Sotto il cielo di Aquisgrana la storia si è fatta leggenda. Lo si comprende tra le vie del centro storico, rivestite di grandezza, come attraverso i racconti straordinari di imperatori e papi, di gesta eroiche e battaglie, di uomini di potere e di fede. Questo fu il luogo prescelto da Carlo Magno, sovrano investito sulla terra di un’autorità suprema, personaggio tanto grande da divenire egli stesso un mito. Ad Aquisgrana l’Imperatore fece erigere il palazzo regio e la sontuosa Cappella Palatina, che ancor oggi custodisce il suo trono, sobrio e misterioso, portatore di una simbologia arcana. Il complesso costituiva il centro di potere in cui si concretizzava l’ambiziosa visione politica e religiosa di Carlo: ricostituire la grandezza della Roma antica attraverso una renovatio imperii voluta da Dio. Dio, che lo aveva scelto come valoroso re e profeta dei Franchi, santo popolo eletto per guidare la cristianità a una nuova era.

Il popolo dei Franchi, eletto da Dio
Furono tempi oscuri quelli che seguirono la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Tempi di popoli barbari, in cui la gloria di Roma viveva ormai soltanto nei ricordi sbiaditi, nei racconti di un’età dell’oro a cui si anelava di ritornare. Alla metà dell’VIII secolo in gran parte dell’Italia vi erano i Longobardi, mentre Roma, sede del papa e della Chiesa, era ancora sotto il dominio dell’Imperatore romano d’Oriente. La Spagna era stata conquistata dagli Arabi nel 711. Nella Francia e nella Germania erano invece stanziati i fieri e bellicosi Franchi, con i loro regni di Neustria, Austrasia, Burgundia e Aquitania. Da questo popolo, destinato a riscrivere la storia dell’Europa, a quel tempo nacque uno dei più grandi imperatori di sempre: Carlo Magno.

All’epoca il re dei Franchi sul trono di Neustria, Burgundia e Austrasia era Childerico III, successore di Clodoveo e della stirpe dei Merovingi. Il sovrano era investito della corona sulla base di una volontà creduta sacra. I Franchi, infatti, ritenevano di essere il popolo eletto da Dio per guidare la cristianità alla salvezza e alla vera fede. Questo epos traeva origine dalla conversione al cattolicesimo del grande re Clodoveo I, che si era fatto battezzare a Reims da San Remigio, forse nel 496, come afferma Gregorio di Tours nell’Historia Francorum2, o più verosimilmente intorno al 5063. La scelta di Clodoveo segnò una svolta epocale: un re barbaro convertiva la sua gente dal paganesimo al credo cattolico, riconoscendo il primato del Papa, e non all’arianesimo, come avevano fatto gli altri popoli germanici.
I custodi del Cristianesimo
Il battesimo di Clodoveo fu ben più di un rito religioso. Il gesto convinse i Franchi di essere i custodi del cristianesimo, figli primogeniti della Chiesa, eredi della Roma imperiale di Costantino. Non più dunque barbari che guardavano alla gloria passata come irraggiungibile, essi erano il vero e unico popolo eletto da Dio per riportare il mondo alle virtù e ai fasti di un tempo. D’altronde, il mito voleva che i Franchi discendessero da Francone, eroe eponimo che, come Enea, era un esule di Troia4. Pertanto, essi sarebbero stati consanguinei e altrettanto nobili dei Romani.
“L’illustre popolo dei Franchi, creato da Dio stesso, forte in guerra, costante nei patti di pace, profondo nel giudizio, […] convertito alla fede cattolica, immune dall’eresia; quando ancora era invischiato nel rito barbarico, per ispirazione di Dio ricercava la chiave della sapienza […].Viva chi ama i Franchi, Cristo custodisca il loro regno, riempia del lume della grazia i loro
Dal prologo lungo della Legge Salica, emanata per la prima volta durante il regno di Clodoveo I5.
reggitori, protegga e difenda il loro esercito, rafforzi le difese della fede”.

