Dai nuraghi alle fonti sacre, le architetture della società nuragica

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Pietra su pietra, terra e cielo, e poi la quiete della campagna, la grazia della natura che s’accomoda al brulicare delle torri. Scandito, come da un ritmo arcaico di tamburi in guerra, il paesaggio della Sardegna si andava modificando, veniva plasmato secondo un ordine superiore, ragionato. In fondo, non era forse questo il germinare di quel seme che la madre terra aveva accudito per più di quattromila anni? Primigeni s’erano affacciati al mondo i germogli delle vivaci culture prenuragiche, ma ora fioriva un’età nuova. L’età del Bronzo segnava un momento di cambiamento, di vera rivoluzione, il cui segno tangibile era dato dal sorgere di caratteristiche costruzioni troncoconiche. I nuraghi, “mucchi di pietre” che l’etimologia fa derivare dal preindoeuropeo nur [1], furono eretti in grandissimo numero su tutta l’Isola, tanto da caratterizzarne il paesaggio stesso. Ecco il sorgere della civiltà che soprattutto costruì i nuraghi, dunque nuragica!

“Dire grande architettura e nuraghi è la stessa cosa. E dire nuraghi e dire Sardegna è anche, entro certi limiti, la stessa cosa”.

Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi: dal Paleolitico all’età dei nuraghi, 1988
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Il nuraghe Losa di Abbasanta

La civiltà dei nuraghi

Oggi noi osserviamo del paesaggio sardo solo l’istantanea di un momento, di quanto cioè è sopravvissuto nella sua globalità. Ma come tenere traccia di ciò che venne prima o dopo, come distinguere i gradi dell’antico in centinaia d’anni di trasformazioni? Tale questione assume per i nuraghi una complessità di difficile soluzione. Dal momento della loro comparsa, a partire dal 1800 a.C. circa [2], si può immaginare che furono contraddistinti da una certa evoluzione dell’architettura. Tuttavia, le tipologie principali riscontrate dagli archeologi sono soltanto due: i cosiddetti protonuraghi e i nuraghi classici a tholos.

I protonuraghi

I protonuraghi, detti anche nuraghi arcaici [3], sebbene per alcuni autori non siano da collocare soltanto in un tempo antecedente ai nuraghi classici [4], si trovano distribuiti soprattutto nell’area centro-occidentale della Sardegna. Tali costruzioni vennero edificate con metodi semplici e l’opera muraria era piuttosto rozza. Su una geometria di differenti forme – circolare, ellittica o poligonale – s’innestava l’alzato, non più alto di una decina di metri. Da uno o più ingressi si accedeva agli interni, costituiti perlopiù da corridoi e vani voltati a ogiva; una rampa di scalini poteva condurre alla terrazza superiore. In principio la porzione muraria dei nuraghi era massiccia e predominante rispetto agli spazi calpestabili. Proprio l’esigenza di aumentare tali “vuoti” condusse, attraverso un processo graduale, all’ideazione di un vano centrale con copertura “a barca rovesciata”, e infine alla definizione dei modelli a tholos [5].

L’architettura dei nuraghi

L’unità base troncoconica, replicata e disposta in differenti modi, contraddistingueva l’architettura modulare dei nuraghi classici. Le torri venivano realizzate attraverso la posa di una muratura non più rozza, ma sbozzata e talvolta isodoma. I filari di pietre, in basalto, granito o trachite, erano disposti a corsi alternati, senza leganti. Le dimensioni dei massi presso il paramento murario decrescevano dal basso verso l’alto: il basamento era così costituito in opera ciclopica, mentre dei conci più piccoli, a forma di cuneo, erano apposti in posizione sommitale.

