La sirena nel mito e nell’arte, simbolo di perdizione

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Fin dalle sue origini nel mito, la sirena è una creatura affascinante, ma pericolosa, il cui canto melodioso è in grado di ammaliare gli uomini e portarli alla rovina. Chiunque ne ascoltasse la voce perdeva la volontà e la ragione, si abbandonava all’estasi dei sensi, senza più possibilità di tornare indietro. La mostruosa creatura era l’immagine della tentazione mortale che si celava dietro la bellezza e il desiderio di ascolto e conoscenza. Questi attributi simbolici hanno accompagnato la sirena lungo tutto il corso della storia, nonostante i cambiamenti dei contesti culturali e persino dell’iconografia. Alla figura alata del mondo antico si contrappone infatti quella a forma di pesce bicaudato, diffusa nelle pievi romaniche dell’Europa medievale.

Sirena bicaudata nella basilica di San Michele Maggiore a Pavia
Una sirena bicaudata sullo stipite del portale meridionale della basilica romanica di San Michele a Pavia

Le sirene nel mito

La prima menzione delle Seirḗnes (Σειρῆνες) si trova nell’Odissea di Omero (IX-VIII secolo a.C.), quando la maga Circe consiglia a Ulisse come resistere al loro ipnotico canto1. Le creature, che abitavano su delle isole rocciose nei pressi di Scilla e Cariddi, attiravano infatti gli ignari marinai facendoli naufragare contro gli scogli. Il suono della loro voce era così melodioso e suadente da far cadere in tentazione anche il più integerrimo degli eroi. Ulisse, ben conscio del pericolo, si fa incatenare all’albero maestro della sua nave, salvandosi.

“Dapprima giungerai dove sono le Sirene, che ammaliano
tutti gli uomini, chiunque sia che da loro arrivi.
Chiunque, non sapendo, a loro si accosti e oda la voce
delle Sirene, mai più ritorna a casa, né giulivi
la moglie e i teneri figli gli si mettono accanto.
Le Sirene lo ammaliano con il loro canto armonioso,
stando in un prato. Intorno c’è un gran mucchio di ossa
di uomini in putrefazione: sulle ossa si disfa la pelle”.

Omero, Odissea, Canto XII, vv. 39-46. Traduzione di V. Di Benedetto, P. Fabrini, 2010.

Il canto delle sirene

Omero descrive anche in che cosa consistesse la tentazione irrefrenabile delle sirene. Sono loro stesse ad affermarlo:

“Su, vieni qui, molto famoso Ulisse, grande vanto degli Achei:
arresta la nave perché tu possa udire la nostra voce.
Ancora nessuno è passato di qui con una nera nave
senza aver ascoltato dalle nostre bocche la voce melodiosa:
e quando poi va via, diletto ha fruito e conosce più cose”.

Omero, Odissea, Canto XII, vv. 184-188. Traduzione di V. Di Benedetto, P. Fabrini, 2010.

Le sirene cercano di sedurre Ulisse con l’adulazione e la promessa di piacere e conoscenza, desideri che portano gli uomini alla perdita della ragione e del contatto con la realtà. Nell’Odissea non si trova alcuna descrizione delle sembianze di questi esseri malefici, non ce n’è bisogno in quanto ben radicate nell’immaginario collettivo. Sono le raffigurazioni artistiche a rivelare l’aspetto di una sirena: un terribile mostro metà fanciulla e metà uccello.

Ulisse e le sirene in uno stamnos conservato al British museum
Uno stamnos attico rinvenuto a Vulci, a figure rosse, del V secolo a.C., con la raffigurazione delle sirene e di Ulisse, British Museum di Londra

La sirena tra terra e inferi

Secondo il mito, le sirene erano figlie del dio fluviale Acheloo2. Questi si era innamorato di una fanciulla di nome Deianira, che tuttavia era richiesta in sposa anche da Eracle. I due pretendenti si affrontarono in una lotta feroce e Acheloo, che aveva assunto le sembianze di un toro, ebbe la peggio: da una delle sue corna spezzate sgorgò del sangue che, cadendo, fecondò la dea Terra, dando vita alle sirene. Queste non nacquero già come esseri mostruosi, ma fu Demetra a trasformarle in donne-uccello poiché non avevano saputo difendere sua figlia Persefone quando Ade l’aveva trascinata negli inferi per farne la sua sposa3. In altre versioni del mito, sono invece figlie della musa Tersicore, che diede loro il dono del canto4.

