Monte d’Accoddi, centro sacro della Sardegna

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All’alba del terzo millennio a.C., a Monte d’Accoddi qualcuno guardò al cielo. E al chiarore della notte vide nel firmamento l’immagine divina della madre, la grande dea, generatrice e nutrice dell’universo. Per sua volontà, anche le stelle, come gli esseri sulla terra, erano visibili per un tempo e poi rinascevano a nuova vita, quando la luce al mattino rifulgeva oltre le tenebre. La dea madre recava in grembo ogni cosa, sulla terra come nel cosmo. Ella garantiva la continuità dei cicli naturali, stabiliva il tempo della vita sulla morte.

Il manifestarsi di espressioni culturali inedite nella Sardegna prenuragica era l’arcano riflesso di concezioni nuove del mondo e del divino. Gli antichi Sardi di cultura Ozieri, primi fra tutti, elevarono il rito verso il cielo. Questa fase di cambiamento si concretizzò nella realizzazione di architetture cultuali innovative. Non lontano da Sassari, sorse un santuario che si volgeva al cielo, luogo alto alla maniera degli Ziggurat mesopotamici1: a Monte d’Accoddi si accedeva da una rampa gentile, e sul suo monumentale altare a terrazza venivano officiati sacrifici alla divinità. La dea della Sardegna, archetipo femminino che tutto rigenera, diveniva allora madre della terra e signora del cielo2.

Santuario prenuragico di Monte d'Accoddi
Il complesso prenuragico di Monte d’Accoddi

La scoperta di Monte d’Accoddi

A circa undici chilometri da Sassari, nella Nurra pianeggiante, si ergeva una collina, unica altura della zona, che destava più di qualche sospetto tra gli archeologi. Bene o male tutti concordavano che quel mucchio di terra e pietre fosse artificiale, ma che cosa si celasse al di sotto era motivo di ipotesi differenti. Per Antonio Segni, all’epoca ministro della Pubblica Istruzione, che poteva osservare la collinetta dalle sue proprietà, si trattava di un grande tumulo funerario, sul modello di quelli etruschi. Era stato lui a finanziare i progetti di scavo a Monte d’Accoddi, convinto di trovarvi tombe e corredi di sepoltura.

L’archeologo incaricato dell’impresa, Ercole Contu, invece, non era affatto convinto: secondo lui, quel piccolo poggio nascondeva niente di più che l’ennesimo nuraghe, simile in tutto e per tutto agli altri settemila-ottomila che si trovano in Sardegna3. Ma quando incominciarono gli scavi si scoprì, non senza sbigottimento, che entrambi si erano sbagliati. Infatti, ciò che si celava sotto la collina di Monte d’Accoddi non poteva nemmeno essere immaginato. Si trattava di qualcosa di totalmente diverso rispetto a quanto l’archeologia aveva, sino ad allora, riportato alla luce sull’isola.

Gli scavi effettuati da Ercole Contu tra il 1952 e il 1958 rivelarono un monumento di età prenuragica, più antico dei nuraghi conosciuti di almeno milleseicento anni. La struttura possedeva un’architettura inedita, costituita da terra e pietrame, e non poteva avere alcuna funzione sepolcrale. Lungo il perimetro, infatti, non presentava accessi a camere ipogeiche, come era consuetudine per le domus de janas, ad esempio. Ercole Contu scriveva che “si trattava invece di un terrapieno, delimitato da una semplice camicia di muro rozzo, fatto per sostenere una terrazza, sulla quale in qualche modo venivano celebrati dei riti”4. A Monte d’Accoddi era stato scoperto un antichissimo santuario.

Rampa e altare di Monte d'Accoddi
Il complesso prenuragico di Monte d’Accoddi

Il santuario

L’edificio era contenuto da argini in blocchi di calcare e aveva la curiosa forma di una piramide tronca. Alla terrazza superiore (38 m x 31 m circa) chiamata anche “altare” per analogia alle costruzioni mesopotamiche degli ziggurat, si accedeva dal lato sud tramite una rampa inclinata, lunga circa 42 metri. Intorno alla costruzione la terra ha restituito anche le fondamenta di un villaggio e numerose statuette femminili. A ovest si trovava un menhir in posizione sdraiata, mentre a est gli archeologi hanno riscoperto due lastre utilizzate per i sacrifici rituali, come suggeriscono le ossa di animali rinvenute sul posto (bovini, cervi, suini, ovini).

La lastra-altare forata di Monte d'Accoddi
La lastra-altare forata

Una delle lastre, in calcare, era scolpita per ricavare numerose coppelle. Inoltre, ai bordi presentava sette fori per le corde con cui veniva legata la vittima sacrificale. Il sangue era fatto defluire al suolo attraverso un inghiottitoio naturale. Sono questi indizi importantissimi, che permettono di svelare in parte la funzione cultuale di Monte d’Accoddi: qui la dea madre riceveva le offerte della comunità volte a propiziare la rinascita della vita.

