Nel silenzio delle prime ore mattutine, quando le acque del Mediterraneo lambiscono le spiagge di Ortigia, Siracusa sembra tornare al tempo dei suoi antichi fasti. Qui, dove il mare non è mai stato un confine, ma una via di transito e di commercio, la storia greca non è un ricordo lontano. Tra le vie della città, sembrano animarsi ancora i templi, le cave e il teatro scavato nella roccia: tutto è vivo e presente, ogni cosa a Siracusa è eterna. Fondata come colonia corinzia, la città crebbe fino a diventare una delle poleis più potenti dell’Occidente, rivale di Atene e Cartagine, ponte tra l’Egeo e la Sicilia. Raccontare la storia di Siracusa significa intraprendere un lungo viaggio attraverso secoli di ambizione e di splendore, di guerre e di arte, di tiranni, filosofi e geniali inventori.

La fondazione di Siracusa
Secondo la tradizione più accreditata dagli studiosi, la colonia greca di Siracusa (Syrakousai) fu fondata intorno al 733-734 a.C. da coloni provenienti da Corinto. Questi valorosi uomini, al seguito del leggendario ecista Archia, si stabilirono sull’isola di Ortigia, come racconta Tucidide:
“L’anno successivo Archia, uno dei discendenti di Eracle di Corinto, fondò Siracusa dopo aver cacciato i Siculi da quell’isoletta, oggi non più cinta dal mare, che costituisce l’interno della città”.
Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, 3, 1.
Strabone, al contrario, propone una cronologia di poco più tarda, collocando la fondazione della città intorno al 720 a.C.:
“Secondo una tradizione, Archia si recò a Delfi nello stesso tempo in cui lo fece Miscello. Insieme consultarono l’oracolo: il dio, prima di rispondere, volle sapere da ciascuno se avessero preferito la ricchezza o la salute; e, poiché Archia scelse la ricchezza e Miscello la salute, designò al primo l’area di Siracusa, e l’area di Crotone al secondo“.
Strabone, Geografia, VI, 2, 4.
Anche l’origine del nome Siracusa è incerta e sono state avanzate diverse ipotesi. La versione ritenuta più attendibile fa derivare il toponimo dal termine Siraka, con il quale si designava un “luogo ricco d’acqua” nei pressi del fiume Anapo.

Gelone e l’inizio della tirannia a Siracusa
Appena pochi anni dopo la sua fondazione, Siracusa divenne teatro di aspre lotte tra il gruppo aristocratico dei Geomori, grandi proprietari terrieri e discendenti dei primi coloni, e la popolazione indigena sicula dei Cilliri (killichirioi). Nel 485 a.C. i Geomori furono espulsi e chiamarono in loro aiuto Gelone, tiranno di Gela, che assunse il controllo della città e vi instaurò una tirannide1. Sotto il suo governo, Siracusa conobbe una rapida ascesa, affermandosi come uno dei principali centri economici e commerciali del Mediterraneo.
Di pari passo, Siracusa crebbe demograficamente, divenendo la polis più popolosa della Sicilia sud-orientale. Il centro urbano, inizialmente limitato all’isola di Ortigia, si estese fino all’altopiano di Akradina e all’area della Neapolis, formando la cosiddetta pentapoli. La potenza della città, anche sul piano militare, è attestata dalla richiesta di aiuto che Atene e Sparta le rivolsero per contrastare l’esercito persiano di Serse I; una richiesta alla quale, tuttavia, Gelone si rifiutò di aderire perché gli fu riconosciuto il comando delle forze greche2.
“Allora, quando giunsero a Siracusa, i messi dei Greci si presentarono a Gelone e gli dissero: ‘Ci hanno inviato qui gli Spartani, gli Ateniesi e i loro alleati per invitarti ad aderire alla lega contro il barbaro. Saprai certamente che sta assalendo la Grecia, che un Persiano, aggiogato l’Ellesponto e messosi alla testa di tutto l’esercito orientale, si accinge a marciare dall’Asia contro la Grecia […]’. ‘Ma tu hai raggiunto un alto livello di potenza, ti appartiene una frazione non minuscola della Grecia, giacché domini sulla Sicilia; vieni dunque in aiuto di chi difende la libertà della Grecia, concorri con noi a liberarla’”.
