Un’imponente statua di bronzo sembra fissare, con occhi severi, i turisti che passeggiano lungo Corso Vittorio Emanuele a Barletta, innanzi alla Basilica del Santo Sepolcro. Si tratta di una figura ormai familiare per gli abitanti del luogo, tanto da avere persino un nomignolo: Arè, abbreviazione di Eraclio. La scultura è alta all’incirca quattro metri e mezzo e il suo aspetto tradisce secoli di storia vissuta, in parte misteriosa. Il Colosso di Barletta si staglia fiero, su un piedistallo in pietra. Indossa una veste elegante, che si protende sino alle ginocchia, e dei calzari. La sua pettinatura è ordinata e ben raccolta; la barba curata e dalla corta rasatura. Ma di chi si tratta? Chi venne raffigurato in questa grande statua?

Eraclio era certamente un sovrano dell’Impero Romano d’Oriente. Il suo capo è cinto da un diadema imperiale, mentre un singolo orecchino di perla pende sotto il lobo dell’orecchio sinistro. La statua mantiene un globo con la mano sinistra, simbolo del potere dell’Imperatore su tutto il mondo – chi ha detto che gli antichi credessero piatta la Terra? -, mentre con l’altra innalza il simbolo della croce.
Il Colosso di Barletta, una controversa identità
Non è chiaro, tuttavia, quale imperatore sia raffigurato nel Colosso di Barletta. È il nome stesso, Eraclio, a rivelare la sua prima identificazione storica. Poiché, infatti, la statua regge una vistosa croce, in passato è stato ipotizzato che si tratti di Eraclio I, sovrano che, secondo la tradizione, il 21 marzo del 630 riportò a Gerusalemme il legno della Vera Croce, che era stato preso dai Persiani nel 614, quando avevano profanato la città e il Santo Sepolcro1. Ma questa non è l’unica tesi. Secondo V. Picozzi, la scultura corrisponderebbe all’imperatore Giustiniano2. R. Delbrueck3 e J. Kollwitz4 lo identificavano con Marciano, mentre H. Koch5 e Cecchelli6 con Valentiniano I. Per P. Testini, invece, la statua, con un’acconciatura tipica della prima metà del V secolo, era una raffigurazione di Onorio7.

Oggi l’ipotesi più accreditata, suggerita da G. Purpura, è che il Colosso di Barletta raffiguri l’imperatore Teodosio II, come suggerirebbe la presenza di un particolare gioiello di arte gota posto al centro del diadema, che un tempo ornava il capo di Elia Eudossia, madre dell’imperatore e figlia di un generale dei Goti8. Una cronaca dello storico bizantino Marcellino Conte, del VI secolo, racconta che Teodosio II fece erigere una grande croce sul Golgota nel 419 per propiziare la vittoria contro i Sasanidi di Bahram V9. Secondo questa ipotesi, il Colosso reggeva in origine un labaro cruciforme, con un’asta che poggiava al suolo. G. Purpura sostiene quindi che sarebbe stato realizzato a Ravenna nel 439, per iniziativa di Valentiniano III, in occasione dell’emanazione del Codice Teodosiano, per rinsaldare i rapporti tra l’Impero romano d’Oriente e quello d’Occidente10.
La misteriosa comparsa di Eraclio
Anche la comparsa di Eraclio a Barletta è avvolta dalla nebbia del mistero. La tradizione popolare vuole che la statua sia stata rinvenuta nel 1204, adagiata su uno scoglio del porto. Nel XVII secolo il gesuita Giovan Paolo Grimaldi raccontava che Eraclio sarebbe stato realizzato a Costantinopoli, dove venne prelevato dai veneziani durante il sacco del 120411. Ma la nave che trasportava il prezioso carico sarebbe naufragata a causa di una tempesta, vedendosi costretta ad abbandonare la pesante scultura lungo le coste pugliesi. Sappiamo che si tratta di una leggenda e le molte analisi spettrometriche condotte sulla statua non hanno rivelato una sua possibile permanenza in mare, che dovrebbe invece essere ben visibile dai livelli di iodio e dai fenomeni corrosivi del metallo12.
Più probabile, come sostiene G. Purpura, che venne rinvenuta a Ravenna nel 1231, durante il regno di Federico II di Svevia, come attesterebbe, sebbene in modo fantasioso, un racconto del francescano Tommaso da Pavia13. L’imperatore l’avrebbe quindi fatta trasportare in Puglia. In effetti, la più antica fonte della presenza del Colosso a Barletta è un editto del 1309, con cui Carlo I d’Angiò concedeva ai domenicani il permesso di fondere le braccia e le gambe della statua per ottenere alcune campane14. All’epoca la scultura si trovava presso la dogana del porto. Soltanto alla fine del XV secolo gli arti mancanti vennero sostituiti e il Colosso fu forse collocato in una loggia dalle forme tardo-gotiche, non più esistente, all’esterno della Basilica del Santo Sepolcro.
La Basilica del Santo Sepolcro
La scelta di erigere il Colosso davanti alla Basilica del Santo Sepolcro non era casuale. Dopo la caduta di San Giovanni d’Acri, nel 1291, l’ultima roccaforte dei crociati in Terra Santa, qui trovò asilo il patriarca di Gerusalemme Randulfo di Granville15. La tradizione del luogo vuole che il religioso portò con sé delle reliquie preziosissime, un vero e proprio tesoro, tra cui un frammento della Vera Croce. Il Tesoro di Barletta, che include un ostensorio e un breviario del XII secolo, è ancora oggi custodito all’interno dell’edificio.
La prima attestazione della Basilica del Santo Sepolcro di Barletta risale al 1130, lo stesso anno in cui Innocenzo II riconobbe l’Ordine dei Canonici Regolari del Santo Sepolcro a Gerusalemme16. Sarebbero stati, infatti, proprio alcuni di questi cavalieri, di ritorno dalla Terra Santa, a fondare il sacro edificio. La chiesa sorgeva lungo un importante asse viario, la Via Francigena adriatica, percorsa dai pellegrini e dai crociati che dal porto di Barletta si imbarcavano verso la Palestina. Fino alla caduta di San Giovanni d’Acri, la città costituì, infatti, uno dei più importanti scali dei principali ordini monastici e cavallereschi dell’epoca. I servizi per i pellegrini comprendevano anche un ospitale, annesso alla Basilica.