La conversione di Clodoveo I ebbe anche delle importanti conseguenze politiche. Il battesimo del re inaugurò un asse con il papato, la massima autorità cattolica nel mondo, destinata a durare nei secoli e a forgiare l’Europa.
Il mistero della nascita di Carlo Magno
Carlo Magno proveniva da una facoltosa famiglia di nobili franchi. Tuttavia, suo padre, Pipino il Breve, non era il re, né apparteneva alla stirpe reale. Anzi, era soltanto il maggiordomo di palazzo, il funzionario che sovrintendeva all’amministrazione del regno6.
Forse per questo motivo nessuno ha registrato il luogo in cui nacque il primogenito Carolus, né quando: l’avvento nel mondo di uno degli uomini più importanti della storia è avvolto nel mistero. Le fonti scritte tacciono e una possibile data si può ricavare soltanto dalle testimonianze successive alla sua morte, avvenuta nell’814. Un autore degli Annales Regni Francorum dichiara che Carlo morì quando aveva circa 71 anni. Il suo biografo ufficiale, Eginardo, scrisse invece nella Vita et gesta Caroli Magni che il sovrano spirò all’età di 72 anni. È stato quindi ipotizzato che Carlo Magno sia nato nel 742, secondo la tradizione il 2 di aprile7. Tuttavia, la data più probabile è forse quella fornita dagli Annales Petaviani: il 7488.
Sembra ancora più complesso individuare il luogo di nascita. Il padre Pipino e la madre Bertrada di Laon possedevano molte proprietà nel Regno franco, soprattutto nei territori compresi tra i fiumi Reno, Mosa e Mosella, e si spostavano continuamente. È possibile che Carlo sia nato in Belgio, nei pressi di Liegi, oppure ad Aquisgrana, città che egli, come vedremo, scelse come capitale e centro di potere del suo Impero.

Carlo, erede al trono e futuro profeta dei Franchi
Re Childerico III era a quel tempo una figura debole. Soprattutto, non incarnava affatto il profeta messianico chiamato a guidare il popolo dei Franchi alla gloria che fu di Roma. Il vero potere del regno era infatti nelle mani della famiglia dei Pipinidi, i cui membri ricoprivano la carica di maggiordomo di palazzo. Pipino il Breve, maggiordomo di Neustria, si occupava in concreto di tutte le attività politiche e militari al posto di Childerico, partecipava alle udienze e fungeva da consigliere. L’inadeguatezza del re era nota a tutti, ma nessuno osava mettere in dubbio la sua legittimità. Childerico era di stirpe merovingia, di sangue reale, investito da Dio in quanto diretto discendente del capostipite Clodoveo. Pertanto, solo Dio poteva decidere chi fosse il re dei Franchi; Dio oppure il suo rappresentante sulla terra…
Così, nel 751, Pipino il Breve inviò una delegazione a Roma per porre una domanda ben precisa a papa Zaccaria. L’ambascieria chiese al pontefice: “È giusto che chi esercita il potere in Francia non sia re, mentre il re non esercita alcun potere?”9. Zaccaria rispose che chi detiene le redini di un regno deve esserne anche il re! Il responso fornì i presupposti politici e morali per un vero e proprio colpo di stato.
A Childerico III furono dapprima tagliati i lunghi capelli, simbolo dell’onore e del potere dei Merovingi. Quindi il re venne detronizzato perché la sua stirpe ormai “aveva da tempo perso ogni vigore, né vantava altro se non il vuoto titolo di re”, come tramanda Eginardo10. Al suo posto fu incoronato l’audace Pipino il Breve. Carlo Magno era allora appena un fanciullo, ma su di lui ricadde l’aspettaviva di un popolo intero: egli era destinato a essere il grande sovrano, il profeta dei Franchi.
La personalità di Carlo Magno
Carlo fu allevato con tutte le premure dovute a un erede al trono. All’epoca non era importante saper leggere e scrivere, abilità che il sovrano imparò solo in tarda età, ma conoscere l’arte della guerra e la strategia politica. Fin da tenera età, il padre Pipino lo portò con sé durante alcune campagne militari in Aquitania. Così, Carlo crebbe in compagnia della spada, dimostrando forza, vigore e acuta intelligenza. Eginardo ricorda di lui:
“Di corpo era grande e robusto, alto di statura, senza essere sproporzionato – a quanto risulta, la sua altezza corrispondeva a sette volte la lunghezza del suo piede –; aveva testa rotonda, occhi molto grandi e vivaci, naso un po’ più lungo del normale, bei capelli bianchi, uno sguardo allegro e cordiale. Era un aspetto che gli conferiva grande autorevolezza, sia quando stava in piedi, sia quando sedeva”.
Eginardo, Vita et gesta Caroli Magni, 22, 830-833.