Le sirene, dunque, oscillano tra la dimensione della terra, di cui sono figlie, e quella dell’oltretomba. Nella tragedia Elena di Euripide (412 a.C.), esse vengono invocate per intonare un lamento funebre dall’Ade, dove dimorano, in memoria dei caduti nella guerra di Troia5. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (III secolo a.C.), l’equipaggio della nave Argo, sulla via di casa dopo aver recuperato il Vello d’oro, si imbatte nelle sirene e nel loro suadente canto. In questo caso, l’eroe della salvezza è Orfeo che, imbracciata una lyra, riesce a sovrastare la malefica melodia e a salvare i suoi compagni6.

“Un vento propizio spingeva la nave, e ben presto
furono in vista di Antemoessa, l’isola bella
dove le melodiose Sirene, figlie dell’Acheloo,
incantano e uccidono col loro canto soave
chiunque vi approdi. Le partorì ad Acheloo
la bella Tersicore, una musa; un tempo servivano
la grande figlia di Deo, quando ancora era vergine,
e cantavano insieme; ma ora sembravano
in parte uccelli, in parte giovani donne”.

Apollonio Rodio, Argonautiche IV, 891-899, in G. Guidorizzi, Il mito Greco. Gli dei, Mondadori, Milano, 2009.
Statua funeraria di sirena al Museo Archeologico Nazionale di Atene
Statua funeraria di sirena al Museo Archeologico Nazionale di Atene (circa 370 a.C.)

L’immagine della perdizione

Per Ovidio, prima di essere tramutate in uccelli, le sirene erano delle belle e seducenti fanciulle7. Questa interpretazione del mito, contenuta nelle Metamorfosi (2-8 d.C.), influenzò la letteratura successiva fino al Medioevo. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia (77-78 d.C.), le descrisse come “uccelli favolosi” che addormentano le prede con il canto per poi smembrarle8.

La figura della sirena sopravvisse anche all’avvento del cristianesimo. Nella traduzione greca della Bibbia, nota come Septuaginta, il termine σειρήνα venne impiegato per indicare gli sciacalli del deserto, che gli ebrei chiamavano tannîm, forse a causa del canto lugubre di questi animali. San Girolamo, autore della prima traduzione latina del testo sacro, la cosiddetta Vulgata (347-420 circa), nel Commentario a Isaia cercò di spiegare questa strana associazione:

“Sirenae autem thannim vocantur, quas nos aut daemones aut monstra quaedam, vel certe dracones magnos interpretabimur, qui cristati sunt et volantes”.

“Le sirene, invece, sono chiamate tannîm, che noi interpreteremo o come demoni, o come certi mostri, oppure certamente come grandi draghi, che sono crestati e volanti”.

Girolamo, Commentaria in Isaiam Prophetam, VI, 14 e V, 13,20-22, in Patrologia Latina, vol. 24, coll. 216B e 159C.

Per Girolamo, dunque, le sirene sono una specie di draghi volanti, grandi mostri serpentiformi, ma soprattutto sono demoni divoratori degli uomini, che il santo associa agli eretici9. Sulla scia del mito, anche Isidoro di Siviglia le descrive come esseri di perdizione:

“Si dice che le Sirene fossero tre, in parte fanciulle e in parte uccelli, dotate di ali e artigli. Una di loro cantava, un’altra suonava il flauto, un’altra ancora la cetra. Attiravano i naviganti con il loro canto per poi farli naufragare. In realtà, le sirene erano delle meretrici: poiché conducevano i passanti alla miseria, si è immaginato che li portassero al naufragio. Si dice inoltre che avessero ali e artigli perché l’amore vola e ferisce. E si racconta che dimorassero tra i flutti, poiché i flutti generarono Venere”.

Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XI, III, 30-32.

