Le domus de janas e i culti funerari prenuragici

in ,

articolo pubblicato il

e aggiornato il

In Sardegna, sin dal Paleolitico, nella pietra si riflette quella primitiva tensione spirituale che mira alla conoscenza di sé e del mondo. La materia è plasmata a immagine del proprio sentire, nell’arte emergono tratti antropomorfi sempre più espliciti. Le architetture divengono espressione compiuta di un sacro inintelligibile. Gli antichi Sardi delineano soglie di confine tra mondi lontanissimi, ricercano l’essenza del reale nell’immaginifico, creano riti dal potere arcaico. L’affermarsi delle culture prenuragiche è a noi noto attraverso i frutti di questo processo, che coinvolge tanto gli aspetti materiali del vivere quotidiano quanto la dimensione del trascendente. La religiosità di quel tempo è caratterizzata da una dedizione verso i riti di passaggio e le architetture funerarie, sia ipogeiche che megalitiche. In Sardegna, infatti, alle particolari sepolture collettive note come domus de janas, si affiancano le monumentali tombe a dolmen.

Le tombe ipogeiche a domus de janas

Il nome domus de janas, fiabesco ed evocativo, poiché in sardo significa “case delle fate”, è frutto della cultura popolare, che aveva ormai dimenticato l’uso originario di questi vani ricavati nella pietra. In Sardegna si contano più di tremila e cinquecento domus de janas, riferibili nella maggior parte dei casi al contesto antropologico di Ozieri, che costituì un’avanguardia culturale della sua epoca. Tuttavia, l’impiego di tombe ipogeiche potrebbe risalire persino a tempi più antichi, forse al Neolitico medio, in relazione con la cultura di San Ciriaco, aspetto tardo della facies di Bonu Ighinu1.

L’architettura sacra delle domus de janas

Le domus de janas erano scavate direttamente nella roccia e si componevano di almeno due ambienti, costituiti da un’anticella, piccolo vano d’ingresso funzionale al trasporto del defunto, e una camera sepolcrale. Questo modulo basale veniva poi ampliato con l’aggiunta di altre celle, anche in numero consistente. Spesso le domus de janas erano introdotte da ingressi monumentali con padiglioni oppure da dromos. Tuttavia, l’accesso poteva essere anche del tipo a pozzetto verticale, più nascosto, al di sotto del piano di campagna.

A ogni tipologia di ingresso corrispondevano differenti intenzioni rituali. Nel caso delle tombe a pozzetto prevaleva un desiderio di intimità e riservatezza, forse anche la preoccupazione di confinare il defunto nel sepolcro per timore che potesse, spaventosamente, ritornare dall’oltretomba2. Gli accessi monumentali, provvisti di un’anticamera più ampia, suggeriscono invece lo svolgimento di cerimonie collettive per la comunità intera. In questo caso, la presenza di un corridoio a dromos serviva ad accogliere la processione rituale che trasportava il defunto fino al grembo della Madre Terra.

Gli antichi Sardi credevano, infatti, che la vita proseguisse oltre la morte, che l’uomo rinascesse in una dimensione nuova, non più da un utero materno, ma dal ventre stesso della terra4. Il rito della sepoltura accompagnava questo transito ideale, e le architetture delle domus de janas ne costituivano una componente intrinseca, fondamentale. Esse rappresentavano lo spazio simbolico e metafisico in cui si concretizzava il passaggio verso l’aldilà.

Il rito di passaggio, verso l’oltretomba

Il rito di passaggio prevedeva una fase preparatoria in cui il defunto veniva dapprima semicombusto5. Era poi condotto nell’anticella attraverso una stretta apertura, il portello, che richiamava le dimensioni dell’utero materno, presupposto simbolico alla rinascita. Infine, si procedeva all’inumazione nella camera sepolcrale. I defunti venivano sepolti in posizione fetale e ricoperti d’ocra rossa. La colorazione, mimesi del sangue che avvolge il neonato dopo il parto, evocava l’avvenimento della nuova vita nell’aldilà. La soglia metafisica verso l’oltretomba si concretizzava, invece, in una falsa porta situata nel vano di fondo della domus de janas. Questo varco-non-varco conduceva a una dimensione altra, numinosa, giacché non poteva essere valicata da coloro che erano vivi.

L’architettura immaginaria della falsa porta era il luogo dove si manifestava l’efficacia dei simboli. Sull’architrave ricorreva spesso la stilizzazione del capo e, soprattutto, delle corna di un bue, che potevano essere scolpite, incise o dipinte. Il bue, d’altronde, aveva un’importanza fondamentale nell’economia delle società agricole del Neolitico. Tale animale era impiegato per trainare l’aratro e garantire la fertilità del suolo, ossia il risvegliarsi stagionale della vita. In senso figurato, esso fecondava la Madre Terra. Allo stesso modo, si credeva che il toro deificato avesse il potere di evocare la rinascita del defunto in un mondo nuovo, sovrasensibile. Traversare una porta, falsa o vera, coronata dalle protomi bovine, significava entrare nel capo dell’animale, e cioè assumere simbolicamente la sua natura7, avere la stessa forza di rigenerare la vita.

