La triscele e la triquetra, simboli antichi

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Si perdono nella notte dei tempi le origini della triscele, antichissima testimonianza che appartenne a culture lontane e differenti tra loro. È difficile infatti ricostruire a ritroso il percorso che, nel corso dei millenni, portò il simbolo ad acquisire nuovi significati e forme talvolta mutevoli. Sulla base delle primitive trisceli, la cui rappresentazione prendeva le mosse dal tracciato solare della spirale, furono forse dedotte le immagini similari della trinacria e in seguito di ciò che chiamiamo triquetra.

La triscele, simbolo solare

È possibile affermare che il simbolo fosse in uso già durante il Neolitico. Presso il monumento di Newgrange in Irlanda, grande tomba a corridoio risalente al 3200 a.C., ne abbiamo testimonianza all’interno della camera funeraria e in prossimità dell’ingresso. La triscele appare qui composta da tre spirali che convergono verso un punto di simmetria centrale. È nota la connessione tra il simbolo della spirale e il movimento del sole, che sorgendo a levante e calando a ponente percorre nel cielo traiettorie differenti nel corso dell’anno. Le tre spirali della triscele di Newgrange potrebbero dunque corrispondere al tracciato celeste dell’astro durante i solstizi e l’equinozio di primavera.

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La triscele a spirale all’ingresso del complesso di Newgrange, in Irlanda

Gli uomini del Neolitico ben sapevano che al solstizio d’estate, quando il sole compie l’arco più alto sull’orizzonte, la natura si trova nel suo momento di massimo splendore e in tale periodo si mietono i raccolti. Il solstizio d’inverno introduce invece il momento di morte apparente del sole, cui corrisponde la durata luminosa del giorno più breve, preludio al vuoto vegetale dei mesi invernali. L’equinozio di primavera, posto a metà tra questi due estremi, segna il risveglio della natura. Così gli uomini dei primordi concepivano la vita come un continuo ciclo composto da fasi di morte e di rinascita. Dal movimento a spirale del sole dipendeva dunque la fertilità della terra, l’agricoltura e in definitiva la vita1.

Il primo a intuire una connessione tra i simboli di Newgrange e il culto solare fu Michael J. O’Kelly, l’archeologo che diresse i lavori di scavo2. Egli si accorse che al sorgere del sole del solstizio d’inverno la luce penetra all’interno del tumulo, il quale è rivolto a sud-est, e irradia esattamente una triscele incisa sulla parete di fondo.

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La triscele di Newgrange

Un simbolo connesso alla vita e alla rinascita

In quanto espressione del ritmo solare e della fertilità della natura, la triscele doveva in qualche misura rappresentare le tre fasi dell’essere: vita, morte e rinascita si alternavano in un eterno ciclo cosmico. Questa primordiale dimensione del sacro si conservò nel tempo, anche al cambiare dei popoli e dei contesti culturali. Ritroviamo ad esempio la triscele spiraliforme su vasi e soprattutto all’interno di corredi funebri appartamenti a questa civiltà3.

Le sepolture III e IV della tomba circolare A di Micene, risalenti al XVI secolo a.C., hanno restituito tra le altre cose dei preziosi dischi d’oro dal valore propiziatorio. Le raffigurazioni simboliche sui monili collocate all’interno delle camere funerarie servivano a facilitare la rinascita del defunto nell’aldilà, a richiamare la dimensione della vita. Vi ritroviamo quindi il polpo, animale capace di rigenerare i propri tentacoli, il cosiddetto fiore della vita, ch’era sinonimo del risveglio della natura, e vari motivi spiraliformi tra cui la triscele.

La triskelḕs

Solo nell’antichità, tuttavia, il simbolo assunse la denominazione di triscele, termine che deriva dal greco τρισκελής (triskelḕs) e che significa “tre gambe”3. La triscele propriamente detta è dunque la raffigurazione di un essere con tre arti inferiori, che ritroviamo spesso come motivo decorativo nella produzione in ceramica. Sulle origini di tale simbolo, che ereditò la geometria dalla tripla spirale neolitica, sono state formulate differenti ipotesi.

Franz Karl Movers fece notare che la triscele fosse connessa con il culto di Baal, divinità fenicia del sole e della fertilità4. Così, ad esempio, essa veniva apposta su un cippo neo-punico, oggi perduto, rinvenuto a Beja in Tunisia e dedicato al toro sacro del dio, animale che trainava l’aratro e pertanto garantiva la fecondità della terra5. La triscele esprimeva dunque il movimento perenne del sole, il quale scandisce il ritmo della natura, per mezzo delle gambe piegate come durante una corsa. I tre vertici ne rappresentavano il transito in primavera, estate e inverno.

