Santa Maria Laach, abbazia di fede e potere

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I sentieri per l’abbazia benedettina di Santa Maria Laach erano quelli del pellegrino penitente, di colui che nel Medioevo cercava la grazia di Dio nella sua sacra dimora. La via polverosa affiancava le sponde del Laacher See, lago dalle acque placide e antiche, incorniciato da dolci pendii boscosi che in tempi remoti costituivano la bocca di un vulcano. Il percorso poi si inerpicava tra le foreste di conifere, sul lato sud-occidentale dello specchio d’acqua e, d’improvviso, appariva la chiesa abbaziale con le sue fiere torri rivolte al cielo. Al pari di una fortezza inespugnabile, l’edificio ricordava l’immutabilità della fede cristiana, offriva protezione e riparo dalle incertezze del mondo.

In questo angolo della Renania, il viaggio non era soltanto materiale, ma aveva anche connotazioni mistiche e spirituali. Attraverso l’architettura simbolica di Santa Maria Laach, il pellegrino intraprendeva una ricerca interiore, un itinerario di salvezza che lo elevava dalla condizione terrena. Qui si rivelava l’analogia tra la natura e il trascendente, tra microcosmo e macrocosmo, ove creato e creatore tendevano l’uno verso l’altro. Come le acque del lago riflettevano l’immagine del cielo, l’abbazia rispecchiava i misteri del divino.

La costruzione dell’abbazia di Santa Maria Laach

L’abbazia, oggi a Glees nel distretto di Ahrweiler, sorse per volontà del conte palatino Enrico II di Laach e di sua moglie Adelaide intorno al 1093. Il nobile affidò tale abbatia ad lacum ai benedettini del monastero cluniacense di Affligem in Belgio.

“Io, Enrico, per grazia di Dio, conte palatino del Reno e signore di Laach, per la sicura pacificazione degli umili di spirito, annuncio a tutti i fedeli di Cristo, futuri e presenti:

Poiché sono senza figli, con il consenso e la collaborazione di mia moglie Adelaide, per la salvezza della mia anima e per ottenere la vita eterna, sulla mia eredità paterna, precisamente a Laach, in onore della Santa Madre di Dio Maria e di San Nicola, ho fondato un monastero come residenza per coloro che obbedisconoiscono alla regola monastica”.

Landeshauptarchiv Koblenz, Best. 128, Laach, Benediktinerkloster, 1, 10931.

Nata con grandiosi intenti, l’abbazia divenne in poco tempo un fiorente centro di osservanza religiosa, di studio e produzione libraria, il cui ritmo era scandito dalla preghiera e dal lavoro dei monaci, ora et labora. Al suo interno sorsero una ricca biblioteca e un rinomato scriptorium in cui venivano realizzati preziosi codici miniati. Il monastero fu dichiarato indipendente nel 1138 e il suo primo abate fu Gilberto. Di pari passo procedettero i lavori di edificazione della chiesa romanica, che ancora oggi si presenta in tutto il suo splendore. Dopo il 1130 l’edificio fu completato con l’aggiunta della copertura a volte e poté essere consacrato solennemente nel 11562. Tra il 1220 e il 1230 venne innalzato il portico del paradiso antistante il prospetto occidentale3. La chiesa di Santa Maria Laach divenne così uno dei più maestosi e compiuti esempi del romanico tedesco, vanto di tutto il Sacro Romano Impero.

Il viaggio simbolico

Il fedele giungeva al cospetto della severa facciata, che costituiva un vero e proprio compendio di simbologia cristiana e politica di quel tempo, oltre a rivelare alcuni elementi caratteristici di tutta l’imponente costruzione. Ad esempio, l’alternanza tra il colore giallo ocra delle pareti, in arenaria, e la scura pietra lavica delle strutture portanti era figura della lotta escatologica tra bene e male, luce e tenebre. D’altronde, nel Medioevo la realtà poteva essere letta per mezzo di potenti chiavi simboliche, secondo cui ciò che avveniva nel macrocosmo si riverberava nel microcosmo. Dio aveva creato l’uomo a sua immagine e negli aspetti della natura si rivelava il trascendente. Tutto era pertanto metafora: i numeri, le forme, i colori, gli elementi del cosmo, le piante e gli animali raccontavano qualcosa del divino. Il simbolo aveva il potere di mettere in comunicazione l’uomo con Dio, la terra con il cielo.