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Il paramento murario del nuraghe Losa di Abbasanta

All’interno dei nuraghi

La copertura a tholos costituiva l’elemento caratteristico del vano circolare centrale, ed è oggi così chiamata per similitudine con la coeva architettura sepolcrale della civiltà micenea. Invero si trattava di una semplice modalità costruttoria ad aggetto progressivo dei conci in cui i filari, ad anelli concentrici, venivano apposti sì da restringersi di diametro procedendo verso l’alto. L’altezza del vano centrale era notevole e superava stabilmente i sette metri, come nel caso di Barumini (7,80 m) e Torralba (7,55 m) [6]. Il diametro di tale ambiente poteva variare dai quatto ai sette metri, ed era in genere ampliato da nicchie trapezoidali o semiellittiche addentrate nella parete.

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Copertura a tholos presso il sito archeologico Su Nuraxi di Barumini

La porzione sommitale

Talvolta più camere si trovavano impilate all’interno di una stessa torre di enormi dimensioni. È stato stimato, ad esempio, che il nuraghe Santu-Antine di Torralba dovesse raggiungere almeno i 20 metri d’altezza [6]. In ogni caso, non sappiamo come si presentasse la sommità di un nuraghe, poiché nemmeno uno ci è giunto nella sua interezza. Alcune possibili ricostruzioni sono state proposte a partire dai materiali di crollo, tra i quali spicca la presenza di mensole litiche, supporto forse per un ballatoio in legno con parapetto. Una terrazza sporgente su mensole è anche ciò che si osserva in diversi modellini bronzei di nuraghi, come nel caso di quello rinvenuto a Barumini.

Gli ingressi e le scale, opere di raffinata architettura

Nulla ci è giunto circa la chiusura degli ingressi, di norma posti sul piano di campagna, tranne quando sono presenti pochi gradini: è possibile che fossero sbarrati da porte lignee. Da ciascuna delle aperture si accedeva a uno stretto corridoio, con copertura a lastre disposte ad ogiva. L’andito cresceva in altezza sino a sfociare nel vano centrale del nuraghe; in esso s’innestavano lateralmente una scala elicoidale intramuraria per l’accesso al piano superiore e, ad essa contrapposta, una grande nicchia parietale. Solo nel nuraghe Santu-Antine di Torralba il corridoio decorreva circolarmente tutt’intorno alla camera. Piccole aperture venivano rivolte, lungo il percorso della scala, all’esterno o più raramente verso la camera centrale, come nel nuraghe Losa di Abbasanta. In alcuni nuraghi l’accesso alla scala era collocato direttamente nella camera, in posizione sopraelevata e veniva garantito da scalette di collegamento tra soppalchi lignei.

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Il nuraghe Santu Antine di Torralba

Complessi di nuraghi

Non dovette trascorrere molto tempo dalla comparsa dei nuraghi in Sardegna che già si andavano componendo strutture a più torri, complessi nuragici dalla planimetria più elaborata. A una torre principale (“mastio”) venivano aggiunte da una a un massimo di cinque unità secondarie, di dimensioni inferiori. Di ciò si può avere un chiaro riscontro, ad esempio, presso il complesso di Su Nuraxi a Barumini, dove le quattro torri ausiliarie sono tangenti al mastio, sino a formare una sorta di bastione. La presenza del cortile era una costante nei complessi polilobati di maggiori dimensioni, che sovente ospitavano un pozzo per l’acqua, come si osserva a Torralba e ancora a Barumini. Talvolta i complessi di nuraghi venivano circondati da vere e proprie cinte murarie esterne.

La società al tempo dei nuraghi

Lo studio dell’architettura dei nuraghi costituisce il presupposto essenziale per cercare di comprendere alcuni aspetti della civiltà nuragica che sono a noi oscuri. Ci si è posti il problema se la società della Sardegna fosse costituita principalmente da clan guerrieri, se vi fossero o meno differenziazioni di rango, quali fossero le interazioni tra gruppi, come fosse strutturata l’economia e così via. Tutti questi quesiti, a ben vedere, sono di certo correlati alla figura del nuraghe, vero fulcro dell’organizzazione sociale ed elemento antropico predominate del territorio sardo. Se ne contano in numero molto alto, dai sette agli ottomila, e pur tuttavia, fatto insolito e misterioso per certi versi, a cosa davvero servissero non è proprio chiaro.

