L’Apogeo e la caduta di Siracusa greca

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Quella di Siracusa è una storia antica e misteriosa, le cui origini rimangono incerte nel tempo. È noto che, a partire dal VIII secolo a.C., alcuni greci provenienti da Corinto fondarono una fiorente colonia, ricordata addirittura come il “primo impero d’Occidente” per via della sua notevole estensione territoriale. Presso la città sorgevano templi sacri e bellissimi, dedicati alle divinità greche Zeus, Atena, Apollo. Ivi, inoltre, si originò il mito di Aretusa, figlia di Nereo e di Doride, che si rifugiò nell’isola di Ortigia per sfuggire al Dio Alfeo, innamoratosi di lei. La dea Artemide, per meglio celarla, la mutò quindi in una fonte e Alfeo, disperato, chiese a Zeus di trasformarlo in un fiume, in modo che dal Peloponneso potesse ricongiungersi alla sua amata, attraversando il mar Ionio.

Origini ed etimologia del nome

La colonia greca di Syrakousai fu fondata verosimilmente intorno al 733-734 a.C. da alcuni abitanti di Corinto, guidati da Archia, che si collocarono presso l’isola di Ortigia. Tale datazione è la più diffusa nella storiografia moderna e trae origine dalla testimonianza dello storico Tucidide [1]. Strabone, invece, fornisce una stima più recente, collocando la fondazione della città al 720 a.C. circa giacché scrive che “Secondo una tradizione, Archia si recò a Delfi nello stesso tempo in cui lo fece Miscello. Insieme consultarono l’oracolo: il dio, prima di rispondere, volle sapere da ciascuno se avessero preferito la ricchezza o la salute; e, poiché Archia scelse la ricchezza e Miscello la salute, designò al primo l’area di Siracusa, e l’area di Crotone al secondo” [2].

Sulle origini del nome di Siracusa sono state avanzate differenti ipotesi. La più accreditata vuole che esso derivi dalla parola Siraka, nome della vicina palude situata vicino al fiume Arapo, che significa “abbondanza di acqua”.

Siracusa

La fonte Aretusa è così chiamata per via della mitologica figura che, secondo la tradizione, diede origine alla città.

Il periodo greco di Siracusa

Poco tempo dopo la sua fondazione, Siracusa divenne presto teatro di lotte intestine tra il gruppo aristocratico dei Geomori, i possidenti fondiari discendenti dei primi colonizzatori, e il gruppo indigeno siculo dei Cilliri (killichirioi). Di tali scontri approfittò Gelone, tiranno di Gela. Egli, su richiesta dei Geomori, che erano stati esiliati dalla città, intervenne prendendo il controllo di Siracusa (485 a.C.) e instaurando una tirannide. Ben presto la città assunse una ruolo rilevante sia sul piano economico che militare, acquisendo la supremazia dell’intero bacino del Mediterraneo.

Gelone e l’inizio della tirannia

Sotto Gelone il potere della città si espanse progressivamente, divenendo la polis più importante e popolosa di tutta la Sicilia sud-orientale. Il centro urbano di Siracusa iniziò col tempo a spingersi ben oltre l’isola di Ortigia, acquisendo l’altipiano di Akradina e l’area della Neapolis, fino a divenire la ben nota pentapoli.

Figura 1 [a]

Sotto il dominio di Gelone, Siracusa divenne poi un’importantissima potenza militare. Ciò è attestato dalla richiesta di truppe da parte delle póleis greche Atene e Sparta, al fine di contrastare l’avanzata dell’esercito persiano di Serse [3]. Lo stesso Erodoto riferisce della battaglia vittoriosa di Gelone contro i Cartaginesi, che erano sbarcati in Sicilia per conquistare Himera (480 a.C.).

Siracusa

Della dominazione greca rimangono numerose testimonianze nell’isola di Ortigia, primo fra tutti il tempio dorico di Apollo, il più antico della Sicilia. Esso fu costruito a partire dal VI secolo a.C. e fu soggetto a varie modifiche sin dal periodo bizantino. Trasformato in chiesa cristiana, il tempio fu quindi adibito a moschea durante la dominazione araba.

