La Mezquita di Cordova, la grande moschea d’Occidente

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Vi fu un tempo lontano in cui, sotto gli archi della Mezquita di Cordova, la più magnifica delle moschee di Al-Andalus, riecheggiava il coro sommesso dei musulmani in preghiera, prostrati su eleganti stuoie e tappeti ricamati. Nell’edificio, l’atmosfera era solenne, come di un luogo sacro oltre l’immaginazione. Nel susseguirsi delle colonne, simile a un palmeto, i fedeli diventavano parte di un ordine superiore, quasi paradisiaco. Le prospettive sembravano allungarsi verso l’infinito, gli spazi obbedire a leggi sconosciute di armonia e proporzione. Nella penombra della sala, la voce dell’imam si levava potente presso il miḥrāb, la nicchia che indicava la direzione della Mecca, scintillante di mosaici dorati. Un profumo mistico di incenso e oli aromatici, diffuso nell’aria dalle lampade sospese e oscillanti, accompagnava la recitazione coranica e il movimento ritmico dei credenti. L’orazione, lenta e cadenzata, si rincorreva all’unisono tra le navate, inondandole di vibranti frequenze sonore.

All'interno della Mezquita di Cordova
Nella Mezquita di Cordova

Per quattro secoli e mezzo, a partire dal 786, la Mezquita fu il più splendido santuario dell’Islam d’Occidente, cantato e celebrato da scrittori e poeti di ogni tempo. Ma dopo la conquista di Cordova da parte del re Ferdinando III di Castiglia, nel 1236, l’edificio fu trasformato per il culto cattolico. Le antiche navate si aprirono alla luce, simbolo della presenza di Cristo, e lo spazio fu riorganizzato per accogliere una maestosa cattedrale cruciforme. Al posto del miḥrāb, riferimento liturgico della preghiera musulmana, si affermò l’altare cristiano, mentre cappelle, immagini sacre e campanili ridefinirono l’identità del monumento. Eppure, nonostante le profonde trasformazioni, la Grande Moschea di Cordova conserva ancora l’impronta delle sue origini, di quando il canto del muezzin risuonava melodioso tra le vie della città andalusa.

Una veduta della Mezquita di Cordova
La Mezquita di Cordova, oggi cattedrale cristiana

Il profeta Maometto e la diffusione dell’Islam in Occidente

Si narra che il sommo profeta dell’Islam, Maometto, nacque alla Mecca da una famiglia hashemita. All’età di quaranta anni circa, nel 610, secondo la tradizione fu colto da una sconvolgente visione dell’arcangelo Gabriele, inviato a lui per volere di Allah. Maometto iniziò a raccontare le parole ricevute dal messaggero celeste e in pochi anni raccolse un grande numero di seguaci. Ma nel 622, a causa delle persecuzioni della tribù politeista dei Coreisciti, fu costretto a fuggire dalla Mecca verso Medina, evento ricordato come l’Egira (hijra)1. In questa città, i primi musulmani erano soliti radunarsi ogni venerdì nella casa di Maometto. L’abitazione, considerata la prima moschea dell’Islam, era provvista di un grande cortile con portici, realizzati tramite tronchi e foglie di palma2. Sotto questo loggiato, i fedeli pregavano rivolti in direzione della Mecca:

“Ti abbiamo visto volgere il viso al cielo. Ebbene, ti daremo un orientamento che ti piacerà. Volgiti dunque verso la Sacra Moschea. Ovunque siate, rivolgete il volto nella sua direzione. Certo, coloro a cui è stato dato il Libro sanno che questa è la verità che viene dal loro Signore. Allah non è incurante di quello che fate”.

Corano, Sūra II, al-Baqara, 144.

A Medina, i seguaci di Maometto iniziarono a organizzarsi anche militarmente. Negli anni seguenti estesero il proprio controllo sulla Penisola Arabica e nel 630 conquistarono la Mecca. Il nascente Stato islamico continuò a espandersi anche dopo la morte del Profeta, avvenuta nel 632. Sotto il Califfato dei Rashidun, i suoi primi “retti” successori, i territori musulmani si estesero fino a includere la Siria, la Palestina, l’Egitto, la Mesopotamia e gran parte della Persia.