Il Westwerk

Il prospetto occidentale, come da tradizione germanica, venne innalzato mediante un corpo architettonico turrito. Questo Westwerk era l’immagine del potere imperiale che custodiva la Chiesa. Non solo, la facciata di Santa Maria Laach fu concepita per ospitare una seconda abside con transetto, in tutto e per tutto contrapposta a quella orientale. Se infatti il presbiterio era lo spazio sacro del potere spirituale, ove sedeva l’abate, l’abside occidentale era il luogo dell’imperatore e del suo trono.

Come fossero possenti bastioni, le absidi furono provviste di due torri angolari ciascuna, per un totale di quattro, numero che richiamava gli elementi costitutivi del cosmo (aria, acqua, terra, fuoco), le stagioni e i punti cardinali. L’architettura possedeva dunque una forte valenza simbolica. Il creato, lo spazio e il tempo erano affidati a due potenze complementari: il papato e l’Impero. Il pellegrino osservava il Westwerk con reverenza e timore. Ne scrutava le torri laterali cilindriche e il complesso corpo centrale, composto da parallelepipedi sovrapposti e un tetto a spioventi. Il prospetto della chiesa richiamava così il mistero della Trinità.

Il paradisium

In età gotica, alla facciata venne aggiunto il paradisium, un atrio con giardino composto da tre ali con arcate, destinato ad accogliere i fedeli prima dell’ingresso in chiesa. Sul piano simbolico, il nartece costituiva una rappresentazione dell’Eden, il paradiso terrestre perduto, e al contempo prefigurava il regno dei cieli. L’uso di edificare un paradisium era già diffuso in età carolingia, a imitazione dell’atrio antistante la Basilica di San Pietro in Vaticano, ornato con un mosaico della Parusia4. In questo modo, il fedele era spinto a riflettere sulla propria condizione di peccatore e a desiderare la salvezza. Solo così poteva entrare nel giusto spirito di contemplazione per accedere all’interno della chiesa.

Egli era accolto nell’atrio del paradiso da un ampio portale strombato, decorato con capitelli a motivi fitomorfi, animali e mascheroni, affiancato da grandi arcate a tutto sesto con colonnine binate. Tra le figure scolpite, il diavoletto di Laach (in tedesco Laacher Teufelchen) elencava i peccati dell’umanità scritti su una pergamena.

Intimorito e alla ricerca della grazia di Dio, il pellegrino percorreva i portici del paradisium. Al centro del cortile, in mezzo a un giardino verdeggiante, una fonte d’acqua evocava il fluire della vita e lo scorrere del tempo: il momento della conversione non può tardare, ubi sunt qui ante nos fuerunt? La Fontana del Leone, che oggi si può osservare, fu opera del monaco Radbod Commandeur nel 1928.

Sui capitelli che sorreggono gli archi e sui peducci d’imposta furono scolpite figure di lotta tra l’uomo e il maligno, qui nelle vesti di uno spaventoso bestiario composto da rettili e fiere. Tra questi sta in agguato un drago, il serpente antico che condusse Adamo ed Eva alla caduta del peccato originale, alla perdita dell’amato Eden.

Gli interni di Santa Maria Laach

Due portali, a nord e a sud, consentivano l’ingresso alla chiesa dall’atrio del paradiso. Era questa la soglia metafisica che il penitente doveva oltrepassare per accedere al cospetto di Dio. I capitelli scolpiti sui portali non mancavano di lanciare un ultimo monito per la redenzione.

Il pellegrino scrutava la tomba in pietra e legno del fondatore Enrico II, situata presso l’abside occidentale. Percorreva poi la navata della chiesa, cammino simbolico verso oriente, in direzione del sole che sorge e dei luoghi ove nacque Cristo. Dunque, procedeva dalle tenebre alla luce, dalla morte del peccato, che si era lasciato alle spalle, verso la redenzione e la salvezza. Questo percorso era sottolineato dall’uso sapiente della luce: soffusa lungo le tre navate, ma più intensa a livello del presbiterio. Gli archi a sesto ribassato tra le volte a crociera e i pilastri quadrati conferivano alla chiesa un aspetto austero e solenne.

L’armonia dell’architettura doveva apparire agli occhi dell’uomo medievale come l’immagine del cosmo e della genesi divina. Sulla crociera, punto focale della pianta a croce latina, i costruttori di Maria Laach elevarono un’alta torre ottagonale: il sacrificio di Cristo introduce nel mondo l’ottavo giorno, tempo eterno della salvezza e compimento dei sette giorni della creazione.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Link alla risorsa. ↩︎
  2. Darmstadt, Universitäts- und Landesbibliothek, Hs 891, f. 169r-170v. Link alla risorsa. ↩︎
  3. A. Schippers, Das Laacher Münster, Köln, 1928. ↩︎
  4. J. C. Picard, Les origines du mot paradisus-parvis, MEFR 83, 1971. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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