Gerone di Siracusa

Alla morte di Gelone succedette il fratello Gerone. Il suo regno è ricordato per la battaglia di Cuma del 474 a.C. È questo, infatti, l’anno in cui i Siracusani entrarono in conflitto per la prima volta con gli Etruschi. L’intervento di Gerone fu dettato dalla richiesta dei Cumani, i quali cominciavano a mal sopportare le razzie perpetrate dalle flotte etrusche nelle póleis magnogreche. La battaglia navale, che si svolse in prossimità dell’isola d’Ischia, vide i Siracusani trionfare e affermare il proprio dominio sul Mar Tirreno.

Il tempio aveva una struttura rettangolare, con colonne slargate e colonnato periptero (17 sui lati lunghi e 6 sui lati corti). Lo stilobate presenta un’iscrizione con dedica ad Apollo e il nome dell’architetto Kleo()es. Sebbene il tempio sia tipicamente dorico, alcuni tratti sono riconducibili allo stile corinzio, nello specifico: la presenza di colonne monolitiche nel lato d’ingresso; la struttura dei capitelli. All’esterno il tempio presentava numerosi fregi decorativi, nonché sculture di sfingi bifronti e cavalieri.

Siracusa

Il periodo della democrazia siracusana

Quando il potere passò nelle mani di Trasibulo, anch’egli fratello di Gelone e Gerone, il popolo siracusano rovesciò la tirannia (465 a.C.). Venne, pertanto, instaurata una democrazia, che durerà per sessanta anni. Protagonista di questo periodo fu Ermocrate, famoso strategos che riuscì a respingere la spedizione ateniese contro la città (415-413 a.C.).

Dionigi I

Durante il periodo della democrazia, la città pareva costantemente in balia degli attacchi dei popoli stranieri che sbarcavano in Sicilia, tra cui quelli Punici. Come Gelone numerosi decenni prima, a Siracusa sorse, pertanto, una nuova personalità che riuscì ad unire nuovamente tutti i Sicelioti contro le invasioni cartaginesi. Dionigi I, con un ampio sostegno della popolazione, ottenne la stessa carica di tiranno del suo illustre predecessore (405 a.C.).

Ma quando Platone conversando sulla tirannide affermò che il suo diritto del più forte aveva validità solo se fosse stato preminente anche in virtù, allora il tiranno si sentì offeso e, adirato, disse: “Le tue parole sono degne di un vecchio”, e Platone: “Invece le tue sono parole di un tiranno”.

Diogene Laerzio III, 18 sul viaggio di Platone a Siracusa

Tuttavia, nel medesimo anno, egli subì una rovinosa sconfitta contro i Cartaginesi a Gela, dovendo accettare un’umiliante tregua offertagli dal generale Imilcone. Importante fonte storiografica di siffatto contesto è quella di Diodoro Siculo nella Bibliotheca Historica. Non appena rientrato dall’infelice spedizione, Dionigi dovette inoltre sedare una fragorosa rivolta scoppiata in città. Soltanto l’arrivo degli alleati campani impedì il rovesciamento del potere.

Il consolidamento del potere

Nonostante i tumulti dei primi anni, Dionigi riuscì presto ad affermarsi come abile generale e a consolidare la sua tirannia su Siracusa. Ben presto riuscì a conquistare Catania, Nasso e Leontinoi (Lentini). Contestualmente, Dionigi ordinò che a Siracusa venissero approntate poderose difese, al fine di scongiurare nuovi assedi da parte punica o ateniese. Tra queste vi era il castello Eurialo. La città fu racchiusa in un’imponente cinta muraria con numerose torri difensive. Negli anni a venire, Dionigi riuscì nell’impresa di conquistare la cartaginese Mozia (397 a.C.), ma subito dopo la riperse giacché Imilcone sbarcò in Sicilia con quasi centomila uomini. Soltanto una grave pestilenza impedì al generale punico di conquistare l’intera isola.

Le mire di Siracusa, con Dionigi I, non si limitavano soltanto alla conquista della Sicilia ma furono intraprese spedizioni per la colonizzazione dell’Adriatico (388-383 a.C.). A questo periodo risale la fondazione di Ancona ed Adria.

Siracusa

Il famoso “orecchio” di Dionigi. Si tratta di un’ampia conca il cui eco è talmente potente che si dice Dionigi la utilizzasse per origliare i discorsi dei suoi avversari.