Erodoto, Historiae, Libro VII, 157.

Erodoto ricorda anche un’importante vittoria di Gelone sui Cartaginesi, sbarcati in Sicilia con l’intento di conquistare Imera, nel 480 a.C.:
“Fra gli abitanti della Sicilia circola anche questa versione, ossia che Gelone, pur nella prospettiva di prendere ordini dagli Spartani, avrebbe ugualmente aiutato i Greci, se Terillo, figlio di Crinippo, tiranno di Imera, scacciato da Imera ad opera di Terone, figlio di Enesidemo e tiranno di Agrigento, non avesse fatto venire in Sicilia proprio in quei giorni trecentomila uomini, tra Fenici, Libici, Iberici, Liguri, Elisici, Sardi e Cirnei, agli ordini del generale Amilcare […]. E aggiunsero anche questo; accadde che nello stesso giorno in cui Gelone e Terone in Sicilia sconfissero il Cartaginese Amilcare, anche a Salamina i Greci battevano i Persiani”.
Erodoto, Historiae, Libro VII, 165-166.

Gerone di Siracusa
Alla morte di Gelone gli succedette il fratello Gerone, il cui governo è ricordato soprattutto per la battaglia di Cuma del 474 a.C., combattuta tra la flotta siracusana e quella etrusca4. L’intervento di Gerone contro gli Etruschi fu sollecitato dalla richiesta di aiuto dei Cumani, che stavano per essere attaccati dalle flotte di Tarquinia e Cere. Lo scontro navale, combattuto nelle acque tra Miseno e l’isola di Procida, si concluse con una trionfale vittoria dei Sicelioti, che sancì l’affermazione del dominio di Siracusa anche sul Mar Tirreno.

Il periodo della democrazia siracusana
Nel 466 a.C. il potere passò nelle mani di Trasibulo, anch’egli fratello di Gelone e Gerone, ma l’anno successivo il popolo siracusano si ribellò e rovesciò la tirannia, dando vita a una democrazia destinata a durare circa sessant’anni5. La neonata repubblica siracusana dovette prima di tutto sedare una grande rivolta delle popolazioni autoctone della Sicilia, che sotto la guida del re Ducezio avevano formato una lega chiamata Synteleia. Nel 415 a.C., a causa degli sviluppi della guerra del Peloponneso, gli Ateniesi sbarcarono sull’isola e attaccarono Siracusa, che riuscì a resistere grazie alla sapiente guida di Ermocrate, strategos di grande fama, e all’aiuto degli Spartani6.
“La patria è in pericolo, ed io, Ermocrate, sono convinto di avere notizie più fidate di chiunque da annunciare. Atene prende di mira proprio noi, e voi fate quell’aria stupita! Un’armata immensa, di navi e fanterie: formalmente per onorare l’alleanza con Segesta e restituire a quelli di Leontini la loro sede, ma il movente originale è la passione per la Sicilia, in particolare per la nostra città, poiché s’aspettano, se la riducono sotto di sé, d’aver via libera per nuove conquiste”.
Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, I, 32.

Dionigi I
La democrazia di Siracusa, inoltre, fu più volte minacciata dai Cartaginesi, che possedevano alcune città nella parte occidentale della Sicilia e cercavano di esercitare la loro influenza su tutta l’isola. Fu proprio a causa di una rovinosa sconfitta contro gli eserciti punici, subita nei pressi del fiume Imera, che la Repubblica di Siracusa giunse al termine. Come era già accaduto con Gelone decenni prima, emerse infatti una nuova figura che riuscì a riunire i Sicelioti contro le incursioni nemiche: Dionigi I. Grazie a un ampio sostegno popolare, nel 405 a.C. egli ottenne la stessa carica di tiranno del suo illustre predecessore. Tuttavia, nello stesso anno Dionigi subì una pesante sconfitta contro i Cartaginesi a Gela, dovendo accettare un’umiliante tregua offerta dal generale Imilcone7. Al suo ritorno dall’infelice spedizione, inoltre, il tiranno dovette fronteggiare una violenta rivolta scoppiata in città; solo l’intervento degli alleati campani impedì il rovesciamento del suo potere.