Secondo il racconto del suo biografo, dunque, Carlo sarebbe stato alto più di un metro e novanta, una statura impressionante per l’epoca! A lungo si è creduto che queste misure fossero state volutamente esagerate per amplificare il mito dell’Imperatore nei posteri. Tuttavia, le indagini antropometriche, effettuate sulle spoglie custodite nel suo Reliquiario ad Aquisgrana (Karlsschrein) a partire dal 1998, hanno stimato che fosse comunque alto 1,84 m11.
L’ascesa al potere e l’organizzazione del Regno
Alla morte di Pipino, nel 768, come era usanza presso i Franchi il Regno venne diviso tra i suoi figli maschi, Carlo e Carlomanno. Tuttavia, appena tre anni dopo, Carlomanno morì improvvisamente a causa di un morbo. Non è chiaro se si trattò di un malore o di un intrigo di corte, ma sappiamo che Carlo sfruttò l’occasione per impossessarsi delle sue terre e farsi incoronare re di tutti i Franchi, ignorando i diritti di successione dei nipoti.
Una volta salito al potere, il giovane Carolus si adoperò per riorganizzare il Regno, trasformandolo in una perfetta macchina amministrativa basata sulla fiducia e l’obbedienza dei nobili nei confronti del proprio signore. Il rapporto tra il sovrano e i suoi vassalli era sancito da un solenne giuramento che prevedeva la concessione di un feudo in cambio di servizi militari. Attorno a Carlo si riunì una dotta corte composta da vescovi e nobili. Tra questi spiccavano il siniscalco, alto dignitario a capo del palazzo, e i conti paladini, i cavalieri più fedeli secondo la leggenda, che garantivano la giustizia. Il Regnum Francorum di Carlo era suddiviso in contee, ciascuna governata da un conte e da un vescovo, con le rispettive competenze temporali e spirituali. Le contee situate ai confini erano chiamate marche e avevano il compito di proteggere il Regno dalle scorrerie dei nemici.

La Rinascita carolingia
La scelta di coinvolgere gli ecclesiastici nell’amministrazione dello Stato rispondeva a una grande necessità, in quanto essi costituivano l’unica classe colta dell’epoca. Carlo era consapevole che l’analfabetismo fosse molto diffuso nel suo regno, al punto che appena pochi uomini della Chiesa sapevano leggere e scrivere correttamente. Tuttavia, egli sapeva che solo attraverso la diffusione della cultura, come nell’antica Roma, il dominio dei Franchi sarebbe potuto fiorire e divenire un potente Impero.
Carlo cercò di ovviare a questa lacuna favorendo la diffusione di scuole e abbazie benedettine, centri di cultura e di trasmissione del sapere. Negli scriptoria monastici, infatti, venivano copiati manoscritti e preziosi codici miniati. Nelle temperie di questa “Rinascita carolingia”, che aveva come obiettivo l’unificazione culturale e religiosa del Regno dei Franchi, Carlo radunerà ad Aquisgrana un gruppo di dotti studiosi, tra cui il suo fidato consigliere Alcuino di York, Eginardo e Paolo Diacono, l’autore della Historia Langobardorum.

Carlo Magno, Novus Constantinus, e la Renovatio Imperii
Nel 773 i rapporti tra il nuovo papa Adriano I e i Longobardi si inasprirono improvvisamente. Le armate di re Desiderio presero a marciare sui territori della Chiesa e, in nome dell’antica alleanza, il pontefice invocò l’aiuto di Carlo e del suo popolo. Carlo, fine stratega e politico, intuì l’opportunità di rafforzare la sua posizione di potere in Europa ed espandere il Regno verso sud. Gli eserciti franchi discesero in Italia e in pochi mesi costrinsero Desiderio alla ritirata. Il re longobardo si rifugiò nella capitale Pavia, che nel giugno del 774 capitolò insieme a ciò che restava del Regnum Langobardorum.
Il 10 luglio successivo Carlo Magno si faceva incoronare Gratia Dei Rex Francorum et Langobardorum et Patricius Romanorum, cingendosi il capo con la Corona Ferrea, sacra reliquia che si diceva forgiata con un chiodo della croce di Cristo. Con questo potente gesto simbolico, egli legava il suo dominio terreno alla volontà divina. Il re dei Franchi incarnava dunque la figura di quel messia, difensore della Chiesa, atteso per ricondurre l’umanità sulla retta via cristiana. “Novus christianissimus Dei Constantinus imperator, nuovo Costantino“, lo acclamava papa Adriano I in una missiva del 77812. Carlo era infine assurto a capo politico e spirituale dell’Europa, re e pastore allo stesso tempo. Egli era riuscito a ristabilire l’antica unità dell’Impero romano d’Occidente, sebbene nel cuore dell’Europa. Era questa l’alba di una gloriosa Renovatio Imperii.

