La Cappella di Teodolinda e la Corona Ferrea di Monza

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È il 22 gennaio 627. La regina dei Longobardi Teodolinda è appena spirata. Il suo corpo viene sepolto nella Basilica di San Giovanni a Monza, città a lei molto cara, accanto alla tomba del marito Agilulfo. Proprio qui, tra il 595 e il 600, la sovrana aveva fatto edificare un primo tempio dedicato al Battista che, secondo la tradizione, era stato ispirato direttamente da Dio. Si narra che Teodolinda, mentre riposava all’ombra di una grande quercia, ricevette la visita dello Spirito Santo, nelle sembianze di una candida colomba1. La creatura le avrebbe rivolto una sola parola, modo (“qui”), invitandola a edificare una chiesa in quel luogo. Al che la regina, come la Vergine Maria nell’Annunciazione, avrebbe semplicemente risposto etiam (“sì”). Dalla combinazione di queste due parole sarebbe nato il toponimo Modoezia, antica denominazione dell’odierna Monza.

Al di là del carattere mitico del racconto, questa tradizione, elaborata nei secoli successivi, intendeva riconoscere a Teodolinda i meriti di aver convertito il popolo longobardo al cattolicesimo, processo che avrebbe segnato profondamente la storia religiosa e politica dell’Italia altomedievale.

La regina Teodolinda, dalle Cronache di Norimberga
La regina Teodolinda, dalle Cronache di Norimberga di Hartmann Schedel, f. 150 r, 1493

Teodolinda concepì il suo duomo, tempio sacro e simbolo dell’identità del popolo longobardo, come una meraviglia. I sovrani che le succedettero lo adornarono con raffinate opere di oreficeria e preziosi arredi liturgici, fino a costituire uno dei più importanti tesori ecclesiastici dell’Occidente. Alla già cospicua collezione di ori longobardi, di altissima fattura, si aggiunsero doni provenienti da ogni parte della penisola e persino dalla corte pontificia di Gregorio Magno. Da quel momento, le vicende del Tesoro del Duomo saranno indissolubilmente legate a quelle della città di Monza, accompagnandone la storia attraverso secoli di splendore, guerre e saccheggi.

La Croce di Agilulfo, secondo marito di Teodolinda
La Croce di Agilulfo, Tesoro del Duomo di Monza

Teodolinda, una scelta straordinaria

Teodolinda ebbe una vita tanto straordinaria quanto avventurosa. Donna di grande spessore umano e culturale, si trovò improvvisamente a reggere le sorti del bellicoso popolo dei Longobardi dopo la morte del marito, Autari. La prematura scomparsa dell’amato sovrano gettò nello sconforto l’Italia intera, lasciando al tempo stesso la giovane regina di fronte a una responsabilità immensa. Pur dotata di notevoli abilità diplomatiche, Teodolinda era consapevole che la guida di un popolo guerriero richiedesse soprattutto autorevolezza e competenze militari. Per questo motivo scelse di unirsi in seconde nozze con Agilulfo, nobile longobardo e lontano parente del defunto re, a cui affidò la corona del regno.

Il matrimonio tra Agilulfo e Teodolinda, Duomo di Monza
Il matrimonio tra Teodolinda ed Agilulfo, Zavattari, Cappella di Teodolinda nel Duomo di Monza

Il nuovo matrimonio fu celebrato a Lomello nel 590 e garantì ai Longobardi continuità politica e stabilità, nonché il perdurare delle buone strategie di difesa dei propri confini. È lo storico dell’VIII secolo Paolo Diacono che, nella sua Historia Langobardorum, racconta con toni romanzati il primo incontro tra Teodolinda e Agilulfo:

Ma, dato che il duca aveva baciato la sua mano nel ricevere la coppa, ella, arrossendo con un sorriso, osservò che non doveva baciarle la mano chi doveva darle un bacio sulla bocca. Poi, alzatolo per dargli il bacio, gli parlò del matrimonio con lei e della dignità del trono”.

Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 352.

Teodolinda fu così protagonista di un gesto di grande amore e umiltà, rivolto non tanto ad Agilulfo quanto al popolo stesso dei Longobardi. In questa scelta si può cogliere la ragione di una sovrana tanto amata, le cui gesta ricorreranno come epici racconti lungo tutto il susseguirsi della storia.

Una nuova stagione architettonica

Nell’anno giubilare del 1300, la città di Monza aveva appena avviato la costruzione di un nuovo duomo. L’antica basilica, infatti, non era più adeguata alle ambizioni di una città in piena espansione. Si avvertiva l’esigenza di edificare un tempio più ampio e solenne, che fungesse da simbolo del potere cittadino e si riallacciasse con la preesistente tradizione. Si decise, pertanto, di ricostruire il Duomo sulle vestigia dell’antico edificio di età longobarda, quasi sovrascrivendole totalmente. Promotori di questa nuova stagione architettonica furono i Visconti di Milano, che da pochi decenni avevano consolidato il proprio dominio sulla regione.

Il presbiterio del Duomo di Monza

Il nuovo edificio si caratterizzò inizialmente per forme sobrie ed essenziali, ispirate alla coeva architettura francescana. Unica significativa eccezione fu il prezioso paliotto argenteo realizzato da Borgino dal Pozzo intorno al 1350. A partire dal 1360, tuttavia, il cantiere conobbe una nuova svolta: il progetto venne rielaborato secondo il gusto gotico, virando verso gli appariscenti stilemi che ancora oggi definiscono l’aspetto del Duomo. Protomagister di questa elaborata fase fu Matteo da Campione, esponente dei Maestri Campionesi, al quale si devono la splendida facciata e le eleganti cappelle che si susseguono lungo le navate.

Una lapide commemorativa di Matteo da Campione all'esterno del Duomo di Monza
Una lapide commemorativa di Matteo da Campione all’esterno del Duomo di Monza

Il Duomo di Monza

Il Duomo appare oggi disposto su pianta a croce latina, con tre navate. La facciata è a salienti, con guglie gotiche ed edicole sommitali, dalla marcata bicromia dovuta all’alternanza di filari di marmo bianco e nero. Spicca in particolare l’ampio rosone, inscritto in una cornice quadrangolare. Un alto protiro avvolge il portale d’ingresso, sul quale si erge la statua del protettore San Giovanni Battista. Appartiene invece all’età della controriforma il rifacimento del campanile, opera dell’architetto Pellegrino Tibaldi.

La facciata del Duomo di San Giovanni a Monza
Il Duomo di Monza

Mentre gli esterni gotici della facciata sono stati conservati con cura, gli interni hanno subito pesanti rimaneggiamenti in età manierista e barocca. Poco, infatti, è sopravvissuto della decorazione pittorica originale. L’unica eccezione è rappresentata dagli straordinari affreschi della famiglia Zavattari custoditi all’interno della cappella dedicata alla mitica fondatrice del Duomo, Teodolinda.

La Cappella di Teodolinda e un delicato passaggio dinastico

Il XV secolo fu un periodo di grandi cambiamenti. In campo artistico, il rifiorire di canoni stilistici classicheggianti diede origine al Rinascimento, mentre l’Umanesimo introdusse una nuova concezione dell’uomo e del mondo. Il Quattrocento segnò gli ultimi sussulti di un Medioevo che stava ormai giungendo al termine. Ciò nonostante, parte di quel mondo che stava cambiando era ancora legato alle tradizioni del passato. Si intravede, per esempio, il rifiorire del gotico, adesso internazionale o cortese, in quanto legato alle corti nobiliari europee. Tra queste, i Visconti di Milano continuarono a ricoprire un ruolo di primo piano, figurando tra i più ferventi sostenitori dell’eredità gotica e commissionando cicli di affreschi e monumentali costruzioni. Basti pensare, per esempio, al Duomo di Milano (1386) o alla Certosa di Pavia (1396), voluti da Gian Galeazzo Visconti.

