Mentre si attraversa il Siq di Petra, nel deserto meridionale della Giordania, è difficile trovare parole e pensieri, ci si sente piccoli di fronte all’immensità della natura. Il canyon si apre in una stretta fenditura e le pareti rocciose, al pari di eterni giganti, sovrastano l’incedere dei visitatori che lo attraversano. Questo luogo straordinario è così da milioni di anni, eppure nulla sembra fermo, nulla è scontato alla vista. Tutt’altro, come in una danza la dura arenaria si esibisce in un’ostentazione di forme mutevoli, di colori variegati e stupefacenti. La roccia del Siq si proietta con morbide curve. Fu levigata dal vento e dall’acqua del torrente Wadi Musa in tempi remotissimi, modellata dalla natura in ogni sua sinuosa e aggraziata carezza. È uno spettacolo affascinante che si snoda per più di un chilometro e mezzo, un cammino accompagnato dall’attesa di giungere alla città rosa, Petra!
I passi affondano nella sabbia con un rumore sordo e tutt’intorno il silenzio è avvolgente, se non interrotto dalle chiacchiere di ammirazione dei passanti. Oltre le alte muraglie del canyon, a tratti si intravede il blu di un cielo limpido, la luce gioca tra rilievi e rientranze, le ombre assumono curiosi profili. Alcuni beduini, vestiti con lunghe tuniche e la caratteristica kefiah bianca e rossa, si riposano all’ombra di una sporgenza, noncuranti di essere osservati. Altri trascinano svogliati dromedari lungo i sentieri polverosi della gola. Di tanto in tanto, sulla pietra si rivelano sculture, piccole edicole e colonnine abbozzate, segni degli uomini che nei tempi antichi abitavano Petra.

Il Khasneh di Petra
Poi d’improvviso il Siq si apre come d’incanto una conchiglia con la sua perla. La fessurazione tra le falesie si riveste di luce. Man mano che il passo procede si tratteggiano, al di là del limitare, linee e volumi. Oltre lo scorcio, fogge architettoniche emergono da una maestosa scenografia scavata nella nuda roccia. Poi, gradualmente, dal bagliore si rivela il prospetto monumentale di un edificio solenne e magnifico. Il Khasneh, il Tesoro, lo chiamano. E un turbinio d’emozioni, di fascino e di meraviglia si impossessa degli occhi e della mente. Un incanto avvolgente di sabbia, di cielo e di pietra rosata attende colui che oltrepassa il Siq.

La facciata del Khasneh è imponente, si eleva per quasi quaranta metri su due ordini sovrapposti. Rassomiglia a un tempio della classicità. A pianterreno v’è un portico di sei colonne corinzie con trabeazione e timpano. Tra i fusti più esterni s’intravede ciò che rimane delle sculture dei Dioscuri, Castore e Polluce, mitici guardiani della soglia d’ingresso dell’edificio e guida sicura per chi viaggiava nel deserto1. Al centro del timpano, una testa di Gorgone emerge da una selva di decorazioni vegetali.

Nell’ordine superiore, due bracci simmetrici sostengono le sole porzioni laterali di un frontone, come se fosse interrotto. Al centro, su uno sfondo costituito da un porticato con semicolonne, si erge un elegante tempietto circolare. Questa tholos scolpita possiede una copertura a corona, sormontata da un capitello e, infine, da un’urna tondeggiante. Negli intercolumni si osservano alcuni bassorilievi con la Nike alata, mentre la figura centrale è stata identificata con la dea egizia Iside o con la greca Tiche2. Due possenti aquile svettano sui bracci laterali, mentre gli acroteri del primo livello assumono la forma di leoni e sfingi.
Chi costruì il Khasneh?
Pian piano, lo stupore lascia il posto alla curiosità. Come sospinte dal vento d’Oriente, sorgono domande e parole in cerca di significati. Chi realizzò questo edificio nel deserto della Giordania e perché il Khasneh, il “Tesoro”, è chiamato così? Una leggenda del posto narra che il faraone egiziano, al tempo di Mosè, nascose qui i suoi ori mentre combatteva contro gli Israeliti. Questo racconto beduino serve a spiegare il fatto curioso che all’imponente facciata del Khasneh non corrisponda altrettanto sfarzo all’interno. Anzi, vi si incontra soltanto una camera vuota, disadorna e modesta. Ma allora, per quale ragione venne creata un’opera così monumentale, se non per ospitare un tesoro preziosissimo? La risposta è nota dall’archeologia e non manca di lasciare sorpresi: il Khasneh era una tomba reale, risalente al I secolo d.C. Venne scolpita nella montagna da un popolo misterioso che un tempo abitò queste terre: i Nabatei.