Le conquiste dei Franchi
Ma il re dei Franchi era soprattutto un uomo di spada, e dalla spada passò la sua opera di conversione dei popoli. Per circa trent’anni, tra il 772 e l’804, egli si adoperò per domare i pagani Sassoni, insediati oltre il confine nord-orientale del suo regno, tra i fiumi Elba ed Ems, anche per mezzo di terribili stragi, con il pretesto che rifiutassero di convertirsi al cristianesimo. Nel mese di ottobre del 782, a Verden, i Franchi giustiziarono circa 4500 prigionieri nemici che si erano ribellati. Una volta che i Sassoni furono sottomessi, Carlo Magno stabilì la pena di morte per chiunque si opponesse al battesimo o celebrasse riti pagani13.
Nella Spagna musulmana intraprese un’ardita campagna militare nel 778 su richiesta del governatore musulmano di Barcellona, Sulaimân ben Yaqzân ibn al-Arabi, in guerra contro l’emiro di Cordova. La spedizione franca, partita con l’obiettivo di espandere i confini occidentali, si tramutò tuttavia in un’ignominiosa disfatta. Il re franco aveva appena conquistato Saragozza quando giunse la notizia di una nuova ribellione dei Sassoni, che lo costrinse a un frettoloso rientro in patria. Durante la ritirata, i Baschi assalirono la retroguardia delle sue armate a Roncisvalle. Le truppe di Carlo Magno, prese alla sprovvista, furono sbaragliate e l’agguato causò la morte di Hruodlandus (Rolando), prefetto di Bretagna14, il cui nome, come vedremo, sarà ricordato a lungo nella letteratura cavalleresca. Dopo qualche tempo i Franchi tornarono in Iberia e riuscirono, infine, a sottrarre ai musulmani il territorio tra l’Ebro e i Pirenei, che divenne la Marca di Spagna.

Il tesoro degli Avari
Nel 791 gli eserciti di Carlo varcarono il confine sud-orientale e invasero le terre degli Avari, stanziati in Pannonia. Le motivazioni del sovrano andavano ben oltre lo zelo religioso. Gli Avari, infatti, protagonisti di incursioni e razzie in Europa centrale, avevano imposto pesanti tributi ai regni circostanti, compresi i Bizantini, e avevano pertanto accumulato un enorme tesoro. Bastarono pochi anni affinché le truppe franche, nel 796, prendessero possesso del Hring, il campo fortificato degli Avari, protetto da nove cerchie di mura circolari, dove risiedeva l’imperatore (khagan) insieme all’èlite del potere, e soprattutto dove erano custoditi gli ori. Queste terre andarono a formare la Marca Orientale (Ostmark) del Regnum Francorum che, grazie alle conquiste militari, si estendeva ormai dall’Elba all’Ebro, dall’Italia centrale al mare del Nord.
La Cappella Palatina di Aquisgrana di il mito di Carlo Magno
Vi è un luogo che più di ogni altro esprime, attraverso il codice architettonico e il programma figurativo, una sintesi dell’ambiziosa politica di Carlo Magno e dell’aspirazione dei Franchi a essere il popolo guida della cristianità. È questa la Cappella Palatina di Aquisgrana, che il monarca fece edificare, annessa a un sontuoso palazzo regio, presso una delle dimore invernali del padre Pipino, ad Aquis villa15. La residenza, situata nella Renania occidentale, era impiegata per la caccia e le cure termali, poiché la zona era ricca di sorgenti naturali. Nell’ultima decade dell’VIII secolo, Carlo scelse dunque Aquisgrana come centro politico e amministrativo del suo Regnum Francorum. Il sovrano aveva sino ad allora governato in modo itinerante, come era tradizione germanica, ma si era reso conto che per unificare un regno tanto vasto e multiforme era necessario un luogo identitario, di riferimento.
“La religione cristiana, che gli era stata inculcata fin dall’infanzia, la praticò e la sostenne con sommo rispetto e devozione. Per questo costruì ad Aquisgrana una basilica di grande e varia bellezza, che impreziosì con oro e argento, con lampadari, con balaustre e porte di bronzo massiccio. Poiché non poteva procurarsi altrove le colonne e i marmi per costruirla, li fece trasportar via da Roma e Ravenna”.
Eginardo, Vita et gesta Caroli Magni, 26, 830-833.