Dionigi II e Timoleonte

Dionigi I spirò nel 367 a.C. e la pesante eredità fu raccolta dal figlio Dionigi II. Tuttavia, Siracusa era ormai fiaccata da troppi anni di tirannia. Le tensioni con il popolo si andarono acuendo a tal punto che questi chiese aiuto alla madrepatria Corinto. La città del Peloponneso inviò Timoleonte per liberare Siracusa dalla tirannide, impresa che effettivamente riuscì nel 346 a.C. Durante il suo governo la città ottenne una schiacciante vittoria contro i Cartaginesi al fiume Crimiso. Timoleonte, inoltre, mise in atto un’importante riforma costituzionale a Siracusa, divenendo uomo amatissimo e acclamato dal popolo. Di ciò dà testimonianza Plutarco [4] il quale riferisce delle centinaia di genti, provenienti da tutta la Sicilia, che celebrarono le sue esequie nel 336 a.C. Gli stessi Siracusani gli dedicarono una forma di culto che spettava agli eroi. Tuttavia, le sue riforme costituzionali di fatto non gli sopravvissero.

Il Duomo di Siracusa

Inattesa testimonianza del periodo greco è il Duomo di Siracusa. Situato al centro di Ortigia, nel punto più alto della città, esso fu costruito inglobando il preesistente tempio greco di Atena. Eretto per volontà del tiranno Gelone, in seguito alla vittoriosa battaglia di Imera contro i Cartaginesi (V secolo a.C.), esso era famoso per le sue ricchissime decorazioni in oro e avorio.

In epoca bizantina il tempio fu trasformato in edificio di culto cristiano con annesse catacombe, le quali per dimensione sono seconde soltanto a quelle di Roma. Gli Atti degli Apostoli testimoniano che persino San Paolo di Tarso vi soggiornò per tre giorni. L’importanza dell’edificio religioso è attestata dall’elevazione al rango di Cattedrale, voluta dal vescovo Zosimo da Siracusa nel 640 d.C. I Bizantini innovarono completamente la struttura: primo fra tutti emerge il rovesciamento del prospetto, occupante ora il retro del tempio. Gli spazi tra le originali colonne doriche furono murati, e vennero innalzate tre navate.

La facciata del Duomo, tardobarocca e rococò, è successiva al disastroso terremoto del 1693. Il prospetto è diviso in due ordini orizzontali. La parte inferiore con sei colonne corinzie, di cui le quattro centrali sorreggono il timpano e, delimitando il portale centrale, si continuano superiormente. In cima alle due colonne esterne si ergono imperiose le statue dei due martiri siracusani san Marciano e santa Lucia. La porzione superiore della facciata ospita una nicchia, con la statua della Madonna del Pilar.

Siracusa

Agatocle di Siracusa

La città di Siracusa piombò quindi in una profonda guerra civile. Essa si ingenerò tra coloro nel popolo (oligarchici) che rimpiangevano la tirannia e i conservatori della democrazia. La disputa avvantaggiò l’ascesa di Agatocle che, dopo aver messo a ferro e fuoco la città, instaurò una nuova tirannia (secondo Diodoro Siculo nel 317-316 a.C.). Le vicine città della Sicilia (Messana, Gela e Agrigento), tuttavia, decisero immediatamente di formare una lega per rovesciarne il potere e chiesero l’aiuto di Sparta. Il tentativo non sortì alcun effetto se non l’ottenimento della formale autonomia da parte di Agatocle. Ciò nondimeno, la promessa fu disattesa già nel 313 a.C. con l’assedio di Messana. L’intervento militare infranse definitivamente il fragile equilibrio politico che vigeva in Sicilia.

La campagna militare in Africa

All’anno successivo si attesta il rinfocolarsi dei contrasti tra Cartagine e Siracusa. Gli scontri si protrassero per diverso tempo e coinvolsero differenti teatri bellici. Agatocle, infatti, fu il primo tiranno siracusano che ebbe l’ardire di organizzare una spedizione militare in Africa. La campagna punica dei Siracusani (310 a.C.) iniziò sotto il nefasto presagio di un’eclissi solare. Agatocle, inoltre, diede il comando di bruciare le navi che avevano condotto i siciliani in Africa. Il tiranno obbligava così i suoi soldati alla vittoria o alla morte. La spedizione in Africa si rivelò un incredibile successo grazie ad una strabiliante serie di vittorie, la quale aveva finito per minare la stabilità politica di Cartagine. Essa precipitò infatti in una guerra civile che facilitò il compito di Agatocle. Tuttavia, nel momento in cui i Siracusani erano sull’orlo di assediare la capitale punica, il tiranno ricevette cattive notizie dalla Sicilia.