Gli Omayyadi

Nel 661, al termine di una sanguinosa guerra civile, il potere passò nelle mani del califfo Mu’āwiya, appartenente all’influente famiglia degli Omayyadi, che spostò la capitale dello stato a Damasco. In pochi decenni, la nuova dinastia riuscì a conquistare tutto il Nord Africa e, nel 711, le truppe guidate da Ṭāriq ibn Ziyād, agli ordini del comandante Musa, attraversarono lo stretto di Gibilterra, avviando la conquista della Penisola Iberica, al tempo occupata dai Visigoti, e istituendo la provincia di Al-Andalus3. Gli Omayyadi diedero inoltre un grande impulso allo sviluppo dell’architettura islamica, promuovendo la costruzione delle prime monumentali moschee, ispirate sul piano simbolico alla Casa di Maometto a Medina, come la Cupola della Roccia a Gerusalemme e la Grande Moschea di Damasco.

Nel 750 gli Abbasidi rovesciarono il potere, facendo assassinare i membri della famiglia califfale di Damasco. Tra i pochi superstiti vi fu ‘Abd al-Raḥmān che, dopo una lunga e avventurosa fuga attraverso il Nord Africa, nel 756 raggiunse al-Andalus, dove riuscì a instaurare un emirato con capitale a Cordova. Qui, come segno di gloria e di prestigio, il sovrano fece edificare la Mezquita, la più splendente moschea dell’Occidente islamico.

La Torre de la Calahorra e il Ponte Romano di Corodva
Alcune testimonianze del passato islamico di Cordova: la Torre de la Calahorra, il Ponte Romano e la Mezquita

La nascita della grande moschea di Cordova

Al tempo dei Visigoti, nell’area della futura Mezquita di Cordova sorgeva un complesso episcopale con una basilica cristiana a tre navate, dedicata a San Vicente4. Di questo edificio, risalente al VI secolo, abbiamo testimonianza nella più antica cronaca araba di Al-Andalus giunta fino a noi, la Akhbār majmū’a fī fatḥ al-Andalus, opera anonima composta a Cordova nella seconda metà dell’XI secolo, ma basata anche su tradizioni e testi dei secoli precedenti5. Il manoscritto menziona l’esistenza di “una chiesa che si trovava nella parte interna di Cordova, dove oggi sorge la moschea maggiore”, ricordando come il governatore al-Sumayl vi avesse fatto decapitare alcuni ribelli6.

Una porzione dell’originale pavimento musivo della basilica visigota è stata riportata alla luce, nell’area occidentale della Mezquita, grazie agli scavi condotti da Félix Hernández Giménez tra il 1931 e il 1936. Le indagini hanno inoltre permesso di recuperare diversi resti scultorei, tra cui il frammento di un sarcofago paleocristiano, degli altari e dei plutei marmorei7.

Il Museo di San Vicente
Alcuni resti della chiesa di San Vicente

Secondo le fonti arabe, la chiesa di San Vincenzo sarebbe stata inizialmente divisa in due settori, uno destinato al culto cristiano e l’altro ai musulmani. Tuttavia, quando la parte riservata ai seguaci di Maometto divenne insufficiente per contenere il gran numero di fedeli, ‘Abd al-Raḥmān I acquistò anche l’altra metà e ordinò la costruzione della Mezquita. È lo scrittore marocchino Ibn ‘Idhārī, nel suo Al-Bayan al-Mughrib, composto intorno al 1312, a fornire un resoconto degli avvenimenti, rivelando così la data di fondazione della moschea di Cordova:

“Fu così che i cristiani abbandonarono la metà che era loro appartenuta fino a quel momento e che fu incorporata alla moschea (jāmi‘). Nell’anno 169 dell’Egira (14 luglio 785), ‘Abd al-Raḥmān al-Dākhil iniziò la demolizione di questa metà e la costruzione della Grande Mezquita”.

Ibn ‘Idhārī, Kitāb al-Bayān al-Mughrib fī Akhbār Mulūk al-Andalus wa-l-Maghrib8.
Il pavimento della basilica visigota di San Vincenzo
Una porzione del pavimento musivo della chiesa di San Vicente con motivi decorativi che includono il Nodo di Salomone

L’architettura simbolica della Mezquita di Cordova

‘Abd al-Raḥmān I fece erigere un maestoso edificio, ispirato alla Casa di Maometto a Medina e alle grandi moschee di Gerusalemme e di Damasco. L’impianto originario è ancora ben visibile, sebbene nel tempo sia stato soggetto a corpose modifiche, soprattutto in epoca cristiana. La moschea, a pianta rettangolare, venne delimitata da spessi muri con contrafforti e merlature dentate di forma triangolare. La sala di preghiera era articolata in undici navate, poi ampliate a diciannove, scandite da esili colonne a sostegno di un doppio ordine di archi sovrapposti. Lo straordinario effetto scenico così ottenuto conferisce alla Mezquita una solenne monumentalità e un profondo senso di mistica armonia. Le arcate si distinguono per l’elegante alternanza cromatica di pietra bianca e mattoni rossi. Quelle inferiori, a ferro di cavallo, riprendono un motivo già presente nell’arte visigota locale9. La copertura è composta da un semplice soffitto ligneo.

