Pietra su pietra, terra e cielo, e poi la quiete della campagna, la grazia della natura che accoglie le torri costruite dall’uomo. Come scandito da un ritmo arcaico di tamburi, il paesaggio della Sardegna si andava modificando, veniva plasmato secondo un ordine superiore, ragionato. In fondo, non era forse questo il germinare di quel seme che la madre terra aveva accudito per più di quattromila anni? Primigeni si erano affacciati al mondo i germogli delle vivaci culture prenuragiche, ma ora fioriva una nuova epoca. L’età del Bronzo segnava un momento di cambiamento, di vera rivoluzione, il cui segno tangibile era dato dal sorgere di caratteristiche costruzioni troncoconiche. I nuraghi, “mucchi di pietre” che l’etimologia fa derivare dal preindoeuropeo nur1, furono eretti in grandissimo numero su tutta l’isola, tanto da caratterizzarne il paesaggio stesso. Ecco il sorgere della civiltà che soprattutto costruì i nuraghi, dunque nuragica!
“Dire grande architettura e nuraghi è la stessa cosa. E dire nuraghi e dire Sardegna è anche, entro certi limiti, la stessa cosa”.
Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi: dal Paleolitico all’età dei nuraghi, 1988

La civiltà dei nuraghi
Il paesaggio sardo, con le sue vestigia, è il risultato di migliaia di anni di trasformazioni, che noi vediamo oggi, nel momento attuale, come fosse un’istantanea. Ma come tenere traccia di ciò che venne prima o dopo, come distinguere i gradi dell’antico? Tale questione assume per i nuraghi una complessità di difficile soluzione. Dal momento della loro comparsa, a partire dal 1800 a.C. circa2, si può immaginare che abbiano subito una certa evoluzione architettonica che ci permetta di collocarli nel tempo. Invece, le tipologie riscontrate dagli archeologi sono soltanto due: i cosiddetti protonuraghi e i nuraghi classici a tholos.

I protonuraghi
I protonuraghi, detti anche nuraghi arcaici3, sebbene per alcuni autori non siano da collocare soltanto in un tempo antecedente ai nuraghi classici4, si trovano distribuiti soprattutto nell’area centro-occidentale della Sardegna. Tali costruzioni vennero edificate con metodi semplici e l’opera muraria era piuttosto rozza. Su una geometria di diverse forme – circolare, ellittica o poligonale – s’innestava l’alzato, che non superava i dieci metri di altezza. Da uno o più ingressi si accedeva agli interni, costituiti perlopiù da corridoi e vani voltati a ogiva. Una rampa di scalini poteva condurre a una terrazza superiore. In principio, la porzione muraria dei nuraghi era massiccia e predominante rispetto agli spazi calpestabili.
L’architettura dei nuraghi
L’esigenza di aumentare gli spazi interni condusse, attraverso un processo graduale, all’ideazione di un vano centrale con copertura “a barca rovesciata” e, infine, allo sviluppo dei modelli a tholos5. Si formò in questo modo l’unità di base dei nuraghi classici, di forma troncoconica. Replicata e disposta in differenti modi, essa permetteva di creare un’architettura modulare. Le torri venivano realizzate attraverso la posa di una muratura non più rozza, ma sbozzata e talvolta isodoma. I filari di pietre, in basalto, granito o trachite, erano disposti a corsi alternati, senza leganti. Le dimensioni dei massi nel paramento murario decrescevano dal basso verso l’alto: il basamento era così costituito in opera ciclopica, mentre dei conci più piccoli, a forma di cuneo, erano apposti in posizione sommitale.

All’interno dei nuraghi
La copertura a tholos, così chiamata per similitudine con la coeva architettura sepolcrale della civiltà micenea, costituiva l’elemento caratteristico del vano circolare centrale. Essa veniva ottenuta per mezzo dell’aggiunta dei conci ad aggetto progressivo, in modo che i filari si restringessero di diametro procedendo verso l’alto. L’altezza del vano centrale era notevole e superava stabilmente i sette metri, come nel caso di Barumini (7,80 m) e Torralba (7,55 m)6. Il diametro di tale ambiente poteva variare dai quatto ai sette metri, ed era in genere ampliato da nicchie trapezoidali o semiellittiche addentrate nella parete.