La ripetitività delle forme architettoniche che contraddistingue i nuraghi non permette di carpirne a pieno il significato in quanto manca una corrispondenza chiara tra spazio e funzione, tra ambiente e destinazione d’uso. In sostanza, non è possibile dedurre a cosa servissero i nuraghi dalla sola osservazione strutturale, senza prescindere da un contesto più ampio, antropologico-culturale.

Il modello tribale e lo chiefdom

Per Giovanni Lilliu i nuraghi costituivano soprattutto delle fortezze, edificate da una popolazione suddivisa in clan guerrieri con assetto patriarcale [7]. In tal senso, lo sviluppo architetturale dei complessi nuragici poteva esser espressione di un’organizzazione gerarchica del territorio, di subordinazione da parte delle strutture minori verso quelle più elaborate, con più torri.

È argomento di dibattito tra gli studiosi se tale modello rispecchiasse una struttura socio-economica di stampo tribale, egualitaria e segmentaria. Più recentemente è stato proposto come paradigma esplicativo della civiltà nuragica lo chiefdom [8], secondo cui ogni clan era costituito da comunità autonome, stanziate in un’area circoscritta, che condividevano un capo. In tal caso il rango sociale era determinato dal grado di parentela con esso. Ciò permetteva non solo di esercitare un controllo militare del territorio, ma predisponeva a uno sfruttamento capillare delle risorse naturali all’interno di un’economia di tipo agro-pastorale. I nuraghi fungevano da centri di raccolta e smistamento dei beni della comunità, e sovente erano posti in posizioni strategiche lungo le direttrici funzionali del paesaggio sardo. La frequenza in determinate aree era addirittura tale da poter contenere tutta la popolazione [9].

La rivoluzione sociale della civiltà nuragica

Questo tipo di organizzazione sociale perdurò per circa settecento anni, sino al Bronzo Finale, momento in cui dovette avvenire un cambiamento radicale. Sappiamo che nel X secolo a.C., nella prima età del Ferro, i nuraghi non venivano più costruiti [8]. Intorno ai complessi maggiori, ch’erano non di rado già in rovina, sorsero ampi e articolati villaggi. Le capanne, circolari o più di rado rettangolari, venivano edificate con materiali deperibili e sono oggi riconoscibili grazie ai residui dei basamenti litici. Presso l’insediamento tardo nuragico di Barumini, ad esempio, si osservano unità di 5-7 piccoli vani quadrangolari disposti intorno a una corte, racchiusi da un muro circolare perimetrale. Erano forse appannaggio di famiglie dal ceto sociale alto, queste abitazioni, che comprendevano peraltro delle rotonde con bacile destinate al culto [10].

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Villaggio nuragico, complesso Su Nuraxi di Barumini

Un altro indizio di un cambiamento sociale è rappresentato dalla comparsa, all’interno dei villaggi, di particolari capanne “delle Riunioni”. Di forma circolare, più ampie e provviste di sedile perimetrale, venivano probabilmente impiegate per le assemblee civili dei capi-famiglia [11] o per lo svolgimento di particolari riti pubblici. Nella capanna 80 di Barumini, con sedile e cinque nicchie [12], è stato ritrovato il modello di una torre, in marna calcarea, a testimonianza del valore ormai soltanto simbolico-identitario che veniva conferito ai nuraghi.

Alla fine dell’età del Bronzo, dunque, la civiltà nuragica dovette andare incontro a una rivoluzione che portò al ribaltamento delle gerarchie precostituite. Il regime dei capi clan, cui si associava una moderata stratificazione sociale, venne destituito a favore di un modello politico-amministrativo che prevedeva la riunione di assemblee, condotte nelle apposite capanne da parte dei gruppi familiari aristocratici rappresentati dagli anziani e dai sacerdoti.

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La struttura muraria della capanna della Riunione presso il complesso Su Nuraxi di Barumini

I Santuari nuragici

Testimonianza tangibile di questo cambiamento sociale fu il comparire di insediamenti connessi a santuari, segno di una rottura definitiva con la tradizione precedente e del sopravanzare di aspetti legati ai culti. La società nuragica non era più imperniata sull’imponente figura del nuraghe; piuttosto si specchiava in molteplici direttrici di significato che si esprimevano attraverso architetture templari monumentali. Gli edifici a megaron [13], le fonti e i pozzi sacri vennero eretti laddove già esistevano dei culti antichi, divenendone in questa fase tangibile espressione, nonché principale centro di aggregazione sociale [14].

È impresa ardua ricostruire gli aspetti del sacro che caratterizzarono la tarda età della società nuragica, in quanto riferibili alle sole testimonianze materiali e agli edifici cultuali, unici indizi a noi giunti di un passato misterioso. Circa i templi a megaron, così chiamati per via della pianta quadrangolare che li faceva rassomigliare ai similari edifici micenei del Mediterraneo Orientale, è molto difficile ricostruire le cerimonie che vi si svolgevano. Più delineabili sono invece i riti nuragici delle acque, intuibili grazie alle architetture monumentali atte alla captazione e alla raccolta delle vene sorgive dal sottosuolo.

Templi a pozzo e fonti sacre

In Sardegna si contano oggi circa cinquanta fonti sacre e sessanta pozzi, ma in origine erano molti di più [15]. I templi a pozzo, tra cui si annovera quello mirabile di Santa Cristina a Paulilatino, avevano la funzione di captare l’acqua sorgiva in profondità, mentre le fonti sacre erano caratterizzate dalla canalizzazione delle acque sul piano di campagna, come a Su Tempiesu di Orune.

La costruzione di una fonte o di un pozzo doveva rispondere innanzitutto a un’esigenza funzionale. È ipotesi comune che durante il Bronzo finale vi furono importanti cambiamenti climatici che portarono ad un aumento della siccità. Da qui nacque l’esigenza di ricercare architetture sempre più complesse per recuperare l’acqua sorgiva e renderla sempre disponibile, in una società a forte vocazione agricola. L’acqua, ormai bene preziosissimo, divenne quindi oggetto di culto: non è difficile immaginare lo svolgimento di riti propiziatori e di cerimonie collettive per scongiurarne la mancanza. Si esplica in tal modo anche il fenomeno di sacralizzazione e monumentalizzazione cui furono soggette le architetture già esistenti.

Il pozzo sacro di Santa Cristina a Paulilatino

Presso il nuraghe Santu Antine di Torralba, il pozzo della torre nord venne modificato con l’apposizione di una barriera litica, mentre un vaso cerimoniale fu posato sul fondo, cangiando in struttura e planimetria [16]. A Torralba il pozzo divenne dunque espressione di un rito, che tuttavia era ancora compreso entro le mura sociali e politiche del nuraghe. Fu in questo momento di transizione che si cominciò ad affermare un’architettura di aggregazione sociale differente, che non differenziava più il profano dal sacro, il fatto civile da quello religioso. Da questo momento il divenire monumentale delle risorse idriche non era più essere ascrivibile a sole ragioni del vivere quotidiano, bensì rispondeva a precisi indirizzi cultuali e sociali.

Le architetture cultuali

Il caso di Torralba non è isolato, ma vi fu una generale tendenza alla rifunzionalizzazione di pozzi e fonti preesistenti che sino ad allora avevano il solo scopo di approvvigionamento idrico. Per mezzo del divenire monumentale si esprimeva l’identità propria della comunità, anche dal punto di vista della capacità economica e del prestigio. Così, in alcune strutture sacre veniva sovente impiegata l’opera isodoma a blocchi regolari, caratterizzata da un maggior senso estetico e più dispendiosa. L’impiego di tale tecnica non solo s’inseriva nello stesso solco culturale che aveva caratterizzato l’architettura dei nuraghi, ma rivelava il tramandarsi di conoscenze antichissime tra maestranze dal comune sapere.

