A Micene tra miti e culture, cosa sappiamo della civiltà micenea

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Dirupi scoscesi, monti guardinghi e mura possenti proteggono Micene, luogo di confine fra storia e mito che si erge nell’aspro paesaggio dell’Argolide. Come una sentinella millenaria, la cittadella custodisce la memoria di un popolo antico, potente e prospero, di una civiltà che dalle profondità dell’entroterra gettò i primi semi del mondo ellenico. Si narra che questo rilievo roccioso fu il teatro del mondo, palcoscenico di quei racconti che, secoli dopo, avrebbero ispirato la tragedia e plasmato la società e la politica del mondo greco. Micene: la città che il mito volle fondata da Perseo, figlio del supremo Zeus e di Danae; le cui fortezze innalzarono i Ciclopi in un tempo remotissimo, perduto e dimenticato. Da qui, secondo l’Iliade, Agamennone di Micene guidò la coalizione degli Achei contro la città di Troia.

La cittadella di Micene
Micene

Il mito: l’Iliade e Agamennone di Micene

Esiste un momento in cui la storia è così sfumata che il mito può assurgere a memoria collettiva, depositario di un passato ormai impossibile da distinguere dalla fantasia. È il caso dell’Iliade, l’epico poema che ha contribuito a forgiare l’identità della Grecia classica e di noi tutti oggi. Eppure, quanto vi è di vero nelle vicende di Paride, Achille, Ettore e Agamennone? Quanto nel destino della città di Troia? L’Iliade, attribuita al cantore Omero, fu probabilmente il frutto di una lunga tradizione orale di racconti, messa per iscritto solo tra la seconda metà dell’VIII e il VI secolo a.C.1. I fatti narrati si riferiscono, infatti, a un’età molto più antica, che già gli storici greci collocavano al tempo mitico degli eroi. Per Erodoto la guerra di Troia era avvenuta nel 1280 a.C. circa2; Apollodoro ed Eratostene proponevano una datazione più tarda, tra il 1194 a.C. e il 1184 a.C.3.

Così, per generazioni si era tramandato di come Paride, principe di Troia, avesse rapito la bella Elena, moglie del re di Sparta Menelao, portandola nella propria città; e di come una coalizione di Achei, guidata dal fratello di Menelao, il re di Micene Agamennone, fosse partita alla volta di Troia per distruggerla. Nondimeno, nessuno era più in grado di stabilire quanto vi fosse di vero in quelle storie. Il mito e la realtà erano ormai divenuti indistinguibili, tanto che persino gli storici greci Erodoto e Tucidide, nel descrivere la guerra di Troia, si limitarono a riferire quanto narrato dalla tradizione omerica4.

Micene nella Periegesi della Grecia di Pausania

Quando Pausania visitò le rovine di Micene, intorno al 170 d.C., come narra nella sua Periegesi, non poté dunque che identificarla con la città di Agamennone, il re acheo dell’Iliade, e di suo padre Atreo5. Fu lui a definire per primo le monumentali sepolture a tholos come “tesori” e a coniare il celebre appellativo di Porta dei Leoni. In un altro passo riferì dell’esistenza delle tombe di Atreo e di Agamennone che, in accordo con il mito, erano morti in patria. Agamennone, appena tornato da Troia, era stato ucciso dalla moglie Clitemnestra, che non gli aveva mai perdonato il sacrificio della figlia Ifigenia6. Il re di Micene aveva infatti acconsentito a uccidere la povera fanciulla per placare l’ira di Artemide, che impediva ai venti di far salpare la flotta achea per Troia.

Ora, a causa della difficoltà di interpretazione dell’originale testo in greco di Pausania, per secoli si credette che le sepolture regali di Micene fossero collocate all’interno dei “tesori”. Da qui nacque il nome del Tesoro di Atreo, anche detto Tomba di Agamennone7. Nessuno comprese, invece, che il Periegeta si riferiva ad altre tombe: sepolture che avrebbero cambiato la nostra percezione della storia e rivelato l’esistenza di un’intera civiltà. Nessuno tranne Heinrich Schliemann.

Il Tesoro di Atreo a Micene
Il Tesoro di Atreo

Gli scavi di Schliemann

Al pari di Pausania, vissuto molti secoli prima di lui, Heinrich Schliemann (1822-1890) era animato da una fiducia cieca negli scritti omerici. L’imprenditore tedesco, appassionato di archeologia, riteneva che quei miti non fossero mera poesia ma dovessero contenere un fondo di verità, pur esagerando gli avvenimenti descritti. Ma per quanto si potesse credere ai racconti dell’Iliade, alla metà del XIX secolo permaneva ancora un grosso ostacolo: la città di Troia non era stata ritrovata, anzi sembrava non essere mai esistita. Schliemann si recò dunque in Anatolia, lungo la sponda orientale dello stretto dei Dardanelli, e iniziò a condurre delle indagini sul posto, tra lo scetticismo di gran parte del mondo accademico. Dopo aver confrontato la conformazione del territorio con le descrizioni di Omero, nel 1871 rintracciò infine le rovine di Troia sotto l’altipiano di Hissarlik.