Riproduzione della stele di Beja (II secolo a.C.- III secolo d.C.) di C.G. Picard6

Per Karl Wilhelm Göttling, invece, la triscele fu un’ideazione del mondo greco7. Il simbolo, infatti, appare sovente sulla monetazione dei secoli VI-IV a. C. in Grecia, Tracia e in Asia Minore, talvolta in associazione al dio solare Apollo8. Soprattutto la ritroviamo collocata sugli scudi degli opliti, probabilmente come portafortuna in battaglia e segno di riconoscimento. Göttling avanzò l’ipotesi che, primi fra tutti, gli Spartani apposero una sola gamba piegata sull’oplon dei loro guerrieri a indicare la lettera maiuscola Lambda; così inizia il nome dei Lacedemoni, come gli abitanti di quella polis preferivano appellarsi.

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Su uno splendido psykter del VI secolo a.C., conservato presso il Metropolitan Museum di New York, un oplita regge uno scudo con la triscele

La trinacria siciliana

Certo è che la triscele giunse presto in Sicilia. A Castellazzo di Palma, non lontano da Agrigento, è stata rinvenuta su un dinos in terracotta non più tardo della metà del VI secolo a.C.9.

Il dinos di Castellazzo di Palma10

Il simbolo fu poi adottato dal tiranno di Siracusa Dionigi I (432-367 a.C) che intendeva conferirgli un’accezione geografica: il dominio del sovrano si estendeva sull’isola dei tre promontori, ossia capo Peloro, capo Passero e capo Lillibeo11. Ciò dà ragione di quel termine, trinacria, con il quale si indicava la triscele e la Sicilia stessa, la cui etimologia si fa derivare dal greco τρεῖς (tre) e ἄκρα (promontorio). Qui fu inoltre aggiunta l’immagine del Gorgoneion, testa orrorifica che rimanda ai mitologici mostri con i serpenti al posto dei capelli, con lo scopo di incutere timore e rispetto nei nemici.

La triscele nella monetazione del tiranno siracusano Agatocle (317 a.C. – 289 a.C.)12

Quando la Sicilia venne conquistata dai Romani nel 241 a.C. l’originario significato del simbolo andò perduto. A Palermo si stampavano monete in cui alcune spighe di grano sostituivano i serpenti della Gorgone, volendo indicare con ciò la fertilità di quella terra. La triscele assumeva ora un significato politico, diveniva cioè l’emblema della provincia siciliana sotto il dominio di Roma. È questo il simbolo che, superando la prova del tempo, rappresenta ancor oggi l’Isola posta al centro del Mediterraneo.

La bandiera siciliana

La triscele presso le popolazioni celtiche

A partire dalla tripla spirale in uso durante il Neolitico, già attestata a Newgrange, si ebbe uno sviluppo autonomo e parallelo del simbolo presso le popolazioni d’influenza celtica, specie per finalità decorative. Lo rinveniamo, infatti, con una certa continuità in tutta Europa, dall’Età del Ferro fino all’alto Medioevo. La triscele era certamente in uso presso i Galli, i Britanni e i Celtiberi in Galizia, dove compare in seguito alla conquista romana sulle sepolture della cosiddetta facies Castrocultura (I-III secolo d.C.)13. Abbiamo testimonianza del simbolo su manufatti della cultura di La Tène, sulle Falere di Manerbio dei Cenomani (I secolo a. C.)14, esso fa bella vista sul Disco di Sanzeno dell’omonima cultura (II-I secolo a.C.)15.

La triquetra

Nell’Europa del Nord medioevale, spesso incisa su pietre runiche o raffigurata su manoscitti, si può incontrare una differente stilizzazione del simbolo. La triquetra deve la sua etimologia al latino triquetrus per la presenza di tre vertici a cuspide, in quanto formata dall’intersezione di tre mandorle sì da formare un nodo a intreccio.

Triquetra

Non è chiaro quale fosse il significato per gli uomini di quel tempo e di certo esso era differente tra le varie culture. A Funbo, in Svezia, i Norreni incisero la triquetra su una pietra runica dedicata a un defunto. Si trattava forse di un richiamo a Odino, divinità che si credeva capace di annodare e sciogliere i lacci della mente, di conferire cecità o lucido furore in battaglia.