Il popolo dei Nabatei
Le antiche fonti storiche tramandano che Petra fosse la grande e ricca capitale di un popolo chiamato Nabatu, i Nabatei, in origine formato da tribù nomadi3. Così affermano Diodoro Siculo (90-20 a.C. circa), nella Bibliotheca4, e Strabone (64 a.C.-23 d.C. circa), nella Geografia5. Secondo le loro testimonianze, i Nabatei giunsero nella Valle di Petra dopo la morte di Alessandro Magno nel 323 a.C., mescolandosi con i locali Edomiti. Provenivano da sud-est, da un posto sconosciuto della Penisola Arabica. Sappiamo che già nel 311 a.C. essi vinsero una battaglia contro i Seleucidi di Antigono I Monoftalmo, arroccandosi sul promontorio dell’Umm al Biyara, la montagna più alta della città.
Diodoro Siculo descrive i Nabatei come un popolo pacifico, dedito alla pastorizia, che preferiva risiedere tra la nuda sabbia del deserto e inadatto a costruire abitazioni. Proprio per questo motivo, essi avevano scelto di stabilirsi a Petra, una città ricca di grotte, ripari e case ricavate dall’arenaria. Inoltre, fattore importantissimo, qui sgorgavano alcune sorgenti perenni. In tale terra dalla natura aspra e selvaggia, i Nabatei avevano infine messo salde radici, pur non dimenticando la loro origine nomade e le regioni lontane da cui provenivano.

I Nabatei, un popolo di mercanti
Piuttosto, la profonda conoscenza degli usi e costumi degli angoli più remoti del Medio Oriente poteva essere sfruttata per il commercio. Già dalla fine del IV secolo a.C., le carovane dei Nabatei si avventuravano a occidente, verso la Palestina e la Siria, a oriente, in direzione di Babilonia, e a meridione, verso l’Egitto e l’Arabia. Non c’era meta che quegli ingegnosi mercanti non raggiungessero, esperti nel capire quali fossero le merci più richieste e profittevoli. Nelle regioni meridionali dell’Arabia acquistavano mirra, spezie e il costoso incenso, per poi rivenderli a un prezzo maggiore nei porti mediterranei della Palestina, da dove raggiungevano l’Occidente. In Egitto importavano il bitume del Mar Morto, utile per l’imbalsamazione dei defunti. Non mancavano i metalli preziosi come l’oro e l’argento. Alcuni tessuti, tra cui la seta, venivano fatti arrivare addirittura dalla Cina. In poco tempo, i Nabatei ottennero il monopolio dei commerci del Vicino Oriente.
Il Regno nabateo
Nel II secolo a.C., i Nabatei avevano accumulato ricchezze così grandi da poter costituire un vero e proprio regno. A ciò corrispose una progressiva evoluzione sociale che portò a una maggiore stanzialità, oltre che al passaggio da un’organizzazione tribale alla monarchia. Il Libro dei Maccabei riporta il nome del primo re, Areta (al Harith)6, sovrano nel 168 a.C., mentre i successivi sono noti dalle iscrizioni di Petra. I Nabatei fondarono presto nuove città e, sotto il regno di Areta II (103-96 a.C.), iniziarono a coniare moneta. A partire dal I secolo a.C., le vie carovaniere vennero presidiate da torrette di guardia. Lungo le principali rotte commerciali furono edificati caravanserragli e luoghi di ristoro, provvisti di templi e bagni termali per ospitare i mercanti viaggiatori. Petra venne eletta capitale del Regno in virtù della sua ricchezza e della posizione strategica sulla Strada dei Re, il tracciato che collegava l’Africa alla Mesopotamia.