In realtà, l’archeologo sbagliò nell’identificare la corretta stratigrafia del sito. Giunto al livello della cosiddetta Troia II e rinvenuto un grande corredo funerario, che egli battezzò “tesoro di Priamo”, si convinse di aver finalmente raggiunto la città descritta da Omero. Ma quell’insediamento risaliva a più di mille anni prima della datazione tradizionalmente assegnata alla guerra di Troia. Oggi si ritiene che Troia VIIa sia lo strato più coerente con il riferimento temporale del XIII secolo a.C.8; il livello presenta infatti tracce di un assedio e di un incendio, se si vogliono trovare elementi a sostegno della veridicità dell’Iliade. In ogni caso, si trattò di una scoperta sensazionale che diede grande impulso ed entusiasmo alla ricerca archeologica dell’epoca.

Le tombe nascoste di Micene

Se dunque la Troia di Omero era esistita realmente, così doveva essere anche per gli eroi cantati dal mito e dalla poesia. Schliemann volse allora lo sguardo a Micene, patria del re Agamennone. La tomba del sovrano non era mai stata cercata, poiché si riteneva, sulla scorta del testo di Pausania, che fosse stata depredata all’interno del suo Tesoro. Schliemann, tuttavia, era convinto che il geografo greco fosse stato frainteso e che le sepolture regali di Micene si trovassero nascoste da qualche parte all’interno della città. E ancora una volta, in qualche modo, il mondo dovette dargli ragione.

La Tomba circolare A di Micene
La Tomba circolare A di Micene

Nel 1879 Schliemann riportò alla luce il Circolo A, una grande necropoli con tombe a fossa. I ricchi corredi dei defunti comprendevano numerose spade e pugnali, elmi a zanne di cinghiale, calici, pettorali e maschere funerarie in oro. Lo studioso tedesco credette infine di aver scovato le tombe regali di Micene perché una delle sepolture ospitava oggetti e monili raffinati in gran quantità. Tra questi vi era una pregiata maschera funeraria in oro, che egli ritenne appartenuta ad Agamennone.

La Maschera di Agamennone, Museo archeologico nazionale di Atene

La scoperta di una civiltà

In realtà, anche questa volta Schliemann aveva interpretato erroneamente i reperti. I corredi del Circolo A di Micene appartenevano a un’epoca molto anteriore ai fatti omerici, precedendoli di circa quattrocento anni. Oggi sappiamo che le sepolture a pozzo più antiche sono datate al XVII-XVI secolo a.C., quando in città non esistevano ancora né il Palazzo né le mura ciclopiche. Le tombe, riferibili a membri dell’aristocrazia militare più che a presunti regnanti, furono inglobate all’interno dell’insediamento e monumentalizzate soltanto in seguito, quando venne eretta la cinta con la Porta dei Leoni, nel XIII secolo a.C. Tuttavia, il merito di Schliemann fu di aver recuperato le evidenze materiali di una civiltà avvolta nel mito, quella micenea, che era stata da molto tempo dimenticata.

Lo studioso notò una certa somiglianza tra alcuni reperti che aveva rinvenuto a Troia e quelli di Micene. I successivi scavi condotti a Orcomeno (1880-81) e a Tirinto (1886) gli diedero la certezza di aver individuato le tracce di una civiltà comune. Sulla base di quanto narrato, Schliemann non poteva che chiamarla micenea.

Chi erano i Micenei?

Eppure, i Micenei non si chiamavano affatto così. Lo stesso Omero designa i Greci riuniti sotto Agamennone come Argivi (Ἀργεῖοι); Danai (Δαναοί), ossia della tribù di Danao, il leggendario re di Argo; infine Achei (Ἀχαιοί). Sul piano linguistico, è stata ipotizzata una corrispondenza tra gli Achei e gli Akhkhiyawā citati nelle fonti ittite, a cui il sovrano Hattušili III o Muwatalli II inviò una missiva, denominata lettera di Tawagalawa9, per chiedere la cessazione delle ostilità in Asia Minore10. È dunque possibile che i Micenei corrispondessero agli Achei, un popolo indoeuropeo giunto in Grecia intorno al 2000 a.C. proveniente dai Balcani.

