La Cattedrale di Modena e le sue sculture, immagini del divino

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“A te o Cristo, che sei stato il principale autore e inventore di quest’opera. Nessuna scienza dei mortali, nessuna astuzia, avrebbe potuto ottenere ciò che solo da te è stato compiuto”1. Con queste parole, il canonico Aimone, magister scholarum del XII secolo, introduceva una breve Relatio sulla costruzione della Cattedrale di Modena2. Il Duomo romanico della città doveva apparire ai suoi contemporanei così grandioso e magnifico che solo per intervento divino poteva essere stato realizzato. D’altronde, l’edificio sacro era stato concepito per essere ammirato e contemplato, per diventare il luogo della conoscenza, della preghiera e della misericordia. Dio si rivelava al popolo attraverso la pietra: come in un libro illustrato, l’uomo medievale leggeva le Sacre Scritture nelle sculture e nei fregi. Nella mistica luce della Cattedrale di Modena, il fedele incontrava la grazia e volgeva lo sguardo all’eternità.

La costruzione della Cattedrale di Modena: il grande progetto di Lanfranco

Nella sua cronaca, la Relatio de innovatione Ecclesie Sancti Geminiani ac de translatione eius beatissimi corporis, Aimone narrava gli eventi accaduti tra il 1099 e il 1106, ovverosia quando i modenesi avevano deciso di “rinnovare, ricostruire e innalzare” un nuovo duomo3. L’iniziativa era venuta direttamente dal popolo, in un momento in cui la sede vescovile era vacante, in quanto il vescovo Eriberto, simpatizzante dell’imperatore, era stato scomunicato da papa Gregorio VII nel 1081. In qualche modo, tali vicissitudini politiche avevano favorito i desideri di ampliamento della cattedrale, edificio che ospitava le spoglie del santo patrono della città, San Geminiano4.

I lavori furono affidati all’architetto Lanfranco, “artista straordinario e costruttore eccezionale”, alfiere di uno stile romanico ormai maturo e consapevole. Lanfranco introdusse a Modena un nuovo modo di concepire l’architettura, per mezzo di un linguaggio geometrico e razionale, ma al contempo stupefacente e monumentale. La Cattedrale della città ostenta proporzioni equilibrate, gli spazi sono caratterizzati da un grande senso di ordine e armonia, dove ogni elemento svolge una funzione chiara e leggibile. La luce, mistica e solenne, contribuisce a delineare forme e volumi, rivelando dall’ombra le colonne e i pilastri che separano le tre navate, gli archi trasversi a tutto sesto e i finti matronei, sormontati da un alto cleristorio. Il presbiterio è sopraelevato perché al piano inferiore si trova la cripta, a nove navate, che custodisce le reliquie di San Geminiano. La copertura originale del Duomo, a capriate lignee, fu sostituita con volte a crociera nel XV secolo.

L’area absidale

Come era consuetudine per l’epoca, Lanfranco iniziò i lavori dall’area absidale. Le tre absidi semicircolari del Duomo, una per ciascuna navata, sono le parti dell’edificio che ne rivelano i modi più puri, privi di orpelli e di decorazioni superflue. Un susseguirsi elegante di loggette a trifora, racchiuse entro arcate cieche, di mensole e di peducci, scandisce il perimetro esterno di tutto l’edificio, attraverso un pregevole gioco di chiaroscuri. La Cattedrale è interamente costruita in laterizio, spesso utilizzando materiali di reimpiego provenienti dal passato, quando la città era la colonia romana di Mutina.

Nell’abside maggiore, una lapide del XIII secolo, incastonata sopra una monofora, ricorda l’inizio dei lavori di edificazione e l’opera del sapiente magister operandi che li eseguì5:

Ingenio clarus Lanfrancus doctus et aptus est operis princeps huius rector(que) magister“.

“Lanfranco, illustre per impegno, dotto e capace è il protomastro e il direttore dell’edificio”.