Il consolidamento del potere
Nonostante i tumulti dei primi anni, Dionigi riuscì ad affermarsi come abile generale e a consolidare la sua tirannia su Siracusa. Ben presto conquistò Catania, Nasso e Leontinoi (Lentini). Inoltre, ordinò di approntare poderose difese, al fine di scongiurare nuovi assedi da parte punica o ateniese, tra cui il celebre castello Eurialo. La città fu racchiusa da un’imponente cinta muraria con numerose torri difensive. Negli anni successivi Dionigi conquistò la cartaginese Mozia (397 a.C.), ma fu costretto ad arrendersi di fronte allo sbarco in Sicilia di Imilcone con quasi centomila uomini. Solo una terribile pestilenza tra le armate puniche salvò Siracusa dal completo dominio cartaginese, impedendo al generale di soggiogare l’intera isola.
Intorno al 388 a.C., a Siracusa giunse il filosofo Platone, che intendeva convincere Dionigi I a moderare la tirannia e a instaurare un governo basato su principi di giustizia. Ma le cose non andarono come sperato: il tiranno, sentendosi criticato, secondo la leggenda lo fece incarcerare nel famoso “orecchio”, un’ampia conca il cui eco è talmente potente che si diceva Dionigi la utilizzasse per origliare i discorsi dei suoi avversari.
“Ma quando Platone conversando sulla tirannide affermò che il suo diritto del più forte aveva validità solo se fosse stato preminente anche in virtù, allora il tiranno si sentì offeso e, adirato, disse: ‘Le tue parole sono degne di un vecchio’, e Platone: ‘Invece le tue sono parole di un tiranno’”.
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, III, 18.

Le ambizioni di Dionigi I non si limitarono alla Sicilia. Tra il 388 e il 383 a.C. i Siracusani intrapresero spedizioni persino nell’Adriatico, estendendo la loro influenza e fondando nuove colonie, tra cui Ancona e Adria.
Dionigi II e Timoleonte
Alla morte di Dionigi I, nel 367 a.C., gli succedette il figlio Dionigi II8. Questi, dopo aver governato per dieci anni, fu spodestato dallo zio Dione, ma riuscì a reinsediarsi in città nel 347 a.C. Tuttavia, i Siracusani erano ormai fiaccati da troppi anni di tirannia. Le tensioni si acuirono a tal punto che il popolo decise di chiedere aiuto alla madrepatria, Corinto. La città del Peloponneso inviò il generale Timoleonte, che riuscì a liberare Siracusa dalla tirannide nel 344-343 a.C.9. Timoleonte introdusse anche importanti riforme costituzionali. Plutarco racconta che, alla sua morte nel 336 a.C., centinaia di persone provenienti da tutta la Sicilia parteciparono alle esequie, mentre gli stessi Siracusani gli dedicarono una forma di culto riservata agli eroi10. Tuttavia, nonostante la popolarità e il prestigio del suo operato, le riforme di Timoleonte non sopravvissero a lungo.
Agatocle di Siracusa
Ben presto, infatti, Siracusa precipitò in una profonda guerra civile tra i sostenitori della tirannia (gli oligarchici) e i democratici. In questo clima di instabilità emerse Agatocle, che, dopo aver messo a ferro e fuoco la città, instaurò una nuova tirannia, secondo quanto riportato da Diodoro Siculo, nel 317-316 a.C.11. Le città vicine di Messana, Gela e Agrigento decisero immediatamente di formare una lega per rovesciare il suo potere e chiesero l’aiuto di Sparta. Il tentativo fallì e le poleis riuscirono a ottenere da Agatocle solo la promessa di autonomia. Ciò nonostante, già nel 313 a.C. il tiranno siracusano assediò Messana, infrangendo l’accordo e sancendo la fine del fragile equilibrio politico della Sicilia.
La campagna militare di Agatocle in Africa
L’anno successivo, Agatocle riprese le ostilità contro Cartagine, nella speranza di espandere l’influenza siracusana sulla Sicilia occidentale12. Nella primavera del 311 a.C., i due eserciti si scontrarono presso il monte Ecnomo13. Per due volte le truppe puniche, accampate sul colle, sembrarono cedere sotto gli assalti dei Siracusani, ma provvidenziali rinforzi giunti dal mare evitarono la loro sconfitta. Pertanto, Agatocle, che aveva perso 7000 uomini negli scontri, si ritirò a Gela, in attesa di riorganizzarsi e nella speranza di trattenere i Cartaginesi lontani da Siracusa14. Gli eserciti punici si diressero, invece, proprio verso la pentapoli aretusea.