Descrizione della Basilica
La Basilica del Santo Sepolcro, nel centro storico di Barletta, si innesta in quella lunga tradizione architettonica del Romanico pugliese, sebbene sia stata rimaneggiata in epoca gotica, nel XIII secolo, e barocca. Dell’antica facciata nulla rimane, se non un’arcata del portico che collegava l’ospitale alla chiesa. Ben conservati sono, invece, il fianco nord, innanzi al quale svetta il Colosso, e le tre absidi del prospetto est. Internamente, la Basilica presenta un impianto austero, a tre navate con transetto. La navata centrale, sulla quale si affacciano i matronei, è scandita da sette campate con archi a sesto acuto. A livello della crociera si trova l’altare maggiore, con crocifisso ligneo.

Gli ordini crociati a Barletta
I canonici del Santo Sepolcro non erano l’unico ordine crociato presenta a Barletta. Secondo le fonti, i primi a stabilirsi in città furono i Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, anche detti Cavalieri di Malta, che fondarono un priorato. Non dovettero passare molti anni, quando giunsero nel borgo anche i Templari, attestati almeno dal 1158. Si sa con certezza di una convenzione del 1169 di tale ordine con il vescovo di Trani Bertrando [12] [13]. L’accordo prevedeva che i Cavalieri Templari si prendessero cura dei pellegrini, in cambio della Chiesa di Santa Maria Maddalena di Barletta.
Dagli atti risulta che la donazione fu elargita nei confronti dei fratelli Riccardo e Rainerio. Tradizionalmente, la Chiesa di Santa Maria Maddalena è identificata con la famosa Precettoria di Barletta, la quale era sede dell’intero Ordine nella regione della Capitanata. Ciò nondimeno, lo studioso Oronzo Cilli [14] ipotizza che la sede della Precettoria fosse la Chiesa di San Leonardo fuori le mura. È difficile accertare dove tale domus templi fosse locata, giacché entrambe le chiese furono demolite nel XVI secolo.
In ogni caso, va rilevato come nel 1229 i contrasti tra tali ordini monastici e il Sacro Romano Impero si inasprirono a causa della disputa tra Federico II e il Papato. Il sovrano, infatti, finì per confiscarne tutti i beni. Ciò favorì l’insediamento a Barletta dei Cavalieri Teutonici, dalle idee politiche più vicine a quelle federiciane. La massiva presenza degli ordini gerosolimitani a Barletta è chiaramente connessa alla presenza dell’importante porto, da cui inviavano risorse in Terra Santa. Il precettore aveva proprio il compito di gestire la raccolta e la spedizione delle merci.
Simbologia a Barletta: il Centro Sacro della Cattedrale di Santa Maria Maggiore
La Cattedrale di Barletta è il risultato di una lunga stratificazione monumentale di edifici che si sono succeduti nel corso del tempo. Una prima costruzione, del VI secolo dedicata a San Sabino, viene fatta risalire all’epoca paleocristiana. Su di essa si sono innestate, lungo i secoli, nuove strutture, tra cui una basilica alto-medievale. Durante l’epoca normanna l’edificio cominciò ad essere interessato da una serie di innumerevoli rifacimenti (1147-1153), che proseguirono in epoca sveva, sotto Federico II. Lo stesso sovrano riconobbe alla città il privilegio di celebrare la Fiera dell’Assunta, in onore alla Vergine cui la chiesa è dedicata.
Gran parte dell’edificio che oggi osserviamo è frutto, invece, di una riedificazione romanica del XII-XIII secolo, la cui consacrazione è datata 1267 ad opera del vescovo Randolfo. All’edificio furono aggiunti numerosi elementi gotici, tra cui le absidi di epoca angioina. Progettista dell’ampliamento fu il famoso Pierre d’Angicourt. Inoltre, nel 1307 il papa Clemente V emanò una bolla attraverso cui chiunque avesse visitato la Cattedrale di Barletta, avrebbe ottenuto un’indulgenza di 100 giorni. Ivi, il 4 febbraio 1459, vi verrà incoronato Ferdinando d’Aragona.

