. 

 

La Maschera di Agamennone, in lamina d’oro

 

Secondo Garlaschelli questa mancanza sarebbe dovuta all’utilizzo di un bassorilievo, piuttosto che di un cadavere, il quale sarebbe stato imbrattato con ocra rossa e sul quale sarebbe stato posto il telo di lino. 

L’obiezione dei sindonologi è che non si conosce l’esatto meccanismo di formazione dell’immagine, e pertanto essa potrebbe essersi formata non da contatto, come Garlaschelli sostiene, ma per irradiazione. Se così fosse, effettivamente, la porzione del viso mostrata durante un siffatto processo sarebbe soltanto quella frontale, per questioni di proiezione prospettica. 

 

Esame al radiocarbonio

Nel 1988 la Santa Sede autorizzò la tanto attesa e invocata analisi del carbonio 14 sulla Sacra Sindone. L’esame mirò a identificare lo spettro delle frequenze isotopiche del carbonio per stimare una possibile datazione del reperto.

Un atomo di carbonio, infatti, è un elemento chimico con massa atomica pari a 12, tuttavia è presente anche in forma isotopica come carbonio 13 o carbonio 14. Quest’ultimo, in particolare, è radioattivo e ha un tempo di decadimento di 5570 anni, al termine del quale diviene azoto 14. Attraverso una stima dell’abbondanza relativa del carbonio 14 è possibile, pertanto, risalire al periodo di formazione di un oggetto che presenta tessuto organico. 

 

 

A questo scopo, Franco Testore, docente di tecnologia dei tessuti presso il Politecnico di Torino, e Giovanni Riggi di Numana, microanalista, hanno prelevato alcune strisce di tessuto di circa 10 mm x 70 mm. I campioni sono stati confrontati con  altri nove reperti di controllo attribuibili ad una sepoltura nubiana del 1100 d.C, al mantello di San Luigi d’Angiò (datato tra XIII e XIV secolo) e ad una mummia egiziana del II secolo d.C. I campioni, collocati all’interno di cilindri metallici non identificabili, al fine di rendere oggettiva e non falsificabile l’analisi, sono stati inviati a tre laboratori diversi. Sono stati infine testati, attraverso un protocollo ben definito, presso i laboratori di Radiodatazione dell’Università di Oxford, dei dipartimenti di Geoscienze e Fisica dell’Università dell’Arizona e del dipartimento di Fisica del Politecnico di Zurigo, attraverso la tecnica dello spettrometria di massa. 

 

Risultati dell’indagine

Nell’ottobre 1988 il cardinale Ballestrero, accompagnato da una crescente attesa dell’opinione pubblica, ha annunciato gli esiti degli esami. I tre frammenti analizzati hanno restituito una datazione sorprendente. L’esito delle analisi sul radiocarbonio 14 ha rivelato, con un intervallo di confidenza statistico del 95% e un margine d’errore di 10 anni, una stima ricompresa tra l’anno 1260 e il 1390. I tre laboratori, lavorando indipendentemente, sono giunti alle stesse identiche conclusioni: la Sindone sarebbe di origine medioevale. Non solo, la datazione stimata è compatibile con la sua misteriosa comparsa a Lirey. 

 

Critiche all’analisi al radiocarbonio

La maggiore critica avanzata alla datazione eseguita attraverso la tecnica del radiocarbonio 14 è quella di una possibile contaminazione. Secondo questa teoria, il lino avrebbe acquisito una maggiore percentuale di isotopi durante i secoli di prolungata ostensione e a causa dei fumi dell’incendio di Chambery. Inoltre, potrebbero aver avuto un ruolo determinante nell’eventuale contaminazione anche il contatto con il supporto fatto di tela d’Olanda e le toppe, entrambe aggiunte dalle suore che l’avevano in custodia nel 1534. 