La parte sommitale
Talvolta, più camere si trovavano impilate all’interno di una stessa torre di enormi dimensioni. Si stima, ad esempio, che il nuraghe Santu Antine di Torralba dovesse raggiungere almeno i 20 metri d’altezza7. Invece, non sappiamo come si presentasse la sommità di un nuraghe, poiché nessuno di essi ci è giunto integro. Gli archeologi hanno proposto alcune possibili ricostruzioni a partire dai materiali di crollo, tra i quali spicca la presenza di mensole litiche che forse sostenevano un ballatoio in legno con parapetto. Una terrazza sporgente su mensole è ciò che si osserva anche in diversi modellini bronzei di nuraghi, come nel caso di quello rinvenuto a Barumini.


Gli ingressi e le scale, opere di raffinata architettura
Non abbiamo nessun indizio per comprendere come venissero chiusi gli ingressi dei nuraghi, di norma posti sul piano di campagna, a volte introdotti da pochi gradini, ma è probabile che fossero sbarrati da porte in legno. Da ciascuna delle aperture si accedeva a uno stretto corridoio, coperto da lastre disposte ad ogiva. L’andito cresceva in altezza fino a sfociare nel vano centrale del nuraghe. Lateralmente si innestava una scala elicoidale intramuraria, per l’accesso al piano superiore e, a essa contrapposta, una grande nicchia parietale. Solo nel nuraghe Santu Antine di Torralba il corridoio correva circolarmente intorno alla camera. Alcune piccole aperture si affacciavano lungo il percorso della scala, o più raramente sul vano centrale, come nel nuraghe Losa di Abbasanta. In alcuni nuraghi l’accesso alla scala era collocato direttamente all’interno della camera, in posizione sopraelevata, ed era raggiungibile per mezzo di scalette di collegamento tra soppalchi lignei.

Complessi di nuraghi
Non trascorse molto tempo dalla comparsa dei primi nuraghi che già si andarono componendo strutture a più torri, veri e propri complessi architettonici dalla elaborata planimetria. Alla torre principale (“mastio”), infatti, iniziarono a essere aggiunte da una a un massimo di cinque unità secondarie, di dimensioni inferiori. Di ciò si può avere un chiaro riscontro, ad esempio, nel complesso di Su Nuraxi a Barumini. Qui le quattro torri ausiliarie sono tangenti al mastio e formano una sorta di bastione. Nei complessi polilobati di maggiori dimensioni, inoltre, era sempre presente un cortile interno, che spesso ospitava un pozzo per l’acqua, come si può osservare a Torralba e ancora a Barumini. Talvolta i complessi di nuraghi erano circondati da cinte murarie esterne.


I nuraghi e la società nuragica
Lo studio dell’architettura dei nuraghi permette di approfondire alcuni importanti aspetti della società nuragica. Ad esempio, ci si chiede se essa fosse costituita principalmente da clan guerrieri, se vi fossero o meno differenziazioni di rango, quali fossero le interazioni tra gruppi o come fosse strutturata l’economia. Tutti questi quesiti, infatti, sono in qualche modo correlati alla funzione del nuraghe, vero fulcro dell’organizzazione sociale ed elemento antropico predominante del territorio sardo. Tuttavia, sebbene in Sardegna si contino dai sette agli ottomila nuraghi, a cosa essi davvero servissero non è ancora chiaro. La ripetitività delle forme architettoniche che li contraddistingue impedisce di carpirne a pieno il significato, in quanto manca una corrispondenza chiara tra i vari ambienti e le specifiche destinazioni d’uso. In sostanza, non è possibile dedurre la funzione dei nuraghi dalla sola osservazione strutturale, ma è necessario considerare un contesto più ampio, antropologico-culturale.
Il modello tribale e lo chiefdom
Per Giovanni Lilliu i nuraghi costituivano soprattutto delle fortezze, edificate da una popolazione suddivisa in clan guerrieri con assetto patriarcale8. Dunque, lo sviluppo architetturale dei complessi nuragici poteva essere espressione di un’organizzazione gerarchica del territorio, in cui le strutture minori erano subordinate a quelle più elaborate e con più torri.
È argomento di dibattito tra gli studiosi se tale modello rispecchiasse una struttura socio-economica di stampo tribale, egualitaria e segmentaria. Più recentemente è stato proposto come paradigma esplicativo della civiltà nuragica lo chiefdom9, secondo cui ogni clan era costituito da comunità autonome, stanziate in un’area circoscritta, che condividevano un capo. In tal caso, il rango sociale era determinato dal grado di parentela con esso. Ciò permetteva non solo di esercitare un controllo militare del territorio, ma anche di sfruttare in modo capillare le risorse naturali nell’ambito di un’economia di tipo agro-pastorale. I nuraghi fungevano da centri di raccolta e smistamento dei beni della comunità. Sovente erano posti in posizioni strategiche lungo le direttrici funzionali del paesaggio sardo. In determinate aree erano talmente diffusi da poter contenere tutta la popolazione10.