La “dea degli occhi” delle domus de janas

Mentre il principio generatore maschile si esprimeva attraverso il bucranio o le protomi bovine, quello femminino era invece associato alla stessa Terra. Essa, in quanto madre, ospitava i defunti come bambini nel grembo. Nell’anticella o nella cella principale si rinvengono talvolta spirali e cerchi concentrici, immagine dei cicli di rigenerazione della vita. Quando tali spirali, o cerchi, sono disposti a coppie, essi rappresentano gli attributi antropomorfi della Dea Madre, che in tal caso viene detta “Dea degli Occhi”8.

È come se la Terra genitrice vegliasse per la buona riuscita del transito dei suoi figli. Anche le numerose coppelle, spesso rinvenute sul piano di calpestio delle domus de janas, erano la manifestazione della presenza femminile della Dea. Le coppelle, simili a seni rovesciati, possedevano una funzione cultuale oggi dimenticata, ma è verosimile che servissero a contenere libagioni, offerte votive o sacrifici animali.

La continuità della vita nell’aldilà

Per consentire la continuazione ordinaria dell’esistenza nell’aldilà, le camere sepolcrali riproducevano le architetture dei vivi, almeno negli elementi essenziali. Nelle domus de janas ritroviamo la rappresentazione di tetti a spiovente, pilastri, lesene, porte, focolari, persino la planimetria intera delle abitazioni prenuragiche. Nella Tomba del Capo della necropoli di Sant’Andrea Priu, a Bonorva, il soffitto del vestibolo semicircolare fu scolpito per riprodurre il tetto di una capanna e le sue travi. Grazie a questa usanza possiamo oggi conoscere alcuni aspetti della vita quotidiana delle civiltà prenuragiche che altrimenti sarebbero oscuri. Durante il rito di sepoltura, gli antichi Sardi ponevano all’interno della camera gli strumenti e i monili del defunto: punte di freccia, valve di molluschi, collane, bracciali e ceramiche di vario tipo.

Meritano un discorso a parte gli strumenti di lavoro con cui venivano scavate le tombe, in genere picchi di pietra. Questi oggetti avevano un valore intrinsecamente sacro, in quanto impiegati per modellare il ventre della Madre Terra. I picchi erano realizzati all’interno delle domus de janas e infine aggiunti al corredo stesso del defunto10.

L’utilizzo millenario delle domus de janas

L’utilizzo delle domus de janas, attestato per più di duemila anni, si protrasse sino al Bronzo antico, età in cui le sepolture ipogeiche iniziarono a essere influenzate dalla crescente tendenza al megalitismo. In alcune di esse il corridoio di ingresso era ormai di tipo pienamente dolmenico o ad allée couverte, in altre la porta d’ingresso mimava o anticipava l’esedra delle tombe dei giganti.

Tuttavia, il carattere sacro delle domus de janas si conservò ancora per molti secoli. In certi casi, infatti, si riscontra un loro tardo riutilizzo con cambio di destinazione d’uso. Nella Tomba del Capo di Bonorva, risalente alla fine del Neolitico (3000 a.C.), ascrivibile alla cultura di Ozieri, si osserva in età bizantina un radicale riadattamento degli ambienti, ora non più a scopo funerario ma adibiti a chiesa. Le pareti delle celle furono affrescate con scene tratte dai Vangeli e con simbologie cristiane, creando un’eccezionale commistione di elementi figurativi distanti tra loro millenni.

Le architetture megalitiche

In parallelo alla diffusione delle domus de janas, in Sardegna si svilupparono anche le sepolture epigeiche. La prima compiuta manifestazione di un’architettura funeraria che emerge dalla terra può essere individuata nelle tombe a circolo di Li Muri, in Gallura.

Le sepolture di Li Muri sono datate da alcuni studiosi al Neolitico Recente (3400-3200 a.C.) e ascritte pertanto alla cultura di Arzachena11, mentre altri le fanno risalire al Neolitico medio12. I defunti furono qui sepolti all’interno di ciste litiche, costituite da quattro piccoli blocchi di pietra disposti lungo un perimetro quadrangolare; non è noto se vi fosse anche una copertura sommitale. Ciascuna delle cinque ciste di Li Muri era circondata da lastre infisse nel terreno, in modo da formare cerchi concentrici ampi fino agli otto metri e mezzo di diametro. Le pietre fungevano, con ogni probabilità, da supporto per grandi tumuli di terra. Sia all’esterno che all’interno dei circoli erano presenti dei menhir di ridotte dimensioni.

