Spoglia è la Pieve di San Pietro a Gropina, nel Valdarno Superiore, come un albero scosso dal vento d’una mattina d’inverno. Nulla vi si mostra, nulla indulge alla compiacenza, se non la pietra che da secoli vi regna sovrana e possente. Non vi sono pitture né colori: soltanto una penombra soffusa che, mite e silenziosa, permea ogni spazio e colma ogni prospettiva di spirituale essenza. La pieve romanica, con la sua austera facciata in arenaria, non possiede il rosone che spesso adorna le chiese medievali; al suo posto si aprono appena due esili monofore e una piccola bifora. Solo nel XVI secolo fu aggiunto un modesto oculo, quasi un lieve cedimento alla severa armonia del prospetto.

L’architettura della Pieve di Gropina
Giunti all’interno della chiesa, l’abside, maestosa, si innalza su un doppio loggiato di archi, colonnine e capitelli, aprendosi soltanto attraverso piccoli varchi e, nell’ordine superiore, tre monofore. Sembra quasi che la luce debba scavare da sé i solchi nella pietra. Ma al lento sorgere del sole si rivela, appena intuibile, la presenza mistica dell’alabastro, pietra simbolica che diffonde la luce di Cristo. La struttura absidale è rivolta a oriente, così da accogliere i primi albori del mattino, quando l’oscurità si dirada e fuggono le ombre. Beati, i raggi del sole si insinuano tra le strette fessure: sono il segno escatologico della vita oltre la morte, del trionfo di Cristo sulle tenebre.

Così, pian piano si rivela l’architettura della chiesa: la pianta basilicale, scandita dagli archi a tutto sesto che segnano il confine tra le navate; due file di otto colonne robuste e quattro pilastri quadrati, a richiamare, nel loro insieme, il simbolo della totalità cristiana. Dodici, del resto, sono gli apostoli che sostengono la Chiesa di Cristo, dodici le tribù d’Israele e le stelle della Vergine nel cielo1. La copertura a capriate si interrompe inaspettatamente nelle ultime campate laterali, lasciando spazio a eleganti volte a crociera.

I capitelli della Pieve di Gropina
Le colonne sono sormontate da affascinanti capitelli, scolpiti da maestranze lombarde e francesi con raffinato virtuosismo2. Dall’ombra emergono figure di orsi, aquile e leoni, figlie del sentire religioso di quel tempo. Una vera Bibbia di pietra: racconti iconografici destinati agli uomini del Medioevo, poco avvezzi alla lettura, sospesi tra salvezza e dannazione eterna, tra bene e male, tra grazia e peccato. La conoscenza veniva allora concepita in funzione di simboli e metafore della condizione umana, immagini capaci di trascendere le meccaniche del mondo terreno.
La simbologia dei capitelli
Le creature del bestiario medievale rimandano a significati complessi, spesso ambivalenti, che si rintracciano già nel ben noto testo del Physiologus3. Poco importa quanto tali animali appartengano alla realtà: la loro esistenza si colloca su un piano altro, più vicino alla coscienza e all’immaginazione spirituale che al mondo sensibile. Talvolta essi incarnano i demoni interiori dell’uomo, ereditati dal paganesimo. Altre volte queste creature diventano una metafora delle virtù cristiane. L’orso è così figura dell’avidità, ma anche del risveglio dopo la morte apparente del letargo. L’aquila, che afferra una preda inconsapevole, ammonisce i peccatori, poiché l’eterno riposo giunge improvviso. Al tempo stesso, essa è figura di Cristo che conduce in cielo le anime meritevoli. Il leone, infine, simboleggia la superbia che trascina gli uomini nella lotta. Pertanto, due fiere scolpite si affrontano con impeto, azzannandosi con le possenti fauci.



I tralci di vite alludono al mistero eucaristico, mentre i cavalieri si fanno difensori della fede4. Eppure uno di essi è trascinato suo malgrado dal cavallo, ha forse mollato le redini della rettitudine? Il lupo che divora l’agnello e la scrofa che allatta i suoi piccoli divengono, a loro volta, immagini dei vizi terreni. Poco più in là, un volto demoniaco fa capolino tra le foglie d’acanto, mentre un Cristo benedicente appare affiancato dai santi Pietro e Paolo. In un altro capitello alcune donne allattano un drago, simbolo del demonio e, in generale, della lussuria5. Si tratta di un motivo figurativo che trova analogie nel Portale dello Zodiaco di Niccolò nella Sacra micaelica in Val di Susa, rivelando influssi provenienti dalla Linguadoca6. Sul medesimo gruppo scultoreo compare infine un uomo che si accarezza la barba. Ormai giunto all’età della saggezza, egli non si lascia più trascinare nelle dinamiche del peccato.