P. Rossi, Modena, in Enciclopedia dell’arte medievale, Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1997.

I Maestri Comacini a Modena

Il progetto di Lanfranco poté prendere forma grazie alle abili mani di scalpellini e muratori lombardi che lo seguirono a Modena. Questi Maestri Comacini contribuirono alla diffusione dello stile romanico in tutta l’Italia settentrionale, grazie a un sapere costruttivo raffinato e interprete della tradizione. A essi si devono i pregevoli capitelli della cripta, ricchi di simboli e messaggi, custodi di una conoscenza antica. Dalla pietra emergono figure mostruose di sfingi, leoni, montoni e aquile con le ali spiegate. Su di un capitello, alcune sirene bicaudate sono immagine della lussuria, su di un altro ancora appaiono gli esseri del Tetramorfo. Anche il canonico Aimone partecipò alla costruzione della Cattedrale di Modena, occupandosi del programma iconografico delle sculture.

La facciata della Cattedrale di Modena

Contrapposta all’area absidale, la facciata della Cattedrale di Modena ne riprende i ritmi e i motivi ornamentali. Il prospetto, rivolto a ovest, è a salienti e presenta tre campiture verticali divise da spesse paraste. La parte centrale è dominata dal portale maggiore e dallo splendido rosone gotico, opera realizzata, insieme ai portali laterali, dai maestri campionesi nel XIII secolo. L’ingresso principale, secondo i canoni dell’architettura lombarda, non è strombato e non presenta una lunetta. Il portale è preceduto da un protiro sorretto da leoni stilofori di spoglio, probabilmente di epoca classica, e sormontato da un’edicola con volta a botte. Ai suoi lati si ripetono, per ciascun lato, tre arcate con loggia a trifora che conferiscono alla facciata maggiore leggerezza e ariosità.

Wiligelmo e i suoi allievi

Proprio a partire dalla realizzazione della facciata, l’architetto Lanfranco venne presto affiancato da un altro grande maestro del suo tempo, Wiligelmo, che insieme ai suoi seguaci curò la decorazione plastica della Cattedrale. Wiligelmo fu uno straordinario innovatore e uno dei pochi scultori del Medioevo di cui ci è giunto il nome: il suo contributo a Modena è ricordato dall’iscrizione murata a sinistra del portale maggiore, nella quale i profeti Enoch ed Elia reggono un cartiglio con la dedicazione e la data di fondazione del Duomo, ovvero il 9 giugno 10996. In questa epigrafe, nella seconda metà del XII secolo, fu aggiunto l’elogio finale:

“Inter scultores, quanto sis dignus onore, claret scultura nunc Wiligelme tua”.

“Quanto tra gli scultori tu sia degno di onore, è evidente adesso, oh Wiligelmo, per la tua scultura”.

L’opera di Wiligelmo nella Cattedrale di Modena, celebrata già dai suoi contemporanei, segnò infatti una svolta straordinaria nel modo di concepire la scultura, ora non più considerata soltanto un’appendice architettonica, ma con una propria dignità artistica e figurativa. Con Wiligelmo, la scultura assumeva una plasticità inedita, incominciava a emergere dalla struttura, non più rigida e statica, ma come fosse in movimento. Le figure acquisivano massa e gravità, la luce modellava spazi e volumi, come non accadeva dai tempi antichi. Attraverso uno stile immediato e narrativo, i personaggi di Wiligelmo sembravano prendere vita dalla pietra, come nella decorazione del portale maggiore e nei pannelli con le Storie della Genesi.

Inoltre, tale opera non aveva soltanto un valore ornamentale, ma costituiva anche una grande fonte di conoscenza e contemplazione per i fedeli. Poiché la maggior parte della popolazione era analfabeta, i fregi e i rilievi della Cattedrale, vera e propria “Bibbia di pietra”, aiutavano a comprendere le Sacre Scritture. In tal modo, l’immagine scolpita diventava il più potente strumento di educazione e comunicazione, il mezzo per trasmettere al popolo messaggi di fede.