Per mezzo di una tecnica consolidata, la costruzione di fonti e pozzi sacri si sviluppava a partire da un’unità di base costituita da un atrio trapezoidale o rettangolare, da una scala d’accesso all’acqua e da un vano con copertura a tholos. Il muro che delimitava il vestibolo ospitava sovente delle nicchie per le offerte votive. Dall’atrio l’acqua veniva convogliata, attraverso una canaletta, in piccoli pozzetti esterni che avevano la doppia funzione di permettere il deflusso durante i momenti di piena e garantire la disponibilità ai pellegrini. Si può così immaginare che l’accesso alla camera interna del pozzo fosse consentita solo ai sacerdoti, mentre i fedeli rimanevano presso il vestibolo oppure sul limitare dell’area sacra, delimitata da un témenos, ricevendo benedizioni e offrendo i doni alla divinità.

Il tempio a pozzo di Santa Cristina a Paulilatino

Presso il tempio a pozzo di Santa Cristina a Paulilatino il vestibolo era costituito da una muratura grezza; il vano scala trapezoidale, perfettamente scalpellato, permetteva di raggiungere l’acqua, il cui livello variava durante l’anno; la camera ipogeica, larga due metri e mezzo, presentava la tipica copertura a tholos con conci a cerchi concentrici. I costruttori di Santa Cristina seguirono precisi criteri architettonici: l’orientazione da Nord-Nord-Ovest a Sud-Sud-Est fa in modo ancor oggi che durante gli equinozi i raggi del sole traversino il vano scala e si proiettino con esattezza sul fondo del pozzo.

La fonte sacra di Su Tempiesu a Orune

Una piccola scala d’accesso al vano veniva apposta anche quando l’acqua era raggiungibile a livello del suolo, a suggerire una qualche funzione rituale. È il caso della fonte di Su Tempiesu di Orune, dove la scaletta trapezoidale, di appena quattro gradini, si immergeva nella vena sorgiva posta al livello del suolo, ma di essa non ci sarebbe stato necessità alcuna.

A Orune l’opera isodoma della fonte fu realizzata per mezzo di una sapiente sagomatura dei conci in trachite, a martellina. I blocchi, tagliati in obliquo, componevano poi il soffitto trapezoidale a doppio spiovente della fonte, ornato da cornici in rilievo. Il fastigio sommitale era coronato da numerose spade votive, a voler sottolineare una qualche relazione tra il valore simbolico dell’acqua e delle armi [17].

Il fastigio sommitale del Tempio

L’atrio era delimitato da un muro a semiluna, provvisto di un pozzetto che raccoglieva le acque defluenti dalla camera della fonte, con la consueta copertura a tholos, per mezzo di una canaletta in pietra. In tale pozzetto sono stati rinvenuti i tipici oggetti votivi, tra cui spade, spille, bracciali e bronzetti. Erano queste le offerte dei fedeli di Orune alle divinità delle acque [18]. Non sempre è chiaro cosa raffigurassero i bronzi figurativi dei Nuragici, ma di certo è possibile riconoscere in essi le immagini di offerenti, guerrieri, donne, animali selvatici, forse simulacri di esseri trascendenti appartenenti alla mitologia e alla religione, di cui è perduta ogni memoria.

La scaletta di Su Tempiesu

Una società più aperta

Nelle fonti e nei pozzi sacri nuragici si osserva un’interessante eterogeneità dei materiali impiegati rispetto al luogo di appartenenza. Arenaria, basalto, tufo e trachite venivano scelti non sulla base della mera disponibilità nei paraggi, ma in relazione a precise scelte progettuali. I materiali erano quindi cavati e trasportati anche da unità geografiche distanti; si può comprendere tale libera circolazione soltanto alla luce di un superamento della rigida suddivisione territoriale in clan, sul modello dello chiefdom. Si tratta di un indizio che, unitamente al declino della figura del nuraghe-fortezza, rafforza l’idea di un importante cambiamento nella civiltà nuragica a partire dal Bronzo Finale.