La Signora del cielo

Con la realizzazione della rampa e del terrazzamento vi fu una novità assoluta: si venne a creare un luogo alto, rivolto al cielo, sul quale ricercare la presenza del divino. L’edificio accoglieva quella particolare declinazione della dea madre come Signora del cielo, e rappresentava il punto focale di tutto il complesso cultuale. A tale divinità, infatti, sono riferibili due statue stele rinvenute presso il monumento: una in granito che mostra una figura femminina stilizzata5; l’altra, calcarea e frammentaria, fu scolpita con losanghe e spirali. Quest’ultimo era un motivo ricorrente nelle domus de janas noto come “dea degli occhi”.

Sulla terrazza superiore di Monte d’Accoddi era quindi posto un sacello di pianta rettangolare, presso il quale, si ipotizza, erano portati in processione lungo la rampa i sacrifici officiati nelle lastre-altare, che venivano in tal modo offerti alla divinità. Le cerimonie erano accompagnate da danze rituali, come si può evincere dal ritrovamento in loco di un vasetto a collo.

Il primitivo altare

Ercole Contu aveva ricavato l’intero perimetro del monumento: l’assenza di aperture suggeriva che non vi fossero vani interni. Tuttavia, circa venti anni dopo, fu inaugurata una nuova campagna di scavi per indagare gli strati più profondi del terrapieno. Tale analisi, resa possibile grazie al miglioramento degli strumenti tecnici di indagine archeologica, venne condotta da Santo Tinè dell’Università di Genova tra il 1979 e il 19896. Il professor Tinè era ancora convinto di rinvenire, sotto il gran mucchio di terra del Santuario, la sepoltura di qualche insigne sardo dell’antichità. Egli fece scavare, quindi, sino alla base del monumento, a otto metri di profondità.

Tuttavia, ancora una volta Monte d’Accoddi tradì le aspettative, poiché gli archeologi non ritrovarono alcuna tomba. Il complesso aveva in serbo invece, altri inaspettati colpi di scena. Santo Tinè scoprì che gli strati inferiori erano costituiti da una particolare struttura a nido d’ape che, tramite filari in pietra, delimitava porzioni definite di terra. Ma soprattutto egli rintracciò i resti di un edificio preesistente e ormai sepolto, assai simile a quello messo in luce da Contu, ma più piccolo e più antico. Questo primitivo altare a terrazza, di forma troncopiramidale e con rampa d’accesso, doveva esistere già all’inizio del III millennio a.C., sotto la fase tarda della cultura di Ozieri (3200-2900 a.C.)7.

La rampa di Monte d'Accoddi
Vista della rampa d’accesso dalla terrazza-altare

Il tempio rosso

Ancora più eccezionale fu il ritrovamento su questa terrazza di porzioni del pavimento e di un muro perimetrale, appartenenti all’originario sacello. Alcune buche di palo indicavano la presenza di un portico e forse di un tetto a doppio spiovente. Santo Tinè intuì che quello dovesse essere il primo vero centro cultuale di Monte d’Accoddi. Il sacello, con gran sorpresa degli archeologi, rivelava tracce di colore: al tempo del suo utilizzo doveva essere interamente cosparso d’ocra e per questo è noto come il “tempio rosso”. L’utilizzo di questa particolare pigmentazione non era casuale. L’ocra rossa, in Sardegna come in molte società del Neolitico, simulava la presenza del sangue, principio vitale che scorre negli esseri umani, e ne assumeva la medesima valenza simbolica.

Intorno al 2800 a.C., tuttavia, quando l’area di Monte d’Accoddi era stata ormai colonizzata dalle genti di cultura Filigosa, dovette accadere un evento funesto. Gli archeologi hanno infatti rinvenuto tracce di combustione. È possibile, pertanto, che il tempio venne devastato da un incendio. La struttura fu in seguito ricoperta dal poderoso riempimento di terra e pietrame che andò a formare l’altare oggi visibile, ancora a forma di tronco di piramide, ma più in alto e di maggiori dimensioni rispetto a quello originale. Di conseguenza, anche la rampa divenne più lunga.

Monte d’Accoddi come axis mundi

A quel tempo, gli antichi Sardi usavano seppellire i defunti in posizione fetale e li ricoprivano d’ocra rossa per ricordare la prima immagine dopo il parto, così da assicurare una nuova nascita nell’oltretomba. È possibile che Monte d’Accoddi fosse espressione del medesimo modo di concepire la realtà, ma stavolta in senso più ampio, si direbbe quasi cosmico. I sacrifici rituali condotti sulla terrazza-altare dovevano propiziare non più soltanto la rinascita dell’individuo attraverso la madre terra, ma dell’universo intero, in modo da garantire la continuità dei cicli agrari e la fertilità del suolo8. Il monumento aveva il compito di collegare l’orizzonte dell’umano al cielo, assumendo il ruolo di axis mundi tra dimensioni differenti.