Nelle intenzioni di Carlo Magno, il Palatium di Aquisgrana, composto dalle residenze di corte, un’aula regia e la Cappella Palatina, non soltanto era il fulcro del potere, ma costituiva un vero e proprio manifesto simbolico della romanità renovata, ospitava l’eredità di Roma e ne rievocava la perduta gloria.
La Cappella Palatina, luogo simbolico della cristianità
Come Costantino aveva fatto erigere nell’Urbe, secondo la tradizione, la basilica di San Giovanni in Laterano con il suo battistero ottagonale, così Carlo faceva innalzare ad Aquisgrana, nuova Roma a nord delle Alpi, una solenne costruzione di forma ottagonale. A pianta centrale, la Cappella Palatina aveva la funzione di legittimare il potere spirituale dell’Imperatore e servire da suo futuro mausoleo16. Il monumento intendeva richiamare le suggestioni della Terra Santa, mimando in senso simbolico l’architettura del Santo Sepolcro. Infine, il programma decorativo guardava alla capitale d’Oriente Costantinopoli e soprattutto a Ravenna, con la basilica di San Vitale e i suoi splendenti mosaici, sede del potere che fu di Onorio e Teodorico.
La Cappella Palatina di Aquisgrana doveva essere pertanto il luogo eletto della cristianità, attraverso una mimesi delle sue città più importanti, strettamente connesso alla missione in terra dell’imperatore, politica e al contempo mistico-escatologica. Carlo era il prescelto per guidare i cristiani a un nuovo mondo proiettato verso il cielo e la salvezza. Da lui dipendeva “tota salus ecclesiarum Christi inclinata“, come scriveva Alcuino di York17. Tale visione ispirò l’architettura della Cappella Palatina. L’edificio, dedicato alla Vergine Maria, fu opera del maestro Oddone di Metz, sotto la supervisione di Eginardo, che svolse il ruolo di soprintendente ai lavori. Il nome del costruttore è ricordato da un’iscrizione che corre lungo il tamburo della cupola:
“Insignem hanc dignitatis aulam Karolus caesar magnus instituit; egregius Odo magister explevit, Metensi fotus in urbe quiescit“.

Il Westwerk
La Cappella Palatina era introdotta a ovest da un quadriportico d’ispirazione paleocristiana, oggi non più esistente. La soglia d’ingresso dell’edificio era quindi protetta da un possente Westwerk, figura del potere imperiale che vigila sulla Chiesa, formato da due torri laterali e un’altra al centro, cuspidata e quadrangolare, con trifora, più alta e possente. Al piano terra si apriva il portale d’ingresso, provvisto della pregiata Porta della Lupa (Wolfstür), realizzata in bronzo da artisti della corte carolingia. Nell’ordine superiore del prospetto, una tribuna permetteva all’imperatore di affacciarsi verso l’esterno per essere acclamato dal popolo.
Una volta entrati, ancor oggi si viene accolti dall’affascinante scultura di una fiera, risalente all’antichità. Secondo la tradizione, l’animale rappresenterebbe una lupa, simbolo dell’antica Roma da ricostituire. In realtà, la statua raffigurava probabilmente un’orsa durante una battuta di caccia.

