In certi scorci dell’Alhambra si può riconoscere la dimensione del sogno. La luce irradia d’incanto le architetture leggere, quasi immateriali, ammantate di muqarnas e decorazioni splendenti; i riflessi dorati di colonne e archi si allungano sull’acqua di eteree fontane, proiettandosi all’infinito, come a voler oltrepassare le prospettive di questo mondo. Tutto sembra concepito per essere ammirato al di là di ogni tempo, luogo e bellezza. Eppure vi fu un’epoca in cui tra le sale dell’Alhambra, la più straordinaria opera dell’architettura islamica medievale in Occidente, tra i suoi patii aggraziati e i giardini armoniosi, si muovevano ambasciatori, cortigiani, guardie e servitori dell’Emirato di Granada, l’ultimo regno di al-Andalus.
“Forse non è mai esistito monumento più caratteristico di un’epoca e di un popolo dell’Alhambra: aspra fortezza all’esterno, voluttuoso palazzo all’interno; la guerra che incombe minacciosa dalle sue merlature; la poesia che respira in tutta la fiabesca architettura delle sue sale”.
W. Irving, Tales of the Alhambra, 1832.

Al-Ḥamrā, la cittadella “rossa”
L’Alhambra sorge in posizione dominante sul colle della Sabika, uno sperone roccioso della Sierra Nevada, a est della città di Granada e a sud dello storico quartiere dell’Albaicín. Racchiusa da una cinta muraria con circa trenta possenti torri, negli anni del suo massimo splendore costituiva, tuttavia, molto più di una semplice fortezza. L’Alhambra era a tutti gli effetti una città autosufficiente, una medina, formata da un intricato labirinto di edifici, cortili e sontuosi giardini, la cui realizzazione, avviata dal sultano Muḥammad ibn Naṣr nel 1238, richiese più di centocinquanta anni. Le sue mura di conglomerato rossastro, da cui deriva il nome di al-Ḥamrā, ossia la “rossa”1, racchiudevano almeno sei palazzi reali, una grande moschea congregazionale, quartieri residenziali, botteghe e varie aree destinate al diletto.

Molte di queste strutture sono giunte fino a noi, sebbene rimaneggiate nel corso dei secoli. Non conosciamo, invece, come venissero chiamate in origine: quasi tutti gli odierni nomi degli ambienti dell’Alhambra sono stati coniati in epoca moderna.
Le prime strutture sul colle della Sabika
I palazzi dell’Alhambra non furono i primi a essere edificati sulla Sabika. Una struttura difensiva, di cui rimangono ben poche tracce archeologiche, doveva infatti esistere sul colle già in età altomedievale, quando la penisola iberica era dominata dai Visigoti2. Sappiamo che questa fortezza fu poi riutilizzata per lungo tempo dopo la conquista islamica del 711-712. Lo storico andaluso Ibn Ḥayyān (987-1076) riferisce, infatti, che i ribelli al seguito di Omar ibn Hafsun avevano assaltato la roccaforte durante il regno dell’emiro ‘Abd Allāh ibn Muḥammad (888-912). Secondo il racconto, contenuto nell’al-Muqtabis, gli assedianti avevano fissato alcuni versi poetici a una freccia, scagliandola in direzione delle mura. Nel componimento si può leggere, così, la prima menzione della “fortezza rossa” di Granada:
“Le loro dimore sono, tra quelle lande, deserti spogli,
Ibn Ḥayyān, al-Muqtabis. Traduzione a cura dell’autore3.
fenditure dove soffiano i venti impetuosi.
E nella rossa fortezza (Qal’at al-Ḥamra) le loro schiere vengono annientate,
e lì le vicende della guerra si volgono contro di loro”.
Con la crisi del Califfato di Cordova (929-1031) durante la fitna, la guerra civile che portò alla frammentazione di Al-Andalus in tanti piccoli stati chiamati taifa, a Granada si insediò la dinastia berbera degli Ziridi. Gli Ziridi edificarono il loro centro di potere, un complesso fortificato noto come al-Qaṣaba al-Qadīma, ovvero “l’antica cittadella”, presso l’Albaicín4. Oltre il fiume Darro, sul colle della Sabika, costruirono invece la Qaṣaba al-Jadīda, la “nuova cittadella”, fortezza le cui fondamenta saranno in seguito riutilizzate per l’Alcazaba dell’Alhambra.