Il portale maggiore

Un intreccio di tralci vegetali, popolato da mostri, figure umane e animali, spesso in lotta tra loro, corre lungo gli stipiti del portale maggiore, sostenuto da telamoni. È questa una rappresentazione allegorica del combattimento interiore che il cristiano deve affrontare per guadagnarsi la salvezza. Vi si riconoscono, tuttavia, anche scene di vendemmia: avvolti dalla vegetazione, alcuni uomini sono colti nell’atto di raccogliere e assaggiare l’uva, simbolo dell’intercessione di Cristo mediante il sacrificio eucaristico. Al centro dell’archivolto compare un fanciullo nudo con due teste, un colto rimando al segno zodiacale dei Gemelli, periodo in cui iniziarono i lavori della Cattedrale e il cui nome latino Gemini ricordava per assonanza quello del patrono Geminianus7. Sull’architrave, tra rigogliosi grappoli d’uva, si scorge la figura barbuta di un Green Man che sembra scrutare i passanti. Sugli stipiti interni, invece, sono raffigurati i profeti che preannunciano la venuta del Cristo.

A Wiligelmo sono attribuiti anche due rilievi apposti più in alto sul protiro. Nel primo, due cervi si fronteggiano mentre bevono, richiamando le parole del Salmo 41: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio”8. Nell’altro rilievo, invece, un leone e una pantera sono avvinghiati da serpenti che tentano di morderli, simbolo della lotta escatologica tra Cristo e il maligno.

I rilievi con le Storie della Genesi di Wiligelmo

I quattro grandi rilievi con le Storie della Genesi di Wiligelmo sono oggi collocati ai lati del portale maggiore e su quelli laterali, ma un tempo facevano forse parte di un grande pontile interno9. I pannelli contengono una lunga sequenza scenica ambientata in una loggia con colonnine e archi.

La Creazione dell’uomo, della donna e peccato originale

Nel rilievo della Creazione dell’uomo, della donna e peccato originale, Dio appare racchiuso in una mandorla, sorretta da figure angeliche, mentre regge un libro su cui si leggono le parole: “Lux ego sum mundi, via verax, vita perennis” (“Io sono la luce del mondo, la via vera, la vita eterna”). In seguito, il Creatore plasma Adamo dalla terra e, mentre l’uomo dorme, genera Eva da una sua costola, in una rappresentazione scultorea di grande plasticità e rara bellezza. Nell’ultima scena del pannello, il serpente, attorcigliato intorno all’albero della conoscenza del bene e del male, porge alla donna il frutto del peccato originale. Dopo aver assaggiato il pomo proibito, Adamo ed Eva scoprono di essere nudi e devono coprirsi con delle foglie di fico.

La Cacciata dal Paradiso Terrestre

Nella lastra della Cacciata dal Paradiso Terrestre, Dio rimprovera Adamo ed Eva per la loro disubbidienza e un angelo armato di spada li allontana dal Giardino dell’Eden. Nell’ultima scena, l’uomo e la donna lavorano la terra, come Dio aveva ordinato ad Adamo: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita”10.

Il Sacrificio di Caino e Abele

Il rilievo del Sacrificio di Caino e Abele mostra i due fratelli che offrono un sacrificio a Dio. Caino tiene tra le mani un mazzo di spighe, mentre Abele regge un agnello. Dio, posto al centro su un altare, mostra un libro aperto su cui è scritto. “Qui sequitur me non ambulat in tenebris” (“Chi segue me non camminerà nelle tenebre”). Quindi, Caino uccide Abele con un bastone, meritandosi il rimprovero del Signore: “Ubi est Abel frater tuus” (“Dov’è Abele, tuo fratello?”). Tuttavia, il Creatore pone una mano sulla sua spalla, segno di misericordia, “perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”11.