Le fonti storiche ci hanno tramandato solo in minima parte l’organizzazione sociale del Regno nabateo. Al vertice della piramide vi era ovviamente il sovrano, al quale spettavano il potere civile, militare e forse anche quello religioso. La giustizia era amministrata dai magistrati, mentre i mercanti costituivano la casta più ricca e influente, seguiti da architetti, artigiani e soldati. I ceti sociali più umili erano invece composti da pastori, agricoltori e operai. Gli schiavi costituivano il gradino più basso della scala sociale. Le donne erano considerate alla pari degli uomini e alcune iscrizioni funerarie attestano che potessero possedere beni economici e terre a titolo personale.
La Piccola Petra
Un’importante stazione di ospitalità per le carovane che provenivano dall’Arabia o dall’Oriente, in cammino sulla Via della Seta, era situata presso il Siq al-Barid, nella cosiddetta “Piccola Petra”. Il sito, pochi chilometri a nord di Petra, rappresentava la prima sosta obbligatoria per tutti i mercanti che avevano attraversato il Wadi Rum. Nella Piccola Petra i Nabatei scavarono una gran quantità di vani nell’arenaria, così da ospitare chi doveva trascorrere la notte.

Nelle grotte si possono ancora riconoscere i segni di un focolare centrale e i lunghi blocchi di pietra su cui venivano posati i materassi. In un biclinium è sopravvissuto un rarissimo dipinto figurativo dei Nabatei conservato in situ7. L’opera rappresenta una grande vite con dei putti che suonano il flauto e rivela modelli ispirati all’arte ellenistica.

L’arrivo dei Romani
I Nabatei si erano insediati in un territorio turbolento, dominato da popoli guerrieri. Re Oboda I (96-85 a.C.) respinse a Gadara gli Israeliti, guidati dall’asmonita Alessandro Ianneo, intorno al 90 a.C. Poi, nell’86 a.C., si scontrò con i Seleucidi di Antioco XII, battaglia che gli costò la vita. Con Areta III (86-62 a.C.) il Regno nabateo raggiunse l’apice della sua grandezza, estendendosi dall’Arabia alla Palestina, dal golfo di Aqaba fino a Damasco.
La gloria dei Nabatei, tuttavia, non era destinata a durare a lungo. Nel 64 a.C., un temibile intruso giunse nella regione: l’esercito di Gneo Pompeo Magno. Lo scontro con i Romani era inevitabile e il casus belli fu fornito dal principe asmoneo Ircano II che, dopo essere stato cacciato da Gerusalemme, chiese ad Areta III di assediare la città (65 a.C.). Ma Gerusalemme, guidata da Aristobulo II, invocò l’aiuto di Roma. Areta III dovette togliere l’assedio e, sulla via di ritorno per Petra, subì una disastrosa sconfitta. I Nabatei compresero di non poter competere con la potenza militare dei Romani e, tre anni dopo, con Petra sotto assedio, fecero atto di vassallaggio. In questo modo poterono mantenere l’autonomia del loro Regno dietro il pagamento di ingenti tributi.
La strategia funzionò e i successivi re nabatei governarono in pace, commissionando le grandi opere architettoniche di Petra. Fu Areta IV (9 a.C. – 40 d.C.) a far edificare lo spettacolare Khasneh. Nel 106 d.C. Traiano volle annettere al suo vasto impero il Regno nabateo, che divenne la provincia romana dell’Arabia Petraea. La civiltà nabatea riuscì a sopravvivere a due devastanti terremoti, nel 336 e nel 552, e sappiamo che era ancora vivace durante il regno dell’imperatore Giustiniano (482-565). La decadenza incominciò soltanto in età islamica, quando Petra era ormai isolata dalle principali rotte commerciali della regione e vittima della desertificazione.
Lingua, religione e arte dei Nabatei
Per gestire gli scambi commerciali lungo le vie carovaniere, i Nabatei impiegavano l’aramaico, come gran parte dei popoli del Vicino Oriente. Soltanto a partire dal II secolo a.C. essi svilupparono una propria scrittura, derivata proprio da quell’antico alfabeto semitico8. La lingua scritta dei Nabatei possedeva una caratteristica forma corsiva e si leggeva da destra a sinistra; è a partire da essa che nel V secolo si originò l’arabo9. Tuttavia, le fonti documentarie dei Nabatei giunte sino ai nostri giorni sono in numero molto esiguo. Ciò che resta della loro storia sono solo poche iscrizioni su pietra, ritrovate nei siti archeologici più importanti. Per tale ragione, molti aspetti della civiltà e della cultura nabatea sono ancora oscuri, in quanto possono essere dedotti solo attraverso le testimonianze archeologiche o i racconti di altri popoli.