Una veduta laterale della Mezquita di Cordova
Il muro occidentale della Mezquita

Sul lato settentrionale della Mezquita si apriva, invece, un’ampia corte esterna priva di portici, il ṣaḥn. L’area veniva utilizzata come spazio di raccolta dei fedeli e per svolgere le abluzioni rituali in preparazione alla preghiera.

Il “bosco di colonne”

La particolare soluzione architettonica a doppia arcata, adottata nella Mezquita, si deve a una convergenza di fattori. In primo luogo, alla volontà di conferire maggior verticalismo all’edificio. Le colonne, infatti, provenienti da edifici più antichi di Cordova e di Merida, risultavano di dimensioni troppo ridotte rispetto alle proporzioni desiderate. Pertanto, fu aggiunto un secondo ordine di archi che, retti da possenti pilastri, contribuivano inoltre a stabilizzare la struttura. Sul piano rappresentativo e simbolico, invece, il motivo ricordava l’immagine del palmeto, elemento associato ai portici della Casa del Profeta a Medina. La moschea, tramite un vero e proprio “bosco di colonne” si configurava così come il luogo eletto per l’incontro tra l’uomo e il divino. Infine, ‘Abd al-Raḥmān I riprese il tema del doppio arco sovrapposto dalla Grande Moschea di Damasco. È evidente come questa scelta intendesse sottolineare la continuità del suo regno con il perduto Califfato omayyade in Medio Oriente.

Gli interni della Mezquita di Cordova
Il sistema delle doppie arcate nella Mezquita di Cordova

La qibla e il miḥrāb

Le navate della Mezquita sono ortogonali al muro meridionale, tracciato che indica la qibla, ossia la direzione rituale della preghiera verso la Ka’aba della Mecca10. In realtà, a Cordova la qibla assume un valore più simbolico che reale. La parete sud dell’edificio, infatti, non è perfettamente allineata verso la città santa dell’Islam. Lo sarebbe se la moschea si trovasse in Siria: l’orientamento rifletteva il legame di ‘Abd al-Raḥmān I con la sua terra natia, alla quale guardava con nostalgia e ispirazione11.

La navata centrale della moschea di Cordova era più ampia rispetto alle altre, per consentire il passaggio delle solenni processioni dei fedeli dirette verso il miḥrāb, la nicchia sul muro della qibla dove l’imam e, in occasioni solenni, lo stesso sovrano omayyade presiedevano la preghiera rivolta ad Allah. Il miḥrāb costituiva il punto più sacro dell’edificio, il luogo metaforico dove si concretizzava la presenza spirituale del profeta Maometto. La nicchia fungeva pertanto da porta ideale del paradiso coranico, luogo di mediazione tra la dimensione terrena e quella del divino. A livello architettonico, la sua struttura concava agiva come una cassa di risonanza che permetteva di amplificare la voce dell’imam in tutta la moschea.

I primi ampliamenti della Mezquita di Cordova

Le successive vicende della Mezquita sono narrate dallo storico magrebino del XVI-XVII secolo al-Maqqari che, nella sua opera Nafḥ al-ṭīb12, raccolse gli scritti di diversi autori dei secoli precedenti, inclusi quelli di Ibn ‘Idhārī e l’Akhbār mulūk al-Andalus di Al-Razi.

‘Abd al-Raḥmān I non poté vedere concluso il magnifico edificio da lui voluto. Dopo la sua morte, avvenuta nel 788, la Mezquita venne infatti portata a termine dal figlio Hisham I (788-796). Un primo allungamento delle navate, con conseguente spostamento del muro della qibla verso sud, si deve invece ad ‘Abd al-Raḥmān II (822-852). Sotto l’emirato di Muḥammad I (852-886) venne realizzata la maqṣūra, una zona recintata che dava accesso al miḥrāb, riservata al sovrano. Negli stessi anni venne aperto il Portale del Visir sul fianco occidentale13, da cui trassero ispirazione tutti i successivi ingressi monumentali della moschea.