Secondo queste ipotesi, il frammento raccolto dalla Sindone sarebbe uno dei punti maggiormente esposti alla contaminazione, data la stretta vicinanza con le bruciature e i rattoppi succitati. A tal proposito, Dmitri Kouznetsov, direttore dei E.A. Sedov Biopolymer Research Laboratories di Mosca, avrebbe verificato sperimentalmente che un telo di lino di età compresa tra il 100 a.C e il 100 d.C, se sottoposto ai fumi di un incendio, possa essere datato all’XI secolo attraverso la datazione al radiocarbonio. 

 

Ulteriori tesi avverso la determinazione della datazione tramite esame al radiocarbonio

Garza Valdés, ricercatore di microbiologia dell’Università di San Antonio, in Texas, avrebbe rilevato la presenza di Lichenotelia sui fili della Sindone. Si tratta di un complesso di microrganismi, sostanzialmente funghi e batteri, che avrebbero alterato le percentuali isotopiche del carbonio durante la spettrometria di massa. 

Nel 2000 due ricercatori in chimica, Joseph Marino e Mervyn Benford [14], hanno avanzato, inoltre, l’ipotesi secondo cui la parte del campione sottoposto all’esame del carbonio 14 faccia parte di un lembo di tessuto non originale. La tesi, che tuttavia appare assai fantasiosa, si baserebbe su uno scambio di porzioni tissutali: Margherita d’Austria, duchessa consorte di Savoia, avrebbe donato un pezzettino della Sindone ad una chiesa da lei fondata. In seguito avrebbe fatto sostituire la parte mancante con dei fili di tessuto più recenti. 

Per onore di cronaca, si cita tra tutti lo studio della dottoressa Flury-Lemberg [15], esperta di tessuti antichi, che ha rigettato la tesi esposta. In occasione del restauro della Sindone del 2002, l’esperta ha minuziosamente esaminato il telo, senza rinvenire alcun rammendo sostitutivo. 

 

Analisi sulla stoffa

Con riguardo alla tipologia di tessitura della Sindone sono state condotte alcune analisi comparative, al fine di verificare se la stoffa di cui è composta possa essere originaria del I secolo oppure del Medioevo. Il telo di lino presenta una tessitura rudimentale, detta spigatura a spina di pesce, con rapporto ordito-trama 3:1 in diagonale. Questa tipologia di lavorazione è stata oggetto di studio e di approfondita ricerca. 

 

Frammento di tessuto sindonico

 

La Sindone di Torino è stata comparata con lenzuoli mortuari di epoca giudaica; tra questi la cosiddetta Sindone di Akeldamà, datata al I secolo e rinvenuta dall’archeologo Shimon Gibson. Il sudario fu scoperto insieme ad un fazzoletto, che in epoca giudaica veniva posto sul volto del defunto, per contenere il flusso sanguigno ed evitare l’evaporazione degli unguenti aromatici. Il rinvenimento di Akeldamà presenta notevoli differenze rispetto al telo sindonico. Si differenzia, innanzitutto, per un rapporto tra ordito e trama di 1:1. Tale intreccio è certamente più compatibile con altri teli mortuari rinvenuti nell’area mediorientale, che presentano il medesimo rapporto 1:1, o talvolta 2:2, e filatura ad S [16]. 

Inoltre, la Sacra Sindone pare più similare a tessuti di epoca medioevale risalenti proprio al XIV secolo, che presentano parimenti spigatura a spina di pesce ed un rapporto ordito-trama 3:1. Uno di questi teli è custodito al Victoria and Albert Museum di Londra [17]. 

Di contro,  le argomentazioni apportate dai sindonologi riguardo la possibile origine del telo sindonico al I secolo appaiono piuttosto labili e prive di un reale riscontro scientifico. Tali tesi sono state analizzate a fondo e confutate, tra gli altri, da Gian Carlo Rinaldi, cui rimandiamo [18]. 