La Pieve di Gropina tra longobardo e romanico
Tutto, nella Pieve di San Pietro a Gropina, sembra inscritto in un’imperturbabile quiete, fissato in un ordine quasi statuario, immutabile di fronte allo scorrere del tempo. Eppure la luce rivelatrice, dietro l’armonia apparente, coglie imperfezioni, asimmetrie, errori di progettazione. È il caso delle colonne che, tra la fila destra e quella sinistra, non si fronteggiano con perfetta corrispondenza. Sghemba è la facciata, mentre il portale principale e la bifora superiore non sono in asse rispetto alla copertura. Si tratta con ogni probabilità del risultato di un adattamento strutturale imposto dal sito, poiché la chiesa, edificata su un rilievo collinare a partire dal XII secolo, sorse sulle fondamenta di un edificio più antico, già attestato in un diploma di Carlo Magno dell’780, conservato nell’Archivio abbaziale di Nonantola7. All’epoca la Pieve di Gropina ricadeva infatti sotto la giurisdizione del monastero modenese.
Gli edifici preesistenti
Gli scavi archeologici condotti tra il 1968 e il 1972 hanno permesso di individuare la chiesa precedente, articolata in due navate absidate separate da colonne, sorta non prima della rinascenza liutprandea (712–744). Sono stati infatti rinvenuti plutei, sepolture e croci di età longobarda. Gli archeologi hanno ipotizzato che la navata di destra fosse stata aggiunta nell’XI secolo8. Accanto all’edificio longobardo giaceva un’altra chiesa, costituita da un’unica aula absidata, di età paleocristiana (VI secolo?), all’epoca degli scavi ancora ignota. Inoltre, il ritrovamento della base di un’anfora romana suggerisce che in questo luogo dovesse sorgere, ancor prima, una domus romana. I costruttori della pieve romanica di Gropina, pertanto, dovettero fare i conti con la secolare stratificazione del sito. È verosimile che la precedente chiesa longobarda sia rimasta integra e in uso per decenni, mentre tutt’intorno sorgevano le strutture della chiesa di San Pietro.

È difficile collocare nel tempo le fasi costruttive dell’edificio. Sebbene nel complesso la pieve si possa attribuire al XII-XIII secolo, le sue parti tradiscono differenti momenti lavorativi. Secondo alcuni studiosi, la costruzione seguì il procedimento consueto, con l’innalzamento preliminare dell’abside9; altri ipotizzano invece, in modo del tutto eccezionale, che siano state realizzate per prime la facciata e la navata principale10. Ancora più enigmatico appare il pulpito, autentico unicum per architettura e caratteri stilistici, in bilico tra arte altomedievale e romanica. I lavori della pieve, in ogni caso, non dovettero protrarsi oltre il 1233, terminus ante quem attestato da un’iscrizione incisa su una pietra esterna del campanile che ne documenta il completamento.

Il pulpito e le colonne annodate
Addossato alla quarta colonna di destra, il pulpito della Pieve suscita un senso di sottile inquietudine. È la sensazione che nasce dinanzi a ciò che appare vago, enigmatico o incerto. Il pulpito di Gropina sembra infatti un corpo estraneo rispetto all’armonia stilistica della chiesa. Alcuni studiosi lo hanno attribuito a una fase pre-romanica; tuttavia, considerando l’evoluzione artistica maturata nel contesto locale, non è da escludere una lettura in chiave tardo-longobarda. In proposito, lo storico dell’arte Mario Bucci si esprimeva nei seguenti termini:
“Quando il romanico grezzo è sulla strada longobarda, è longobardo; è un pre-romanico di fonte longobarda”
M. Bucci, Introduzione alla pittura e alla scultura in diocesi di Fiesole11.

In effetti, è plausibile che il pulpito appartenesse alla più antica chiesa di origini longobarde e che, in seguito, sia stato smontato e riassemblato nell’attuale collocazione, probabilmente in virtù del prestigio artistico e simbolico che gli veniva riconosciuto. A sostegno di tale ipotesi vi sono i blocchi posteriori di supporto, chiaramente di reimpiego, sui quali sopravvivono consunti bassorilievi raffiguranti spirali, fiori della vita e figure animalesche. Un altro possibile indizio sulla datazione del pulpito è fornito da una scritta rinvenuta sul cartiglio dell’angelo scolpito sul corpo principale. L’epigrafe, purtroppo incompleta, è stata ricostruita da Carlo Fabbri, che vi vede lo stile scrittorio in uso presso l’abbazia di Nonantola12:
[…]q[…] [presbit]erv(m) Bernard(vm)[…] m(ise)r(i)chord(em) a(nno) D(ominice) i(ncarnationis) DC[CC]XXV I.R.f(ecit).
C. Fabbri, Il pulpito della pieve di Gropina, cit.
Il manufatto, dunque, potrebbe essere stato commissionato dall’abate Bernardo nell’825.

Il basamento del pulpito e le colonne annodate della Pieve di Gropina
Nella parte anteriore, il basamento del pulpito è sostenuto da due colonne annodate tra loro, sormontate da un insolito capitello sul quale sono scolpite dodici figure con le braccia levate verso il cielo. Al di sopra corre un alto abaco, decorato con motivi geometrici ripetuti, interpretabili come la stilizzazione di lingue di fuoco. Questo elemento consente di ipotizzare il significato dell’intera composizione: i dodici apostoli, raccolti in atteggiamento di preghiera, ricevono la Pentecoste.
“Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo […]”.
Atti degli Apostoli 2, 3.