Puerta de San Esteban
Il Portale del Visir, oggi intitolato a San Estéban

Durante il regno di ‘Abd Allāh (888-912) fu realizzato il sābāṭ, un corridoio coperto e sopraelevato che collegava direttamente il vicino Alcázar alla maqṣūra. Grazie a questo passaggio, l’emiro poteva partecipare alle preghiere comunitarie senza dover attraversare le vie cittadine, raggiungendo la moschea in sicurezza e riservatezza.

Il minareto

Il minareto della Mezquita, ormai inglobato nel campanile cristiano, fu fatto costruire da ‘Abd al-Raḥmān III (912-961), che nel 929 assunse il titolo di primo califfo di Cordova. L’alta torre a pianta quadrata, da cui il muezzin richiamava i fedeli alla preghiera, era articolata su due livelli: nel corpo inferiore si aprivano quattro finestre ornate da doppi archi a ferro di cavallo, mentre l’ordine superiore, aperto su tutti i lati, era sormontato da una cupola dorata che sosteneva un alto pinnacolo culminante nello yamūr, un elemento decorativo formato da sfere bronzee sovrapposte. ‘Abd al-Raḥmān III, inoltre, ampliò la corte esterna della moschea e fece aggiungere undici portici che consentivano l’accesso diretto alla sala di preghiera14.

La maqṣūra di al-Hakam II

Un importante ampliamento della Mezquita avvenne poi per volontà di al-Hakam II (961-976) tra il 962 e il 965. Il califfo ordinò un nuovo allungamento delle navate e, di conseguenza, fu necessario traslare per la seconda volta il muro della qibla, pur mantenendo sempre lo stesso orientamento15. Lungo la navata centrale, nel punto in cui sorgeva il precedente miḥrāb, fece realizzare un alto lucernario con cupola, impreziosito da raffinate decorazioni e sorretto da costoloni in pietra bianca.

La Cappella di Villaviciosa nella Mezquita di Cordova
Il lucernario di al-Hakam II, trasformato in età cristiana nella Cappella di Villaviciosa

In corrispondenza del muro meridionale, venne quindi edificata una nuova maqṣūra. L’area sacra è delimitata da un complesso sistema di archi polilobati intrecciati, che definiscono tre anticamere coperte da sontuose cupole costolonate, impostate su tamburi ottagonali. Attraverso eleganti portali con archi a ferro di cavallo, questi ambienti danno accesso al miḥrāb e, lateralmente, alla Sala del Tesoro e alla Sala del sābāṭ, l’antico ingresso riservato al sovrano, collegato al corridoio sopraelevato. Le pareti della maqṣūra sono rivestite da pregiati mosaici, realizzati da maestranze provenienti da Costantinopoli e inviate ad al-Hakam II dall’imperatore bizantino Niceforo II Foca16.

Il Mihrab della Mezquita di Cordova
La maqṣūra recintata e il miḥrāb della Mezquita, edificati durante il califfato di al-Hakam II

Il nuovo miḥrāb della Mezquita di Cordova

Il miḥrāb non si presenta più come una semplice nicchia, ma come un piccolo vano ottagonale, concluso da una cupola a forma di conchiglia. Il portale d’accesso allo spazio sacro è ornato con grandi pannelli di marmo, decorati con arabeschi, motivi fitomorfi e con l’immagine dell’albero della vita. Il portale a ferro di cavallo è sorretto da quattro colonnine e inscritto in una cornice quadrangolare (alfiz) con iscrizioni coraniche in caratteri cufici, composte con tessere musive dorate su uno sfondo blu notte. La decorazione interna del miḥrāb include uno zoccolo marmoreo e un fregio intermedio con arcate cieche. Una fascia epigrafica invita i fedeli alla preghiera:

“Siate assidui alle orazioni e all’orazione mediana e, devotamente, state ritti davanti ad Allah”.

Corano, Sūra II, al-Baqara, 238.

La tradizione islamica vuole che nel miḥrāb della Mezquita venisse portata in processione una preziosa copia del Corano, che si riteneva fosse macchiata dal sangue di ‘Uthmān ibn ‘Affān, terzo califfo dei Rashidun e genero di Maometto, assassinato mentre leggeva le pagine del testo sacro. Ciò potrebbe spiegare la scelta di al-Hakam II di ampliare la maqṣūra e concepire il miḥrāb come un piccolo locale, adatto a custodire una reliquia così importante per i musulmani di tutto il mondo.