La simbologia degli interni
La pianta della Cappella è costituita da un ottagono centrale con archi a tutto sesto, poggianti su massicci pilastri cruciformi. Al modo dei battisteri paleocristiani, essa figurava l’ottavo giorno che segue la creazione, dì della resurrezione e della vita eterna. La struttura architettonica venne coronata da una cupola a spicchi, adagiata su un tamburo finestrato, immagine del cosmo e di tutto il creato, ove regna Cristo in trono con i ventiquattro vegliardi dell’Apocalisse. Il mosaico originale andò perduto nel XVIII secolo e fu rifatto da Jean-Baptiste Bethune tra il 1879 e il 1881. Dal soffitto pende il prezioso candelabro in rame donato da Federico Barbarossa, che raffigura la Gerusalemme celeste.

Il corpo centrale ottagonale è circondato da un ambulacro esadecagonale, costituito da otto campate con basse volte a crociera. Strette rampe di scale a chiocciola si inerpicano nelle torri del Westwerk e permettono di raggiungere una tribuna al piano superiore che, durante le funzioni liturgiche, era la sede delle più alte cariche della nobiltà carolingia, Carlo Magno compreso. La galleria si apre sul vano centrale per mezzo di alte arcate a tutto sesto, suddivise in due ordini e impreziosite da colonne antiche di spoglio, provenienti da Ravenna, Roma e Treviri, con capitelli corinzi. Qui si trova il sacro trono del re, che ci aspetteremmo sfarzoso e preziosissimo, ma che invece, formato da poche lastre di pietra, appare estremamente sobrio.

Il trono di Carlo Magno
La posizione del trono sulla tribuna, sopraelevato e raggiungibile tramite sei gradini, non era affatto casuale. Nel corso della liturgia, l’imperatore, assiso su di esso, dominava l’altare maggiore e l’assemblea dei fedeli al piano inferiore, mentre poteva scrutare in alto il Cristo raffigurato sulla cupola. In tal modo, Carlo poteva affermare la sua supremazia sul papato e sulla Chiesa: egli era l’unico e vero mediatore tra Dio e l’umanità. Su una delle lastre laterali del trono, che si dice il sovrano abbia fatto giungere dalla chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, è incisa una triplice cinta, sacro e misterioso simbolo connesso al leggendario Tempio di Salomone, di cui riproduce la pianta.

Sebbene Carlo Magno non fosse mai stato incoronato ad Aquisgrana, il suo trono divenne l’emblema del potere imperiale. Ottone I vi si fece incoronare nel 936 e così la gran parte degli imperatori del Sacro Romano Impero fino al 1531.
La figura mitica di Carlo Magno
L’impatto di Carlo Magno nella storia dell’Occidente è stato straordinario e leggendario. A distanza di diversi secoli dalla sua morte, le imprese del grande sovrano franco erano ancora oggetto di racconti e poemi. Egli aveva indicato la via per le virtù cristiane, la figura di Carlo era ormai trascesa alla dimensione del mito. I paladini franchi avevano incarnato gli ideali e i valori del cavaliere medievale: la fede, la forza, la lealtà, il coraggio e l’onore.
Così era stato per Rolando, l’eroe di Roncisvalle, il personaggio storico che si cela dietro il protagonista della Chanson de Roland, opera di un anonimo troviero dell’XI secolo. Il racconto, che metteva per iscritto una lunga tradizione orale, inaugurò la letteratura epico-cavalleresca in Francia attraverso le chanson de geste del ciclo carolingio. Nella Chanson de Roland, il paladino Rolando, nipote del re, viene ferito a morte dai Saraceni. Il poema, redatto negli anni della Prima Crociata, rivisitava e mitizzava la storia di Carlo Magno per adattarla ai nuovi tempi. Rolando incarnava il cavaliere chiamato a difendere la fede cristiana in Terra Santa.
Le venerabili spoglie
Nel corso dei secoli, la memoria mitica di Carlo Magno si tramutò in una diffusa venerazione popolare, tanto che Aquisgrana divenne una delle mete di pellegrinaggio più frequentate del Medioevo. Qui, infatti, giacevano le spoglie del sommo re dei Franchi, considerate alla stregua di quelle di un santo. Nell’anno 1000 l’imperatore Ottone III ordinò di aprire la tomba di Carlo Magno nel corso di una cerimonia simbolica. L’evento venne descritto da un anonimo autore del Chronicon Novalicense intorno al 1026, attraverso le parole di un testimone oculare, il conte Oddone di Lomello:
“Dunque entrammo da Carlo. Il corpo dell’imperatore non giaceva disteso come quello degli altri defunti, ma sedeva su un trono, come se fosse vivo. Era incoronato con una corona d’oro; teneva uno scettro tra le mani coperte da guanti che le unghie, crescendo, avevano perforato. […] una volta entrati nella tomba, sentimmo un profumo intensissimo. […] Invero, l’imperatore Carlo non aveva perso nessuna delle sue membra a causa della decomposizione, eccetto soltanto la punta del naso, che subito Ottone fece rifare in oro. Estrasse un dente dalla bocca di Carlo, richiuse l’ingresso alla camera e se ne andò”.
Cronaca di Novalesa, 1026 circa.
Nel 1165 Federico Barbarossa fece riaprire il sepolcro e collocare le spoglie in un sarcofago di marmo. Infine, Federico II le fece deporre nell’attuale reliquiario, il Karlsschrein, uno scrigno di eccezionale valore artistico.