La rivoluzione sociale della civiltà nuragica
Questo tipo di organizzazione sociale durò per circa settecento anni, fino al Bronzo finale, momento in cui avvenne un cambiamento radicale. Sappiamo che nel X secolo a.C., nella prima Età del ferro, i nuraghi non venivano più costruiti11. Intorno ai complessi maggiori, non di rado già in rovina, sorsero ampi e articolati villaggi. I Nuragici edificavano le capanne, circolari o più di rado rettangolari, con materiali deperibili su basamenti litici. Nell’insediamento tardo nuragico di Barumini si osservano unità costituite da 5-7 piccoli vani quadrangolari, disposti intorno a una corte e racchiusi da un muro perimetrale circolare. Tali abitazioni erano forse appannaggio di famiglie dal ceto sociale alto e comprendevano delle rotonde con bacile destinate al culto12.

Un altro indizio del cambiamento sociale in atto è rappresentato dalla comparsa all’interno dei villaggi di particolari capanne “delle Riunioni”. Di forma circolare, più ampie e provviste di sedile perimetrale, venivano probabilmente impiegate per le assemblee civili dei capi-famiglia13 o per lo svolgimento di particolari riti pubblici. Nella capanna 80 di Barumini, dotata di sedile e cinque nicchie14, è stato ritrovato il modello di una torre, in marna calcarea, a testimonianza del valore ormai soltanto simbolico-identitario che veniva attribuito ai nuraghi.

Alla fine dell’Età del bronzo, dunque, la civiltà nuragica dovette andare incontro a una rivoluzione che portò al ribaltamento delle gerarchie precostituite. Il regime dei capi clan, associato a una moderata stratificazione sociale, venne destituito a favore di un modello politico-amministrativo che prevedeva la riunione di assemblee condotte nelle apposite capanne da parte dei gruppi familiari aristocratici, rappresentati dagli anziani e dai sacerdoti.
I santuari nuragici
Testimonianza tangibile di questo cambiamento fu la comparsa dei santuari, segno di una rottura definitiva con la tradizione precedente e del sopravanzare di aspetti legati ai culti. Nella nuova epoca, la società nuragica non era più imperniata sull’imponente figura del nuraghe, ma si esprimeva per mezzo delle architetture templari monumentali. Gli edifici a megaron15, le fonti e i pozzi sacri vennero eretti là dove già esistevano dei culti antichi, divenendo in questa fase il principale centro di aggregazione sociale16. È molto difficile ricostruire le cerimonie sacre che si svolgevano nei templi a megaron, così chiamati per via della pianta quadrangolare che li faceva rassomigliare ai simili edifici micenei del Mediterraneo orientale. I riti nuragici delle acque, invece, sono più delineabili sulla base delle architetture dei santuari.
Templi a pozzo e fonti sacre
In Sardegna si contano oggi circa cinquanta fonti sacre e sessanta pozzi, ma in origine erano molti di più17. I templi a pozzo, tra cui si annovera quello mirabile di Santa Cristina a Paulilatino, avevano la funzione di captare le vene sorgive del sottosuolo, mentre le fonti sacre erano caratterizzate dalla canalizzazione delle acque sul piano di campagna, come a Su Tempiesu di Orune. La costruzione di queste strutture rispondeva, dunque, innanzitutto a un’esigenza funzionale. È ipotesi comune che durante il Bronzo finale si verificarono importanti cambiamenti climatici che portarono a un aumento della siccità. Le architetture, sempre più complesse, servivano a recuperare l’acqua sorgiva e a renderla disponibile per l’agricoltura. L’acqua, ormai bene preziosissimo, divenne quindi oggetto di culto e la sua abbondanza veniva invocata attraverso riti propiziatori e cerimonie collettive. A tal fine, furono sacralizzate e monumentalizzate anche le architetture già esistenti.