Ad Agatocle non rimase che una scelta coraggiosa. Per distogliere le numerose truppe che circondavano la sua città, organizzò nel segreto più assoluto una spedizione militare direttamente in Africa, alle porte di Cartagine15. Nessuno aveva mai osato tanto prima di allora. Una volta giunto in terra cartaginese, Agatocle ordinò di bruciare le navi, costringendo i suoi uomini a scegliere tra la vittoria o la morte. Forse anche per questo la spedizione si rivelò un inatteso successo. Costellata da grandi vittorie, l’avanzata siracusana finì per minare la stabilità politica di Cartagine, che precipitò così nella guerra civile.

Il rientro in Sicilia di Agatocle
Ma proprio quando era prossimo ad assediare la capitale punica, Agatocle ricevette allarmanti notizie dalla Sicilia, che lo costrinsero a rientrare sull’isola in fretta e furia. Agrigento, guidata dal generale Xenodico, si era posta a capo di una coalizione di città greche che si erano ribellate al dominio siracusano. Nel frattempo, inoltre, i Cartaginesi non avevano smesso di cingere Siracusa e una loro flotta ne bloccava l’accesso dal mare16.
In poco tempo, Agatocle riuscì a sedare le rivolte interne e a rompere il blocco navale nemico, grazie all’aiuto degli alleati etruschi. Tuttavia, quando ritornò in Africa, dove aveva lasciato un consistente contingente, si trovò di fronte a una situazione militare compromessa. Infatti, i Cartaginesi erano riusciti a cogliere di sorpresa i Siracusani e il suo esercito era stato decimato. Dopo un ultimo assalto disastroso, Agatocle decise di rientrare definitivamente in Sicilia (307 a.C.), lasciando le sue truppe in Africa sotto il comando dei figli Arcagato ed Ercaldide17.
L’errore di Dinocrate
Quando i soldati rimasti in territorio punico scoprirono di essere stati abbandonati dall’autocrate, si vendicarono proprio uccidendo i suoi figli. La reazione di Agatocle fu spietata: una volta sbarcato in Sicilia, ordinò la morte di tutti i cittadini legati ai soldati del suo esercito in Africa18. Nel frattempo, nel tentativo di raggiungere Siracusa, si ritrovò accerchiato dai Cartaginesi e dagli oligarchi che si erano ridestati sotto la guida del condottiero Dinocrate. A quel punto, Agatocle pensò di scendere a compromessi con i suoi nemici, offrendo la resa a patto di poter mantenere per sé soltanto le fortezze di Terme e Cefalù19. Tuttavia, convinto di poter ottenere una totale vittoria, Dinocrate rifiutò.
Si trattò di un errore fatale: Dinocrate non aveva fatto i conti con l’astuzia del tiranno che, in maniera del tutto inaspettata, si accordò con Cartagine. Agatocle restituì alla città punica tutti i suoi insediamenti in Sicilia, di cui si era impossessato, e offrì un ingente pagamento in talenti d’argento. Quindi, ormai libero dalla pressione cartaginese, poté sconfiggere le truppe di Dinocrate e riconquistare il controllo di tutta la parte greca dell’isola (304 a.C.)20.
Gli ultimi anni di Agatocle
Nell’ultima fase del suo dominio, Agatocle intraprese una campagna militare in Italia contro i Bruzi (301 a.C.), forse chiamato in soccorso dai Tarantini21. Le fonti storiche raccontano inoltre che nello stesso anno si diresse presso l’isola di Corfù, dove sconfisse la potente flotta del diadoco macedone Cassandro22. La prestigiosa vittoria convinse il tiranno di possedere navi sufficientemente equipaggiate per organizzare una nuova spedizione in Africa: la flotta siracusana, una delle più potenti del Mediterraneo, contava a quel tempo più di duecento tra quadrireme ed esareme.