Numerose ribellioni sorte sull’isola lo costringevano a rientrare velocemente verso Siracusa. Le rivolte furono sedate non senza difficoltà e soltanto grazie all’aiuto degli alleati etruschi. Inoltre, quando Agatocle decise di tornare in Africa, dove aveva lasciato un corposo contingente, trovò la situazione militare capovolta. Dovette, pertanto, rinunciare al suo proposito di conquistare Cartagine e organizzare una precipitosa fuga.

Il tempio di Atena, costruito con la locale pietra calcarea, presentava delle imponenti colonne doriche, tutt’oggi inglobate nel Duomo. Nello specifico, esso era esastilo nella facciata, e periptero con 14 colonne sui lati lunghi. All’esterno, sul frontone, era presente il grande scudo della dea Atena, in bronzo dorato, che rappresentava un segnale di riferimento per tutti i naviganti che transitavano verso Siracusa. Il tempio ospitava pregiati marmi bianchi che Gelone aveva fatto giungere dalla isole Cicladi. Cicerone attesta la presenza di tavole dipinte raffiguranti i combattimenti tra Agatocle e i Cartaginesi.

L’errore di Dinocrate

Quando i soldati rimasti in territorio punico scoprirono che Agatocle li aveva abbandonati, per vendetta uccisero due dei suoi figli. La reazione del tiranno fu feroce. Egli ordinò che venissero trucidati tutti i Siracusani imparentati con i soldati del suo esercito in Africa.

Agatocle, di rientro dall’Africa, non riuscì a raggiungere Siracusa, essendo accerchiato dai Cartaginesi e dagli oligarchi di Dinocrate che, nel frattempo, si erano ridestati. Dinocrate rappresentava idealmente tutti coloro che erano stati maltrattati, esiliati, condannati da Agatocle durante il suo governo. Egli, convinto di aver ormai posto fine ai tempi bui di Siracusa, rifiutò la resa proposta dal tiranno. Fu un errore fatale. Agatocle, infatti, chiese inaspettatamente l’aiuto di Cartagine, proponendo la restituzione di tutte le città puniche della Sicilia, oltre che un corposo pagamento in talenti d’argento. Grazie a questo ingegnoso accordo, egli riuscì a sopraffare le truppe di Dinocrate e riottenere nuovamente il controllo di tutta la Sicilia greca (304 a.C.).

Una delle caratteristiche principali del territorio siracusano sono le latomie. Esse sono cave di pietra utilizzate sin dal periodo greco. Durante la dominazione romana Cicerone attesta che furono reimpiegate per essere adibite a carceri. Una delle più note è la latomia dei Cappuccini, situata nei pressi dell’omonimo convento. In foto: la latomia detta Grotta dei Cordari.

La fine di Agatocle

Nell’ultima fase del suo dominio, Agatocle ebbe l’ardire di combattere e affondare la flotta macedone (301 a.C.) giacché era stato richiesto il suo aiuto dai Tarantini [5]. Questa prestigiosa vittoria fece confidare al tiranno di possedere navi sufficientemente equipaggiate per organizzare una nuova spedizione in Africa. Siracusa, con più di duecento quadrireme ed esareme, rappresentava una delle più importanti potenze marittime dell’epoca.

Ciò nondimeno, Agatocle non riuscì mai a realizzare questa sua volontà espansionistica a causa del peggiorare delle sue condizioni di salute. Contestualmente decise di nominare suo successore il figlio Agatocle II. Diodoro, tuttavia, racconta che il giovane fu avvelenato per volere del nipote Arcagato. Agatocle decise allora, forse in preda ai deliri, di nominare legittimo erede il popolo di Siracusa. Il tiranno comandò quindi alla famiglia di trasferirsi presso la corte di Tolomeo in Egitto (la stessa moglie di Agatocle era egiziana); egli percepiva infatti che stesse per giungere la sua ora, forse a causa del veleno, forse a causa di un male incurabile. Agatocle, ormai in stato di agonia, fu quindi posto sulla pira e arso vivo (289 a.C.).