L’uccisione di Caino e l’arca del diluvio

Nell’ultimo pannello, Wiligelmo rappresenta L’uccisione di Caino per mano del cieco Lamech, che lo colpisce con una freccia. Ne L’arca del diluvio, Noè e sua moglie si affacciano dalla grande arca che hanno costruito per salvare il creato dal diluvio universale. Nell’ultima scena, Noè e i suoi figli sbarcano sulla terraferma, segno della riconciliazione finale tra Dio e gli uomini.

La Porta dei Principi della Cattedrale di Modena

Il 1106 fu un anno molto importante per Modena. Il 30 aprile le reliquie di San Geminiano vennero solennemente traslate nella cripta della Cattedrale, i cui lavori erano già a buon punto. Nell’ottobre dello stesso anno, alla presenza della contessa Matilde di Canossa e di una gran folla, papa Pasquale II consacrò l’altare maggiore. Contestualmente a questi eventi, alla scuola di Wiligelmo fu commissionata la decorazione della Porta dei Principi, sul lato meridionale del Duomo, l’ingresso da cui passavano i “principiati”, ovvero coloro che dovevano ricevere il battesimo.

La Porta dei Principi, introdotta da un protiro con leoni stilofori, riprende la decorazione del portale maggiore. Anche qui, infatti, è presente un rigoglioso tralcio di vite che avvolge uomini intenti in varie attività lavorative, come contadini, fabbri e scultori. Sugli stipiti interni, invece, sono raffigurati i dodici apostoli, San Geminiano e uno dei suoi diaconi.

Il tema centrale della composizione scultorea sono gli Episodi della vita di San Geminiano, abilmente scolpiti sull’architrave da un anonimo “Maestro di San Geminiano” e ispirati alle agiografie medievali del santo, tra cui la cosiddetta Vita longior12. Secondo i racconti, Geminiano, vescovo modenese del IV secolo, venne chiamato dall’imperatore di Costantinopoli Gioviano per guarire la figlia indemoniata. Nel bassorilievo della Porta dei Principi lo si vede dunque galoppare a cavallo verso l’Oriente. Il santo attraversa poi il mare, agitato dal maligno, a bordo di una nave. Giunto alla corte di Costantinopoli, San Geminiano guarisce la fanciulla e riceve la riconoscenza dell’imperatore. Compiuta la sua missione, fa ritorno a Modena dove, dopo la sua morte, viene sepolto nel luogo in cui sorgerà la Cattedrale. La parte interna dell’architrave della Porta dei Principi, invece, ospita una raffigurazione dell’Agnus Dei affiancato da San Paolo e da San Giovanni Battista.

La Porta della Pescheria

Intorno al 1110, un altro allievo di Wiligelmo, noto come “Maestro di Artù”, iniziò a lavorare per adornare la Porta della Pescheria. Questo ingresso, destinato al popolo e ai pellegrini, si apriva sul lato nord della cattedrale, in corrispondenza del tracciato della Via Emilia. È probabile che nelle vicinanze, in passato, si trovassero i banconi dei venditori di pesce, da cui il curioso nome con cui il portale è conosciuto. Caso eccezionale, la Porta della Pescheria non ospita temi iconografici sacri, ma scene della mitologia classica, racconti della tradizione popolare e fiabe. Lungo i suoi stipiti esterni, avvolti da girali vegetali, si animano, ad esempio, immagini scolpite de La volpe e l’aquila di Esopo, di una mostruosa manticora o di un uomo senza vestiti che si copre la bocca con una mano. Gli stipiti interni, invece, ospitano le Allegorie dei dodici mesi.

Sull’architrave il maestro scultore compose, da destra verso sinistra: una nereide che cavalca un ippocampo; una scena tratta dai racconti medievali di Le Roman de Renart13, in cui una volpe finge la propria morte per catturare le galline che le fanno il funerale, immagine dell’astuzia del maligno; un Nodo dell’Apocalisse; due ibis che si cibano di un serpente, allegoria dell’uomo immondo che rifiuta la rettitudine; un episodio della favola di Esopo in cui la gru toglie un osso incastrato nella gola del lupo, ma non riceve alcuna ricompensa per la sua benevola azione nei confronti di un malvagio.