La certosa di Pavia
La Certosa di Pavia

La continuità viscontea minacciata

I Visconti sembravano destinati a governare Milano ancora per molti secoli. Quando Filippo Maria Visconti salì al potere, dunque, non immaginava che la continuità della sua dinastia potesse essere messa in discussione. Uomo di acuta intelligenza ma di carattere schivo e riservato, dovette tuttavia affrontare, negli ultimi anni della sua vita, l’amara consapevolezza di non avere un erede maschio. Dai due matrimoni contratti, prima con Beatrice di Lascaris e poi con Maria di Savoia, non nacque infatti alcun figlio. L’unica discendente fu Bianca Maria, avuta da una relazione illegittima con la nobildonna Agnese del Maino.

Questa circostanza pose di fatto in crisi la successione al trono. Filippo Maria decise quindi di riconoscere Bianca Maria come propria erede, nella speranza che un matrimonio adeguato potesse preservare l’unità del ducato. Nel 1441, pertanto, Bianca Maria convolò a nozze con Francesco Sforza. Appena tre anni più tardi, diede alla luce il tanto atteso erede, Galeazzo Maria, primogenito della nuova dinastia degli Sforza.

Bianca Maria come Teodolinda

Agli occhi dei contemporanei, la vicenda di Bianca Maria sembrò riecheggiare un racconto epico del passato: quello della regina Teodolinda. La sovrana longobarda costituiva infatti un illustre precedente, capace di conferire alla successione dinastica viscontea un’aura di legittimità e di sacralità. Pur in epoche e contesti molto diversi, Bianca Maria appariva come l’erede simbolica della sovrana longobarda e ne incarnava pienamente lo spirito. Proprio questo suggestivo parallelismo storico è alla base del ciclo pittorico più prestigioso custodito nel Duomo di Monza. Tra il 1441 e il 1446, all’indomani del matrimonio con Francesco Sforza, la cappella terminale della navata sinistra venne infatti decorata con un vasto ciclo di affreschi dedicato alla vita della regina Teodolinda, composto da quarantacinque scene.

La Cappella di Teodolinda

Il committente della Cappella di Teodolinda rimane tuttora ignoto. Sebbene sia stato ipotizzato il coinvolgimento di Filippo Maria Visconti, la questione è in realtà assai più complessa. Le cronache dell’epoca descrivono infatti il duca come tutt’altro che favorevole al genero Francesco Sforza; negli ultimi anni della sua vita giunse anzi a indicare come proprio successore Alfonso d’Aragona. È quindi più verosimile che il ciclo di affreschi sia nato per iniziativa di una committenza locale, favorevole a una soluzione dinastica interna al Ducato di Milano.

Il ciclo di affreschi fu affidato alla bottega degli Zavattari, una delle più apprezzate espressioni del tardo Gotico lombardo del Quattrocento. Gli artisti narrarono con straordinaria maestria le vicende della regina Teodolinda, tratta dall’Historia Langobardorum del cronista Paolo Diacono e dalla Chronicon Modoetiense di Bonincontro Morigia. Le quarantacinque scene, eseguite ad affresco con ampi interventi a tempera secca, sono distribuite su cinque differenti registri e appaiono splendidamente ornate con rifiniture a rilievo di metalli preziosi, soprattutto oro e argento. La tecnica utilizzata fa rassomigliare la Cappella di Teodolinda più a un prezioso codice miniato che a una pittura parietale. Oggi gran parte delle lamine metalliche si presenta ossidata e hanno assunto la caratteristica colorazione scura; nel XV secolo, tuttavia, la meraviglia dei visitatori doveva essere enorme dinanzi a tutto quello splendore.