 

La presunta esistenza delle monete romane

Nel 1931, in occasione del matrimonio tra il principe Umberto II di Savoia e la principessa Maria José, la Sacra Sindone fu esposta al pubblico. In quell’occasione il fotografo Giuseppe Enrie fu autorizzato a realizzare una serie di fotografie. Le immagini, in bianco e nero, sono state nel tempo analizzate e scansionate in vece dell’originale telo di lino.

 

Una delle fotografie scattate da Giuseppe Enrie

 

Tra i numerosi studi di osservazione condotti su di esse, vi fu quello del professor Francis Filas, docente presso la Loyola University of Chicago. Nel 1979 egli annunciò di aver rinvenuto sull’occhio destro dell’uomo sindonico una moneta. Filas, inoltre, affermò di essere stato in grado di riconoscerne il conio, il quale risalirebbe proprio all’epoca di Ponzio Pilato, in un arco temporale compreso tra il 29 e il 32 d.C. Il docente riferì infatti di aver riconosciuto il bastone lituus, effige dell’imperatore Tiberio, e le lettere UCAI.

 

Una moneta con il lituus simile a quella che Fillas dichiarò di aver rinvenuto sulla Sindone. Fonte: si veda la nota [a].

Sulla scia di questa affermazione si inseriscono gli studi di Baima Bollone e Nello Balossino, i quali non solo confermarono la veridicità della scoperta di Filas, ma aggiunsero di aver osservato la presenza di una moneta romana, coeva alla precedente, anche sul sopracciglio sinistro, passata alla memoria come la moneta del simpulum.

 

La moneta del simpuIlum. Fonte: si veda la nota [a]. 

Addirittura Filas, qualche tempo dopo, affermò di aver rinvenuto due monete di Pilato compatibili con quella presente sull’occhio destro della Sindone, e che presenterebbe persino gli stessi errori ortografici. 

 

Quali monete?

Non si vuole approfondire in questa sede l’enorme caos mediatico che ne seguì. Ciò nondimeno, è necessario soffermarsi ad analizzare alcune questioni che suggeriscono quanto gli studi di Filas e di Bollone siano scientificamente poco robusti. In primis, le presunte monete sarebbero state identificate entrambe su una singola fotografia in bianco e nero del 1931, e non sull’originale sindonico. Quest’ultimo, in ogni caso, ha una risoluzione troppo limitata (circa mezzo centimetro) affinché possano essere identificati degli elementi di appena pochi millimetri, come un lituus o delle lettere [20]. E se ciò non è possibile nell’originale, non è possibile nemmeno nelle riproduzioni. 

 

 

L’elaborazione tridimensionale della porzione sindonica sull’occhio destro che Filas utilizzò per dimostrare la sua tesi. Fonte: si veda nota [b].

Per quanto attiene le monete rinvenute da Filas, in verità, non vi è concordanza di pareri nemmeno tra i sindonologi. Alcuni di loro, infatti, sostengono che la presunta moneta sulla Sindone e quella rinvenuta coincidono in senso destrorso e altri in senso sinistrorso; e ciò sarebbe dovuto a presunte erronee sostituzioni di lettere. Difatti la dicitura sulle monete coniate sotto l’imperatore Tiberio era di Tiberiou Kaisaros, stringa di lettere in cui non compare la C intravista da Filas [21]. I sindonologi hanno pertanto ipotizzato, di volta in volta, svariati errori di conio, senza mai trovare un effettivo punto di convergenza. 

Come se non bastasse, in tutte le fotografie più recenti della Sindone, nelle scansioni tridimensionali e analisi approfondite non vi è traccia di moneta alcuna, come persino lo stesso Bollone ha dovuto ammettere in seguito [22].

Si è trattato solo di un fenomeno di pareidolia?