L’archivolto con la leggenda di Re Artù

Tuttavia, il tema iconografico più importante del portale si trova sull’archivolto, dove è scolpito un episodio narrativo tratto dalle leggende arturiane. Alcune didascalie, incise sul bordo più esterno, rivelano i protagonisti della scena: sei cavalieri, tra cui Artus de Bretania (Re Artù), stanno assediando il castello dove Mardoc (Meleagant) ha imprigionato la principessa Winlogee (Ginevra). La raffigurazione è di grande importanza, in quanto risale a qualche decennio prima della stesura dell’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, il primo romanzo del ciclo arturiano, pubblicato nel 1136. L’archivolto della Porta della Pescheria, dunque, contiene un’eccezionale testimonianza di un racconto orale della matière de Bretagne scolpito prima ancora che venisse messo per iscritto.

L’opera dei Maestri Campionesi nella Cattedrale di Modena

Dopo la metà del XII secolo, ai seguaci di Wiligelmo subentrarono i Maestri Campionesi, fautori di un linguaggio architettonico e decorativo maturo, di transizione verso il gotico. I Campionesi, originari dell’area lombardo-ticinese, si fermarono a Modena per circa due secoli, completando la Cattedrale in tutte le sue parti. A loro si deve il pontile innanzi al presbiterio, sorretto da colonne e riccamente decorato, tra le altre cose, con bassorilievi della Passione di Cristo. I Campionesi provvidero anche ad aggiungere alla facciata la grande rosa gotica con ventiquattro raggi, sormontata da un Cristo benedicente, e i portali laterali.

Tra il 1209 e il 1231, Anselmo da Campione portò a compimento un nuovo ingresso monumentale sul fianco meridionale della cattedrale di Modena, noto come Porta Regia. L’ingresso è preceduto da un imponente protiro a due piani, arricchito da una loggia superiore, che conferisce all’insieme un forte slancio verticale. La struttura è sorretta da quattro colonne: due poggiano su maestosi leoni stilofori, immagine di Cristo che protegge la sua Chiesa, mentre le altre due presentano fusti annodati, un elemento simbolico tipico della tradizione dei maestri scultori lombardi.