I villaggi e le capanne “delle Riunioni” si edificavano ora proprio in prossimità di fonti e pozzi sacri, come è evidente presso l’area archeologica di Santa Cristina a Paulilatino, e le élite aristocratiche utilizzavano la religione come strumento di consenso sociale. Il rito presso il santuario delle acque aveva la valenza di accogliere i membri all’interno della comunità, e permetteva di superare le divisioni dovute al rango e alla parentela.

La società si era così strutturata in maniera più aperta: l’abbattimento dei confini comunitari aveva reso possibile ciò che sino ad allora era stato tabù, confinato all’interno di poderose e impenetrabili torri. Differenti territori incominciavano ad avere degli scambi commerciali, e la manodopera a spostarsi sì da rendere possibile quella straordinaria monumentalizzazione cultuale che contraddistinse non solo i santuari delle acque, ma finanche le architetture funerarie e la statuaria. La civiltà nuragica era pronta ormai per generare i suoi frutti più maturi, affinché sorgessero i giganti di Mont’e Prama tra le aggraziate sponde del Sinis.

Samuele Corrente Naso

Nota 1

[1] G. Lilliu, I Nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, Ilisso, 2005

[2] M. P. Zedda, Archeologia del paesaggio sardo, Cagliari, Agorà Nuragica, 2009

[3] G. Ugas, L’alba dei nuraghi, Cagliari, 2005

[4] E. Contu, L’architettura nuragica, 1981; F. Lo Schiavo, M. Perra, A. Usai, F. Campus, V. Leonelli, P. Bernardini, Sardegna: le ragioni del cambiamento nella civiltà nuragica, 2010

[5] A. Moravetti, Considerazioni sui protonuraghi. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, 2017, Carlo Delfino editore & C.

[6] P. Melis, I nuraghi. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, 2017, Carlo Delfino editore & C.

[7] Giovanni Lilliu, La civiltà nuragica, 1999, Carlo Delfino editore

[8] P. Bernardini, Santuari, culti e ideologia del potere nella Sardegna nuragica della Prima età del Ferro. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, 2017, Carlo Delfino editore & C.

[9] A. Depalmas, I Villaggi. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, 2017, Carlo Delfino editore & C.

Nota 2

[10] V. Santoni, Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini, in Guide e Studi, 2, Quartu Sant’Elena, 2001

[11] A. Taramelli, Nuove ricerche nel Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, «MAL», XXXIV, 1931

[12] G. Lilliu, Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica, «StS», XII-XIII, 1955

[13] M. A. Fadda, I templi a megaron della Sardegna nuragica. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e monumenti, Corpora delle antichità della Sardegna, 2017, Carlo Delfino editore & C.

[14] V. Santoni, I templi di età nuragica, in La Civiltà Nuragica, Eletta, Milano, 1990

[15] M. A. Fadda, L’architettura dedicato al culto dell’acqua. Nel volume: A. Moravetti, P. Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Nuragica. Storia e materiali, Corpora delle antichità della Sardegna, 2014, Carlo Delfino editore & C.

[16] G. Salis, L’acqua degli dei e i culti nella Sardegna nuragica. In: M. E. Minoja, A. Usai, G. Salis, L’isola delle torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna nuragica, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2015

[17] R. Cicilloni, Le armi, la guerra e la caccia. In: M. E. Minoja, A. Usai, G. Salis, L’isola delle torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna nuragica, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2015

[18] M. A. Fadda, Nel segno dell’acqua. Santuari e bronzi votivi della Sardegna nuragica, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2013.

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