Nel nuraghe Santu Antine di Torralba, il pozzo della torre nord venne modificato con l’apposizione di una barriera litica, cambiando in struttura e planimetria, mentre un vaso cerimoniale fu posato sul fondo18. A Torralba il pozzo divenne dunque espressione di un rito, ancora compreso entro le mura sociali e politiche del nuraghe. In questo momento di transizione si cominciò ad affermare un’architettura di aggregazione sociale differente, che non distingueva più il profano dal sacro, il fatto civile da quello religioso. Il divenire monumentale delle strutture idriche non era più ascrivibile soltanto alle esigenze del vivere quotidiano, ma rispondeva a precisi indirizzi cultuali.
Le architetture cultuali
Il caso di Torralba non è isolato, ma si inserisce in una tendenza generale a rifunzionalizzare i pozzi e le fonti preesistenti che sino ad allora avevano avuto il solo scopo di approvvigionamento idrico. Attraverso l’architettura monumentale la comunità esprimeva la propria identità, anche dal punto di vista della capacità economica e del prestigio. Così, in alcune strutture sacre i Nuragici impiegarono l’opera isodoma a blocchi regolari, caratterizzata da un maggior senso estetico e più dispendiosa. Ciò non solo richiamava la tecnica costruttiva dei nuraghi, ma rivelava anche il tramandarsi di conoscenze antichissime tra maestranze dal sapere comune.
La costruzione di fonti e pozzi sacri si sviluppava a partire da un’unità di base, costituita da un atrio trapezoidale o rettangolare, da una scala d’accesso all’acqua e da un vano con copertura a tholos. Il muro che delimitava il vestibolo ospitava spesso delle nicchie per le offerte votive. Dall’atrio l’acqua veniva convogliata, attraverso una canaletta, in piccoli pozzetti esterni che avevano la doppia funzione di permettere il deflusso durante i momenti di piena e garantire la disponibilità ai pellegrini. Si può immaginare che l’accesso alla camera interna del pozzo fosse invece consentito solo ai sacerdoti. I fedeli rimanevano presso il vestibolo oppure sul limitare dell’area sacra, ricevendo benedizioni e offrendo i doni alla divinità.
Il tempio a pozzo di Santa Cristina a Paulilatino
Nel tempio a pozzo di Santa Cristina, a Paulilatino, il vestibolo era costituito da una muratura grezza. Il vano scala trapezoidale, perfettamente scalpellato, permetteva di raggiungere l’acqua, il cui livello variava durante l’anno. La camera ipogeica, larga due metri e mezzo, presentava la tipica copertura a tholos con conci a cerchi concentrici. I costruttori di Santa Cristina seguirono precisi criteri architettonici: l’orientazione da Nord-Nord-Ovest a Sud-Sud-Est fa in modo, ancor oggi, che durante gli equinozi i raggi del sole attraversino il vano scala e si proiettino con esattezza sul fondo del pozzo.


La fonte sacra di Su Tempiesu a Orune
Una piccola scala d’accesso al vano veniva apposta anche quando l’acqua era raggiungibile al livello del suolo, pertanto doveva avere qualche funzione rituale. È il caso della fonte di Su Tempiesu di Orune, dove la scaletta trapezoidale, di appena quattro gradini, si immergeva nella sorgente sul piano di campagna.


A Orune l’opera isodoma della fonte fu realizzata mediante una sapiente sagomatura dei conci in trachite, a martellina. I blocchi, tagliati in obliquo, componevano poi il soffitto trapezoidale a doppio spiovente della fonte, ornato da cornici in rilievo. Il fastigio sommitale era coronato da numerose spade votive, a voler sottolineare la relazione tra il valore simbolico dell’acqua e delle armi19.