La sirena dal Physiologus ai Bestiari

Accanto agli scritti dei Padri della Chiesa, nei primi secoli si sviluppa un filone letterario che associa alla descrizione naturalistica degli esseri viventi, reali o fantastici, una lettura allegorica e morale. Il mondo terreno, infatti, in quanto creazione di Dio, è concepito come il riflesso di una realtà superiore e spirituale. La natura è interpretata in chiave simbolica e tutto è immagine di virtù e vizi, di santità e peccato. Questo genere di scritti, spesso accompagnati da raffigurazioni miniaturistiche, prende le mosse dal libro XII delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia e soprattutto dal Physiologus greco, opera del II-III secolo d.C. di un anonimo autore alessandrino10, e avrà la sua più ampia fortuna nei Bestiari del Medioevo. Nel Physiologus greco, le sirene, così come gli ippocentauri, mostri metà uomo e metà cavallo, costituiscono un’allegoria della doppiezza umana.

“Il Fisiologo ha detto delle sirene e degli ippo­centauri: ci sono nel mare degli animali detti sirene, che simili a muse cantano armoniosa­mente con le loro voci, e i naviganti che pas­sano di là quando odono il loro canto si getta­no nel mare e periscono. Per metà del loro cor­po, fino all’ombelico, hanno forma umana, per la restante metà, d’oca. Allo stesso modo, anche gli ippocentauri per metà hanno forma uma­na, e per metà, dal petto in giù, di cavallo. Così anche ogni uomo indeciso, incostante in tutti i suoi disegni. Ci sono alcuni che si ra­dunano in Chiesa e hanno le apparenze della pietà, ma rinnegano ciò che ne è la forza, e in Chiesa sono come uomini, quando invece se ne allontanano, si mutano in bestie”.

Il Fisiologo, a cura di F. Zambon, Piccola Biblioteca Adelphi, n. 22, 1975.
La sirena e l'ippocentauro in un bestiario medievale
La sirena e l’ippocentauro nel Bestiario Ms. Ludwig XV 3, fol. 78, 1270 circa, Getty Museum

In una versione più tarda, il Physiologus latino (versio B), traduzione forse del IV-V secolo, le sirene sono invece paragonate agli uomini che si abbandonano ai piaceri della carne e al divertimento11.

La metamorfosi della sirena

Fino a questo momento, le sirene sono descritte e rappresentate quasi sempre con il consueto aspetto di uccelli. Ma da un certo momento in poi, nell’arte medievale, esse subiscono una curiosa metamorfosi e assumono delle sembianze pisciformi. È in questa veste che le troviamo diffuse soprattutto nella scultura romanica dell’Italia centro-settentrionale.

Il portale centrale della Pieve di Corsignano
La figura della sirena sull’architrave della Pieve di Corsignano a Pienza

Sono stati ipotizzati vari motivi per spiegare questa improvvisa trasformazione: l’errore di un monaco copista che, anziché trascrivere “pennae“, scrisse “pinnae12, una certa confusione con il mostro marino Scilla oppure con la vicenda biblica del profeta Giona, inghiottito da un grosso pesce13. Dovette giocare un ruolo anche il fatto che, nel mito, il loro padre fosse la divinità fluviale Acheloo, spesso rappresentato come un tritone14.

La sirena nel pulpito della Pieve di Gropina
La sirena nel pulpito della Pieve di Gropina

In ogni caso, la prima descrizione delle sirene così mutate si trova in un bestiario dell’VII-VIII secolo, il Liber monstrorum de diversis generibus15:

“Le sirene sono fanciulle marine che ingannano i naviganti con il loro bellissimo aspetto ed allettandoli col canto e dal capo fino all’ombelico hanno corpo di vergine e sono in tutto simili alla specie umana; ma hanno squamose code di pesce che celano sempre nei gorghi”.

Liber Monstrorum, F. Porsia (a cura di), in Nuovo Medioevo, 88, Liguori, Napoli, 2012.

La sirena bicaudata nell’arte cristiana medievale

Forse per ragioni legate alla possibilità di ottenere una maggiore resa stilistica ed espressiva, gli scultori medievali adottarono ben presto la forma della sirena bicaudata. Sovente riprodotta in fregi, pannelli decorativi, capitelli o mosaici pavimentali, essa costituiva un’ammonizione sui pericoli della lussuria.