Il coro gotico e i reliquiari di Aquisgrana
In origine la Cappella Palatina era provvista di un’abside rettangolare sul lato orientale. Tuttavia, in età gotica essa fu sostituita da un grande coro, così da poter accogliere il crescente numero di pellegrini che si recavano ad Aquisgrana. L’area divenne il memoriale di Carlo Magno e degli albori del Sacro Romano Impero. Fu inaugurata nel 1414 in occasione dei seicento anni dalla morte dell’Imperatore. Sapienti magistri gotici innalzarono pilastri e guglie per permettere l’apposizione di sublimi vetrate policrome, decorate con storie di Cristo e della Chiesa, sul modello della Sainte-Chapelle di Parigi.

Sul lato destro del coro fu addossato il pulpito donato da Enrico II nel 1014, che in origine era collocato al centro dell’ottagono18. Nel coro gotico, inoltre, trovarono posto i due reliquiari più preziosi di Aquisgrana, realizzati in legno e rivestiti d’argento dorato, con la tecnica dello sbalzo, e pietre preziose. Del Karlsschrein, commissionato da Federico II intorno al 1215 e destinato a ospitare le spoglie di Carlo Magno, si è già accennato. Il Reliquiario di Maria (Marienschrein), consacrato nel 1239, conserva invece la veste della Vergine, le fasce di Gesù Bambino, il perizonio di Cristo in croce e il sudario di Giovanni Battista.
L’incoronazione di Carlo Magno a imperatore
Il 26 dicembre del 795 salì al soglio pontificio Leone III. Per comunicare la propria elezione a Carlo Magno, il papa gli inviò lo stendardo di Roma e le chiavi di San Pietro. Il re dei Franchi veniva dunque riconosciuto come il custode armato della Chiesa e della fede cristiana. Il gesto di Leone III poteva dirsi una profezia di ciò che sarebbe successo qualche anno dopo. Il 25 aprile 799 il papa fu assalito da alcuni nobili congiurati che ne contestavano l’elezione, accusandolo di immoralità. Grazie a una fuga precipitosa, Leone si rifugiò in Vestfalia, a Paderborn, dove si trovava Carlo Magno.
Il re si trovò pertanto una questione molto spinosa tra le mani. Pur avendo accertato la fondatezza delle accuse contro il papa – una commissione presieduta dall’arcivescovo di Strasburgo si era recata a Roma per investigare – si chiedeva se fosse suo diritto decidere le sorti della cristianità. Il suo consigliere Alcuino di York gli aveva suggerito estrema prudenza. Nessuno sulla terra poteva infatti giudicare il pontefice, vicario di Cristo nominato da Dio. Eppure, in quel momento, Carlo era la più alta autorità del mondo cristiano. Il papa stesso era stato spodestato e a Bisanzio, per la prima volta nella storia, sedeva un’imperatrice, Irene d’Atene, la cui autorità non era riconosciuta in Occidente giacché, secondo la tradizione, essa spettava soltanto agli uomini.
Carlo decise di reinsediare Leone III in Vaticano. Dapprima lo fece scortare in città dalla nobiltà franca, poi si recò personalmente a Roma nel novembre dell’800. Quindi il 23 dicembre, nell’antica basilica costantiniana di San Pietro, dinanzi al popolo, ai nobili franchi e romani, il pontefice si sottopose a un solenne giuramento. Invocando Dio come testimone, Leone III giurò sul Vangelo di non aver commesso gli atti di dissolutezza di cui era accusato.
Carlo Magno, imperatore dei Franchi e dei Romani
Il giorno successivo, al termine della messa della vigilia di Natale, alla quale Carlo si era recato insieme al suo seguito, Leone III lo incoronò imperatore cristiano. Carlo ricevette l’unzione con l’olio santo e soprattutto l’acclamatio del popolo, l’antico diritto dei Romani di eleggere l’imperatore. Egli veniva così proclamato alla maniera del Basileus d’Oriente19.
“A Carlo piissimo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria!”.
Il popolo acclama Carlo Magno imperatore nella Vita di Leone III, Pontificale romano, II.