Descrizione stilistica della Cattedrale
All’epoca della dominazione sveva risale un imponente innalzamento della facciata, la quale fu dotata di una monofora centrale e del rosone. Inferiormente, si aprono tre portali, di cui quello centrale racchiuso in eleganti lesene e sormontato da timpano. Tale decorazione è frutto di un rifacimento rinascimentale, mentre sono originali i portali laterali scolpiti. La decorazione appare piuttosto multiforme, con motivi antropomorfi e zoomorfi.
L’archivolto del portale sinistro è riccamente impreziosito da un tralcio scolpito, i cui lembi sono tenuti da un centauro bicorpo. Alle estremità, sono presenti le figure di due leoni con valenza cristologica, come è tipico nella simbologia del Romanico.

Il portale destro è provvisto anch’esso di un archivolto istoriato, dall’importante contributo artistico e simbologico. Ivi, infatti, sono raffigurati in sequenza alcuni uomini, armati di lance, spade e bastoni, che combattono contro fiere selvagge. È la raffigurazione della lotta interiore, che ogni cristiano deve operare contro la tentazione e il peccato, al fine di poter accedere alla Casa di Dio.

Lungo la facciata, inoltre, sono dispersi numerosi altri bassorilievi, con raffigurazioni zoomorfe.

Gli interni della Cattedrale
La Cattedrale di Santa Maria Maggiore, a Barletta, ha un impianto basilicale. Essa è suddivisa in tre navate, scandite da eleganti colonne con capitelli scolpiti e da pilastri a fascio. I capitelli, finemente modellati, mostrano rappresentazioni di animali e motivi fitomorfi. Superiormente alle colonne, invece, si stagliano le pareti divisorie delle navate, con finti matronei. Le navate laterali sono coperte da capriate lignee, mentre quella centrale è sormontata da volte a crociera.

La zona absidale è coperta da volte a vela costolonate. Qui si innalza l’area del presbiterio, con l’altare maggiore. Esso è sormontato da un elegante ciborio del XII secolo con colonnine angolari e cupola a loggia.

Il Centro Sacro
Le colonne anteriori, che separano le navate, appaiono più antiche e di fattura più pregevole rispetto alle altre. È assai probabile che si tratti di materiale di reimpiego, a prima vista in granito. Tale dettaglio non è trascurabile, ma è importante per denotare e classificare le eventuali incisioni presenti. In particolare, nella prima colonna di destra si può rinvenire l’iscrizione di un Centro Sacro.