La religione
È il caso delle conoscenze che attengono alla sfera religiosa10. Quali divinità adoravano i Nabatei? Il lessico bizantino Suda del X secolo attesta che la più importante divinità di questa gente si chiamasse Dushara. Tale “Signore di Shara” – Shara è la catena montuosa a est di Petra – era inizialmente raffigurato sotto forma di un betilo aniconico di pietra nera, in genere posato sopra un trono-altare dorato (motab)11. I motab si trovano spesso in corrispondenza di terrazze. A Dushara i Nabatei offrivano dei sacrifici animali e dei banchetti sacri. Al-‘Uzza, “l’eccelsa”, era la principale dea femminile, che le iscrizioni citano come la grande madre. Altre importanti divinità erano la dea dei commerci al-Kutba e la dea della morte Manawat.
Poiché i Nabatei vivevano a stretto contatto con i popoli vicini, gradualmente ne acquisirono gli usi cultuali. Dunque i betili aniconici iniziarono quindi ad assumere forme antropomorfe, con l’aggiunta di occhi, naso e bocca. In queste vesti, ad esempio, troviamo la rappresentazione di Dushara lungo il Siq di Petra o dello stesso dio, accompagnato da Al’-Uzza e Manawat, all’ingresso della Piccola Petra. Infine, le divinità nabatee furono assimilate a quelle greco-romane ed egizie, attraverso un fenomeno di sincretismo religioso. Così, Dushara veniva identificato con Zeus, Dioniso o Osiride; Al-‘Uzza con Afrodite o Iside-Fortuna, come si può notare sul prospetto del Khasneh.

Non è chiaro, invece, chi siano le due enigmatiche figure scolpite alla fine del Siq: i figuri, vestiti con la toga, stanno conducendo delle carovane con dromedari. Uno di loro è in direzione della città, mentre l’altro sta imboccando il percorso inverso. Si trattava forse di dei-eroi che avevano il compito di accompagnare i viaggiatori lungo il Siq, al quale i Nabatei attribuivano un valore sacro particolare.

L’arte presso i Nabatei
Gli scavi archeologici condotti a Petra negli ultimi decenni hanno permesso di chiarire che lo sviluppo monumentale della città si ebbe in un tempo piuttosto breve, compreso tra il regno di Màlico I (59-30 a.C.) e quello di Oboda III (30-9 a.C.). Le architetture di Petra rivelano forti influenze dell’arte ellenistica, di provenienza siriana e alessandrina. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti per un popolo nomade che, al momento del suo insediamento, non conosceva le tecniche per edificare strutture murarie né possedeva una propria tradizione figurativa.
I Nabatei dovettero apprendere l’arte delle costruzioni e della scultura dai popoli con cui intrattenevano relazioni commerciali. Dunque, fu naturale che imitassero gli edifici che osservavano lungo le tratte mercantili. Pertanto, l’ispirazione architettonica del Khasneh, come di tante altre strutture ricavate dall’arenaria, è greco-romana. Lo stile egizio caratterizza invece la Tomba degli Obelischi, situata fuori dalla città, prima dell’ingresso al Siq. I cinque obelischi sulla sua sommità indicano il numero dei defunti che vi furono sepolti.

