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Sulle tracce di Federico II: lo Stupor Mundi

“E vidi salir dal mare una bestia piena di nomi blasfemi, la quale, infierendo con zampe d’orso e con fauci di leone, e nelle altre membra con forma di leopardo, apre la bocca per oltraggiare il nome divino, e non smette di assalire con simili dardi né il tabernacolo di Dio né i santi che abitano nei cieli” [1]. Sono queste le parole con cui Gregorio IX, nel luglio del 1239, presentava al clero una delle più controverse figure storiche di ogni tempo, Federico II di Svevia. Il brano era tratto dal libro dell’Apocalisse e citava puntualmente, a complemento di una bolla di scomunica emanata appena tre mesi prima, nientemeno che le fattezze dell’anticristo. Certamente non era fatto inusuale che sorgessero contrasti tra il papa e un imperatore, ma quella volta il conflitto aveva assunto connotati, come dire, escatologici.

 

Federico II di Svevia
Un ritratto di Federico II tratto dal suo De arte venandi cum avibus, Biblioteca Vaticana, Pal. lat 1071.

 

Federico II di Svevia e le nefaste profezie di Gioacchino da Fiore

A tal visione doveva aver contribuito in maniera determinante il teologo Gioacchino da Fiore, la cui predicazione era ampiamente incentrata sulla figura dell’anticristo. Secondo l’abate, infatti, sarebbe stata prossima a giungere nel Mondo una figura umana, di stirpe cristiana, ma che sarebbe stata l’alter ego di Cristo, rinnegandolo. Questi avrebbe compiuto in vita tutte le nefandezze che un uomo possa immaginare; al volgere del suo regno vi sarebbe stata la fine dei tempi e il giudizio universale.

 

Un affresco che ritrae Gioacchino da Fiore (sec. XVI), cattedrale di Santa Severina.

 

Fra’ Salimbene de Adam, storico e frate francescano, nonché fedele seguace di Gioacchino da Fiore, fornisce una straordinaria fotografia dei pensieri del suo tempo. Nella sua cronica riporta testualmente [2]:

“Pertanto sembra verificata in Federico quel­la profezia dell’abate Gioacchino, che all’imperatore Enrico suo padre (il quale chiede­va cosa sarebbe diventato nel futuro il figlio), rispose: perverso tuo bambino. Cattivo tuo figlio ed erede. Oh Dio, sconvolgerà il mondo e calpesterà i santi di Dio”.

E ancora: “Un uomo pestifero e maledetto, scismatico, eretico ed epicureo, corruttore di tutta la terra, giacché seminò il seme della divisione e della discordia nelle città d’Italia”.

 

Un uomo controverso

Per una strana profezia che si auto-avverava il fanciullo, mentre cresceva, sembrava davvero assumere i tratti di quel mostro descritto dall’Apocalisse. Ne erano così convinti i suoi contemporanei, che la fine dei tempi, sul volgere del secolo tredicesimo, pareva cosa imminente. Al crescere delle stranezze di Federico, si vociferava perfino di eretiche digressioni filosofiche con i nemici musulmani.  Si ergeva pertanto la convinzione diffusa che Cristo stesse per tornare sulla terra.

Ciò nondimeno, se l’attesa messianica causata dalla comparsa dell’anticristo Federico animava le convinzioni di molti, specie in seno alla curia papale, v’erano altrettanti per i quali Cristo era già tornato. E chi altri poteva essere se non Federico II stesso, nato il 26 dicembre 1194 a Jesi (ch’egli stesso chiamava “la mia Betlemme”) durante un viaggio di fortuna della madre Costanza? Suo padre Enrico VI aveva appena ereditato il Regno di Sicilia; Costanza d’Altavilla era, infatti, l’ultima erede della dinastia reggente dei Normanni. Enrico era stato incoronato appena il giorno prima a Palermo, e il piccolo Federico nasceva a sorpresa, come che egli stesso avesse deciso, lungo il viaggio durante il quale la madre intendeva recarsi in Sicilia.

 

Enrico VI di Svevia incoronato a Palermo, tratto da un codice miniato di Pietro da Eboli, il Liber ad honorem Augusti conservato presso la Biblioteca della Borghesia di Berna (1196)

 

Federico II, principe della pace

Non poteva che essere Federico II di Svevia  il “salvatore inviato da Dio, il principe della pace, il messia-imperatore” come descritto da Pier delle Vigne, suo fedele giustiziere.
Egli fu l’uomo più controverso del suo tempo, e forse della storia intera. Mai come in questo caso un uomo fu fautore di divisioni così nette, amato alla follia da molti, da altrettanti tremendamente avversato. Una contraddizione vivente che rende difficilissimo ancora oggi ricostruire la sua personalità, o di rendere a pieno colui che fu, uomo tanto eccezionale da pervenire ai posteri come lo Stupor Mundi dell’umanità.