 

Pollini e vegetali

Una controversa analisi sulle polveri e i pollini, oggetto di repertazione sulla Sindone, fu condotta dal criminologo di Zurigo Max Frei Sulzer nel 1973. I risultati, pubblicati tre anni dopo non mancarono di suscitare numerosi dubbi. L’analisi, condotta tramite microscopia elettronica, avrebbe permesso di identificare 60 differenti specie di pollini, di cui 21 originarie della Palestina e 1 di Costantinopoli [11]. La conclusione dell’autore fu che la distribuzione palinologica così ottenuta fosse perfettamente compatibile con la storia della Sindone (o quantomeno con quella presunta tale). 

I risultati dello studio condotto da Max Frei Sulzer sono stati ampiamente criticati, in quanto non avrebbero tenuto conto delle contaminazioni occorse durante i secoli [23]. Inoltre, appare inverosimile poter identificare un numero così elevato di specie vegetali in quanto, attraverso lo studio dei pollini, è già piuttosto difficile riconoscerne il genere. 

 

Sulla possibilità di tracce ematiche

Come si è formata l’immagine della Sacra Sindone? É forse la domanda fondamentale e finale per tentare di discernere se essa sia autentica o meno. Se la Sindone è l’immagine di un morto, ed è reale, allora si dovrebbero rinvenire le tracce ematiche che hanno imbrattato il telo durante la deposizione. Se così fosse, inoltre, vi sono troppi elementi indiziali per non affermare che si tratti effettivamente di Cristo. Ciò nondimeno, se essa è un falso, tale opera sarebbe chiaramente ispirata dalla medesima vicenda del Messia crocifisso. Un falso può essere stato ottenuto attraverso l’utilizzo di un manichino, o persino di un modello umano ancora vivo. In entrambi i casi, può comunque essere stato utilizzato del sangue, le cui tracce si dovrebbero rinvenire ugualmente. 

 

Come si sono formate le macchie della Sacra Sindone?

 

Diverso e fondamentale valore probante sarebbe invece dimostrare che di sangue sulla Sindone proprio non ce n’è. In quest’ultimo caso, che dovrebbe fondarsi su una robustissima analisi, si avrebbe la certezza che si tratti di un falso. Ora, sfortunatamente, tra i numerosi test condotti sul telo sindonico, è stato certamente rinvenuto del ferro, ma nessuno è mai stato in grado di capire se tale elemento sia il risultato di un processo di degradazione dell’emoglobina ematica o di qualche tipo di colorante, come l’ocra rossa. Inoltre, le macchie che hanno formato l’immagine dell’uomo della Sindone appaiono di due categorie: se quelle più scure parrebbero rivoli di sangue, come si sono formate le macchie più chiare che corrispondono alla quasi totalità? 

In ultima analisi, non si può scartare per mero scetticismo un processo di formazione dell’immagine che sfugge alla nostra comprensione, o che la scienza deve ancora appurare. In fondo, c’è sempre la possibilità, per fede, che la Sindone sia davvero il risultato di un miracolo di risurrezione. 

 

Primi esami laboratoriali e test ematici

Non si possono affrontare dettagliatamente, in questa sede, i numerosissimi esami compiuti sulla Sacra Sindone per evidenziare la possibile presenza di tracce ematiche; se ne traccia un rapido resoconto delle principali.

I primi a ricercare la presenza di tracce di corpuscoli ematici sulla Sindone furono il docente di anatomia Guido Filogamo e il suo collaboratore Alberto Zina (1969). Gli esami non sembrarono mostrare la presenza di tracce né di globuli rossi né di altri elementi corpuscolati [24]. Gli scienziati affermarono invece di aver trovato residui di sostanze coloranti.

Successivamente, nel 1973, il laboratorio di analisi forensi di Modena, guidato dal professor Frache, analizzò alcuni filamenti di tessuto sindonico. I risultati dell’esame individuarono ugualmente, secondo l’autore, l’assenza di tracce ematiche e residui di coloranti [25].