Tuttavia, Agatocle non riuscì mai a realizzare questa volontà espansionistica a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Gli ultimi anni sono infatti segnati dalla preoccupazione di lasciare il suo impero in buone mani. Agatocle decise quindi di nominare come suo successore il figlio Agatocle II. Ma il giovane venne ucciso a tradimento dal nipote Arcagato, che ambiva al trono, come attesta Diodoro23. Agatocle decise allora, forse ormai in preda a dei deliri, di diseredare Arcagato e di nominare come suo legittimo erede il popolo di Siracusa. Il tiranno comandò quindi alla famiglia di trasferirsi alla corte di Tolomeo in Egitto e, in fin di vita, fu posto sulla pira e arso vivo (289 a.C.).

L’eredità di Agatocle
Questi eventi segnarono la fine della tirannia e la restaurazione della repubblica. Tuttavia, i mercenari mamertini che dimoravano a Siracusa iniziarono a fare pressioni per ottenere una maggiore influenza sulla città. Ciò condusse a una nuova tirannia, prima sotto Iceta (288 a.C.) e poi sotto Tinione e Sosistrato che si spartirono la città nel 279 a.C. Scoppiata la guerra civile, Tinione mantenne il controllo dell’isola di Ortigia, mentre il resto della pentapolis passò nelle mani Sosistrato24.
L’incerta situazione politica finì per indebolire le difese siracusane. Così, quando i Cartaginesi, intuita la ghiotta occasione, assediarono la città con un’imponente forza militare, entrambi i tiranni furono costretti a chiedere aiuto al re dell’Epiro Pirro25. In cambio, offrirono il controllo stesso di Siracusa: il sovrano era infatti legittimato al trono poiché aveva preso in sposa una figlia di Agatocle, Lanassa. Pirro intraprese quindi un’impegnativa spedizione, con l’intenzione di cacciare definitivamente i Cartaginesi dalla Sicilia e impadronirsi dell’isola. Tuttavia, il suo intento si infranse contro le mura della città punica di Lilibeo, che non riuscì a espugnare in alcun modo. Avendo saputo che, nel frattempo, i Romani avevano occupato diversi insediamenti della Magna Grecia, il re decise quindi di spostare le sue truppe in Italia, lasciando Siracusa in balia di se stessa.
Gerone II
La Sicilia greca intera cadde nel caos e i Mamertini ne approfittarono per mettere a ferro e fuoco molte città. Ai Siracusani, pertanto, sembrò opportuno farsi amministrare da uno stratégos, Gerone II, eletto direttamente dall’esercito26. Appena insediatosi, Gerone II, proclamandosi erede dei primi tiranni di Siracusa, avviò una politica militare per contrastare i Mamertini, che avevano occupato Messina27. A più riprese, quindi, si diresse contro questa città, ottenendo una schiacciante vittoria nel 269 a.C.
I Mamertini, però, inviarono una richiesta d’aiuto sia a Cartagine che a Roma, non potendo immaginare le conseguenze storiche che avrebbe avuto questa scelta. I Cartaginesi giunsero per primi e installarono una guarnigione a Messina. A quel punto, i Romani, anch’essi chiamati in causa, decisero di sbarcare in Sicilia nel 264 a.C. per evitare di perdere il controllo dello stretto28. Questo evento segnò l’inizio della prima guerra punica. Vista l’incombente minaccia, i Cartaginesi e i Siracusani, fino a quel momento acerrimi nemici, furono costretti a stringere un’alleanza difensiva. Tuttavia, dopo alcuni scontri, Gerone II si rese conto di doversi confrontare con truppe più numerose e militarmente superiori. Nel 263 a.C., quattro legioni romane assediarono la pentapoli e allo stratégos non rimase che trattare la pace, in cambio del pagamento di un tributo28. I Siracusani si ritirarono in città e inaugurarono un lungo periodo di non belligeranza.
La rottura della tregua tra Siracusa e Roma
Alla morte di Gerone II (216 a.C.), salì al potere il nipote Geronimo, forse troppo giovane per possedere la saggezza necessaria in un periodo di difficili equilibri politici. Il fanciullo aveva infatti appena quindici anni. Così, il tiranno prese l’infausta decisione di rompere il patto con i Romani, che aveva garantito quasi cinquanta anni di pace, e di allearsi con i Cartaginesi, freschi vincitori della battaglia di Canne29. Le conseguenze di questa scelta si rivelarono nefaste. Geronimo venne infatti assassinato a Lentini e Siracusa precipitò in una sanguinosa guerra civile30. Inoltre, i Romani presero d’assedio la città. Gli invasori, tuttavia, non sapevano di dover affrontare una strenua difesa, approntata da un personaggio tanto geniale quanto leggendario: Archimede.