 

Il legame con il Sud

Ernst Hartwig Kantorowicz [3], importante storico tedesco del Novecento, racconta come Federico II incarnasse la vera essenza della germanicità e della sua stirpe, gli Hohenstaufen, forte e risoluto come appariva dalle cronache medioevali. In realtà Federico era piuttosto un uomo del Sud Italia, totalmente innamorato, sin dalla tenera età, del Regno di sua madre Costanza d’Altavilla, figlia del re Ruggero II, nata e vissuta a Palermo. Riporta ancora Fra’ Salimbene che egli non esitò ad esclamare quand’ebbe raggiunto la Terra Santa: “il Signore non ha visto il mio Regno di Sicilia? Quando ha inviato gli ebrei in questa terra dicendo che li mandava nel paese più bello del Mondo, il Signore si era dimenticato di come è bello il mio Regno di Sicilia”.

 

Lo stemma del Regno di Sicilia sotto Federico II Hohenstaufen

 

Tra le sei lingue ch’egli padroneggiava, v’era un colto siciliano, al pari della germanica lingua paterna.  Le sue origini mediterranee lo precedevano attraverso l’appellativo più in voga all’epoca della sua fanciullezza: il puer apuliae, il fanciullo del sud.

 

Due mondi lontani

Federico II fu colui che ebbe l’ardire di unire due mondi lontani. All’età di tre anni rimase orfano di padre e l’anno successivo anche Costanza spirò a Palermo. Da Enrico VI e dal nonno, il glorioso Federico Barbarossa, ereditò la nobile discendenza degli Hohenstaufen, nonché la possibilità di ambire al trono del Sacro Romano Impero, carica all’epoca elettiva. Dalla madre, invece, acquisì il già citato Regno di Sicilia. Si trattava di due dimensioni distanti e in un certo senso antitetiche. Da una parte v’era l’Impero che fu di Ottone I, depositario della romanità antica, dall’altro il piccolo regno al centro del Mediterraneo, che aveva vissuto due secoli di dominazione araba prima di pervenire ai Normanni d’Altavilla.

Tale destino dovette trasparire persino dalla scelta del nome del fanciullo. Egli, infatti, era stato in origine chiamato Costantino, ma fu soltanto al momento del battesimo, avvenuto presso la Cattedrale di San Rufino ad Assisi, che si decise di rinominarlo come Federico Ruggero. La scelta dei nomi non solo richiamava la discendenza dei due nonni ma soprattutto la legittima pretesa ai rispettivi troni.

 

Federico II di Svevia
La Basilica di San Rufino ad Assisi

 

 

Il fonte battesimale dove Federico II ricevette il battesimo, Basilica di San Rufino

 

La reggenza di Innocenzo III

Ciò nondimeno, quando Federico rimase orfano era troppo giovane per poter regnare; la madre, prima di morire, lo affidò pertanto alla reggenza del papa Innocenzo III. C’è stato un tempo, infatti, in cui Federico non era ancora considerato alla stregua dell’anticristo ma egli era “il filius Ecclesiae, il figlio della Chiesa”.

 

Papa Innocenzo III in un manoscritto della British Library

 

Innocenzo III fu un grande papa, carismatico e lungimirante come pochi altri nella storia. Egli aveva compreso che il conflitto atavico con l’imperatore, che si protraeva ormai dal XI secolo, da quando i papi avevano avocato a sé il conteso ruolo di vicario di Cristo, era ormai in bilico. Il timore del soglio pontificio era, infatti, quello di trovarsi circondato, a nord e a sud, dalla potenza di un impero unico, sotto lo stesso regnante. Fu forse questa la ragione per cui Innocenzo III chiese a Federico di rinunciare alla corona del Sacro Romano Impero. Promessa strappata al puer apuliae ma poi dallo stesso disattesa, ennesimo segno di contraddizione.

 

L’eredità del Regno di Sicilia

Federico trascorse la sua gioventù a Palermo, ben educato presso il Palazzo Reale (oggi Palazzo dei Normanni). Non appena ebbe compiuto la maggiore età (all’epoca si trattava dei quattordici anni), il giorno 26 dicembre 1208, uscì dalla tutela del Papa e poté finalmente disporre del Regno di Sicilia. Appena qualche mese prima aveva sposato la venticinquenne Costanza d’Aragona, da cui avrebbe avuto un unico figlio Enrico.