Difficile pensare che Carlo Magno non fosse informato dell’iniziativa del pontefice. Eppure, a sentire il biografo Eginardo:
“Perciò venne a Roma per rimettere a posto la situazione della Chiesa, che era diventata eccessivamente confusa, e vi si trattenne per tutto il periodo invernale. In questo periodo prese il titolo di imperatore e di Augusto. Il che dapprima lo contrariò a tal punto che giunse a dichiarare che in quel giorno, anche se era una delle più grandi festività, mai sarebbe entrato in chiesa se avesse potuto supporre quale era il progetto del pontefice”.
Eginardo, Vita et gesta Caroli Magni, 28, 830-833.
Carlo avrebbe preferito autoincoronarsi, come era uso dei re franchi. Invece, la cerimonia di Leone III sembrò affermare il principio di subordinazione dell’autorità imperiale rispetto a quella spirituale. In fondo, era stato pur sempre il papa a concedergli il potere temporale, cingendogli il capo con la corona. Nel gesto di Leone III erano già presenti i germi della lotta medievale tra il papato e l’imperatore.
In ogni caso, Carlo era davvero divenuto Magno, il grande imperatore dei Franchi e dei Romani, difensore della cristianità, glorioso fondatore del Sacro Romano Impero e dell’Europa che conosciamo.
Samuele Corrente Naso
Note
- Mappa tratta da P.Vidal de la Blache, Atlas général d’histoire et de géographie, 1912. ↩︎
- Gregorio di Tours, Historia Francorum, II, 29-30, 574-593. ↩︎
- F. Cardini, M. Montesano, Storia medievale, Le Monnier Università, Firenze, 2006. ↩︎
- Cronaca di Fredegario, VII secolo, in Codex Claromontanus, Biblioteca nazionale di Francia, MS Latin 10910. ↩︎
- Lex Salica, Prologus, in K. A. Eckhardt, Monumenta Germaniae Historica, Leges, 15/2, Hannoverae, 1969. ↩︎
- A. Barbero, Carlo Magno: un padre dell’Europa, VI edizione, Laterza, Roma-Bari 1984, 2014. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- Alla data del 747 secondo il computo dell’epoca che faceva iniziare l’anno alla Pasqua, si riporta “Et ipso anno fuit natus Karolus rex“. Si veda K. F. Werner, Das Geburtsdatum Karls des Großen, Francia, 1, 1973. ↩︎
- Annales Regni Francorum, anno 749, in F. Kurze, Monumenta Germaniae Historica, Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum separatim editi, 1895. ↩︎
- Eginardo, Vita et gesta Caroli Magni, 1, 830-833. ↩︎
- F. J. Rühli,. Blümich, M. Henneberg, Charlemagne was very tall, but not robust, in Economics & Human Biology, Bd. 8, 2010. ↩︎
- Codex Carolinus, n. 60, in W. Gundlach, E. Dümmler, Monumenta Germaniae Historica, Ep, III, Epistolae merowingici et karolini aevi, I, 1892. ↩︎
- Capitulatio de partibus Saxoniae, 785. ↩︎
- Ibidem nota 6. ↩︎
- Eginardo, Annales regni Francorum, anno 765. ↩︎
- K. J. Conant, Carolingian and Romanesque Architecture, Yale University Press, New Haven, CT, 1994. ↩︎
- Lettera 174, in Monumenta Germaniae Historica, Ep, IV, 2. ↩︎
- S. Schomburg, Der Ambo Heinrichs II. im Aachener Dom, Technische Hochschule Aachen, Aquisgrana, 1998. ↩︎
- H. Pirenne, Maometto e Carlomagno, Laterza, Roma-Bari, 1984. ↩︎