Cappella di Teodolinda, Autari invia degli ambasciatori al re dei Franchi Childeberto II
Dettaglio della Cappella di Teodolinda: Autari invia degli ambasciatori al re dei Franchi Childeberto II

Descrizione delle scene

Ben ventotto scene raffigurano banchetti nuziali, un chiaro richiamo ai due matrimoni di Teodolinda. Non si tratta di un dettaglio casuale: questa ricorrenza intende suggerire l’importanza delle nozze tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza. I primi ventitré episodi narrano la storia d’amore tra Teodolinda e Autari, fino alla morte di quest’ultimo; dal ventiquattresimo al trentunesimo, invece, sono rappresentate le nozze della regina con Agilulfo. Da questo punto in avanti, il ciclo sembra presentare un’evidente cesura stilistica, che ha fatto ipotizzare una seconda fase di esecuzione o di committenza. Viene infatti introdotto il racconto della fondazione leggendaria del Duomo da parte di Teodolinda. La costruzione è ammantata di una sorta di protezione divina: finché i Longobardi avranno cura dell’edificio, San Giovanni li proteggerà dai nemici. Le ultime scene, dalla quarantunesima alla quarantacinquesima, insistono pertanto sul fallito tentativo dell’imperatore Costante di conquistare il loro regno.

La Corona Ferrea e la Tomba di Teodolinda

La Cappella di Teodolinda subì alcuni interventi di rimaneggiamento alla fine dell’Ottocento. In quegli anni, infatti, re Umberto I commissionò la realizzazione di un altare-reliquiario destinato a custodire il manufatto più prezioso del Tesoro del Duomo: la Corona Ferrea. Nello stesso periodo, l’architetto Luca Beltrami trasferì nella cappella anche il sarcofago della regina Teodolinda.

Una riproduzione della Corona Ferrea

La Corona Ferrea

La Corona Ferrea è una delle più importanti reliquie della cristianità e la sua storia millenaria è avvolta da un profondo alone di sacralità. Il regale manufatto è composto da sei piastre d’oro, finemente decorate con gemme preziose, tra cui zaffiri, ametiste e granati, tenute insieme da un anello metallico di circa 15 cm di diametro. Secondo la tradizione, questo cerchio sarebbe stato realizzato fondendo uno dei chiodi di ferro della crocifissione di Cristo3. Il vescovo di Milano Sant’Ambrogio, nel De obitu Teodosii, racconta che Elena, la madre dell’Imperatore Costantino, riuscì a recuperare il chiodo nel 3264. La regina lo fece quindi inserire in un elmo-diadema del figlio. Il monile sarebbe stato poi trasportato a Milano dall’imperatore Teodosio, che risiedeva in quella città.

L'imperatore Costantino in una moneta del 315
Un medaglione raffigurante Costantino, in cui il diadema assomiglia proprio alla Corona Ferrea5

La straordinaria associazione tra reliquia della Passione e simbolo del potere temporale ha segnato profondamente la vicenda della Corona e, con essa, la storia di interi regni. Per ottenere la piena legittimazione del proprio potere, gli imperatori del Sacro Romano Impero dovevano riceverla insieme ad altre due corone: la corona d’argento di Aquisgrana e la corona d’oro, conferita dal Papa a Roma quale segno della dignità imperiale. Federico Barbarossa, ad esempio, ricevette la Corona Ferrea nel 1155 nella Basilica di San Michele a Pavia, prima di essere incoronato imperatore a Roma.

La Corona di Ferro a Monza

Non è noto con certezza quando la Corona Ferrea sia giunta a Monza. Secondo un’ipotesi accreditata, essa sarebbe stata inizialmente custodita nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano e trasferita poi in Brianza per volontà dell’arcivescovo Ariberto da Intimiano6. È lo stesso Ariberto, inoltre, a testimoniare il presunto potere miracoloso della reliquia, che avrebbe alleviato alcune sue sofferenze fisiche. In alternativa, la Corona potrebbe essere stata portata a Costantinopoli dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e solo in seguito giunse a Monza per iniziativa di Teodorico il Grande. Proprio a Monza, infatti, il sovrano ostrogoto possedeva una delle sue principali residenze.