 

I tumulti dell’Impero

Nel frattempo nuovi sviluppi attendevano Federico nella patria della stirpe paterna. Appena l’anno successivo (1209), infatti, Ottone IV veniva incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero da Innocenzo III. Ciò nondimeno, il sovrano si era dimostrato da subito ostile allo Stato della Chiesa e, ambiziosamente, era disceso in Italia per rivendicare l’intero dominio [4].

È ancora Fra’ Salimbene [5] a ben delineare il quadro politico che si andava instaurando: “Ottone fu incoronato da papa Innocenzo III il giorno 11 di ottobre. […] Ma il suddetto Ottone, una volta incoronato, muove con molti sforzi contro il padre che lo aveva incoronato e la madre Chiesa che lo aveva generato, e si armò rapidamente contro il piccolo re di Sicilia che non aveva altro aiuto eccetto la chiesa. Perciò l’anno seguente, cioè l’anno del Signore 1210, il venerabile padre Innocenzo potente in opere e in parole scomunicò il già detto imperatore Ottone”.

La scomunica produsse l’effetto di delegittimare Ottone di fronte alla sua stessa nobiltà tedesca. Quest’ultima chiese pertanto l’aiuto di Federico, garantendo al puer apuliae l’appoggio all’elezione di imperatore.

 

La situazione politica al 1210

 

L’ascesa del Sacro Romano Impero

Nel 1212 Federico partì alla testa del suo esercito verso la Germania, lasciando a sua moglie la reggenza di Sicilia. A settembre di quell’anno era accolto presso la città di Costanza, forte della scomunica che pendeva sul suo avversario Ottone. Dopo un formale riconoscimento da parte dell’antica nobiltà tedesca, il 9 dicembre 1212 il vescovo Sigfrido III conferiva la corona imperiale a Federico presso il Duomo di Magonza. L’anno successivo, con la stesura della Bolla Aurea, quest’ultimo prometteva al papa di mantenere separati l’impero e il Regno di Sicilia, nonché di organizzare una crociata in Terra Santa per riconquistare Gerusalemme.  Ottone IV fu infine sconfitto da Filippo Augusto di Francia a Bouvines (1214).

 

La crociata inafferrabile

Con la morte del protettore di Federico, papa Innocenzo III, lo scenario mutò radicalmente. Il nuovo pontefice Onorio III non era incline a sopportare le vane promesse del regnante e soprattutto il suo tergiversare. Il papa prese quindi a chiedere con insistenza a Federico di onorare la promessa di indizione della crociata. Per costringerlo a imbastire tale missione decise di incoronarlo personalmente imperatore del Sacro Romano Impero. Federico, infatti, aveva furbescamente fatto nominare suo figlio Enrico alla corona di Germania nel 1220, pur mantenendone il controllo, decidendo così di conservare il solo scettro del Regno di Sicilia. Si trattava di una scelta conservativa, con la quale il sovrano sperava di eludere le richieste pontificie: era chiaro che soltanto un imperatore potesse guidare una crociata!

Onorio III, tuttavia, era un uomo troppo astuto per cadere in un simile trabocchetto. Il pontefice era ben conscio che Federico  non avrebbe potuto rifiutare la sua solenne incoronazione. La gran parte della nobiltà tedesca, infatti, aveva apertamente sostenuto la candidatura dello svevo, e una formale rinuncia al trono avrebbe aperto a nuovi, imprevedibili, scenari politici. Nel novembre dell’anno del Signore 1220, pertanto, Onorio III posò la corona del Sacro Romano Impero sul capo di Federico II in San Pietro.

 

Federico II incoronato da papa Onorio III, tratto dallo Speculum historiale, Vincenzo di Beauvais

 

 

La rivolta saracena

Tuttavia, il tempo passava e della crociata non v’era neanche l’ombra. Federico pareva curare ogni dettaglio politico e culturale del suo regno, finanche l’istituzione dell’università napoletana, oggi a lui intitolata, tranne che occuparsi della sua solenne promessa.

Nel 1221 egli aveva iniziato una violenta repressione dei tumulti saraceni in Sicilia. Si trattava di popolazioni musulmane residuali della fase in cui l’isola era stata sotto la dominazione fatimide. La Sicilia, infatti, era stata liberata completamente (1091) da Ruggero d’Altavilla dopo due secoli di invasione araba. Alcuni gruppi di saraceni, al tempo di Federico, si trovavano ancora insediati nel Regno. Perlopiù contadini, avevano cominciato bellicosamente a rivoltarsi.