L’atrio era delimitato da un muro a semiluna. Qui un pozzetto raccoglieva le acque defluenti dalla camera della fonte tramite una canaletta in pietra. In tale pozzetto sono stati rinvenuti diversi oggetti votivi, tra cui spade, spille, bracciali e bronzetti. Erano queste le offerte dei fedeli di Orune alle divinità delle acque20. Non sempre è chiaro cosa raffigurassero i bronzi figurativi dei Nuragici, ma di certo è possibile riconoscere in essi le immagini di offerenti, guerrieri, donne, animali selvatici, forse simulacri di esseri trascendenti appartenenti alla mitologia e alla religione, di cui è perduta ogni memoria.

Una società più aperta
Nelle fonti e nei pozzi sacri nuragici si osserva un’interessante eterogeneità dei materiali rispetto al luogo di provenienza. Arenaria, basalto, tufo e trachite venivano impiegati non sulla base della mera disponibilità locale, ma in relazione a precise scelte progettuali. I materiali erano infatti cavati e trasportati anche da unità geografiche distanti. Si può comprendere tale libera circolazione soltanto alla luce di un superamento della rigida suddivisione territoriale in clan e del modello dello chiefdom. Si tratta di un indizio che, insieme al declino del nuraghe-fortezza, rafforza l’idea di un importante cambiamento nella civiltà nuragica a partire dal Bronzo Finale.
I villaggi e le capanne “delle Riunioni” venivano ora edificati in prossimità di fonti e pozzi sacri, come è evidente nell’area archeologica di Santa Cristina a Paulilatino, e le élite aristocratiche utilizzavano la religione come strumento di consenso sociale. Il rito presso il santuario delle acque aveva la valenza di accogliere i membri all’interno della comunità. Inoltre, permetteva di superare le divisioni dovute al rango e alla parentela. La società si era così strutturata in maniera più aperta. Abbattendo i confini delle impenetrabili torri nuragiche, la manodopera incominciò a spostarsi e differenti territori entrarono in contatto tra loro per favorire gli scambi commerciali, rendendo possibile quella straordinaria monumentalizzazione cultuale che contraddistinse non solo i santuari delle acque, ma finanche le architetture funerarie e la statuaria. La civiltà nuragica era ormai pronta a generare i suoi frutti più maturi, affinché sorgessero i giganti di Mont’e Prama nella terra del Sinis.
Samuele Corrente Naso
Nota
- G. Lilliu, I Nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, Ilisso, 2005. ↩︎
- M. P. Zedda, Archeologia del paesaggio sardo, Cagliari, Agorà Nuragica, 2009. ↩︎
- G. Ugas, L’alba dei nuraghi, Cagliari, 2005. ↩︎
- E. Contu, L’architettura nuragica, 1981; F. Lo Schiavo, M. Perra, A. Usai, F. Campus, V. Leonelli, P. Bernardini, Sardegna: le ragioni del cambiamento nella civiltà nuragica, 2010. ↩︎
- A. Moravetti, Considerazioni sui protonuraghi. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
- P. Melis, I nuraghi. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- G. Lilliu, La civiltà nuragica, Carlo Delfino editore, 1999. ↩︎
- P. Bernardini, Santuari, culti e ideologia del potere nella Sardegna nuragica della Prima età del Ferro. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
- A. Depalmas, I Villaggi. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
- Ibidem nota 9. ↩︎
- V. Santoni, Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini, in Guide e Studi, 2, Quartu Sant’Elena, 2001. ↩︎
- A. Taramelli, Nuove ricerche nel Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, MAL, XXXIV, 1931. ↩︎
- G. Lilliu, Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica, StS, XII-XIII, 1955. ↩︎
- M. A. Fadda, I templi a megaron della Sardegna nuragica. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
- V. Santoni, I templi di età nuragica, in La Civiltà Nuragica, Eletta, Milano, 1990. ↩︎
- M. A. Fadda, L’architettura dedicato al culto dell’acqua. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e materiali, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2014. ↩︎
- G. Salis, L’acqua degli dei e i culti nella Sardegna nuragica. In: M. E. Minoja, A. Usai, G. Salis, L’isola delle torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna nuragica, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2015. ↩︎
- R. Cicilloni, Le armi, la guerra e la caccia. In: M. E. Minoja, A. Usai, G. Salis, L’isola delle torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna nuragica, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2015. ↩︎
- M. A. Fadda, Nel segno dell’acqua. Santuari e bronzi votivi della Sardegna nuragica, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2013. ↩︎