La Mezquita di Cordova da moschea a cattedrale

Tra il 987 e il 988, al-Mansur, che governava di fatto in nome del giovane sovrano Hisham II (976-1008), promosse un ulteriore ampliamento della Mezquita. Il visir promosse l’aggiunta di altre otto navate sul lato orientale dell’edificio, portando il numero complessivo alle attuali diciannove. Con questo intervento, la moschea raggiunse l’apice del suo splendore; eppure tutto era destinato a cambiare. Nel 1031 l’ultimo califfo omayyade, Hisham III, perse il potere a causa di una rivolta, che diede origine al periodo dei regni indipendenti in Al-Andalus, le taifa. Poi, nella prima metà del XII secolo, si susseguirono le dominazioni delle dinastie nordafricane degli Almoravidi e degli Almohadi, che spostarono la capitale a Siviglia, sancendo il definitivo ridimensionamento del ruolo politico di Cordova.

La Puerta del Espíritu Santo
La Puerta del Espíritu Santo, Mezquita di Cordova

L’età cristiana

Nel gennaio del 1212, papa Innocenzo III inviava al clero francese la lettera Recepimus litteras, con la quale chiedeva di supportare una crociata guidata da Alfonso VIII di Castiglia per la Reconquista cristiana della penisola iberica17. Il 16 luglio dello stesso anno, la battaglia di Las Navas de Tolosa segnava per gli Almohadi una catastrofica sconfitta e l’inizio del loro declino in al-Andalus. Nel 1236 le truppe cristiane di Ferdinando III di Castiglia e del regno di Aragona entrarono trionfalmente a Cordova.

Il Campanile della Mezquita di Cordova
Il campanile cristiano della Mezquita, che inglobò il minareto islamico, visto dalla corte esterna

La Mezquita venne presto consacrata al culto cattolico e, il 29 giugno del 1239, dedicata all’Immacolata Concezione di Maria. Da quel momento fu oggetto di numerosi interventi architettonici, per adattarla alla liturgia cristiana. Tra questi, l’obliterazione del porticato esterno e la realizzazione di un nuovo accesso accanto al minareto, la Puerta del Perdón; la trasformazione del lucernario di al-Hakam II nella Cappella di Villaviciosa18. Nel 1371, Enrico II fece innalzare la sfarzosa Cappella Reale, sormontata da una cupola decorata con muqarnas. Alcuni decenni dopo, il complesso fu ampliato verso ovest con la realizzazione di una navata gotica in stile mudéjar.

La Cappella Reale della Mezquita di Cordova
Uno scorcio della Cappella Reale

Il crucero e il campanile

I lavori più importanti furono tuttavia avviati a partire dal 1523, quando l’imperatore Carlo V concesse all’architetto Hernán Ruiz I il permesso di costruire un imponente crucero nella parte centrale della moschea, sopraelevato rispetto alle strutture islamiche preesistenti19. L’intervento ha dato forma a una cattedrale impostata su una pianta a croce latina, dove possenti pilastri sorreggono la cupola sulla crociera, decorata con immagini degli Evangelisti, dei Padri della Chiesa e della Trinità. La navata e il presbiterio, ornati con figure di angeli e santi, sono coperti rispettivamente da una volta a botte e da un’elegante volta a crociera.

Il presbiterio della Mezquita di Cordova
Il presbiterio con l’altare maggiore nel crucero

Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, sotto la direzione dell’architetto Hernán Ruiz III, sono stati realizzati la Cappella del Sagrario, destinata ad accogliere il tabernacolo con l’ostia consacrata, fino ad allora custodita nel miḥrāb, e l’attuale campanile barocco, costruito inglobando l’antico minareto di ‘Abd al-Raḥmān III.

Una veduta di Cordova, Ponte Romano
Una veduta di Cordova. Sullo sfondo la Mezquita con la cupola del crucero che sovrasta la città

La trasformazione dello spazio sacro nella Mezquita di Cordova

La conversione della Mezquita di Cordova in cattedrale cristiana comportò un profondo mutamento non solo architettonico, ma soprattutto del significato che veniva attribuito allo spazio sacro. Come detto, nella moschea il miḥrāb aperto sul muro della qibla costituiva l’indicazione per l’orientamento dei credenti che, in file parallele, si distribuivano nella sala ipostila rivolti alla Mecca, città della predicazione del profeta Maometto. Tale disposizione permetteva di svolgere la ṣalāt, il rito islamico della preghiera, concepito come un atto di prostrazione e lode, accompagnato dalla recitazione del Corano. La comune direzione degli oranti rappresentava il segno visibile dell’unità nella fede di tutti i musulmani.