Inizialmente Federico aveva tentato di risolvere la situazione attraverso l’emanazione di leggi che aumentavano i diritti dei saraceni. Tuttavia, quando i ribelli decisero di sequestrare il vescovo di Agrigento, Urso, nascondendolo per un anno, l’imperatore attuò una radicale soluzione.

Circa quindicimila saraceni vennero deportati a Lucera, dove diedero vita ad un insediamento autonomo per altri cinquanta anni; gli altri vennero trucidati. Le manovalanze contadine ch’erano state estirpate attraverso tal genocidio, e di cui la Sicilia era ora carente, specie in alcune zone rurali del palermitano come Corleone, si dovettero rimpiazzare con migranti lombardo-piemontesi, che Federico richiamò in gran numero.

 

La città di Lucera

Se da una parte in Sicilia i saraceni furono totalmente sradicati, Lucera godette d’una straordinaria autonomia religiosa e culturale. In pieno territorio cristiano, e non lontano da dove i crociati partivano alla volta della Terra Santa, v’era un insediamento musulmano in piena regola. Qui i minareti si sostituivano ai campanili delle chiese e i Muezzin al suono delle campane. Lucera divenne in breve fedelissima all’imperatore, forse per riconoscenza, sino a fornirgli una devota guardia armata di arcieri.

 

Federico II, ponte tra diverse culture

D’altro canto gli intenti di Federico non riguardavano affatto motivi religiosi. Sebbene sia comprovato che egli fosse un vero cristiano (e che talvolta punisse la blasfemia con il rogo, per intenderci) ciò che davvero teneva a cuore era il suo amato Regno di Sicilia. I contatti con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil erano frequenti e cordialissimi, forse per la vicinanza con l’isola, forse per mera sete di conoscenza. Federico II, infatti, parlava fluentemente l’arabo e non mancava di interrogare i sapienti saraceni su questioni filosofiche. Appare chiaro, a questo punto, come egli fosse poco interessato a bandire una crociata. Considerava, infatti, i musulmani più come dotti interlocutori che come nemici.

È straordinario come appaia la modernità di Federico, davvero un uomo fuori dal suo tempo. Il sovrano aveva compreso che la religione dovesse essere un mezzo di dialogo e non di conflitto tra i popoli. Si trattava di un concetto moderno di ecumenismo che soltanto un altro uomo aveva osato percorrere. Un frate francescano che qualche anno addietro, scalzo e disarmato, aveva abbandonato l’accampamento dei crociati per recarsi dal medesimo sultano al-Malik al-Kamil a chiacchierare sul cristianesimo. Quel frate, che incredibilmente poté tornare indietro sano e salvo, era San Francesco d’Assisi.

 

Benozzo Gozzoli, Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kamil, affresco presso il complesso museale di San Francesco a Montefalco.

 

Lo stupor mundi

Fu proprio la straordinaria cultura che contraddistinse Federico per tutta la vita a generare nei suoi contemporanei la viva impressione di uno stupor mundi. Egli s’interessò di matematica come di filosofia, di scienze naturali come di astrologia. Intrattenne dotte digressioni algebriche con Leonardo Fibonacci e rimasero famosi i quesiti che egli pose al filosofo saraceno Ibn Sab’in, redatte poi come le Questioni siciliane (Al-masāʾil al-Ṣiqilliyya). Federico stesso fu l’autore di un celebre trattato naturalistico sulla falconeria, una metodica di caccia che amava sopra ogni altra, il De arte venandi cum avibus.

In campo letterario Federico II fu mecenate della Scuola Siciliana, la quale diede vita ad un nuovo modo di scrivere e di poetare. Fu durante questo fiorente periodo che Jacopo da Lentini inventò il sonetto.

 

Un nuovo stile in architettura

Gli influssi e le contaminazioni culturali di cui Federico fu protagonista si possono tutt’oggi intravedere nel nuovo stile europeo di cui egli fu massimo promotore, il gotico. Federico guidò la costruzione, o il rifacimento, di numerosi edifici religiosi di matrice cistercense, sul modello delle Abbazie di San Galgano e di Casamari. In particolare, fu proprio l’imperatore a introdurre nel Sud Italia quegli elementi stilistici che saranno caratteristici del gotico, come una nuova concezione dello spazio e della luce, o la rinnovata impronta classicistica delle arti figurative.

 

Federico II
La Cattedrale di Santa Maria Assunta ad Altamura fu costruita a partire dal 1232 per volere dello stesso Federico che aveva fatto ripopolare la città.

 

Prettamente di stampo federiciano sono poi le decine e decine di castelli disseminati a partire dalla Puglia e la Basilicata sino alla più remota Sicilia. Mentre alcuni di essi appaiono rifacimenti delle precedenti strutture normanne, altri nascono ex novo come creazioni di vero genio. E’ il caso di Castel del Monte ad Andria, certamente la più affascinante, forse progettato dal suo architetto di fiducia Riccardo da Lentini o forse opera dallo stesso Federico.

 

Castel del Monte ad Andria

 

La Dieta di San Germano

E’ ormai acclarato che il vero obiettivo di Federico fosse quello di riunire il Regno di Sicilia al Sacro Romano Impero e di estendere il suo potere sull’Italia intera, esattamente il contrario di ciò che aveva in gioventù promesso a Innocenzo III. Egli incominciò pertanto una politica volta ad aumentare la sua influenza su alcuni territori dello Stato della Chiesa, come il ducato di Spoleto. Onorio III, spaventato dalle mire espansionistiche dell’imperatore, decise per una drastica decisione. Con la Dieta di San Germano (1225) intimò a Federico che gli sarebbe occorsa la scomunica se entro i due anni successivi non fosse partito per la Terra Santa.

Onorio era ben consapevole di cogliere due importanti risultati in siffatta maniera. In primis avrebbe ottemperato finalmente all’indizione di una crociata per la riconquista di Gerusalemme. Inoltre, avrebbe allontanato Federico dall’Italia e con esso la minaccia che andava incombendo sui possedimenti del papa.

 

Il matrimonio con Jolanda de Brienne

Federico II sembrò, forse per la prima volta, davvero sul punto di accontentare le richieste papali. A confermare l’impegno che l’imperatore pareva finalmente voler portare a compimento, v’era stato persino il vincolo santo di un matrimonio. Morta la prima moglie Costanza nel 1222, Federico aveva infatti deciso di sposarsi in seconde nozze con la giovane Jolanda de Brienne. Jolanda, figlia di Giovanni de Brienne, portava la tanto agognata corona di Gerusalemme. Città, tuttavia, che andava ancora riconquistata con le armi.

Il 9 novembre 1225, presso la Cattedrale di Brindisi, si celebrava il matrimonio tra Federico e Jolanda de Brienne, e con esso l’eterna illusione d’una nuova crociata.

 

Onorio III unisce il matrimonio Federico II e Jolanda de Brienne, tratto dalla Nova Cronica di Giovanni Villani. Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

 

Il vero amore di una vita: Bianca Lancia

Il matrimonio con Jolanda de Brienne fu pianificato per mera strategia politica; allo stesso periodo, infatti, risale l’incontro di Federico con una donna straordinaria, Bianca Lancia. Quest’ultima, di cui non si è mai scoperto quale fosse il suo reale nome, fu il vero amore di Federico per tutta la vita. Da tale relazione nacque il figlio Manfredi, futuro reggente di Sicilia per il fratello Corrado. Bianca Lancia fu più di un’amante, fu una donna fedelissima che si diede a Federico con tutta se stessa, decisa a sopportare finanche che egli sposasse un’altra donna per interessi.

 

La scomunica

Onorio III non fece in tempo a cogliere i (presunti) frutti del suo operato. Il papa morì il 18 marzo 1227 e come suo successore fu eletto l’ancor più intransigente Gregorio IX, al secolo Ugolino di Anagni. Nel settembre dello stesso anno Federico II si apprestava, pertanto, a condurre personalmente la Sesta Crociata. Senonché, pochi giorni dopo ch’era partito dal porto di Brindisi, ripiegò in fretta e furia nuovamente in Puglia, a causa di una pestilenza.
Gregorio IX non aveva certo la pazienza dei suoi predecessori: il 29 settembre del 1227, presso la Cattedrale di Bitonto, scomunicò solennemente Federico per non aver preso parte alla riconquista di Gerusalemme.

 

La Cattedrale di San Valentino a Bitonto

 

La Porta della Scomunica della Cattedrale di Bitonto, dove Gregorio IX scomunicò Federico II

 

La Sesta Crociata

Federico non accettò di buon grado la scomunica, segno che fosse un vero cristiano, ma a nulla valsero le rimostranze verso il sommo pontefice. Tuttalpiù che la primavera successiva un’altra disgrazia l’attendeva: sua moglie Jolanda de Brienne, appena sedicenne, moriva ad Andria mentre dava alla luce il figlio Corrado.

Fu forse questo l’evento che lo spinse più di ogni altro a partire davvero per la Terra Santa. Il 28 giugno del 1228, dopo che aveva solennemente annunciato a Barletta la sua decisione, partì per la Sesta Crociata, sebbene scomunicato. Non è chiaro se la mossa di Federico fosse dettata più dalla speranza che gli venisse revocata la scomunica o dalla bramosia di acquisire la corona di Gerusalemme.

In ogni caso, Federico II di Svevia si comportò esattamente come ci sarebbe aspettati da Federico II. La sua, più che una crociata, sembrò piuttosto una visita di cortesia al suo corrispondente, il sultano al-Malik al-Kamil. Non vi fu invero alcuna battaglia, e i crociati al seguito di Federico stazionarono inerti e annoiati in Terra Santa. Federico era certamente un genio della sua era, lo stupor mundi giustappunto: egli osò ciò che ogni altro cristiano non avrebbe nemmeno potuto immaginare. Piuttosto che organizzare un sanguinoso assedio alla città di Gerusalemme, e ricacciare indietro il diabolico nemico musulmano, egli semplicemente ricorse al potere del dialogo.

 

L’accordo con il sultano

Fu come lo spezzare di un lungo incantesimo che da secoli opponeva strenuamente le due fazioni. Federico II si accordò semplicemente con il nemico. Il sultano al-Malik al-Kamil garantì ai Cristiani Gerusalemme (eccetto la moschea di Umar), dove furono perfino abbattute le mura, Nazareth e altri luoghi legati alla vicenda di Cristo. Si trattava di una svolta storica, ma dal sapore agrodolce.

Se di Federico II è ormai acclarata la grandezza del personaggio, parimenti si può affermare del sultano al-Malik al-Kamil. La storia restituì in quella occasione una combinazione di eventi, e di persone, che forse mai più si ripeterà. Non solo essa ci regalò Federico II, uomo fuori dal suo tempo, ma persino, e contemporaneamente, un uomo di altrettanto spessore culturale come il sultano.

 

L’incontro tra Federico II e il sultano al-Malik al-Kamil, tratto dalla Nova Cronica di Giovanni Villani. Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

 

I due regnanti avevano forti personalità, ed incarnavano con largo anticipo il genio che sarà proprio soltanto del Rinascimento. In quanto geni, furono anche ovviamente incompresi, tanto che i rispettivi mondi culturali cominciarono ad avversarli duramente. L’accordo per la ripartizione della Terra Santa non piacque a nessuno, se non a loro stessi. I Cristiani furono scandalizzati dal comportamento di Federico: Gerusalemme era sì accessibile, ma ormai indifendibile, e doveva essere condivisa col nemico. I musulmani, invece, avevano visto ridurre i propri possedimenti territoriali senza ottenere di fatto nulla in cambio, e sopratutto senza minimamente combattere contro gli infedeli cristiani.

 

La Crociata contro Federico II

Il papa approfittò del malcontento, e della assenza dell’imperatore, per sobillare rivolte nelle città imperiali in terra italica, evento passato alla storia come la Crociata contro Federico II. Quest’ultimo si era autoincoronato re di Gerusalemme nella Basilica del Santo Sepolcro, fatto peraltro che costò alla città l’interdizione di celebrare messa, e aveva forse intenzione di soggiornare in Palestina più a lungo. Tuttavia, le notizie nefaste che giungevano dall’Italia lo costrinsero a ripiegare verso la Puglia in fretta e furia. Al suo rientro Federico amaramente scoprì che le sole Lucera, Barletta e la fidelis Andria erano rimaste dalla parte dell’impero. Da questi possedimenti dovette organizzare la riconquista delle perdute città, tra tutte Napoli. La guerra che egli aveva abilmente evitato in Terra Santa si era materializzata subdolamente in Italia.

Si trattò di un aperto conflitto tra le forze papali, sovente composte da mercenari, e quelle Federiciane, che comprendevano contingenti siciliani, tedeschi e i suoi fedeli saraceni. La vicenda si risolse di fatto con il ripristino dello status quo ma Federico II fu costretto a siglare la cosiddetta pace di San Germano (23 luglio 1230) con la quale riconosceva il vassallaggio della Sicilia allo Stato della Chiesa e restituiva tutti i beni pontifici indebitamente sottratti. In cambio, l’imperatore otteneva la tanto agognata revoca della scomunica.

 

Il Liber Augustalis e la ribellione di Enrico

Gli anni successivi furono rivolti alla riaffermazione del potere imperiale sulle città dissidenti e all’emanazione di un complesso corpus legislativo per il Regno di Sicilia. Tra le norme emanate vi fu il Liber Augustalis di Menfi con il quale l’imperatore intendeva riorganizzare il piccolo stato, limitando i privilegi delle antiche famiglie nobiliari.

Si inserisce nel medesimo periodo anche la diatriba con il primogenito Enrico. Quest’ultimo aveva apertamente preso le distanze dall’operato di Federico II nel 1234. Enrico si era quindi alleato con le città della Lega Lombarda, fieri oppositori dell’Impero sin dai tempi del Barbarossa. Federico II, senza batter ciglio, dapprima chiese al papa di scomunicare il figlio, quindi ne ordinò l’arresto e lo rilegò in una prigione fino alla morte. Enrico approfittando di un trasferimento tra un carcere e l’altro, si gettò da un dirupo. Fu tumulato presso il Duomo di Cosenza, dove ancora riposa.

Rovinosa fu pure la sorte delle città lombarde, che Federico sbaragliò a Cortenuova il 27 novembre 1237, evento che decretò il definitivo scioglimento della Lega.

 

La presa del Carroccio a Cortenuova, tratto dalla Nova Cronica di Giovanni Villani. Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

 

Una seconda scomunica

Nel maggio del 1235 una violenta rivolta dei nobili ghibellini costrinse papa Gregorio IX a rifugiarsi in Umbria. Federico II accorse in aiuto del pontefice e si unì alle milizie pontificie; ciò nondimeno, dopo neanche un mese, abbandonò l’assedio di Roma che si andava perpetrando. Gregorio IX ne fu deluso e amareggiato. Nonostante la città fu riconquistata ugualmente, la diserzione di Federico II non fu mai più perdonata. Si innescò così una spirale di discordia tra il pontefice e l’imperatore che condusse infine ad un secondo anatema (1239).

Il pomo della discordia fu questa volta la Sardegna. La giudicessa di Torres Adelasia aveva, infatti, promesso l’isola in successione al Papa. La donna, tuttavia, una volta rimasta vedova si era convinta a contrarre matrimonio con Enzo, figlio che Federico II aveva generato con una delle sue amanti, Adelaide di Urslingen.

Lo sposalizio inevitabilmente cambiò la linea di successione in favore dell’imperatore, e Gregorio IX dovette elaborare l’amarezza di vedersi scippato un territorio che già riteneva suo. Il pontefice, profondamente offeso, decise di punire Federico con una seconda scomunica.

 

Il soglio pontificio ostaggio di Federico II

La scomunica avrebbe dovuto essere solennemente confermata da un concilio, indetto da papa Gregorio IX, che si sarebbe dovuto svolgere a Roma nella Pasqua del 1241. Federico II, tuttavia, reagì prontamente e senza mezze misure: per impedire lo svolgimento del concilio prese a marciare verso la città, nel tentativo di renderla irraggiungibile per chiunque. Lungo le vie terrestri ordinò la cattura dei cardinali diretti verso l’urbe; nel mentre il figlio Enzo combatteva una decisiva battaglia navale presso l’Isola del Giglio contro la flotta genovese, alleata del papa.

In ogni caso, mentre le truppe imperiali si apprestavano a giungere a Roma, Gregorio IX improvvisamente morì. In fretta e furia si dovette eleggere un successore: Celestino IV (Goffredo Castiglioni) si ritrovò papa mentre la città era circondata dall’esercito di Federico II. Non fu l’unica stranezza del suo pontificato giacché, dopo appena diciassette giorni, trapassò anche lui.

La situazione a quel punto si cristallizzò: alcuni cardinali e molti prelati erano stati catturati da Federico, e quelli che ancora godevano di libertà rifiutavano di riunirsi in conclave, poiché temevano di subire la medesima sorte di Celestino IV. Si diceva, infatti, che il pontefice fosse stato avvelenato, circostanza peraltro mai chiarita davvero. Ciò causò una vacanza della sede apostolica che si protrasse incredibilmente per almeno un anno e mezzo. Dopo lunghe ed estenuanti trattative si decise per un conclave ad Anagni, dove venne infine eletto il cardinale Sinibaldo Fieschi, papa Innocenzo IV.