L’eredità di Agatocle

La nomina del popolo come legittimo erede di Siracusa segnò la caduta della tirannia e l’indizione della repubblica. Ciò nondimeno, la situazione politica si andava complicando a tal punto da essere difficilmente gestibile. Alcuni mercenari campani, detti mamertini, che risiedevano stabilmente a Siracusa, iniziarono a fare pressioni per ottenere una maggiore influenza sulla città. Ciò condusse inevitabilmente ad una nuova tirannia sotto Iceta (288 a.C.) prima, e poi sotto Tinione (279 a.C.). Quest’ultimo, tuttavia, riuscì a prendere il controllo della sola isola di Ortigia, mentre il resto della pentapolis costituiva territorio sotto il controllo di Sosistrato di Agrigento.

Questa situazione politico-amministrativa non fece altro che indebolire le difese siracusane. Cosicché, quando i Cartaginesi ripresero ad espandersi in Sicilia minacciando la città, i due tiranni furono costretti a chiedere aiuto al re dell’Epiro Pirro. La richiesta sembrò naturale giacché la moglie di Pirro era la figlia di Agatocle. I Siracusani offrirono in cambio dell’aiuto militare il controllo della città. Pirro intraprese così una fervente spedizione in Sicilia, con l’intenzione di cacciare definitivamente i Cartaginesi. Tuttavia il suo intento fallì poiché si infranse sulla mura di Lillibeo, città punica che non riuscì mai ad espugnare. Decise quindi di abbandonare la Sicilia lasciando Siracusa in balia di se stessa.

Gerone II

La guida della città passò quindi nelle mani del generale Gerone II, che donò a Siracusa ben sessanta anni di regno pacifico e culturalmente vivace: in questi anni, difatti, il poeta Teocrito compose alcuni dei suoi idilli, mentre Archimede inventò le sue famose macchine da guerra. Gerone II riuscì, infatti, a stabilizzare la situazione politica siciliana dell’epoca alleandosi con Cartagine. Ciò si rendeva necessario allorché i mamertini avevano occupato Messina e richiesto l’intervento di Roma sull’isola (264 a.C.). Si veniva così a creare quella particolare combinazione di fattori che diede vita allo scatenarsi delle guerre puniche. Dopo alcuni primi scontri contro i Romani, i Siracusani compresero di doversi confrontare con truppe più numerose e militarmente superiori; si ritirarono, pertanto, in città e inaugurarono un lungo periodo di non belligeranza.

La dominazione greca lasciò in eredità il meraviglioso teatro, di cui viene menzionata l’esistenza sin dal V secolo a.C. Situato sul colle Temenite, si ipotizza che inizialmente esso non avesse l’attuale struttura a semicerchio, bensì fosse composto da gradinate rettilinee, tuttora visibili. L’odierna struttura, invece, pare sia attribuibile alle opere di ristrutturazione avvenute nel III secolo a.C. Esso era dotato di una cavea di circa 139 metri, la più grande di tutti i teatri greci, ed originariamente presentava ben 67 ordini di gradini. Questi ultimi erano direttamente scavati nella roccia, secondo i dettami delle costruzioni dei teatri greci. Probabilmente in esso erano presenti delle decorazioni, come la statua di una cariatide oggi conservata al Museo Paolo Orsi di Siracusa. Superiormente al teatro è presente una terrazza, anch’essa direttamente scavata nella roccia,. Qui probabilmente si trovava il santuario delle Muse, sede della corporazione degli attori.

Siracusa

La rottura della tregua con Roma

In seguito alla morte di Gerone II (216 a.C.), salì al potere il nipote Geronimo. Egli, forse troppo giovane per possedere la saggezza necessaria in un periodo di così difficili equilibri politici, ebbe l’ardire di rompere la tregua con Roma. Siracusa precipitò così in una sanguinosa guerra civile durante la quale egli fu ucciso. Contestualmente i Romani si appressarono dichiarando l’assedio. Nella confusione ingenerata di quegli ultimi mesi di Siracusa come libera polis, le difese della città furono approntate da un personaggio tanto geniale quanto leggendario: Archimede.