Gli archeologi individuano i primi fermenti della civiltà micenea nel periodo del Medio Elladico (2100-1650 a.C. circa)11. Nel corso del Tardo Elladico (XVII-XI secolo a.C.), questa civiltà raggiunse il suo apogeo e gettò le premesse della Grecia classica. Agli Achei-Micenei si deve la fondazione e lo sviluppo di numerose città: in Argolide le più famose sono Micene, Argo e Tirinto; in Messenia, l’importante Pilo; in Beozia, Tebe e Orcomeno. Anche ad Atene, in Attica, sotto le rovine della città classica sono state rinvenute le tracce di un insediamento miceneo.

Affresco miceneo raffigurante una cortigiana, Museo archeologico nazionale di Atene
Un affresco miceneo del XIII secolo a.C. raffigurante una cortigiana e proveniente da un’abitazione dell’acropoli di Micene, Museo archeologico nazionale di Atene

A ogni modo, non bisogna pensare alla civiltà micenea come a un impero: le città erano indipendenti tra loro e, al massimo, potevano formare piccole coalizioni territoriali. Anzi, le mura ciclopiche di alcuni centri e le posizioni collinari sopraelevate suggeriscono un mondo segnato da tensioni e conflitti. Gli archivi ittiti riferiscono dell’interesse bellico degli Akhkhiyawā per una città collocata in Asia Minore e chiamata Wilusa12. È opinione comune che essa corrispondesse a Ilio, la Troia di Omero.

Micene, cittadella achea

Nei diversi insediamenti micenei si riscontra un comune modello topografico, specchio di un’articolazione sociale ben definita e di standard condivisi. Il fulcro del controllo amministrativo della città, sede delle élite politiche, era il Palazzo. Caratterizzato da un’architettura funzionale complessa, l’edificio era collocato nel punto più elevato di un rilievo collinare, all’interno dell’acropoli. La cittadella, talvolta cinta da mura ciclopiche, costituiva il livello intermedio, mentre più a valle si estendeva la città bassa. Il migliore esempio di questo modello è rappresentato dai resti di Micene. Nei decenni che seguirono le avventurose scoperte di Schliemann, infatti, il sito fu oggetto di numerose indagini archeologiche, condotte con un approccio più rigoroso e metodologico.

Un plastico del sito archeologico di Micene, Museo Archeologico Nazionale di Atene
Un plastico del sito di Micene, Museo archeologico nazionale di Atene

L’acropoli della città si mostra ancora oggi, intatta nella sua imponenza, dopo circa trentatré secoli di storia. Adagiata su un’altura incastonata tra i monti Prophitis Ilias e Zara, che ne costituiscono lo scenografico sfondo naturale, può essere raggiunta inerpicandosi lungo un breve sentiero. La cinta muraria è il primo elemento a comparire allo sguardo. Costeggiando il fianco occidentale si raggiunge quindi l’ingresso principale della città: la Porta dei Leoni.

Le mura e la Porta dei Leoni

Le mura “ciclopiche” constano in facciata di grossi blocchi di conglomerato, disposti in filari pseudo-isodomi. Furono edificate in differenti momenti ma il loro completamento si deve alla fase più avanzata del Tardo Elladico (metà del XIII secolo a.C.), sintomo di una riorganizzazione necessaria dopo eventi di distruzione e catastrofe. Anche la celebre Porta dei Leoni, costituita da enormi monoliti, appartiene allo stesso periodo. L’ingresso monumentale, alto circa 3,20 metri e largo 3, fu così denominato da Pausania per via del timpano triangolare che lo sovrasta.

La Porta dei Leoni a Micene
La Porta dei Leoni di Micene

Su di esso sono scolpiti due leoni contrapposti, separati da una colonna, metafora del Palazzo e del suo potere. Le fiere sono prive delle teste e delle criniere, che erano collocate di prospetto, a incastro, sul concio che si trovava sopra il timpano. Il leone, motivo ricorrente nell’arte dei Micenei, possedeva un valore simbolico connesso alla forza e alla regalità ed esprimeva l’attitudine guerriera di questo popolo. Lo ritroviamo così raffigurato su un pugnale e su un vaso cerimoniale (rhytòn) provenienti dalla Tomba circolare A, oggi al Museo archeologico nazionale di Atene.