Studi recenti e ipotesi sulla Corona

Studi condotti negli ultimi decenni hanno tuttavia dimostrato che la lamina anulare interna è in argento e non in ferro. Per conciliare questo dato con la tradizione del Sacro Chiodo, è stata avanzata l’ipotesi che il metallo della reliquia fosse in origine impiegato per realizzare due piccoli archetti di ferro, che servivano per fissare la corona all’elmo dell’imperatore Costantino. A sostegno di questa ricostruzione sono stati individuati sul manufatto alcuni fori e tracce di ossidazione ferrosa.

Non è però noto che fine abbiano fatto questi elementi, né se siano ancora esistenti, poiché la Corona Ferrea è stata sottoposta nel corso dei secoli a numerosi interventi e rimaneggiamenti. È noto, ad esempio, che Teodorico vi fece aggiungere diverse pietre preziose; inoltre, il manufatto era originariamente composto da otto piastre, che furono ridotte a sei nel XIV secolo. Da quel momento la corona appare più piccola nelle raffigurazioni, non idonea a cingere il capo di un adulto. Secondo alcuni studiosi, fu l’orafo Antellotto Bracciforte che nel 1345 intervenne per aggiustarla, dopo la perdita delle due piastre, inserendo la lamina argentea.

Raffigurazione della Corona ferrea nel XIX secolo

Una possibile datazione scientifica della Corona

Negli ultimi anni la corona è stata sottoposta a una datazione mediante il metodo del carbonio 147. I risultati hanno restituito un quadro complesso: alcuni elementi del manufatto risalgono al V-VI secolo, mentre altri sono databili a un periodo compreso tra il VII e il X secolo. Questa duplice cronologia suggerisce che la Corona Ferrea sia stata oggetto di un importante intervento di restauro o di rimaneggiamento in età carolingia. In particolare, è stato ipotizzato che i lavori siano stati eseguiti in occasione dell’incoronazione di Pipino, figlio di Carlo Magno.

Il culto della Corona Ferrea, da San Carlo Borromeo a Napoleone

Dopo una breve parentesi ad Avignone, dove fu trasferita durante la crociata promossa dal papato contro i Visconti, la Corona Ferrea fece ritorno a Monza. Qui divenne ben presto oggetto di una profonda devozione popolare. Il suo riconoscimento ufficiale come reliquia avvenne nel 1576 per iniziativa di san Carlo Borromeo. Il cardinale stabilì tuttavia che la solenne processione della Corona, celebrata la terza domenica di settembre lungo le vie della città, dovesse essere accompagnata da un’analoga venerazione per un altro Sacro Chiodo, quello custodito nel Duomo di Milano. La Corona Ferrea tornò infine al centro della storia agli inizi dell’Ottocento. Il 26 maggio 1805, infatti, Napoleone Bonaparte si autoincoronò re d’Italia, posandosela sul proprio capo e pronunciando la celebre frase: “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!”.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Bonincontro Morigia, Chronicon Modoetiense, 1340-1350. ↩︎
  2. Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Edizioni Studio Tesi, 1990. ↩︎
  3. Bartolomeo Zucchi, Breve storia della corona ferrea, 1602. ↩︎
  4. Orazione funebre De obitu Teodosii, Sant’Ambrogio. ↩︎
  5. Dietrich.Klose – Opera propria, CC BY-SA 3.0, link all’immagine. ↩︎
  6. C. Bertelli, La Corona Ferrea: corona o reliquia?, in Studi Monzesi 2002. ↩︎
  7. C. Bertelli, La Corona Ferrea, Skira, Ginevra-Milano, 2017. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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