Le maestranze che realizzarono le mirabili costruzioni di Petra non provenivano dal mondo ellenistico, non erano straniere, ma di stirpe nabatea. Difatti, su alcune tombe della città rosa e di Hegra si possono riconoscere le firme degli architetti Wahaballahi, Abdharetat e Abd’obadat. Anche se questi nomi non ci dicono nulla, si trattava di eccezionali maestri. Gli scultori nabatei realizzavano le grandi facciate monumentali senza l’ausilio di impalcature esterne: incominciavano a scavare la parete dall’alto e camminavano sul pavimento roccioso ricavato, che si abbassava sempre di più con il progredire dei lavori. Al pari dell’architettura e della scultura, anche la pittura nabatea è debitrice di quella ellenistica, come è ben evidente nel citato biclinium della Piccola Petra.
In cammino a Petra
Con gli occhi ancora colmi di gratitudine, ci si lascia alle spalle il Khasneh e si prosegue il percorso per raggiungere la città vera e propria. Lungo il cammino sono molti gli edifici scolpiti che riecheggiano le architetture delle grandi civiltà del passato. Ecco che si incontra un grandioso teatro, scavato in tempi immemori dai Nabatei ma rimaneggiato dai Romani per ospitare fino a ottomila persone. In prossimità di esso, si inerpica un ripido sentiero che conduce a un’alta piattaforma sacrificale. La terrazza, quadrangolare, introdotta da due massicci obelischi ricavati dalla montagna, accoglie il trono del betilo e un pozzetto per i sacrifici animali.

Le tombe reali dei Nabatei
Se invece si mantiene la via bassa, ci si trova al cospetto delle tombe reali che, dalle alture del Wadi Mataha, dominano tutta la città di Petra. Quattro imponenti prospetti affiancati furono scolpiti con maestria nel I secolo d.C., su modelli dell’arte classica. La Tomba dell’Urna, collocata in cima a una ripida scalinata che conduce al fondovalle, presenta due belle file di portici e un attico con un timpano terminale su quattro semicolonne. La sepoltura venne trasformata in chiesa nell’epoca bizantina. Il prospetto della Tomba della Seta termina superiormente con una doppia scalinata, un motivo tipico dell’arte nabatea. La Tomba Corinzia ricorda lo schema architettonico del Khasneh. La Tomba del Palazzo imita la facciata di un edificio romano a tre piani.

Petra, la città delle sorgenti
Dopo pochi passi, ci si ritrova nel cuore di Petra. Nel suo periodo di massimo splendore, la città era imponente e vi abitavano più di ventimila persone. Il tessuto urbano si disponeva ai lati di un decumano colonnato, fatto costruire dai Romani dopo il 106 d.C. su una preesistente via nabatea, lungo il quale si affacciavano mercati, templi ed edifici pubblici di ogni sorta.
La strada appare oggi arida e polverosa, eppure un tempo non era così. Per avere un’idea di ciò che si mostrava ai visitatori della città nabatea, bastano le sole parole di Strabone che la descrive piena di “sorgenti abbondanti sia per l’acqua che per i giardini”12. Petra era infatti la città delle acque, più che del deserto! I Nabatei, grazie a opere di ingegneria idraulica di altissima qualità, come innumerevoli canalizzazioni e centinaia di cisterne scavate nella pietra, erano riusciti a convogliare i flussi d’acqua dalle sorgenti dei rilievi circostanti. L’acqua non era solo vitale. Essa costituiva un segno di potere e di ricchezza da ostentare attraverso briose fontane, che talvolta scendevano a cascata dai crostoni rocciosi, come accanto alla Tomba del Palazzo, giardini pensili e ninfei.

Il “Tempio Grande” e il Qasr el-Bin di Petra
A sinistra della strada colonnata, una scala monumentale conduce a una serie di terrazzamenti che ospitano un grande complesso architettonico edificato a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Lo spiazzo inferiore era delimitato da un portico, costituito da due navate con centoventi colonne in totale, e da un criptoportico sotterraneo. Le colonne erano ornate da bizzarri capitelli con teste di elefanti indiani, le cui proboscidi si trasformavano in volute: un’espressione della maestria e dell’estrosità degli artisti nabatei.