Un rhytòn dalla Tomba circolare A di Micene, Museo archeologico nazionale di Atene

La Porta dei Leoni è un’opera di brillante ingegneria. Il triangolo scolpito che sovrasta l’ingresso svolge infatti un’importante funzione strutturale: serve ad alleggerire il peso della sovrastruttura che spinge sull’architrave. I due avancorpi che precedono l’ingresso, inoltre, formano un imbottigliamento dove i nemici, in caso di assedio, potevano accalcarsi ed essere colpiti con più facilità. In prossimità della soglia, sul versante interno delle mura, una nicchia ospitava forse una divinità legata alla guerra e alla protezione. La Porta dei Leoni non era l’unico accesso di Micene: a settentrione le mura si aprivano attraverso la più sobria e minuta Porta Nord.

La Porta Nord di Micene
La Porta Nord

Il Palazzo di Micene

Superata la Porta dei Leoni si giunge alla cittadella. Entro le mura sono racchiusi la famosa Tomba circolare A, il granaio cittadino, alcune abitazioni e il complesso santuariale con il Tempio degli Idoli. Entro le mura sono racchiusi la famosa Tomba circolare A, il granaio cittadino, alcune abitazioni e il complesso santuariale con il Tempio degli Idoli. Su ogni edificio domina la presenza dell’acropoli e del Palazzo, o quantomeno di ciò che ne rimane. Il percorso per raggiungere l’edificio è ascensionale: prende avvio da uno scalone d’accesso, posto subito in asse con la Porta dei Leoni, e prosegue lungo una rampa che conduce al livello superiore. Il Palazzo di Micene sorge su un’ampia spianata artificiale, racchiusa entro una seconda cinta di mura ciclopiche.

Le rovine del Palazzo di Micene
Le rovine del Palazzo di Micene con il cortile e il megaron

Un tempo si accedeva al Palazzo attraverso un propileo posto a nord-ovest, di cui sono sopravvissute solo le basi colonnari. Il cuore pulsante di tutto il complesso, articolato su tre livelli, era costituito dal megaron. Si trattava di un ambiente a pianta rettangolare, in antis, lungo circa 23 metri, che si affacciava a est su un cortile interno. Il megaron era articolato in un vestibolo (prodromos) e in una sala principale (domos). Al centro di quest’ultimo vano, riccamente affrescato, era collocato un grande focolare circolare, delimitato da quattro colonne angolari in legno rivestito di bronzo, delle quali si conservano ancora i basamenti in pietra. Su un trono ligneo, collocato al centro del lato meridionale, trovava posto il sovrano, cui venivano rivolti cerimoniali e libagioni.

La riproduzione di un Palazzo miceneo13

La gestione palaziale

Dal megaron si accedeva a un’intricata rete di corridoi e sale secondarie. Tali ambienti erano adibiti tanto alla custodia di documenti e degli archivi quanto all’immagazzinamento delle risorse e alla loro lavorazione. Ad esempio, nella cosiddetta Officina degli artisti e degli artigiani sono state rinvenute tracce della lavorazione di pietre semipreziose. È possibile che una parte significativa delle ricchezze della città dovesse confluire nel Palazzo per esser poi ridistribuita. Tutto ciò rende l’idea di come il complesso palaziale fosse la sede unica, centralizzata e fondamentale, preposta alla gestione politica, amministrativa e finanche religiosa della città.

Le tombe circolari A e B di Micene

Le più antiche testimonianze archeologiche di Micene sono costituite dalle tombe del Circolo B, scavate negli anni Cinquanta dagli archeologi Mylonas e Papadimitriou poco fuori dall’acropoli, e da quelle del Circolo A, riportate alla luce da Schliemann all’interno della cinta muraria.

Il Circolo B

La Tomba circolare B fu utilizzata durante le ultime fasi del Medio Elladico e, agli inizi del Tardo Elladico, venne abbandonata in favore del nascente Circolo A. Le due grandi strutture funerarie non furono dunque impiegate in contemporanea, se non forse per un breve periodo e a causa della presenza di differenti gruppi aristocratici14. L’area B, racchiusa da un muro circolare alto circa un metro e venti, ospitava ventisei tombe. Alcune di queste, della tipologia a cista litica, erano collocate a una ridotta profondità nel terreno. Quattordici tombe più recenti, del tipo a fossa, erano invece destinate a sepolture familiari e hanno restituito corredi di straordinaria ricchezza.

Gli oggetti recuperati testimoniano lo status aristocratico dei defunti: lunghe spade con impugnature decorate in oro e avorio, pugnali, punte di freccia e una maschera funeraria caratterizzavano i corredi maschili; spille d’argento, orecchini, collane, diademi, manufatti in sottile lamina d’oro ornavano le vesti e le chiome femminili. Buona parte degli individui maschili sepolti nel Circolo B era dunque costituita da combattenti, elemento che suggerisce una certa vocazione della società micenea alla guerra. Poiché le tombe a fossa erano d’uso familiare, era necessario tenere traccia della loro posizione affinché potessero essere reimpiegate all’occorrenza. Perciò sulle sepolture venivano erette delle stele funebri in pietra, con funzione di segnacoli.