L'altare cristiano della Mezquita di Cordova
L’altare cristiano nel crucero

Nella cattedrale cristiana, invece, l’assemblea iniziò a disporsi, più raccolta, verso l’altare maggiore, fulcro rituale dove si svolgeva l’azione liturgica e si celebrava il sacramento dell’Eucaristia, presieduto dalla figura del vescovo. L’organizzazione dello spazio assunse, pertanto, una gerarchia prestabilita: i fedeli trovavano posto nella navata, mentre il presbiterio era riservato soltanto ai ministri del culto. In tal modo, la Mezquita subì anche un cambiamento dell’orientamento simbolico. L’abside, rivolto a Oriente, verso il sorgere del sole, evocava fin dai primi secoli la figura di Cristo risorto, vittorioso sulle tenebre della morte. Con l’erezione del crucero, le navate dell’antica moschea islamica di Cordova si riempivano di luce e la pianta dell’edificio veniva segnata dalla forma della croce. La comunità dei credenti guardava adesso verso est, direzione della salvezza e della vita nuova.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. F. M. Donner, Maometto e le origini dell’islam, a cura di R. Tottoli, traduzione di P. Arlorio, Einaudi, Torino, 2011. ↩︎
  2. A. Naser Eslami, Architettura del mondo islamico. Dalla Spagna all’India (VII-XV secolo), Mondadori, Milano, 2010. ↩︎
  3. R. Collins, The Arab Conquest of Spain 710-797, Blackwell, Oxford, 1989. ↩︎
  4. S. Calvo Capilla, Las primeras mezquitas de al-Andalus a través de las fuentes árabes (92/711 – 170/785), in Al-Qanṭara, 28 (1), 2007. ↩︎
  5. E. González-Ferrín, Al-Andalus: The First Enlightenment, Critical Muslim , 6, 2013. ↩︎
  6. E. Lafuente y Alcántara, Ajbar Machmua: Crónica anónima del siglo XI, Madrid, 1867: “una iglesia que habia á la parte interior de Córdoba, donde hoy se encuentra la mezquita mayor“. ↩︎
  7. A. Peña, Análisis del reaprovechamiento de material en la Mezquita Aljama de Córdoba, in Spolien im Umkreis der Macht. Spolia en el entorno del poder, a cura di Thomas G. Schattner e F. Valdés Fernández, Magonza, 2009. ↩︎
  8. Traduzione di Edmond Fagnan, Histoire de l’Afrique et de l’Espagne (Al-Bayano’l-Mogrib), Tome II, Algeri, 1904. ↩︎
  9. A. Naser Eslami, Architettura del mondo islamico, cit. ↩︎
  10. La Ka’aba è un edificio collocato dentro la Grande Moschea della Mecca, considerato dai musulmani il più sacro sulla terra. ↩︎
  11. D. A. King, The enigmatic orientation of the Great Mosque of Córdoba, in Suhayl. International Journal for the History of the Exact and Natural Sciences in Islamic Civilisation, XVI-XVII, 2018-2019. ↩︎
  12. Aḥmad ibn Muḥammad Maqqarī, Nafḥ al-ṭībb min ghuṣn al-Andalus al-raṭīb wa dhikr wazīrihā Lisān al-Dīn ibn al-Khaṭīb, in W. Wright (a cura di), Analectes sur l’histoire et la littérature des Arabes d’Espagne, E. J. Brill, Leyden, 1855. ↩︎
  13. G. Pizarro Berengena, Los Pasadizos Elevados entre la Mezquita y el Alcázar Omeya de Córdoba. Estudio arqueológico de los sabatat, in Archivo Español de Arqueología, LXXXVI, 2013. ↩︎
  14. A. Naser Eslami, Architettura del mondo islamico, cit. ↩︎
  15. J. M. Bloom, Architecture of the Islamic West. North Africa and the Iberian Peninsula, 700-1800, New Haven (Connecticut), 2020. ↩︎
  16. P. Marfil Ruiz, Las Puertas de la Mezquita de Córdoba (Ss.VIII-IX). Arqueología como Historia del Arte islámico, Cordova, 2010. ↩︎
  17. D. J. Smith, The Papacy, the Spanish Kingdoms and Las Navas de Tolosa, in Anuario de Historia de la Iglesia, vol. 20, 2011. ↩︎
  18. P. Marfil Ruiz, Las Puertas de la Mezquita de Córdoba, cit. ↩︎
  19. La datazione è attestata da due iscrizioni nell’arco meridionale del transetto. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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