L’assedio di Siracusa

Nel 214 a.C. incominciò l’assedio romano di Siracusa, sotto il comando del console Marco Claudio Marcello. Plutarco nelle Vite parallele racconta che “i Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore, pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l’impeto di un attacco in forze di tali proporzioni”. La città, tuttavia, aveva fama di essere inespugnabile, non essendo mai stata presa prima d’allora. Circa ventisette chilometri di mura la circondavano al modo di un baluardo impenetrabile, rendendo l’impresa di Marcello a dir poco ardua. Come se ciò non bastasse, il console romano non poteva immaginare quali diavolerie avrebbero dovuto affrontare i suoi eserciti.

Le macchine di Archimede

A difesa di Siracusa, infatti, si era mosso anche Archimede. Il geniale matematico aveva progettato una serie di macchine da guerra innovative, le quali permisero alla città di resistere lungamente ai continui assalti, via terra e via mare. Così, mentre la flotta di Marcello avanzava verso Siracusa, essa veniva investita da una serie inarrestabile di massi e dardi scagliati da micidiali batterie di baliste e catapulte [6]. E quando le navi s’appressavano alle mura, i Siracusani calavano delle gigantesche mani di ferro che avevano la capacità di afferrare la prua e rovesciarle [7]. Celebre, altresì, è la narrazione degli specchi ustori archimedei che, orientati in direzione delle vele della flotta nemica, le incendiavano riuscendo a flettere i raggi solari [8].

“Archimede continua a prelevare acqua dal mare con le navi, quasi fossero dei bicchieri, mentre le mie sambuche sono picchiate come delle estranee e cacciate dal banchetto”.

Polibio, VIII, 6.6. Riferisce le parole del console Marcello

Sul fronte terrestre le difficoltà incontrate dall’esercito romano non dovettero essere certamente inferiori tanto che, dopo otto mesi di ingenti perdite e vani tentativi, Marcello deliberò di rinunciare all’assedio. I Romani decisero, pertanto, di tagliare le vie di rifornimento per Siracusa, sì da prendere la città per fame.

Un genio fuori dal suo tempo

La vita di Archimede è circondata da un alone di mistero, della quale si raccontano gli aneddoti e le straordinarie intuizioni. Tra i contributi più importanti, che egli lasciò alla scienza, si cita il principio della leva, per il quale si racconta che affermò “datemi una leva e solleverò il Mondo!”. Celebre è anche l’intuizione dei fondamenti dell’idrostatica, da cui deriva il principio che porta il suo nome. Pare, infatti, che Gerone II gli avesse chiesto di verificare se una corona, che gli era stata donata, fosse effettivamente di oro puro come poteva apparire. Archimede si arrovellava su come poter risolvere il quesito finché, entrando nella vasca da bagno, si accorse che il livello dell’acqua si innalzava in proporzione al peso del suo volume. A tale osservazione prese a correre nudo per le strade di Siracusa urlando “Eureka!”, vale a dire “Ho trovato!”.

La presa di Siracusa

La situazione si protrasse complessivamente per i dieci mesi successivi, durante i quali tra i cittadini della pentapolis incominciò a serpeggiare lo spirito della divisione. Andavano sempre più aumentando, infatti, i sostenitori dei Romani, secondo i quali Siracusa avrebbe potuto ottenere migliori condizioni di vita. Diodoro Siculo testimonia che molti preferivano dichiararsi schiavi per ricevere un mantenimento, piuttosto che morire di fame nella condizione di libero cittadino.

Fu così che uno di essi, un traditore, avvisò il nemico dei festeggiamenti per Artemide che si stavano protraendo in città da tre giorni. Benché Siracusa fosse sotto assedio da molti mesi, e le scorte di cibo andassero contingentate, di certo non scarseggiava il vino. I Romani, in occasione di uno scambio tra prigionieri – avevano infatti catturato un ambasciatore siracusano inviato per chiedere aiuto al re di Macedonia Filippo – erano finalmente riusciti a misurare le mura della città. Approfittando dei festeggiamenti calarono, pertanto, delle scale nella notte e s’introdussero a Siracusa (212 a.C.).

La capitolazione dell’Acradina

L’esercito romano si accampò poco oltre il limitare del quartiere della Tycha, disponendosi per assaltare le fortificazioni interne dell’Acradina, ultimo baluardo della città. L’attacco definitivo avvenne in prossimità dell’attuale fonte Aretusa, dove il prefetto siracusano Merico si era lasciato corrompere, schierandosi con i Romani. Questi, pertanto, trovando le difese sguarnite, poterono con facilità impossessarsi della città intera. Ai soldati romani fu concesso di abbandonarsi in deliberati saccheggi, mentre il tesoro del re – tanto ricco come mai sino ad allora se n’erano visti – veniva preso in consegna da Marcello. Sebbene l’ordine del console fosse quello di risparmiare la popolazione, un legionario romano uccise Archimede, tra lo sgomento di vinti e vincitori.