Sopra un podio si ergeva un edificio gigantesco, tetrastilo in antis, lungo il cui perimetro si aprivano nove porte. Si potrebbe pensare che tale struttura costituisse un grande tempio dedicato alle divinità nabatee, se non fosse che al suo interno, in corrispondenza della “cella”, è stato realizzato un piccolo teatro di seicentoventi posti. Tale circostanza ha fatto ipotizzare che il complesso potesse servire anche per la rappresentazione di spettacoli sacri o come bouleuterion cittadino.

Al termine della via colonnata, superata la porta di Traiano, si accede all’area sacra del Qasr el-Bint, un tempio innalzato entro la metà del I secolo d.C. L’edificio, con timpano sorretto da quattro possenti colonne in facciata, costituiva il principale luogo di culto di Petra ed era dedicato a Dushara.

Il “Monastero”
Lasciato il centro di Petra, il visitatore, ancora colmo di fascino e appagamento, si rimette in cammino con lo zaino in spalla. Lungo e impervio è il sentiero che, traversando il canyon con un’aspra salita di ottocento gradini e molte rampe scoscese, conduce sino al Deir, il “Monastero”. Eppure, vale la pena di intraprendere l’erto percorso: la valle sottostante si apre alla vista in tutta la sua rocciosa bellezza e il cielo sembra appartenerci per un momento. La fatica dell’ascesa è ripagata dalla visita di uno dei monumenti più caratteristici e incantevoli della città. Il Deir non può che essere la tappa conclusiva di chi si è avventurato a Petra.

Nel suo tratto finale, il sentiero costeggia la parete della montagna, celando alla vista quel gioiello fino all’ultimo istante. Poi, d’improvviso, dopo una piega, si apre su uno spiazzo aperto. Sullo sfondo appare, come il frontescena di un maestoso teatro, un prospetto alto quasi cinquanta metri, che pare adagiato alla rupe, ma che da essa fu invece generato.

La facciata del Deir ricorda molto quella del Khasneh, sebbene con proporzioni più ampie e scelte stilistiche meno complesse. Il monumento venne scavato nel corso del I secolo d.C. per essere adibito a triclinium. Con ogni probabilità, era questo il luogo dove le nobili famiglie dell’aristocrazia nabatea commemoravano, con sontuosi banchetti, il re Oboda I (96-85 a.C.), morto in battaglia e divinizzato per le sue grandi imprese militari. E noi, dopo una giornata di intenso cammino, ci chiediamo ancora se esistano parole e pensieri adatti a descrivere tutto ciò che abbiamo veduto a Petra. Può la meraviglia essere raccontata?
Samuele Corrente Naso
Note
- J. Mc Kenzie, The Architecture of Petra, Oxford, 1990. ↩︎
- N. I. Khairy, The Mada’in Saleh Monuments and the Function and Date of The Khazneh in Petra, In Palestine Exploration Quarterly 143, 3, 2011. ↩︎
- Dalle iscrizioni rinvenute in situ: nbtw. J. F. Healey, Nabataean Inscriptions: Language and Script, In The world of the Nabataeans, vol. 2 of the International Conference the World of the Herods and the Nabataeans held at the British Museum, 17-19 April 2001, POLITIS K. D. (ed.), Stuttgart, 2007. ↩︎
- Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XIX, 94 s. ↩︎
- Strabone, Geografia, XVI, 4. ↩︎
- Secondo Libro dei Maccabei 5, 8. ↩︎
- D. Alberge, Discovery of ancient cave paintings in Petra stuns art scholars, in The Guardian, 2010. ↩︎
- G. Petrantoni, Corpus of Nabataean Aramaic-Greek Inscriptions, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2021. ↩︎
- J. F. Healey, The Nabataean Contribution to the Development of the Arabic Script, In Aram 2, 1990. ↩︎
- J. Starcky, La religion des Nabatéens, in Inoubliable Petra, Bruxelles, 1980. ↩︎
- J. F. Healey, The Religion of the Nabataeans: A Conspectus, EJ. Brill, Leida, 2001. ↩︎
- Strabone, Geografia, XVI, 4, 21. ↩︎