Una stele funeraria dalla tomba circolare A di Micene
Una stele funeraria dalla tomba circolare A di Micene raffigurante un carro in battaglia, Museo archeologico nazionale di Atene

Il Circolo A

Non meno prestigiosi sono i corredi recuperati dalle tombe “regali” del Circolo A, trattandosi di veri e propri tesori. Oltre ai tipici armamenti maschili, sono stati rinvenuti elmi a zanne di cinghiale e soprattutto alcune maschere in lamina aurea tra cui la famosa Maschera di Agamennone. La presenza di manufatti impiegati per la bardatura equina testimonia presso i Micenei l’importanza dei cavalli, impiegati in battaglia soprattutto alla guida di carri. Non mancavano poi preziosi servizi di ceramica e vasellame realizzato in lamina di bronzo, argento, oro ed elettro, insieme a straordinari diademi e gioielli femminili.

La Tomba circolare A di Micene
La Tomba circolare A di Micene

Le sepolture del Circolo A, costituite da sei grandi tombe a fossa che ospitavano diciannove defunti e risalenti al XVI secolo a.C., erano collocate lungo il declivio collinare che conduceva alla città, a occidente. Solo in un tardo momento, con la costruzione della cinta muraria ciclopica e della Porta dei Leoni, l’area funeraria venne inglobata nell’abitato. Le tombe furono allora ricoperte da un possente riempimento di terra, in modo da creare una piattaforma artificiale. Su di essa si realizzò un muro di peribolo apponendo due cerchi concentrici di ortostati. Al termine di questo processo vennero ricollocate anche le undici stele-segnacolo, decorate con scene di caccia e di combattimento tra carri.

La monumentalizzazione del Circolo A

È interessante notare che tutto ciò avvenne quando le tombe circolari non erano più in uso e si privilegiava ormai la tipologia a tholos. Il Circolo A, al declinare dell’Età del Bronzo, costituiva già il ricordo di un passato lontano da preservare e rendere manifesto. Nella monumentalizzazione della necropoli di Micene v’era innanzitutto una ragione pratica. Essa si trovava collocata molto più in basso della nuova cinta muraria e il dislivello, creando una cavità, favoriva il pericoloso accumulo delle acque piovane. Ma l’inglobamento delle tombe degli antenati nell’acropoli della città, proprio di fronte al Palazzo, non poteva che rispondere alla precisa volontà, da parte dei regnanti di Micene, di legittimare il potere attraverso la costruzione di una continuità culturale e identitaria con gli eroi del passato. L’opera si inserisce in un momento di declino, come discuteremo più avanti, non solo della città argiva ma dell’intera civiltà micenea.

Le tombe a tholos di Micene

Sul finire del Medio Elladico a Micene si cominciarono a impiegare nuove tipologie funerarie, più imponenti e monumentali. Si tratta delle grandi tombe a tholos: un vano circolare era sormontato da una falsa cupola costituita da filari di conci ad aggetto progressivo. Si intendeva in tal modo evidenziare il prestigio dei gruppi familiari qui sepolti, sebbene i corredi, almeno in principio, non fossero altrettanto ricchi rispetto a quelli rinvenuti nei tumuli circolari15. Soltanto nel pieno Tardo Elladico i defunti collocati nelle tholoi vennero accompagnati da un campionario di beni paragonabili, segno della maturata acquisizione di un rango sociale più elevato.

La Tomba di Clitemnestra a Micene
La Tomba di Clitemnestra

Risale a questo periodo la collocazione delle tombe a tholos più raffinate, appartenenti forse alla dinastia reale, poste lungo i percorsi di accesso alla città per enfatizzare il prestigio della committenza, quali il Tesoro di Atreo e la Tomba di Clitemnestra16.

L'interno della Tomba di Clitemnestra a Micene
L’interno della Tomba di Clitemnestra

La scrittura lineare B e le fonti documentarie

Una conoscenza, seppur parziale, dei meccanismi di gestione economica e amministrativa dei Micenei ci è giunta grazie alla fortuita conservazione di alcuni documenti d’archivio. Al momento del collasso dell’Età del bronzo, per cause ancora dibattute, molti dei Palazzi cittadini andarono distrutti. Alcuni di essi, come quello di Pilo e di Cnosso, furono devastati dagli incendi. Le fiamme, pur cancellando gran parte dei materiali deperibili, permisero alle tavolette d’argilla custodite negli archivi di cuocersi e di conservarsi così nel tempo. Le uniche testimonianze scritte della civiltà micenea sono dunque dei documenti di contabilità provvisori, relativi agli anni subito precedenti le distruzioni, redatti in una particolare forma di scrittura chiamata lineare B. Da Pilo, ad esempio, ci sono pervenute 1200 tavolette e 165 cretule; da Cnosso circa 8500 documenti, tra testi integri e frammenti di tavolette; da Micene circa 63 testi.