La triquetra incisa su una delle Pietre runiche di Funbo a Uppsala in Svezia, XI secolo

Reinterpretazione cristiana della triquetra

Con la diffusione del Cristianesimo tra le culture del Nord Europa, la triscele acquisì nuovi significati connessi con la religione subentrante18. Fu naturale vedervi la raffigurazione della Trinità, reinterpretazione cui contribuì in Irlanda San Patrizio vescovo sin dal V secolo.

La triquetra cristiana

La triquetra cristiana si differenzia per la presenza di un anello centrale che interseca le tre mandorle. I vertici della figura corrispondono dunque al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, mentre l’aggiunta del cerchio simboleggia la totalità del creato.

La triscele nel continente americano

Testimonianze della triscele sono presenti anche nel continente americano, dove le popolazioni indigene costruivano il simbolo a partire da tre spirali con orientamento destrorso o sinistrorso19.

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Una raffigurazione della triscele al modo degli Indiani Hopi

Lo scrittore Frank Waters ha identificato l’utilizzo di alcune varianti della triscele tra gli Hopi in Arizona20. In questo contesto rappresentava forse un simbolo di migrazione tribale giacché gli antenati di quella comunità si erano lì stanziati giungendo dal Sud America. Altri esempi di trisceli sono noti presso presso gli indiani Natchez21.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. W. N. Bates, Achaeological discussions, American Journal of Archaeology 14,2, 1910. ↩︎
  2. M. J. O’Kelly, Newgrange: Archaeology, Art and Legend. London: Thames and Hudson, 1982. ↩︎
  3. Anche indicato oggi con il diminutivo τρισκέλιον (triskelion), termine che tuttavia non era in uso nella Grecia antica per indicare il simbolo. ↩︎
  4. F. C. Movers, Die Phoenizer, I, Berlin, 1841. ↩︎
  5. R. J. A. Wilson, From Palma di Montechiaro to the isle of Man: the use of the triskeles in antiquity and after, in Archeologia del Mediterraneo: studi in onore di Ernesto De Miro, a cura di G. Fiorentini, M. Caltabiano, A. Calderone, Roma, 2003. ↩︎
  6. R. J. A. Wilson, On the Trail of the Triskeles: from the McDonald Institute to Archaic Greek Sicily, Cambridge Archaeological Journal, 2000. ↩︎
  7. K. W. Goettling, Gesammelte Abhandlungen aus dem klassischen Altertum, vol II, Monaco di Baviera, 1863. ↩︎
  8. A. Sapienza, Simboli astratti o immagini parlanti? Il significato della triskeles e della tetraskeles nei documenti monetali, Università degli studi di Messina, Dottorato in Scienze Archeologiche e Storiche Antiche Ciclo XXIX, 2017. ↩︎
  9. Ibidem nota 6. ↩︎
  10. Di José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0, immagine. ↩︎
  11. A. Bernard Cook, Zeus: a study in ancient religion, Volume 3, Part 2, 1940. ↩︎
  12. Di Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com, CC BY-SA 3.0, immagine. ↩︎
  13. F. Coimbra, Lápides funerarias romanas com svástica em Portugal e na Galiza in Anuário Brigantino, 30. Museu das Marinhas, Betanzos, 2007. ↩︎
  14. https://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/2k100-00015/ ↩︎
  15. R. Roncador, Celti e Reti tra V e I sec. a.C.: contesto culturale e progetto di ricerca “Karnyx di Sanzeno, in Antichi popoli delle Alpi. Sviluppi culturali durante l’età del Ferro nei territori alpini centro-orientali, Sanzeno, 2010. ↩︎
  16. By Gun Powder Ma – Own work, CC BY-SA 3.0, immagine. ↩︎
  17. Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, immagine. ↩︎
  18. M. MacLeod, B. Mees, Runic amulets and magic objects, Boydell Press, 2006. ↩︎
  19. C. C. Willoughby, An Analysis of the Decorations upon Pottery from the Mississippi Valley, The Journal of American Folklore, Vol. 10, 36, 1897. ↩︎
  20. F. Waters, Book of the Hopi, 1963. ↩︎
  21. M. Maculotti, I misteriosi indiani Natchez: sistema castale tripartito, culto del Sole e simbologia dell’aquila.
    ↩︎
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