“Marcello fece trasportare a Roma le cose preziose della città, le statue, i quadri dei quali era ricca Siracusa, oggetti considerati spoglie dei nemici e appartenenti al diritto di guerra. Cominciò proprio da questo momento l’ammirazione per le cose greche e la sfrenatezza di spogliare dovunque le cose sacre e profane”.

Tito Livio, Ab urbe condita, XXV, 40

La morte di Archimede

La leggenda vuole che un soldato romano abbia sorpreso Archimede mentre questi tentava di risolvere un problema matematico. L’ordine impartito al militare, tuttavia, era quello di scortarlo vivo dal console Marcello, come scrive Plutarco [9]:

Ad un tratto entrò nella stanza un soldato romano che gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise”.

Plutarco, Vita di Marcello, 19, 9

Lo storico romano Valerio Massimo riporta le ultime parole di Archimede [10]: “noli, obsecro, istum disturbare”, vale a dire “ti scongiuro di non rovinare questo disegno!”.

Saputo della morte di Archimede, il console Marcello, addolorato, fece dare allo scienziato una degna sepoltura. Tuttavia, non è noto dove essa fosse stata effettivamente collocata, tanto che ancora oggi risulta dispersa.

Le Terme Romane di Siracusa

Cicerone e la tomba di Archimede

La localizzazione della tomba di Archimede doveva essere un mistero già nei tempi antichi, tanto che persino Cicerone se ne mette alla ricerca, affermando di averla rinvenuta [11] [12]:

Io quand’ero questore scoprii la sua tomba [di Archimede], sconosciuta ai Siracusani, cinta con una siepe da ogni lato e vestita da rovi e spineti, sebbene negassero completamente che esistesse. Tenevo, infatti, alcuni piccoli senari, che avevo sentito essere scritti nel suo sepolcro, i quali dichiaravano che alla sommità del sepolcro era posta una sfera con un cilindro. Io, poi, osservando con gl’occhi tutte le cose – c’è, infatti, alle porte Agrigentine una grande abbondanza di sepolcri – volsi l’attenzione ad una colonnetta non molto sporgente in fuori da dei cespugli, sulla quale c’era sopra la figura di una sfera e di un cilindro.

E allora dissi subito ai Siracusani – c’erano ora dei principi con me – che io ero testimone di quella stessa cosa che stavo cercando. Mandati dentro con falci, molti ripulirono e aprirono il luogo. Per il quale, dopo che era stato aperto l’accesso, arrivammo alla base posta di fronte. Appariva un epigramma sulle parti posteriori corrose, di brevi righe, quasi dimezzato. Così la nobilissima cittadinanza della Grecia, una volta veramente molto dotta, avrebbe ignorato il monumento del suo unico cittadino acutissimo, se non lo fosse venuto a sapere da un uomo di Arpino. 

Cicerone, Tusculanae disputationes, V, 64-66

Purtroppo, da allora, nessuno è più riuscito a identificare la sepoltura di Archimede e non è noto se essa sia stata traslata, sia andata perduta o se si trovi ancora nel medesimo luogo descritto da Cicerone.

La perduta egemonia di Siracusa

Dopo la sua conquista, Siracusa divenne ben presto sede di pretori e magistrati inviati da Roma per amministrare l’intera Sicilia. A partire dal I secolo d.C., essa fu quindi colonia latina, grazie all’imperatore Augusto.

Una delle più celebri testimonianze della dominazione romana siracusana è l’anfiteatro, situato nell’area archeologica della Neapolis.

L’anfiteatro romano di Siracusa

Ciò nondimeno, Siracusa non raggiungerà mai più l’antico splendore del tempo in cui dominava il Mediterraneo con la sua flotta; dei secoli in cui persino i Macedoni e i Cartaginesi dovevano inchinarsi alla potenza dei suoi eserciti. Pallidi rigurgiti della perduta egemonia si assisteranno solamente nel Medioevo sotto Federico II di Svevia, Stupor mundi alla maniera di Archimede e dei tiranni che ivi edificarono le fondamenta della storia.