La ragione per cui non possediamo altre fonti scritte dei Micenei è dovuta all’utilizzo di materiali deperibili come il papiro e il lino. Si comprende quindi come questa pochezza documentaria abbia rappresentato un grosso ostacolo alla conoscenza della Grecia preclassica. A ciò si aggiunge il fatto che la Lineare B sia stata decifrata soltanto nel 1952, grazie all’intuizione di Ventris e Chadwitck17. Ventris comprese per primo che quella scrittura sillabica veniva utilizzata per trascrivere una forma arcaica di greco, dimostrando la continuità culturale tra la civiltà micenea e il mondo greco dei secoli successivi. Un’ipotesi accreditata è che la lineare B sia stata derivata dalla lineare A minoica, tuttora indecifrata, dopo la conquista di Creta nel XV secolo a.C.

“A Salapeda [ci sarà] una consegna per Poseidone. Enkherrāwōn consegnerà agli scuoiatori di pecore un contributo della seguente quantità: 4 unità di grano, 3 di vino, 1 bue, 10 formaggi, una pelle di agnello, 3 unità di miele su 60 […]”.

Tavoletta un718 rinvenuta a Pilo.

La società micenea

Una volta decodificata la lineare B, gli archeologi hanno cercato di carpire quante più informazioni possibili dalle tavolette d’archivio dei palazzi micenei. Così, la contabilità delle feste e dei culti rivela il pantheon delle divinità in cui figurano, tra gli altri, Zeus, Hera, Poseidone, Ermes ed Artemide. Le note sulla distribuzione dei beni e dei terreni permette invece di abbozzare la struttura politica e sociale dei Micenei, sebbene con molte incertezze. Alcuni studiosi ipotizzano che essa si sia sviluppata a partire dal modello dello chiefdom, in cui ogni clan era guidato da un capo autorevole, fino a evolvere in istituzioni burocratiche permanenti e finemente regolamentate, il cui centro era rappresentato dal Palazzo18.

Tavolette in argilla con lineare B da Micene, Museo archeologico nazionale di Atene
Tavolette in argilla incise con lineare B e provenienti da Micene, Museo archeologico nazionale di Atene

Il wanax

Le figure di comando non sono sempre definibili in modo chiaro e non è escluso che vi fossero delle peculiarità regionali a noi ignote. Ciò nondimeno, è plausibile che il capo di ogni città-stato fosse il wanax (wa-na-ka), citato nelle tavolette d’archivio sempre come il destinatario dei beni portati a Palazzo. Il wanax era il titolare unico del potere politico, militare e religioso. I documenti d’archivio delle città micenee si riferiscono infatti a esso sempre al singolare. Dalle tavolette di Pilo si scopre che il wanax nominasse personalmente i funzionari preposti alla gestione del territorio. Egli stabiliva chi dovesse diventare un telestas (te-re-ta), importante figura amministrativa e forse religiosa, proprietaria di un temenos (te-me-no), un terreno dal quale ricavava risorse destinate al Palazzo e alla città; chi uno degli orgeones, forse sacerdoti cui veniva assegnato un eremos, un piccolo appezzamento di terra; chi un damokoros (da-mo-ko-ro), un funzionario locale19.

Il wanax possedeva un temenos circa tre volte più esteso rispetto altelestas20. Quello di Pilo, ad esempio, era in grado di produrre trenta unità di grano. A Pakijane, inoltre, il wanax offriva una notevole quantità di beni a una divinità in occasione della sua cerimonia di iniziazione, circostanza che potrebbe attestare anche il suo potere religioso21. Alcune tavolette d’argilla riscoperte nel Palazzo di Cnosso lo citano, infine, come capo militare al comando di guerrieri pronti per la battaglia22. Potrebbe essere questo il motivo per cui Omero, nell’Iliade, si riferisce ad Agamennone come “anax andron“, signore di uomini.