I dolmen della Sardegna

I circoli con ciste litiche di Li Muri non possono ancora definirsi megalitici a pieno titolo, mancando di quell’elemento che caratterizza invece i dolmen a partire dal Neolitico recente, ovvero la monumentalità dei blocchi di pietra impiegati. È solo con la cultura di Ozieri (4100-3500 a.C.) che iniziarono a diffondersi in tutta la Sardegna architetture funerarie di ordine gigantico. I dolmen prenuragici, circa duecentoquaranta dislocati soprattutto nella porzione centro-settentrionale dell’isola13, erano caratterizzati dalla giustapposizione di lastroni di pietra, detti ortostati, in modo da formare una camera sepolcrale coperta per l’inumazione dei defunti.

I dolmen sardi sono classificati in base alla presenza di un corridoio d’ingresso, che può essere ad allée couverte oppure a dromos, ovvero con o senza lastroni di copertura, e all’orientazione della camera sepolcrale. La maggior parte dei megaliti, tuttavia, è di tipo semplice, senza corridoio, come si può osservare nel sito di Sa Covaccada a Mores.

Il dolmen di Sa Covaccada è uno dei monumenti megalitici più importanti della Sardegna. Le sue dimensioni sono imponenti, il megalite misura più di 2 metri di altezza, e alcuni elementi sono di carattere eccezionale. Su uno degli ortostati laterali, ad esempio, venne ricavata una nicchia, già prevista in fase di progettazione, come si evince dal maggiore spessore della pietra. Inoltre, l’ingresso alla camera sepolcrale fu coperto da una lastra frontale provvista di un piccolo portello, prefigurando così l’architettura simbolica delle tombe dei giganti nuragiche.

Gli aspetti cultuali e sociali

Alcuni dolmen della Sardegna erano circondati da una cerchia di massi, chiamata peristalite, ma non è chiaro se essa avesse una funzione strutturale, in quanto residuo di una copertura a tumulo, oppure meramente cultuale. In quest’ultimo caso, la peristalite rappresentava forse una soglia di demarcazione sacra tra il mondo dei vivi e quello dei morti15. Associate ai riti di passaggio erano, inoltre, le coppelle incise su alcuni massi-altare non lontani dal dolmen, sulla superficie dei suoi ortostati oppure sulla lastra di copertura.

I megaliti, generalmente isolati, si trovano in corrispondenza di altipiani e vallate, indizio che fossero espressione di genti dedite alla pastorizia. La collocazione in aperta campagna permetteva ai dolmen della Sardegna di fungere da segnacoli territoriali, così da rendere rintracciabile la sepoltura. Il defunto, pertanto, doveva essere un membro illustre della sua comunità. Non si può escludere, infatti, che vi fosse una certa stratificazione sociale nella società delle genti prenuragiche, soprattutto se si considera il coevo impiego delle domus de janas, tombe ipogeiche ben più celate alla vista. Tuttavia, quale fosse il criterio cultuale o sociale sotteso alla scelta dell’architettura sacra non è ancora noto.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. G. Tanda, Lipogeismo funerario in Sardegna. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Preistorica, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
  2. P. Melis, La religiosità prenuragica. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Preistorica, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
  3. A. Taramelli – Fortezze, recinti, fonti sacre e necropoli preromane nell’agro di Bonorva, in Monumenti Antichi dei Lincei, vol. XXXV, Roma 1919. ↩︎
  4. E. Contu, La Sardegna preistorica e nuragica: La Sardegna prima dei nuraghi. Chiarella, 1997. ↩︎
  5. M.G. Melis, La dimensione simbolica e sociale della Sardegna preistorica attraverso le manifestazioni funerarie. Alcune osservazioni, «SCBA», IX, 2011. ↩︎
  6. Di Gianni Careddu – Opera propria, CC BY-SA 4.0, immagine. ↩︎
  7. G. Lilliu, La civiltà dei sardi dal Paleolítico all’età dei nuraghi, Il Maestrale, 2004. ↩︎
  8. Ibidem. ↩︎
  9. By Archeologosardos – CC BY-SA 3.0, immagine. ↩︎
  10. Ibidem nota 1. ↩︎
  11. G. Lillliu, Aspetti e problemi dell’ipogeismo mediterraneo, Accademia Nazionale dei Lincei, 1998; E. Atzeni, Aspetti e sviluppi culturali del neolitico e della prima età dei metalli in Sardegna. Nel volume: AA.VV, Ichnussa – La Sardegna dallle origini all’ età classica, Libri Scheiwiller, 1981. ↩︎
  12. L. Alba, Nuovo contributo per lo studio del villaggio neolitico di San Ciriaco di Terralba (OR). Nel volume: L. Alba et al., Studi sardi, Edizioni AV, 2000. ↩︎
  13. R. Cicilloni R., I dolmen della Sardegna, PTM Editrice, 2009. ↩︎
  14. Di zagordemores – Flickr, CC BY 2.0, immagine. ↩︎
  15. B. D’Arragon, Presenza di elementi cultuali sui monumenti dolmenici del Mediterraneo centrale, in Rivista di scienze preistoriche, vol. XLVI, issue 1, 1994. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

error: