La Sardegna, isola nel cuore del Mediterraneo, ha costituito una tappa fondamentale e uno strategico crocevia sulle rotte marittime tra il Vicino Oriente e l’Iberia sin dall’antichità. I primi a stabilire dei traffici di scambio commerciale con i vicini popoli del continente furono già i Nuragici, come dimostrato dal ritrovamento di ceramiche di produzione sarda, databili al Bronzo Recente (1350-1200 a.C.), a Creta, a Tirinto, in Sicilia e a Cipro1. Tuttavia, a partire dal IX secolo a.C., le grandi rotte mediterranee iniziarono a essere dominate dai mercanti fenici. Questi abili navigatori del Levante stabilirono dei fiorenti empori marittimi lungo le coste occidentali e meridionali della regione, tra cui l’importante approdo di Tharros. Dal porto del Sinis transitavano le merci più ricercate del mondo allora conosciuto: profumi e unguenti pregiati, avorio, tessuti in porpora, preziosi gioielli dal Vicino Oriente e vari manufatti della metallurgia iberica.

Tharros, porto strategico nel Mediterraneo
La sottile striscia di terra che conduce al promontorio di Capo San Marco, l’estrema propaggine a sud della penisola del Sinis, nella Sardegna centro-occidentale, sembrò ai Fenici il luogo ideale per insediarvi un centro di commercio marittimo. La penisola offriva una comoda insenatura sul suo fianco orientale, nei pressi dello stagno di Mistras, dove poter stabilire un approdo portuale. L’area appariva, infatti, ben protetta dalle correnti marine e dai venti sferzanti di questa regione, grazie ai modesti rilievi di Su Muru Mannu e di San Giovanni, dove sorge una torre edificata durante la dominazione spagnola per avvistare i pirati saraceni.
La posizione strategica del sito, a controllo del Sinis e delle principali vie verso il Campidano e la Valle del Tirso nell’entroterra2, ben presto favorì lo sviluppo di un vero e proprio insediamento urbano, risalente al tardo VII secolo a.C.3. Le fonti scritte, tutte di epoca romana4, e un ricco corpus di epigrafi in punico, greco e latino, riferiscono che il nome del centro fenicio fosse Tharros, toponimo derivato dalla radice preindoeuropea tarr-, già attestata per indicare altri luoghi antichi come Tarraco in Spagna (l’odierna Tarragona), Tarracina nel Lazio (Terracina) e Tarrha polis a Creta (Tarra)5.

L’insediamento fenicio
L’insediamento si innestava in un territorio che in passato era già stato interessato da un’importante presenza abitativa nuragica. Tra l’età del Bronzo Medio e la prima età del Ferro, fino al 730 a.C. circa, un ampio villaggio protostorico con capanne circolari sorgeva, infatti, proprio sulla collina di Su Muru Mannu, anche se al momento dell’arrivo dei Fenici risultava già abbandonato. A un periodo ancora precedente, tra il 1600 e il 1200 a.C., si possono attribuire anche i resti di vari nuraghi sparsi lungo il promontorio. Tra questi si segnalano quello di Baboe Cabitza, presso la punta del Capo San Marco, la struttura vicino all’insenatura S’Arenedda e il nuraghe monotorre sul colle con la Torre di San Giovanni.

Ampliando lo sguardo alla penisola del Sinis, l’arrivo dei Fenici si collocava inoltre in un territorio ricco di testimonianze insediative e cultuali, contraddistinto dalla presenza di una forte aristocrazia nuragica, verso cui erano diretti i commerci di beni provenienti dal Levante e dall’Iberia. A pochi chilometri dall’approdo di Tharros, a ovest dello stagno di Cabras, sorgeva infatti il complesso funerario di Mont’e Prama con i celebri Giganti, massima espressione della statuaria monumentale nuragica e di una classe sociale dominante.
Il tofet e la città
Le preesistenti strutture dell’abitato nuragico delimitarono e influenzarono l’organizzazione del tessuto urbano fenicio di Tharros. Le evidenze archeologiche mostrano chiaramente che questo passaggio avvenne senza alcun evento distruttivo. I resti di età nuragica giacciono sotto quelli più recenti e testimoniano, infatti, soltanto una precedente fase di abbandono. Il villaggio di Su Muru Mannu venne così sovrascritto dal tofet, un’area santuariale a cielo aperto adibita a necropoli infantile, dedicata alle divinità Baal Hammon e Tanit. Nello spazio sacro, privo di strutture architettoniche, venivano deposte le urne con i resti della cremazione, accompagnate da stele scolpite a scopo votivo.

Le zone residenziali e quelle destinate alla produzione di beni sorgevano invece più a valle, lungo la litoranea orientale. Una vasta area a settentrione dell’abitato, a circa un chilometro dal colle di Su Muru Mannu, ospitava la necropoli cittadina principale, dove gli archeologi hanno rinvenuto numerose sepolture a incinerazione. Un’altra necropoli, più piccola, era situata a sud, in direzione del Capo San Marco.
L’egemonia di Cartagine
Verso la fine del VI secolo a.C., Cartagine aveva raggiunto una tale supremazia politica e militare da riuscire a sottomettere le altre colonie fenicie del Mediterraneo occidentale6. Tale sorte toccò anche a Tharros, che divenne uno snodo marittimo fondamentale del nuovo impero punico. I Cartaginesi fortificarono la città, dotandola di di fossati e di una cinta muraria. La fortificazione, che correva lungo la cresta delle colline di Su Muru Mannu e di San Giovanni, separava due distinti agglomerati urbani7.
In questo periodo Tharros crebbe in dimensioni e popolazione. Così suggerisce il riutilizzo della necropoli settentrionale e, soprattutto, l’ampliamento dell’area funeraria di Capo San Marco, con l’uso di tombe a camera ipogeica. I preziosi corredi rinvenuti all’interno delle sepolture, tra cui vari monili in oro e argento8, dimostrano la ricchezza raggiunta dall’insediamento in età punica. A ciò contribuirono i floridi commerci con l’Africa e l’Iberia, territori ormai sotto l’influenza di Cartagine, nonché gli stretti rapporti con le poleis greche e i grandi centri etruschi sul Tirreno. Di particolare rilevanza fu la produzione di prodotti artigiani quali scarabei in diaspro verde, esportati in tutto il Mediterraneo centro-occidentale.

I templi punici di Tharros
Intorno al VI secolo a.C., nella parte orientale della città venne edificato un grande tempio con semicolonne doriche. La costruzione era dotata di un sistema di terrazzamenti, affiancato da statue di leoni, che conduceva a un altare a cielo aperto9. Un altro edificio di culto, più piccolo, detto “Tempietto K”, fu eretto a cavallo tra il V e il IV secolo a.C. sul declivio occidentale del colle di San Giovanni. Il sacello, a pianta rettangolare e fronte distila, era costruito in blocchi di arenaria. Vi si accedeva tramite una breve scalinata che risaliva il pendio dell’altura. L’analisi dei frammenti architettonici ha permesso di ipotizzare che l’edificio fosse caratterizzato da una copertura piana. La facciata era adornata da un fregio con urei, gola egizia e toro, a coronamento delle colonne ai lati dell’ingresso10.
Tharros romana
La sconfitta di Cartagine al termine della prima guerra punica (264-241 a.C.) segnò un grande cambiamento degli equilibri politici nel Mediterraneo. Nel 238 a.C., la potenza nordafricana fu costretta a cedere la Sardegna ai Romani, chiamati dai mercenari cartaginesi che non avevano ricevuto il compenso pattuito. Il passaggio sotto l’egida di Roma, tuttavia, non comportò un drastico cambiamento culturale. Le tradizioni, la lingua e la religione punica sopravvissero infatti anche nei secoli successivi. Ancora nel 215 a.C., Ampsicora, esponente della vecchia aristocrazia sardo-cartaginese, guidava una rivolta contro i Romani in tutta la Sardegna, presto soffocata nel sangue11. È probabile che la flotta inviata da Cartagine in suo aiuto sbarcò proprio nel porto di Tharros12.

La romanizzazione della città
In ogni caso, con il passare del tempo, l’isola andò incontro a un progressivo processo di romanizzazione, che coinvolse anche Tharros. È stato ipotizzato che la città del Sinis, situata sulla principale strada litoranea che collegava Karalis (Cagliari) a Turris Libisonis (Porto Torres), possa essere stata elevata al rango di municipium entro il I secolo d.C.13.

Un corposo rifacimento dell’impianto urbano prese corpo in età imperiale, soprattutto in età Flavia (29-96 d.C.), degli Antonini (138-192d.C.) e dei Severi (193-235 d.C.). Tharros venne ridefinita mediante la costruzione di assi viari lastricati in basalto, dei quali ben si conserva il cardo maximus, che conduceva all’area dell’antico tofet fenicio sul rilievo di Su Muru Mannu. Nello stesso periodo, i Romani innalzarono un acquedotto che alimentava un grande serbatoio cittadino provvisto di una fontana pubblica, il castellum aquae. Inoltre, furono realizzati tre edifici termali e un anfiteatro.

L’abitato si estendeva sulle pendici dei due colli settentrionali del promontorio, mentre gli edifici pubblici sorgevano più a oriente, verso la costa. Due colonne, ricollocate in età moderna, sono forse ciò che resta di un piccolo tempio con porticato, edificato nella seconda metà del I secolo a.C. In età tardoantica, con la crisi dell’Impero romano d’Occidente e il sopraggiungere dei Vandali nel V secolo d.C., Tharros andò progressivamente incontro alla rovina. Ma la sua memoria sopravvive nei resti monumentali, che ancora oggi testimoniano il suo ruolo centrale lungo le rotte del Mediterraneo antico.
Samuele Corrente Naso
Note
- F. Campus, V. Leonelli, F. Lo Schiavo, La transizione culturale dall’età del bronzo all’età del ferro nella Sardegna nuragica in relazione con l’Italia tirrenica, 2010. ↩︎
- E. Aquaro, C. Finzi, Tharros, Sardegna archeologica, Guide e itinerari, Carlo Delfino Editore, Sassari, 1986. ↩︎
- R. Zucca, Rapporti di interazione tra Fenici e Nuragici, in M. Guirguis, La Sardegna Fenicia e Punica. Storia e materiali, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
- La prima attestazione è in Sallustio, Historiae, II, 12, 39 a.C., che riporta il nome dell’insediamento nell’accusativo plurale Tarrhos in relazione al conflitto tra i popolari di Marco Emilio Lepido e gli ottimati guidati da Catulo del 78 a.C. ↩︎
- R. Zucca, Da Τάρραι πόλις al portus sancti Marci: storia e archeologia di una città portuale dall’antichità al Medioevo, Τάρραι e il suo porto dalla protostoria al Medioevo, in A. Mastino, P. G. Spanu, A. Usai, R. Zucca, Tharros Felix, 4, 2011. ↩︎
- Polibio, Storie, III, 22. ↩︎
- P. Bartoloni, L’età dell’egemonia cartaginese (V-III sec. a.C.), in M. Guirguis, La Sardegna Fenicia e Punica. Storia e materiali, Corpora delle antichità della Sardegna, Carlo Delfino editore & C., 2017. ↩︎
- AA.VV., I Gioielli di Tharros. L’Oro dei Fenici (Catalogo della mostra. Oristano-Palazzo Parpaglia, 13 dicembre 1990-24 febbraio 1991), Roma, 1990. ↩︎
- E. Acquaro, Tharros tra Fenicia e Cartagine, in Atti del II Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, Roma, 1991. ↩︎
- P. Bartoloni, L’età dell’egemonia cartaginese (V-III sec. a.C.), cit.; E. Acquaro, A. Mezzolani, Tharros, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1996. ↩︎
- Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. XXII e XXIII, 27 a.C.-14 d.C. ↩︎
- R. Zucca, Cornus e la rivolta del 215 a.C. in Sardegna, in L’Africa Romana, III, Gallizzi, Sassari, 1986. ↩︎
- E. Aquaro, C. Finzi, Tharros, cit. ↩︎