Il Centro Sacro è un antico simbolo che trae origine dalla concezione che i Greci avevano dell’Universo. Tale principio era connesso con quello dell’Omphalos, la pietra sacra situata presso l’oracolo di Apollo, a Delfi. Il Centro Sacro indicava, quindi, un luogo che figurativamente identificava il centro del mondo. Esso era, al tempo stesso, mitico e rituale, nell’accezione originale di sacro o principio del tutto.
Questa simbologia, ripresa in età medioevale e cristiana, ha finito chiaramente per identificarsi con un luogo di elezione e di incontro con Dio. È questa la Casa del Padre, vero centro dell’umanità intera. Non deve sorprendere, pertanto, la presenza della simbologia del Centro Sacro in una cattedrale cristiana. L’edificio barlettano è vero Centro Sacro, in quanto luogo eletto lungo innumerevoli secoli e molteplici rifacimenti. Nonostante il continuo cangiare degli stili e delle costruzioni architettoniche, esso è rimasto immutato nella sua collocazione e spazialità. Il simbolo è, al tempo stesso, immagine di Dio medesimo, creatore di tutte le cose.
Il Castello di Barletta
Appena al di là della Cattedrale, si erge a Barletta il Castello Svevo. Simbolo della contrapposizione dell’Impero con il Papato, della città con la milizia, esso fu baluardo inespugnabile di Federico II. L’edificio risale, tuttavia, all’epoca normanna (1046-1050). In particolare, fu Pietro il Normanno a edificare i rudimenti della struttura, oltre ad una prima cinta muraria della città. Federico II, in epoca sveva, fece ampliare il perimetro del castello, facendo abbattere l’ala orientale. Il sovrano fece inserire elementi decorativi ed architettonici che trasformarono l’edificio da mera struttura difensiva a reggia per la sua corte.

All’interno della fortezza, nel 1228, si tenne la cosiddetta Dieta di Barletta, durante la quale Federico II annunciò la sua partenza per la VI crociata. Il castello subì numerosi rifacimenti in epoca angioina, tra cui l’edificazione della cosiddetta Porta Trani, che si affacciava verso l’omonima città. Durante la dominazione aragonese, il Castello di Barletta venne assoggettato ad una serie di modifiche, che rispecchiavano gli stilemi tipici della casata spagnola. La struttura, infine, assunse le odierne fattezze tra il XVI e XVIII secolo, in seguito a rifacimenti che ne hanno modificato il perimetro, per rispondere in maniera adeguata alla nascente artiglieria militare.
Samuele Corrente Naso
Note
[12] Guida all’Italia dei Templari: gli insediamenti templari in Italia, B.Capone, L.Imperio, E. Valentini, 1989, Edizioni Mediterranee.
[13] La chiesa di Ognissanti di Trani non fu templare, V. Ricci, 2010,
[14] I templari a Barletta. Nuove acquisizioni, Oronzo Cilli, 2002.
- Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino, . ↩︎
- V. Picozzi, Contributi numismatici all’identificazione del Colosso di Barletta, in Rivista Italiana di Numismatica, 73, 1971. ↩︎
- R. Delbrueck, Spätantike Kaiserporträts von Constantinus Magnus bis zum Ende des Westreichs, Berlin-Leipzig, 1933. ↩︎
- J. Kollwitz, Oströmische Plastik der theodosiani-schen Zeit, Berlin, 1941. ↩︎
- H. Koch, Bronzestatue in Barletta, in Antike Dankmäler, 1912-13. ↩︎
- C. Cecchelli, Studi di archeologia paleocristiana e altomedievale, a cura di M. Cecchelli, G. Pilara, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma, 2012. ↩︎
- P. Testini, La statua di bronzo o Colosso di Barletta, in Vetera Christianorum, 10, 1973. ↩︎
- G. Purpura, Il “Colosso” di Barletta ed il Codice di Teodosio II, Atti del IX Convegno Internazionale Accademia Costantiniana di Perugia, 1993. ↩︎
- Marcellinus Comes, Cronaca, a. 419, in Monumenta Germaniae Historica, XI, 2, 74. ↩︎
- G. Purpura, Il “Colosso” di Barletta, cit. ↩︎
- G.P. Grimaldi, Vita di S. Ruggiero vescovo di Canne et confessore, patrono di Barletta, Napoli, 1607. ↩︎
- L. Derosa, G. De Tommasi (a cura di), Le due vite del Colosso. Storia, arte, conservazione e restauro del bronzo di Barletta, Edipuglia, 2019/2020. ↩︎
- Tommaso da Pavia, Gesta imperatorum et pontificum, 1279, in Monumenta Germaniae Historica, XXII, Hannover, 1878. ↩︎
- S. Loffredo, Storia della città di Barletta, Vol. I, 1893. ↩︎
- V. Pace, Echi della terrasanta. Barletta e l’oriente crociato, in M. Oldoni (a cura di), Fra Roma e Gerusalemme nel medioevo. Paesaggi umani ed ambientali del pellegrinaggio meridionale, Atti del Convegno internazionale (Salerno, Cava de’ Tirreni, Ravello 26-29 ottobre 2000), II, Salerno, 2005. ↩︎
- F. Carabellese, L’Ordine di Gerusalemme in Puglia sotto i re normanni e svevi, in Rassegna Pugliese, 1898. ↩︎