Nel 1319 Enrico da Campione terminò i lavori di edificazione della Ghirlandina, l’alta torre campanaria a base quadrata, coronata da una lanterna ottagonale. A lui si devono anche parte delle decorazioni degli interni, come l’elegante pulpito che si affaccia sulla navata centrale, ornato da statue in terracotta raffiguranti la Madonna, Cristo e nove santi. I fedeli della Cattedrale di Modena potevano così ascoltare le prediche e i sermoni sulle Sacre Scritture, mentre nella memoria restavano impresse le scene delle mirabili sculture di Wiligelmo e l’armonia dell’architettura di Lanfranco, sobria e solenne, che guidava lo sguardo e l’anima verso il divino.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Dalla Relatio de innovatione Ecclesie Sancti Geminiani ac de translatione eius beatissimi corporis, manoscritto O.II.11, Archivio capitolare, Modena. Il documento riferisce: “Tibi, Christe, omnium cordium intimus perscrutator, omnium bonorum primus inventor, omnium gaudiorum summus largitor, tibi quam profundi cordis maiores possumus grates, laudesque referrimus; qui tanti, ut credimus et vere confidimus, sepe prefati patris nostri precibus exoratus huius operis precipuus estasa auctor et inventor. Non enim ulla mortalium scientia, nulla illius quod a te solo factum est posset providere astutia“. ↩︎
  2. P. Galavotti, Le più antiche fonti sul duomo di Modena, Modena, 1974. ↩︎
  3. M. Al Kalak, Relatio de innovatione Ecclesie Sancti Geminiani: storia di una cattedrale, Modena, 2004. ↩︎
  4. Prima di allora, le spoglie di San Geminiano erano sempre state custodite nella cattedrale modenese, edificio ricostruito più volte nel corso dei secoli. La più antica cattedrale cittadina fu la Basilica ad corpus, del V secolo, costruita sulla tomba del santo vescovo, nell’VIII secolo venne edificato il duomo altomedievale, una nuova cattedrale sorse nell’XI secolo, infine Lanfranco costruì l’attuale edificio romanico.
    ↩︎
  5. Si riporta l’iscrizione completa e la sua traduzione: “Marmorib(vs) scvlptis dom(vs) hęc micat vndiq(ve) pvlchris – qva corpvs s(an)c(t)i reqviescit geminiani. – qve(m) plenv(m) lavdis terrarv(m) celebrat orbis. – nosq(ve) magis qvos pascit alit vestitq(ve) ministri. – qvi petit ic veram menmbris animeqve medela(m). – recta redit hincq(ve) salve recepta. – ingenio clarvs lanfrancvs doctvs et aptvs. – est operis princeps hvivs. rectorq(ve) magister. – qvo fieri cepit demonstrat littera presens. – ante dies qvintus ivnii tvnc fvlserat idvs. – anni post mille domini nonaginta novemq(ve). – hos vtiles facto versvs composvit aimo – boçalinvs massarivs sancti ieminiani. – hoc opvs fieri fecit” (“Grazie ai marmi scolpiti di cui è adornata risplende in ogni sua parte questa chiesa, dove riposa il corpo di San Geminiano, che il mondo celebra con piena lode, e in particolare noi, suoi ministri, che egli nutre, alimenta e veste. Chi cerca qui la vera medicina per le membra e per l’anima, guarisce e riparte dopo aver ricevuto la vera salvezza. Lanfranco, illustre per impegno, dotto e capace è il protomastro e il direttore dell’edificio. La presente iscrizione riporta in quale anno fu costruita: il quinto giorno delle idi del mese di giugno dell’anno del Signore novantanove dopo il mille. Questi versi utili sono stati composti da Aimone per un’esatta documentazione. Bozzalino, massaro di San Geminiano, ha fatto incidere e murare questa epigrafe”). ↩︎
  6. Si riporta l’iscrizione completa e la sua traduzione: “Du(m) gemini cancer – cursu(m) consendit – ovantes. idibus – in quintis iunii sup t(em)p(o)r(e) – mensis. mille dei – carnis monos cen – tu(m) minus annis. – ista domus clari – fondatur gemini – ani. inter scultores quant – to sis dignus onore. cla – ret scultura nu(n)c vuiligelme tua” (“L’edificazione di questa casa del grande Geminiano è incominciata quando la costellazione del Cancro inizia il suo corso, mentre quella del Gemelli se ne va salutando, cinque giorni prima delle idi di giugno nell’anno dell’Incarnazione di Dio mille cento meno uno. Quanto tra gli scultori tu sia degno di onore, è evidente adesso, oh Wiligelmo, per la tua scultura”).
    ↩︎
  7. C. Frugoni, Wiligelmo. Le sculture del Duomo di Modena, Panini Editore, Modena, 1996. ↩︎
  8. Libro dei Salmi 41, 2. ↩︎
  9. A. C. Quintavalle, Wiligelmo e la sua scuola, Sadea-Sansoni, Firenze, 1967. ↩︎
  10. Libro della Genesi 3, 17. ↩︎
  11. Libro della Genesi 4, 15. ↩︎
  12. Vita longior, X-XI secolo, nel ms. capitolare O.I.18 del XIV secolo, Archivio capitolare, Modena. ↩︎
  13. Il romanzo di Renart la volpe, a cura di M. Bonafin, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1998. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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