Monte d'Accoddi e il menhir
Vista laterale di Monte d’Accoddi con il menhir, al quale si può ricollegare l’idea dell’axis mundi

L‘omphalos

Il sacello sull’altare a terrazza rimandava inoltre al concetto di centro sacro, che ritroviamo già associato al monte, naturale o artificiale, in numerose culture dell’antichità. Esso era il luogo d’incontro con il divino, lo spazio privilegiato dove si manifestava il trascendente. Non dissimile nel significato all’Omphalos di Delfi, poco oltre la zona archeologica fu rinvenuta una grande pietra sferoidale, oggi posta a fianco della rampa9. Il masso, in arenaria, sulla cui superficie furono ricavate piccole coppelle, era anch’esso un oggetto cultuale; doveva certo fungere da segnacolo del luogo sacro. Nei pressi dell’omphalos si trovava un altro masso sferoidale in quarzite. La geometria delle due pietre, ottenuta attraverso un’accurata lavorazione litica, esprimeva le credenze sulla ciclicità del cosmo e della vita.

Monte d'Accoddi e omphalos
L’omphalos di Monte d’Accoddi

Per tutte queste evidenze, il complesso cultuale di Monte d’Accoddi segna forse il momento più alto delle civiltà prenuragiche10. Ad oggi non si conosce null’altro di simile in Europa, né nell’area mediterranea. Il Santuario della Nurra doveva possedere una grande rilevanza sacrale e richiamare fedeli dalla Sardegna intera.

Il villaggio di Monte d’Accoddi

Nei pressi del santuario di Monte d’Accoddi gli archeologi hanno dissotterrato i resti di alcuni insediamenti abitativi, che si sono succeduti nel tempo. Le prime attestazioni risalgono al periodo della cultura di San Ciriaco (3500-3300 a.C.), quando ancora non esisteva l’altare a terrazza, ma il centro cultuale era costituito al più dal solo menhir e da alcune lastre litiche per le offerte sacrificali. La frequentazione dell’area in questo periodo trova riscontro nelle ampie necropoli a domus de janas situate nei dintorni.

Dea madre prenuragica proveniente dalla necropoli ipogeica di Monte d’Accoddi. Museo nazionale archeologico ed etnografico G. A. Sanna di Sassari

Le testimonianze archeologiche più evidenti appartengono, tuttavia, alla fase tarda di Monte d’Accoddi. Esse sono riferibili alla facies di Filigosa, e a quella sua peculiare evoluzione nota come Abealzu (2700 a.C circa)11. Di questo villaggio rimangono le fondamenta di diverse casupole, a singolo filare con muretti a secco. Tra queste, la più celebre è la Capanna dello Stregone, a pianta trapezoidale, così chiamata per via di alcuni oggetti curiosi trovati al suo interno, come conchiglie e una punta di corno bovino. L’abitazione ha restituito centinaia di reperti archeologici in pietra e terracotta, fornendo un’istantanea delle abitudini quotidiane dei sardi Abealzu. I differenti ambienti ospitavano un focolare, sul quale era ancora collocato un tripode, una dispensa e alcuni utensili per la tessitura.

Villaggio nuragico di Monte d'Accoddi
Resti del villaggio

Monte d’Accoddi ebbe infine una sporadica frequentazione nell’Età del bronzo, quando gli antichi rituali erano ormai in disuso. Di un utilizzo differente dell’area troviamo testimonianza nella sepoltura di un bambino, attribuibile alla cultura di Bonnanaro (1800 a.C.), ultimo custode dell’axis mundi, luogo sacro e ormai perduto.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. E. Contu, L’altare preistorico di Monte d’Accoddi, Guide e Itinerari, 29, Carlo Delfino editore, Sassari 2000. ↩︎
  2. G.Lilliu, Simbologia astrale nel mondo prenuragico, in Atti dei convegni Lincei, 2001. ↩︎
  3. Ibidem nota 1. ↩︎
  4. Ibidem nota 1. ↩︎
  5. A. Moravetti, Gli altari a terrazza di Monte d’Accoddi, in Darwin Quaderni. Archeologia in Sardegna, 2006. ↩︎
  6. S. Tinè, Monte d’Accoddi e la cultura di Ozieri, in La cultura di Ozieri. Problematiche e nuove acquisizioni, Ozieri, gennaio 1986-aprile 1987, ed. Ozieri, 1989. ↩︎
  7. Ibidem note 1 e 5. ↩︎
  8. Ibidem nota 2. ↩︎
  9. Ibidem nota 6. ↩︎
  10. Ibidem nota 1. ↩︎
  11. Paolo Melis, La religiosità prenuragica. Nel volume: A. Moravetti, P.Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Preistorica, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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