Sirena bicaudata nel mosaico di Pieve Terzagni
Rappresentazione musiva di una sirena a Pieve Terzagni

Con questo significato, la troviamo già rappresentata in forma scultorea nel pulpito proto-romanico della Pieve di San Pietro a Gropina, dove è accompagnata da un uomo divorato da diabolici serpenti. Un’altra sirena con le code divaricate si trova sull’architrave del portale della Pieve di Corsignano a Pienza, dove si contrappone a una figura di casta donna che funge da cariatide tra gli archi della bifora sulla facciata. Una sirena ammaliante fa bella mostra di sé sullo stipite del portale sinistro della basilica di San Michele a Pavia, insieme a un ampio campionario di bestie e draghi, tutti destinati a essere sconfitti dall’Arcangelo comandante delle milizie celesti16. Nella Sacra in Val di Susa, la creatura, scolpita dal Maestro di Rivalta17, fa parte dell’ornamento scultoreo che accompagna il portale dello Zodiaco di Niccolò. A Modena la sirena si incontra su un capitello della cripta della cattedrale, realizzata dai Maestri Comacini.

Pregevoli raffigurazioni musive si possono invece ammirare nella cripta dell’abbazia di San Colombano a Bobbio e nella chiesa di San Giovanni Decollato a Pieve Terzagni. Nel mare della tentazione, la sirena bicaudata medievale ricordava a fedeli e pellegrini l’importanza di non allontanarsi dalla retta via cristiana.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Omero, Odissea, Canto XII, vv. 39-54. ↩︎
  2. Ovidio, Metamorfosi, IX, v. 1. ↩︎
  3. Igino, Favole, 141. ↩︎
  4. Apollonio Rodio, Argonautiche, IV, vv. 895-896. ↩︎
  5. Euripide, Elena, 167-179. ↩︎
  6. Apollonio Rodio, Argonautiche, IV, vv. 890-912. ↩︎
  7. Ovidio, Metamorfosi, V, vv. 551-555. ↩︎
  8. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, X, 70. ↩︎
  9. N. Pace, Il canto delle sirene in Ambrogio, Gerolamo e altri Padri della Chiesa, in Nec timeo mori, Atti del Congresso internazionale di studi ambrosiani nel XVI centenario della morte di sant’Ambrogio (Milano, 4-11 aprile 1997), a cura di L. F. Pizzolato e M. Rizzi, Vita e Pensiero, Studia patristica Mediolanensia, 21, Milano, 1998. ↩︎
  10. A. Scott, The date of the Physiologus, in Vigiliae Christianae, 52, 1998. ↩︎
  11. Anonimo, Physiologus latinus Versio B, testo a cura di Francis J. Carmody; nota intr. e note di Francesco Zambon; traduzione a cura di Claudia Cremonini, in Bestiari tardoantichi e medievali. I testi fondamentali della zoologia sacra cristiana, Giunti Editore-Bompiani, Firenze-Milano, 2018. ↩︎
  12. L. Bonoldi, Le sirene dall’antichità ad oggi. Né carne né pesce, in Art e dossier, a. XXV, vol. 262, 2010. ↩︎
  13. L. Pasquini Vecchi, Arpie, Sirene e Melusine nei pavimenti musivi dell’Italia medievale, in Atti dell’VIII Colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico (Firenze, 21-23 febbraio 2001), a cura di F. Guidobaldi, A. Paribeni, Ravenna, Edizioni del Girasole, 2001. ↩︎
  14. W. Wunderlich, Suoni ammalianti, irresistibile attrazione. Storia delle sirene dall’antichità al Barocco, in Sangue di drago. Squame di serpente. Animali fantastici al Castello del Buonconsiglio (catalogo della mostra, 10 agosto 2013-6 gennaio 2014), a cura di F. Marzatico, L. Tori, con A. Steinbrecher, Skira, Ginevra-Milano, 2013. ↩︎
  15. S. Moretti, R. Boccali, S. Zangrandi, La sirena in figura, forme del mito tra arte, filosofia e letteratura, Pàtron Editore, Bologna, 2017. ↩︎
  16. J. Leclercq-Marx, Da Pavie à Zagósc: la sirène comme motif de prédilection des sculpteurs “lombards” au XIIe siècle, in Arte lombarda, n.s., a. CXL, vol. 1, 2004. ↩︎
  17. C. Tosco, Nuove ricerche sul portale dello Zodiaco alla Sacra di San Michele, in La trama nascosta della cattedrale di Piacenza, a cura di T. Fermi, Tip.Le.Co., Piacenza, 2015. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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