Il lawagetas

Le tavolette d’archivio tramandano poi la figura enigmatica del lawagetas (ra-wa-ke-ta). L’etimologia del termine fa pensare che il lawagetas fosse una sorta di comandante militare. Nella lingua greca dei secoli successivi, infatti, laos indicava il popolo, mentre ágein significava “condurre”. Si trattava dunque di colui che conduceva il popolo in armi? L’interpretazione è suggestiva, ma deve essere accolta con cautela: le tavolette d’archivio non fanno mai esplicito riferimento a una funzione militare, lasciando aperta la questione. In alcuni passi il lawagetas è invece a capo di gruppi operai addetti alla costruzione di mobili e vasi23. Al pari del wanax, sappiamo che ci fosse un solo lawagetas per città. Talvolta le due figure sono citate insieme24, evidenza che non fossero mutualmente esclusive. È stato quindi ipotizzato che il lawagetas potesse essere una sorta di secondo in comando, una figura di alto rango, coinvolta nella gestione del regno.

Il basileus

Il basileus (qa-si-re-u) – non inganni il termine che solo a partire dal periodo classico avrebbe indicato il re o l’imperatore – era un capo artigiano, un falegname o un fabbro che possedeva una bottega. Vale la pena sottolineare l’importanza sociale e il potere di tale figura che, realizzando tra le altre cose gli armamenti, rendeva possibile la guerra e la sopravvivenza della città.

Il Cratere dei Guerrieri dal Circolo A di Micene, Museo archeologico nazionale di Atene
Il Cratere dei Guerrieri dal Circolo A di Micene, fine del XIII secolo a.C., Museo archeologico nazionale di Atene

Aristocratici, popolani e schiavi

La classe aristocratica dei Micenei, come attestato dai vari corredi funerari rinvenuti, era costituita dagli heqwetai (e-qe-ta), i “seguaci”. Essi erano probabilmente degli alti ufficiali del regno, forse compagni o parenti del sovrano. Le tavolette ci permettono di affermare con certezza soltanto che avessero il ruolo di sorveglianti nella rendicontazione delle merci. Tuttavia, il potere delle élite di comando consisteva nel controllo non tanto dei beni materiali ed economici, quanto piuttosto di quelli simbolici. Agli heqwetai erano infatti associate attività di carattere rituale e cerimoniale, nonché la custodia di conoscenze misteriche.

Il popolo citato nei documenti era il damos (da-mo), con ogni probabilità i contadini che lavoravano il temenos e gli allevatori, che all’occorrenza venivano arruolati come guerrieri. Non mancavano infine gli schiavi, il doulos (do-e-ro), che gli archivi di Pilo narrano provenire soprattutto dall’Anatolia e dall’Egeo orientale, come le lamentele degli Ittiti facevano già sospettare. A Pilo gli schiavi erano impiegati, tra le altre attività, come rematori e tessitori.

L’organizzazione sociale dei Micenei, seppur sviluppata a livello di piccoli centri territoriali, non era affatto chiusa in se stessa ma fortemente orientata alle relazioni con l’esterno. I ritrovamenti di manufatti micenei in ogni angolo del Mediterraneo, da Cipro alla Sardegna, come pure nel relitto di Ulu Burun, rinvenuto al largo della costa sud-occidentale della Turchia, rivela la grande mole di merci che essi movimentavano nell’ambito di complesse rotte di navigazione.

La fine della civiltà micenea

A partire dalla fine del XIII secolo a.C., per cause ancora dibattute, i Palazzi micenei andarono distrutti. A Micene è attestato un episodio di devastazione già alla metà dello stesso secolo, quando la città bassa fu preda delle fiamme e l’acropoli venne fortificata con le mura ancora oggi visibili. È questo il segno di un generale mutamento delle condizioni di egemonia territoriale e, con ogni probabilità, della pressione di nemici provenienti da altrove. Da lì a pochi decenni si sarebbe consumato il declino di tutta la civiltà degli Achei.

Il collasso dell’Età del bronzo

Non si trattò, tuttavia, di un fenomeno isolato, nel medesimo lasso di tempo anche i regni levantini furono sconvolti da catastrofici cambiamenti. Ḫattuša, la capitale dell’Impero ittita venne rasa al suolo, Ugarit fu data alle fiamme e anche il Nuovo Regno egizio sperimentò notevoli difficoltà. Questo periodo di transizione verso l’Età del ferro è ciò che gli archeologi chiamano il collasso dell’Età del bronzo. Sono state fatte molte ipotesi sulle cause che condussero alla crisi imperi fiorenti e città secolari. Oggi è diffusa l’idea che non vi fu un’unica ragione ma differenti concause, alcune dovute a fenomeni naturali e altre a effetti antropici.