 

Il test di Walter McCrone

Walter McCrone, all’epoca microscopista consulente dello STURP (Shroud of Turin Research Project, 1980), rilevò la presenza di tracce di ossido di ferro. Egli attribuì il rinvenimento del minerale al processo di degradazione dell’ocra rossa, un pigmento di origine vegetale [26]. Tuttavia, lo stesso STURP, ancora oggi in attività, prese ben presto le distanze dal lavoro di McCrone, in quanto non sarebbe stata adottata la corretta metodologia d’analisi. In particolare, la critica più feroce fu che i campioni prelevati dalla Sindone furono analizzati tramite microscopia a luce polarizzata, senza essere previamente purificati. Il nastro adesivo a cui erano adesi avrebbe alterato la rilevazione.   

 

La replica dello STURP

Nello stesso anno, contestualmente a McCrone, i medesimi campioni furono analizzati dai chimici John Heller e Alan David Adler, anch’essi appartenenti allo STURP. Contrariamente a quanto affermato dal loro collega, essi dichiararono che la presenza di ferro poteva essere dovuta alla degradazione di tracce ematiche. Se così non fosse, gli studiosi suggeriscono che si sarebbero dovuti rinvenire anche altri elementi presenti nell’ocra rossa, come alluminio, zolfo, potassio, calcio, etc.

Heller e Adler, inoltre, sostennero che sul telo sindonico vi erano residui di emoglobina, albumina e bilirumina [27]. Giunsero a tale conclusione giacché osservarono che le macchie della Sindone scomparivano se sottoposte ad enzimi proteolitici. Tuttavia, rilevarono anche la presenza di piccole tracce di coloranti, come il cinabro. La maggiore critica allo studio di Heller e Adler è la scarsa specificità del test eseguito, che secondo Garlaschelli restituirebbe esito positivo anche se sottoposto ad un vegetale.

 

Globuli rossi in uno striscio di sangue, microscopia ottica. L’emoglobina è una struttura proteica collocata all’interno dei globuli rossi che contiene ferro e ha il compito di legare l’ossigeno. Sebbene le strutture proteiche e le cellule si degradino nel tempo, è possibile rinvenirne le tracce attraverso i residui costituiti dagli atomi di ferro.

 

Esami di immunoistochimica

Nel 1982 Baima Bollone, Maria Jorio e Anna Lucia Massaro rinvennero parimenti tracce di ferro. Lo studio si basò su test di tipo immunologico, che secondo gli autori avrebbe rivelato che le macchie della Sindone sono compatibili con sangue umano di gruppo AB [28]. Anche in questo caso i limiti dello studio potrebbero essere rappresentati dalla specificità non sufficiente dell’analisi, sebbene Bollone garantì che esso fosse tarato per l’individuazione di una specifica tipologia di emoglobina chiamata metemoglobina acida. 

Un’altra critica allo studio di Bollone venne da Vittorio Pesce Delfino, docente di antropologia all’Università di Bari. Egli dichiarò che il ferro rinvenuto nelle tracce della Sindone non necessariamente fosse compatibile con l’emoglobina (1982), bensì potrebbe essere riferibile all’ossido di ferro dell’ocra rossa [29].

Giulia Moscardi e la microscopia Raman

Giulia Moscardi, dottoranda in Chimica presso il Dipartimento di Chimica dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, ha affermato di aver individuato la presenza di ossidi di ferro non cristallini (2008) attraverso una tecnica con microscopia Raman. Potrebbe trattarsi di prodotti derivanti dalla degradazione del sangue, oppure di pigmenti e materiali utilizzati in pittura. [30]. L’autrice dello studio propende per la prima ipotesi, adducendo a contaminazioni i pigmenti non emoglobinici.

 

Un test di Bloodstain Pattern Analysis 

Nel 2018 Matteo Borrini dell’università di Liverpool, e Luigi Garlaschelli, del Comitato per il Controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap) hanno replicato con tecniche forensi di Bloodstain Pattern Analysis la distribuzione delle tracce ematiche della Sindone. Lo studio ha suggerito che esse non sarebbero compatibili con alcuna posizione di un corpo reale, sia in posizione eretta che disteso [31].