Tra il 1232 e il 1239, Federico II di Svevia affidò a Riccardo da Lentini la costruzione del Castello di Maniace. Esso sorge sulla punta estrema dell’isola di Ortigia. La struttura deve la propria denominazione al condottiero bizantino Giorgio Maniace che nel 1038 riuscì a sottrarre, seppur per breve tempo, la città agli Arabi. Esso presenta uno stile architettonico tipico delle costruzioni federiciane: la pianta quadrata, circondata da una possente cinta perimetrale con quattro torri cilindriche, si apre all’ingresso attraverso un imponente portale marmoreo a struttura ogivale con strombatura.

La mancanza della piazza d’arme (baglio); le insolite torri e una sala capitolare con 25 volte a crociera costolonate, fanno sospettare che in realtà non si trattasse di una struttura difensiva, quanto piuttosto di un’elegante dimora. Le colonne che decoravano gli interni, realizzate in pietra calcarea,  presentavano capitelli decorati e si chiudevano à crochet con motivi di scene agresti, figure umane e serpenti.

Samuele Corrente Naso e Daniela Campus

Note – 1

[1] Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, 3, 1

[2] Strabone, Geografia, VI, 2, 4; traduzione da Amédée Eugène Tardieu, Géographie de Strabon – La Sicile et les îles Lipari, 1867.

[3] Erodoto, Historiae, Libro VII

[4] Plutarco, Vita di Timoleonte

[5] Strabone, Geografia, VI, 3, 4

[6] Tito Livio, Ab Urbe condita, libri, XXIV e XXV

[7] Plutarco, 15-18

[8] Galeno, De temperamentis, 3.2

[9] Plutarco, Vita di Marcello, 19, 9

[10] Factorum et dictorum memorabilium libri IX, VIII, 7, 7

[11] Tusculanae disputationes, V, 64-66: Non ego iam cum huius vita, qua taetrius miserius detestabilius excogitare nihil possum, Platonis aut Archytae vitam comparabo, doctorum hominum et plane sapientium: ex eadem urbe humilem homunculum a pulvere et radio excitabo, qui multis annis post fuit, Archimedem. Cuius ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi sepulcrum.

Tenebam enim quosdam senariolos, quos in eius monumento esse inscriptos acceperam, qui declarabant in summo sepulcro sphaeram esse positam cum cylindro. ego autem cum omnia conlustrarem oculis – est enim ad portas Agragantinas magna frequentia sepulcrorum -, animum adverti columellam non multum e dumis eminentem, in qua inerat sphaerae figura et cylindri. atque ego statim Syracusanis- erant autem principes mecum-dixi me illud ipsum arbitrari esse, quod quaererem. inmissi cum falcibus multi purgarunt et aperuerunt locum. quo cum patefactus esset aditus, ad adversam basim accessimus. Apparebat epigramma exesis posterioribus partibus versiculorum dimidiatum fere. ita nobilissima Graeciae civitas, quondam vero etiam doctissima, sui civis unius acutissimi monumentum ignorasset, nisi ab homine Arpinate didicisset.

Note – 2

[12] Cuius ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi sepulcrum. Tenebam enim quosdam senariolos, quos in eius monumento esse inscriptos acceperam, qui declarabant in summo sepulcro sphaeram esse positam cum cylindro. Ego autem cum omnia collustrarem oculis – est enim ad portas Agragantinas magna frequentia sepulcrorum – animum adverti columellam non multum e dumis eminentem, in qua inerat sphaerae figura er cylindri.

Atque ego statim Syracusanis – erant autem principes mecum – dixi me illud ipsum arbitrari esse, quod quaererem. Immissi cum falcibus multi purgarunt et aperuerunt locum. Quo cum patefactus esset aditus, ad adversam basim accessimus. Apparebat epigramma exesis posterioribus partibus versiculorum dimidiatum fere. ita nobilissima Graeciae civitas, quondam vero etiam doctissima, sui civis unius acutissimi monumentum ignorasset, nisi ab homine Arpinate didicisset.

[a] Thomas Smart Hughes, Travels in Sicily Greece and Albania… Illustrated with engravings of maps scenery plans, vol. I, London, J. Mawman, 1820.

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