Archimede, un genio fuori dal suo tempo
Si conosce molto poco della vita di Archimede, spesso tramandata nelle fonti storiche attraverso aneddoti e racconti sulle sue grandi invenzioni. Ad esempio, lo scienziato enunciò il principio della leva e si dice che abbia affermato: “Datemi una leva e solleverò il mondo!”31.

È celebre anche l’intuizione di Archimede alla base del principio di idrostatica che oggi porta il suo nome. Si racconta, infatti, che un giorno Gerone II gli chiese di trovare un modo per scoprire se una corona, commissionata per adornare un tempio, fosse d’oro puro, come richiesto32. Il tiranno sospettava di essere stato ingannato e che l’orafo avesse mescolato altri metalli all’oro per ottenere lo stesso peso. Archimede si arrovellò per giorni su come poter risolvere il problema finché, entrando nella vasca da bagno, si accorse che il livello dell’acqua si innalzava in proporzione al peso del volume immerso. A tale osservazione prese a correre nudo per le strade di Siracusa urlando: “Eureka!”, che in greco significa “Ho trovato!”. Immergendo in una vasca prima un lingotto d’oro purissimo e poi la corona, l’inventore poté così appurare che il livello dell’acqua era diverso: l’orafo aveva davvero tentato di raggirare Gerone II.
L’assedio di Siracusa
L’assedio di Siracusa iniziò nel 214 a.C., sotto il comando del console Marco Claudio Marcello. I Romani decisero di attaccare la città sia dal mare che da terra. Plutarco, nelle Vite parallele, racconta:
“I Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore, pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l’impeto di un attacco in forze di tali proporzioni”.
Plutarco, Vita di Marcello, 15.1.
Nondimeno, Siracusa aveva fama di essere inespugnabile, non essendo mai stata conquistata prima d’allora. Circa ventisette chilometri di mura la circondavano come un baluardo impenetrabile, rendendo l’impresa di Marcello a dir poco ardua. Come se ciò non bastasse, il console romano non poteva immaginare le diavolerie che il suo esercito avrebbe dovuto affrontare.

Le macchine di Archimede
A difesa di Siracusa, infatti, si era mosso anche Archimede. Il geniale matematico aveva progettato una serie di macchine da guerra innovative, che permettevano alla città di resistere ai continui assalti. Così, mentre la flotta di Marcello avanzava verso Siracusa, veniva investita da una serie inarrestabile di massi e dardi scagliati da micidiali batterie di baliste e catapulte33. E quando le navi si avvicinavano alle mura, i Siracusani calavano delle gigantesche mani di ferro che avevano la capacità di afferrare la prua e rovesciarle34. Inoltre, secondo alcuni autori, Archimede avrebbe messo a punto un ingegnoso sistema di specchi ustori in grado di incendiare le vele della flotta nemica, concentrando e riflettendo i raggi solari35.
“Archimede continua a prelevare acqua dal mare con le navi, quasi fossero dei bicchieri, mentre le mie sambuche sono picchiate come delle estranee e cacciate dal banchetto”.
Polibio, Storie, VIII, 8. Riferisce le parole del console Marcello
Sul fronte terrestre, le difficoltà incontrate dall’esercito romano non furono inferiori tanto che, dopo otto mesi di gravi perdite e vani tentativi, Marcello decise di prendere Siracusa per fame. Pertanto, ordinò di tagliare le vie di rifornimento della città.
La presa di Siracusa
La situazione si protrasse per i dieci mesi successivi, durante i quali tra i cittadini della pentapolis cominciò a serpeggiare lo spirito della divisione. Andavano sempre più aumentando, infatti, i sostenitori dei Romani, secondo i quali Siracusa avrebbe potuto ottenere migliori condizioni di vita. Fu un traditore a informare il nemico che in città si stavano svolgendo tre giorni di festeggiamenti in onore di Artemide. Benché Siracusa fosse sotto assedio da molti mesi, e le scorte di cibo fossero razionate, non scarseggiava il vino. Pertanto, in una notte di primavera del 212 a.C., approfittando della situazione, i Romani posizionarono delle scale nel punto più basso delle mura e si introdussero a Siracusa36.