 

Conclusioni e ipotesi

Il dibattito sulla Sacra Sindone, nel corso dei secoli, si è radicato su posizioni sempre più assolutistiche. Ai sindonologi, fautori di un’aprioristica autenticità, si oppongono i difensori del metodo scientifico, della non oggettivabilità dello stesso. Non basta, infatti, proporre uno studio, che parrebbe in parvenza condotto sotto i dettami della tecnica e della scienza; è necessario anche che tale analisi possa essere replicata, e che conduca sempre ai medesimi risultati. La scienza non è una persuasione, non è soggezione. Se si afferma la presenza dell’impronta di una moneta romana su un telo di lino antico, bisogna rendere le condizioni di dimostrabilità, affinché tutti, per tramite dei medesimi strumenti, siano in grado di rilevarla. 

 

La prima fotografia della Sindone, a cura di Secondo Pia (1898).

 

La criticità, in fondo, non è se la Sindone sia una questione di fede o di scienza; ma che fede e scienza vengano mescolate in siffatto brutale modo. Non che esse siano incompatibili, beninteso! Ma che si debba credere alla scienza per fede o viceversa, questo appare quantomeno singolare. E’ una trappola comune, di questi tempi. Ma non si creda che ciò valga solo per taluni sindonologi, si tratta solo di una faccia della stessa medaglia; l’altra metà è lo scientismo: la cieca convinzione che la scienza sia assoluta e infallibile verità, che pare anch’essa una forma d’approccio fideistico.  In realtà la scienza funziona finché non è falsificabile e falsificata. Lo sa bene il tacchino induttivista di Russell e Popper come essa sia perfetta soltanto fino alla vigilia di Natale!

 

Un dibattito destinato a durare a lungo

Ecco in estrema sintesi le tormentate vicende sui dibattiti sindonici. Non esistono prove scientifiche, né tanto meno storiche a ben vedere, abbastanza robuste da mettere la parola fine alle discussioni sulla sua autenticità. Qualcuno obietterà che il quadro indiziario possa far pendere verso uno dei due opposti poli, ma ciò sarà vero fino alla prossima analisi, fino alla prossima ricerca storica, chissà.

La Sacra Sindone, in fondo, non è autentica, e non è nemmeno falsa. O meglio, è autentica nella misura in cui essa debba essere creduta autentica; è falsa fino a prova contraria. Il suo valore trascende l’importanza del contesto, come accade per i simboli.

La Sindone è un simbolo di umanità, essa supera il mero valore dell’oggetto. Essa è uno specchio: ogni uomo può proiettarvi e scoprire ciò in cui davvero crede, può vedervi se stesso e il suo modo di approcciarsi al mondo. La Sindone è quella pagina di bianco infinito che lo scrittore fissa silenzioso, prima di chiedersi cosa davvero voglia apporvi. 

 

Samuele Corrente Naso e Daniela Campus

 

Note

[1] Erano gli anni dello scisma d’Occidente, che la Chiesa visse in seguito alla fine della cattività avignonese. 

[2] Si evince dagli scambi epistolari tra l’antipapa Clemente VII e il vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis che la Sindone fosse stata collocata a Lirey da Geoffroy de Charny intorno al 1356. 

[3] Bolla dell’antipapa Clemente VII all’indirizzo dell’archivio di Stato: https://archiviodistatotorino.beniculturali.it/SalaStudio/dettaglio_inventari.php?id=457510 

[4] Sostenitori dell’autenticità.

[5] Evagrio lo Scolastico, Storia Ecclesiastica; Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica.

[6] É riportato in uno scritto del teologo Giovanni Damasceno: “Si narra che Gesù prese un panno e pressandolo sul suo volto, lasciò la sua immagine sul telo”.