Le colonne annodate erano un motivo simbolico ricorrente nell’arte romanica. È stato ipotizzato che tale rappresentazione volesse esprimere il mistero della Trinità13: lo Spirito Santo è il vincolo che unisce il Padre e il Figlio. Il pulpito di Gropina, di probabile origine longobarda, costituisce forse una delle più antiche attestazioni conosciute del simbolo. Due colonne annodate compaiono anche nell’abside della pieve, realizzata in stile pisano-lucchese14, dove sono collocate tra gli archi a sesto rialzato della loggia esterna.
I simboli del Tetramorfo
Secondo la tradizione cristiana, gli Atti degli Apostoli, compreso il racconto della Pentecoste, furono redatti da San Luca. Così, tra le lingue di fuoco scolpite sull’abaco si può individuare, quasi mimetizzato, il capo del bue, simbolo dell’evangelista. Il resto del Tetramorfo è invece incolonnato sul corpo del pulpito, al di sopra di una fascia decorativa con rami e foglie di quercia. Il leone di Marco, l’angelo di Matteo e l’aquila di Giovanni sono rappresentati l’uno sopra l’altro lungo l’asse centrale, nell’atto di sorreggere il leggio.

Il corpo del pulpito
Il corpo del pulpito, di forma circolare, è articolato in cinque specchiature a bassorilievo. Questi pannelli furono riassemblati in epoca romanica, non necessariamente secondo l’ordine originario; tuttavia, la coerenza complessiva della narrazione figurativa sembra essersi conservata. Il programma iconografico rimanda al tema della salvezza dell’anima. In chiave escatologica, infatti, devono essere lette le raffigurazioni dei peccati e delle tentazioni, che l’ascolto della Parola di Dio consente di allontanare.



Su uno dei pannelli, una sirena bicaudata costituisce la personificazione della lussuria. La sua natura maligna è rimarcata attraverso l’immagine di un peccatore divorato da serpenti. Al male si contrappone l’opera salvifica di Cristo, rappresentato nel pannello adiacente nelle vesti dell’Agnus Dei e del grifone, entrambi avvolti dalle sei grandi ali di un serafino15. Il grifone, creatura mitica che nell’iconografia possiede il capo di un leone e il corpo di un’aquila, rappresenta la doppia natura del figlio di Dio16, terrestre e celeste, umana e divina.
Non mancano poi i motivi decorativi legati alla creazione: fiori, spirali e una raffigurazione di Cristo come Sol Invictus. Egli è colui che illumina la Pieve al ridestarsi del mattino, che dirada l’oscurità del peccato e della morte. Dal sole si dipartono quattro raggi in direzione dei punti cardinali: la Parola di Dio, che da questo pulpito veniva proclamata, porta la salvezza in tutti gli angoli della Terra.
Samuele Corrente Naso
Note
- Libro dell’Apocalisse 12. ↩︎
- G. Tigler, Precisazioni sull’architettura e la scultura del medioevo, in Arte a Figline. Dal Maestro della Maddalena a Masaccio, 2010. ↩︎
- Anonimo, Physiologus, scritto ad Alessandria d’Egitto tra il II e il III secolo. ↩︎
- V. Moretti, Il pulpito longobardo e i capitelli romanici della pieve di Gropina, Cortona, Calosci, 2004. ↩︎
- C. Fabbri e L. Fornasari, La pieve di Gropina. Arte e storia, Fiesole, Servizio Editoriale Fiesolano, 2005. ↩︎
- F. Gandolfo, San Pietro a Gropina, in W. Angelelli, F. Gandolfo, F. Pomarici, La scultura delle pievi. Capitelli medievali in Casentino e Valdarno, Roma, Viella, 2003. ↩︎
- Archivio abbaziale di Nonantola, Chartae Latinae Antiquores 29, n. 883. ↩︎
- G. Tigler, Precisazioni sull’architettura e la scultura del medioevo, cit. ↩︎
- F. Gandolfo, San Pietro a Gropina, cit. ↩︎
- M. Salmi, La pieve di Gropina, in Rivista d’Arte, XXIX, 1955. ↩︎
- M. Bucci, Introduzione alla pittura e alla scultura in diocesi di Fiesole, in AA.VV., Fiesole. Una diocesi nella storia: saggi, contributi, immagini, Fiesole, Servizio Editoriale Fiesolano, 1986. ↩︎
- Fabbri, Il pulpito della pieve di Gropina, in Le balze. Una storia lunga centomila anni nella valle dell’Arno, Firenze, Editoriale Tosca, 1996. ↩︎
- V. Moretti, Il pulpito longobardo, cit. ↩︎
- M. Salmi, Civiltà artistica della terra aretina, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1971. ↩︎
- Isaia 6, 2-3: “Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali: con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo: Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria”. ↩︎
- C. Fabbri e L. Fornasari, La pieve di Gropina, cit. ↩︎


