Sulla facciata della Pieve dei Santi Vito e Modesto a Corsignano, nel territorio di Pienza, una cariatide separa gli archi dell’unica bifora che si apre sopra il portale d’ingresso. La figura femminile, con il volto ieratico e le mani poggiate sui fianchi, sembra osservare i fedeli che si recano in questo sacro luogo. La scultura vigila sulla dimora di Dio, impedendo al maligno di accedervi, e soprattutto è immagine della virtù, della verginità che fu di Maria. Situata sull’ordine superiore del prospetto, vicina alla dimensione celeste, essa trova la sua nemesi figurativa nella sconvolgente sirena bicaudata scolpita al centro dell’architrave sul portale, metafora della tentazione e della lussuria. Nelle intenzioni dei maestri costruttori medievali della Pieve di Corsignano, riedificata nel XII secolo, la sirena era un rimando a ciò che è terreno e materico, alle passioni del mondo da abbandonare prima di varcare la soglia della chiesa.

Allo stesso messaggio escatologico si riferiscono i due bassorilievi laterali dell’architrave, espressione del combattimento interiore del cristiano che cerca la redenzione divina. Sulla sinistra, un individuo impegnato in un lavoro manuale, forse uno scalpellino, presta ascolto alla voce del maligno1, qui figurato nelle sembianze del drago-serpente. La metà inferiore dell’uomo ha l’aspetto della coda di un pesce: è già stato corrotto. Sulla destra, di contro, due giusti della Chiesa allontanano la voce del tentatore. Il portale della Pieve di Corsignano, strombato e forse ispirato a modelli lombardi2, è decorato sugli stipiti e l’architrave con un raffinato intreccio vegetale, che ben si raccorda con i capitelli sorretti dalle esili colonne più esterne. Sui conci di imposta dell’arco, invece, appaiono delle teste di ariete, un disco solare e un volto barbuto, figure cristologiche che vigilano sull’ingresso dell’edificio con valore apotropaico.

Le origini della Pieve di Corsignano
La Pieve di Corsignano, adagiata sul pendio dell’altura su cui sorge Pienza, si volge a occidente verso un paesaggio bucolico, dominato da campi e pascoli. Nel Medioevo, per queste terre transitavano i pellegrini provenienti da una diramazione della Via Francigena, che si biforcava dopo la tappa di Torrenieri a Montalcino, citata dall’arcivescovo Sigerico nel suo itinerario3. I fedeli, provenienti da sud, potevano scorgere da lontano la massiccia torre della chiesa che svettava sulla vallata. Il campanile cilindrico, d’ispirazione ravennate, era un tempo ancora più alto e oggi è mancante della sua sommità a causa di un crollo. Sulla base di confronti stilistici, gli studiosi lo fanno risalire alla seconda metà dell’XI secolo4.

Si tratta di una delle parti più antiche della pieve, ricostruita nel XII secolo, ma già menzionata in un iudicatum longobardo del 714 relativo a una disputa giurisdizionale tra i vescovi di Arezzo e Siena. Dal documento, emesso da tale Ambrosius, maggiordomo del re Liutprando, scopriamo che tra gli edifici di culto contesi tra le diocesi vi fosse un Baptisterium a Sancto Vito in Rutiliano, ovvero l’odierna Pieve di Corsignano5. La tradizione battesimale della chiesa non cessò nemmeno dopo il suo rinnovamento romanico. Nelle Rationes decimarum del 1278 la pieve risulta ancora dedicata a San Giovanni6. Nel fonte battesimale conservato al suo interno, si dice che nel 1405 sia stato battezzato Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II.

Anche la cripta appartiene all’originaria architettura protoromanica della Pieve. I locali sotterranei, ad aula rettangolare absidata7, sono coperti da volte a crociera, sorrette da un’unica colonna centrale8. Sulla base che sorregge il fusto spicca la rappresentazione incisa di un centro sacro, simbolo del luogo d’incontro tra l’uomo e il divino, prefigurazione della Gerusalemme celeste.

Una pieve romanica
La facciata a salienti, coronata da una successione di archetti ciechi, riflette all’esterno la diversa altezza delle tre navate interne. Gli spazi interni, sobri e ben proporzionati, sono scanditi da possenti pilastri quadrangolari, che sorreggono i grandi archi longitudinali a tutto sesto, tra loro asimmetrici. Un tempo le navate terminavano con absidi semicircolari, ormai perdute in seguito a un crollo9. La copertura è a capriate lignee, tipica delle pievi romaniche toscane del XII secolo.

Sul fianco meridionale della pieve si apre un portale dalla preziosa decorazione scultorea, a bassorilievo. Sull’architrave si riconoscono le scene evangeliche della Venuta dei Magi e della Natività, racchiuse entro una loggia con colonne e capitelli. Nella Natività, Gesù nella mangiatoia è avvolto in fasce alla presenza di Maria, mentre viene scaldato dal bue e dall’asino, come vuole la tradizione. Alla sua destra si può riconoscere la figura di San Giuseppe, mentre, sul lato opposto, è raffigurato l’episodio evangelico dell’Annuncio dell’angelo ai pastori10.

Lungo gli stipiti si snoda una serie di rimandi simbolici alla vittoria escatologica sul peccato, che prende le sembianze di un nutrito bestiario medievale, quasi cullato tra nodi e spirali. All’apice dei piedritti, un’aquila e un leone, immagini della doppia natura celeste e terrestre del Cristo, respingono mostri e fiere che, invano, tentano inquiete di scalare le gerarchie del cosmo.
Samuele Corrente Naso
Note
- S. Bernardini, Il serpente e la sirena. Il sacro e l’enigma nelle pieve toscane, Editrice Donchisciotte, Firenze, 2000. ↩︎
- M. Salmi, Chiese romaniche della campagna toscana, Electa, Milano, 1958. ↩︎
- Itinerario di Sigerico, British Library di Londra, catalogato come MS Cotton Tiberius B. V, ff. 23v – 24r. ↩︎
- G. Tigler, Toscana Romanica, Jaca Book, Milano, 2006. ↩︎
- Iudicatum di Ambrosius, agosto 714, in Luigi Schiaparelli, Codice diplomatico longobardo, I, Roma, Istituto Storico Italiano, 1929, n. 17; copia in Archivio Storico Diocesano di Arezzo, Carte della Canonica, n. 3. ↩︎
- P. Guidi (cur.), M. Giusti (cur.), Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV: Tuscia, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1973. ↩︎
- M. Moretti, L’architettura romanica religiosa nel territorio dell’antica Repubblica Senese, Ed. Benedettine, Parma, 1962. ↩︎
- Ibidem nota 4. ↩︎
- Ibidem nota 7. ↩︎
- Vangelo di Luca 2,1-7. ↩︎