[7] Ian Wilson, Holy Faces, Secret places, 1991; The Shroud of Turin, 1979.

[8] Sermone di Gregorio Referendario, all’arrivo della reliquia a Costantinopoli.

[9] Roberto di Clary, citato in Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone.

[10] Thomas Madden, Donald Queller (1997). The forth crusade: the conquest of Constantinople. University of Pennsylvania Press, Second Edition.

[11] Sindone, un’immagine impossibile, Emanuela Marinelli, 1998, Edizioni San Paolo.

[12] P. Baima Bollone: Sindon, giugno 2000.

[13] Luigi Garlaschelli, Micromega, 4/2010. 

[14] Joseph G. Marino, M. Sue Benford (2008). Discrepancies in the radiocarbon dafing area of the Turin shroud. Chemistry Today 26(4). 

[15] Mechthild Flury-Lemberg, The Invisible Mending of the Shroud, the Theory and the Reality.

[16] Antonio Lombatti, La Sindone e il giudaismo al tempo di Gesù. 

[17] Donald King, and Santina Leve,The Victoria & Albert Museum’s Textile Collection: Embroidery in Britain from 1200 to 1750 (1993).

[18]http://sindone.weebly.com/uploads/1/2/2/0/1220953/2018_rinaldi_le_fonti_di_emanuela_marinelli_per_il_tessuto_della_sindone.pdf

[19]https://www.sindone.org/pls/diocesitorino/v3_s2ew_consultazione.mostra_paginawap?id_pagina=24099

[20] Gian Marco Rinaldi (2018). Le fonti di Emanuela Marinelli per il tessuto della Sindone; Luigi Gonella, fisico del Politecnico di Torino e consulente scientifico del cardinale Ballestrero, citato in Mariano Tomatis, “Sindone di Torino”CICAP.

[21] https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=273767

[22] P. Baima Bollone: Sindon, giugno 2000, p. 133, citato in Gian Marco Rinaldi, “La farsa delle monetine sugli occhi”.

[23]  Bernard Ruffin, The Shroud of Turin: the most up-to-date analysis of all the facts regarding the Church’s controversial relic, Our Sunday Visitor Publishing, 1999; Paul Craddock, Scientific investigation of copies, fakes and forgeries, Butterworth-Heinemann, 2009.

[24] Filogamo, G., Zina, A. (1976). Esami microscopici sulla tela sindonica. Supplemento rivista diocesano torinese: 1-53.

[25] G. Frache, E. Mari Rizzati, E. Mari (1976). Relazione conclusiva sulle indagini d’ordine ematologico praticate su materiale prelevato dalla Sindone, suppl. Rivista diocesana Torinese.

[26] McCrone, Walter C. (1987). Microscopical study of the Turin Shroud. Wiener Berichte über Naturwissenschaft in der Kunst.

[27] John H. Heller e Alan D. Adler. (1980). Blood on the Shroud of Turin. Applied Optics, vol. 19, n. 16, pp. 2742-2744.

[28] Bollone, P.B., Jorio, M., Massaro, A.L. (1981) La dimostrazione della presenza di tracce di sangue umano sulla Sindone. Sindon, vol. 5, n. 30.

[29] Delfino, V.G. (1987). E l’uomo creò la Sindone. Feltrinelli.

[30] Moscardi, G. (2008). Analysis by Raman Microscopy of Powder Samples Drawn from the Turin Shroud, poster presentato alla Ohio Shroud Conference, Columbus, Ohio.

[31] Borrini, M., Gargaschelli, L. (2018). A BPA Approach to the Shroud of Turin, in 66th Annual Scientific Meeting of the American Academy of Forensic Sciences, February 17‐22, 2014, Journal of Forensic Sciences, Seattle, 10 luglio 2018. 

[a] http://biblicalcoins.wordpress.com e https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=273767#prettyPhoto

[b] By Jordi – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61221288

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