I danni ai Palazzi di Tebe e Tirinto fanno pensare a terremoti distruttivi, giacché le tavolette d’argilla degli archivi subirono uno schiacciamento dovuto al crollo del tetto. A Pilo il grande incendio palaziale fa sospettare un attacco dei cosiddetti popoli del mare, tra i quali gli Sherdana, che furono in larga parte responsabili anche del declino ittita. La tradizione storica, inoltre, tramanda che circa ottanta anni dopo la guerra di Troia giunsero nel Peloponneso i Dori, una popolazione greca proveniente da nord-ovest. Ciò nondimeno, è assai probabile che essi subentrarono quando la civiltà micenea era già al collasso (XI sec. a.C. circa) e pertanto si limitarono solo a colmare il vuoto di popolamento creatosi nella regione. Il crollo dei Micenei non fu dunque un fenomeno repentino. Eventi concomitanti resero difficile l’approvvigionamento delle risorse e i commerci marittimi, conducendo infine a una forte crisi sociale che si concretizzò nei crolli palaziali.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Erodoto, Storie, II, 53. ↩︎
  2. Erodoto, Storie, II, 145. Si tratta di un’interpretazione del testo erodoteo promossa da J. Bérard in La Magna Grecia, Torino, 1955. ↩︎
  3. Eratostene, 241 fr. 1; Apollodoro, 244, fr. 61. Entrambi da F. Jacoby, Die Fragmente der griechischen Historiker (FGrHist), Berlin-Leiden, 1923-1958. ↩︎
  4. Tucidide, La Guerra del Peloponneso. ↩︎
  5. Pausania, Periegesi della Grecia, II, 5-6. Da Pausania, Viaggio in Grecia, Guida antiquaria e artistica. Corinzia e Argolide, introduzione, traduzione e note di S. Rizzo, Rizzoli, Milano 1992. ↩︎
  6. Apollodoro, Biblioteca, Epitome VI, 25; Igino, Fabulae. Da G. Guidorizzi, Igino. Miti, Milano, Adelphi, 2000. ↩︎
  7. C. Brillante, Le tombe reali di Micene nella testimonianza di Pausania, in V. La Rosa, D. Palermo, L. Vagnetti, Simposio italiano di Studi Egei, Roma 1998. ↩︎
  8. C. W. Blegen, Troy, Londra 1963. ↩︎
  9. La lettera di Tawagalawa o di di Piyama-Radu, KUB 14.3 (CTH 181), risalente al XIV-XIII secolo a.C. e recuperata dagli archivi reali di Ḫattuša. Testo di riferimento: G. M. Beckman, T. Bryce, E. H. Cline, The Ahhiyawa Texts, Society of Biblical Literature, 2011. ↩︎
  10. M. Benzi, Anatolian and the Eastern Aegean at the Time of the Trojan War, in Omero tremila anni dopo, a cura di F. Montanari, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2002. ↩︎
  11. Gli archeologi usano suddividere la cronologia della Grecia preistorica dopo il Neolitico (VII-IV mill. a.C. circa) in: antica Età del Bronzo o Antico Elladico (fine del IV mill. al 2100 a.C. circa); media Età del Bronzo o Medio Elladico (2100-1650 a.C. circa); tarda Età del Bronzo o Tardo Elladico (1650-1050 a.C. circa). ↩︎
  12. La lettera di Manhapa-Tarhunta, KUB 19.5 e KBo 19.79 (CTH 191). ↩︎
  13. Di Ken Russell Salvador – originally posted to Flickr as Palace in color, Atreid Dynasty, CC BY 2.0, immagine. ↩︎
  14. G. Graziadio, The Chronology of the Graves of Circle B at Mycenae: a New Hypothesis, in American Journal of Archaeology, 92 1988. ↩︎
  15. E. Borgna, I Micenei, in Storia d’Europa e del Mediterraneo. Il Mondo antico I. La preistoria dell’uomo. L’Oriente mediterraneo, vol. II. Le civiltà dell’Oriente mediterraneo, a cura di S. de Martino, Roma 2006. ↩︎
  16. I monumenti furono realizzati tra il XIV e il XIII sec. a.C. ↩︎
  17. M. Ventris, J. Chadwick, Evidence for Greek Dialect in the Mycenaean Archives, in Journal of Hellenic Studies, 73 1953; M. Ventris, J. Chadwick, Documents in Mycenaean Greek, Cambridge, Cambridge University Press, 1956. ↩︎
  18. J. C. Wright, Factions and the Origin of Leadership and Identity in Mycenaean Society, in Bullettin of the Institute of Classical Studies, 45, 2001. ↩︎
  19. Dalla tavoletta ta711 degli archivi palaziali di Pilo. ↩︎
  20. Dalla tavoletta er312 di Pilo. ↩︎
  21. Tavoletta d’archivio un2 di Pilo. ↩︎
  22. Dalle tavolette vc73 e vd136 provenienti da Cnosso. ↩︎
  23. Si veda la serie ws di Cnosso. ↩︎
  24. Ibidem nota 19. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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