La capitolazione dell’Acradina
L’esercito romano si accampò poco oltre il limitare del quartiere della Tycha, disponendosi per assaltare le fortificazioni interne dell’Acradina, ultimo baluardo della città. L’attacco decisivo avvenne nei pressi della fonte Aretusa, dove il prefetto siracusano Merico, corrotto, si schierò con i Romani. Il nemico, trovando le difese sguarnite, poté quindi impossessarsi della città con facilità. Ai soldati romani fu concesso di abbandonarsi a saccheggi deliberati, mentre il tesoro del re, tanto ricco da non avere eguali, fu preso in consegna da Marcello.
“Marcello fece trasportare a Roma le cose preziose della città, le statue, i quadri dei quali era ricca Siracusa, oggetti considerati spoglie dei nemici e appartenenti al diritto di guerra. Cominciò proprio da questo momento l’ammirazione per le cose greche e la sfrenatezza di spogliare dovunque le cose sacre e profane”.
Tito Livio, Ab urbe condita, XXV, 40

La morte di Archimede
Si racconta che un soldato romano sorprese Archimede mentre stava cercando di risolvere un problema matematico. L’ordine impartito al militare era quello di scortarlo vivo dal console Marcello, come scrive Plutarco37:
“Ad un tratto entrò nella stanza un soldato romano che gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise”.
Plutarco, Vita di Marcello, 19, 9
Tuttavia, per un motivo sconosciuto, il legionario romano trasgredì agli ordini e uccise il grande inventore, suscitando sgomento tra vinti e vincitori. Lo storico romano Valerio Massimo riporta le ultime parole di Archimede38: “Noli, obsecro, istum disturbare”, ovvero “Ti scongiuro di non rovinare questo disegno!”. Appresa la notizia della morte di Archimede, il console Marcello, addolorato, fece dare allo scienziato una degna sepoltura.
Questo evento segnò la fine della grande epopea di Siracusa greca. Un capitolo della sua storia si era concluso, un altro era pronto a sbocciare sotto la guida di Roma.
Samuele Corrente Naso
Note
- Erodoto, Historiae, Libro VII, 155. ↩︎
- Erodoto, Historiae, Libro VII, 157-164. ↩︎
- T. Smart Hughes, Travels in Sicily Greece and Albania… Illustrated with engravings of maps scenery plans, vol. I, London, J. Mawman, 1820. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XI, 51. ↩︎
- Aristotele, Politica, Libro V, 12. ↩︎
- Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XIV, 10. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XVI. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XVI, 65-66. ↩︎
- Plutarco, Vita di Timoleonte. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XIX. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XIX, 108. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XIX, 109-110. ↩︎
- Marco Giuniano Giustino, Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, libri XXII-XXIII. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XX, 61. ↩︎
- Le fonti antiche non concordano su questo fatto: per Giustino, Arcagato tornò in Sicilia con il padre, mentre per Diodoro Siculo ritornò Ercaldide, ma è probabile che entrambi rimasero invece in Africa. Marco Giuniano Giustino, Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, libri XXII, 8; Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XX, 69. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XX, 72. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XX, 77. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XX, 79. ↩︎
- Strabone, Geografia, VI, 3, 4. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XXI. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XXI, 16. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XXII, 7. ↩︎
- Plutarco, Vita di Pirro. ↩︎
- Polibio, Storie, I, 8. ↩︎
- Polibio, Storie, I, 9. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro XXIII, 4. ↩︎
- Polibio, Storie, III, 114-116. ↩︎
- Tito Livio, Ab Urbe condita, libri, XXIV, 7. ↩︎
- Pappo di Alessandria, Collectio, Vol. III, Liber Octavus, Problema VI, Propositio X. ↩︎
- Vitruvio, De architectura, IX, 3. ↩︎
- Tito Livio, Ab Urbe condita, libri, XXIV e XXV. ↩︎
- Plutarco, Vita di Marcello, 15-18. ↩︎
- Galeno, De temperamentis, III, 2. ↩︎
- Polibio, Storie, VIII, 37. ↩︎
- Plutarco, Vita di Marcello, 19, 9. ↩︎
- Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium, libri IX, VIII, 7, 7. ↩︎