 

Innocenzo IV in una miniatura dello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais

 

Gli accordi con Innocenzo IV

Innocenzo IV ebbe l’abilità di riuscire dove ogni altro suo predecessore aveva fallito. Pochi mesi dopo la sua elezione, le milizie pontificie inflissero una rovinosa sconfitta alle truppe di Federico nella battaglia di Viterbo, città che si era ribellata all’Imperatore. Quest’ultimo dovette accettare infine un gravoso compromesso: in cambio della revoca della scomunica, egli si accordò con il papa di restituire tutte le terre dello Stato della Chiesa che aveva occupato. Per Federico II ciò avrebbe rappresentato di fatto la rinuncia definitiva al sogno d’una vita intera, quello di unificare l’amato Regno di Sicilia al Sacro Romano Impero.

Fu questa la ragione per la quale Federico tardava ad onorare l’accordo allorquando Innocenzo IV indisse un concilio a Lione, il 28 giugno 1245. Le voci incontrollabili che vedevano nell’imperatore l’anticristo, che voleva distruggere la Chiesa, furono abilmente cavalcate dalla propaganda guelfa in modo che la gran parte della nobiltà tedesca si schierasse con il pontefice. Federico II fu deposto dalla corona del Sacro Romano Impero e contestualmente venne indetta una nuova crociata contro di lui. Inoltre, come se questo non fosse sufficiente, gli venne comminato l’ennesimo anatema. Federico II di Svevia poté vantare, insieme a pochissime altre persone nella storia, una tripla scomunica in vita.

 

Il Concilio di Lione in una miniatura del XIII secolo, Libreria Universitaria di Siracusa

 

Chi era davvero Federico II?

Da questo momento il mondo cristiano si divise irrimediabilmente. Federico II, lo stupor mundi, aveva incarnato l’essenza ultima della contraddizione, come mai prima d’allora. La vicenda tra l’imperatore e il papa aveva infine assunto i connotati simbolici di una lotta escatologica, questo era chiaro. Semmai il vero problema era riuscire a comprendere chi fosse il bene, chi il male. Federico II veniva alternativamente dipinto come un anticristo o un santo, persino come Cristo stesso. I ghibellini, ad esempio, vedevano in lui colui che avrebbe riportato la Chiesa, ormai corrotta, alla purezza delle origini. In effetti, la stessa politica di papa Innocenzo IV appariva in definitiva assai ambigua, tanto da fare sospettare che si trattasse di un impostore persino tra alcuni guelfi.

Le opposte posizioni ideologiche rimasero tali, e strenuamente in contrasto tra loro, ben oltre la morte dei due protagonisti. Tutt’oggi una delle domande più difficili che si possano porre ad uno storico è chi fosse davvero Federico II di Svevia. Fu un credente che preferiva seguire Cristo, piuttosto che il papa, com’egli stesso ebbe a dichiarare? Fu davvero un persecutore della Chiesa come lo raccontarono in vita i suoi oppositori? Oppure Federico II fu soltanto un uomo cui interessava il proprio tornaconto politico?

 

La leggenda sulla morte

Federico II di Svevia morì a Fiorentino di Puglia il 13 dicembre 1250 a causa di una patologia intestinale. Secondo una leggenda tramandata dai posteri dell’Imperatore, la sua morte sarebbe stata predetta dall’astrologo di corte, Michele Scoto. Il famoso filosofo gli avrebbe annunciato una morte sub flore, locuzione che immediatamente richiama alla mente proprio il paese di Fiorentino, dove spirò.

Federico II fu tumulato presso la Cattedrale di Palermo, in un sarcofago di porfido rosso, alla maniera degli imperatori romani, accanto ai suoi genitori Costanza ed Enrico VI e a suo nonno Ruggero II. Gli succedette al trono di Sicilia Manfredi, in momentanea vece del legittimo erede Corrado. Il destino aveva posto lo scettro sul figlio nato dalla relazione con l’amante di una intera vita Bianca Lancia, che si narra Federico volle omaggiare col suo più grande gesto d’amore, offrendosi di sposarla in punto di morte.

 

Samuele Corrente Naso

NOTE

[1]  Reg. Vat. 19, cc. 156v-159v, nr. 256, presso l’Archivio Segreto Vaticano.

[2] Cronaca di Salimbene de Adam da Parma, traduzione di Berardo Rossi, Bologna, Radio TAU, 1987.

[3] Federico II di Svevia (2 voll.), Ernst Kantorowicz, traduzione di Maria Offergeld Merlo, Piccola collana storica, Milano, Garzanti, 1939.

[4] Chronicon, a.D. 1210, Riccardo da San Germano.

[5] Chronicon, Salimbene de Adam, traduzione a cura di C.S., NOBILI, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato 2002.

 

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