La nascita dell’Alhambra
La storia dell’Alhambra ha inizio, tuttavia, nel 1237-1238, quando a Granada si stabilì Muḥammad ibn Naṣr, fondatore della dinastia nasride e primo sultano del regno, in un momento di grande crisi del dominio musulmano in Al-Andalus. Da oltre un secolo, infatti, i territori islamici in Occidente erano sotto attacco da parte delle armate cristiane impegnate nella Reconquista. Due anni prima Ferdinando III, re di Castiglia, aveva conquistato l’importante città di Cordova. Nel mentre, Valencia si trovava sotto assedio da parte delle truppe di Giacomo I, re d’Aragona. Il regno degli Almohadi, che avevano dominato la Spagna dalla metà del XII secolo circa, si era progressivamente disgregato dopo la rovinosa sconfitta subita contro i crociati nella battaglia di Las Navas de Tolosa, nel 1212. Inoltre, la mancanza di eredi del giovane califfo Yussuf II aveva causato una grave crisi politica (1224-1230), durante la quale numerose città si erano rese autonome.
A Granada, come detto, si affermò Muḥammad ibn Naṣr, uomo di umili origini che, ottenuto il favore della città, riuscì a spodestare il sovrano Ibn Hūd. L’erudito arabo Ibn al-Khaṭīb, citando un testimone oculare, racconta che una sera di maggio del 1238, al tramonto, Muḥammad ibn Naṣr fece il suo ingresso in città, indossando umili panni e un paio di sandali, alla maniera dei sufi, e recitando la preghiera della vittoria davanti al miḥrāb della moschea la Sūrat al-Naṣr5. Il nuovo sovrano si stabilì nell’antica fortezza sulla collina della Sabika, edificata dagli Ziridi.
Il progetto dell’Alhambra di Granada
Non appena insediatosi, Muḥammad ibn Naṣr ordinò di gettare in quel luogo le fondamenta di un’imponente residenza fortificata. Tale cittadella avrebbe dovuto mostrare al mondo la sua grandezza e quella della dinastia nasride. Con questo scopo approntò un ambizioso progetto. Sullo sperone occidentale della Sabika, a strapiombo sulla vallata sottostante e in direzione della città, decise di trasformare la struttura fortificata già esistente, l’alcazaba, dall’arabo al-qaṣba, in una fortezza più grande, protetta da torri possenti. Sul lato settentrionale del colle, invece, Muḥammad ibn Naṣr predispose l’area per la realizzazione dei grandi palazzi reali, provvisti di magnifici giardini, e della medina, la città dell’Alhambra vera e propria. L’intero complesso sarebbe stato circondato da una massiccia cinta muraria, costellata da numerose torri difensive.
Per l’edificazione delle strutture fu utilizzato il locale conglomerato, un terreno ricco di argilla, ciottoli e sabbia, di colore rossiccio, che veniva mescolato con acqua e calce per formare muri in terra battuta. I mattoni in cotto venivano invece impiegati per le parti che dovevano reggere maggiori carichi, come gli archi e i pilastri.

Ma Muḥammad ibn Naṣr aveva bisogno di una risorsa ancor più fondamentale per realizzare la sua Alhambra: il tempo. Le armate cristiane stavano infatti guadagnando territori verso sud e si avvicinavano minacciosamente a Granada. Nel 1246 anche la vicina Jaén, situata ad appena una sessantina di chilometri dalla roccaforte sulla Sabika, cadde nelle mani dei nemici. Il sultano prese allora una decisione coraggiosa. Per fermare l’avanzata cristiana, accettò di diventare vassallo del re Ferdinando III di Castiglia, impegnandosi a pagare un tributo e a fornire aiuto militare in cambio dell’autonomia nella gestione del regno6.
L’Alcazaba dell’Alhambra di Granada
L’Alcazaba dell’Alhambra appare come un castello triangolare, delimitato da più torri. Sul vertice occidentale si staglia la struttura più imponente di tutto il complesso: l’enorme torre di guardia, o Torre de la Vela, innalzata su piani sovrapposti, ciascuno dei quali retto da un sistema di archi e pilastri. Questa enorme e solida costruzione costituiva un monito per intimorire non solo gli eventuali assalitori, ma chiunque osasse opporsi al potere dei Nasridi. Nella Torre del Homenaje vennero invece ricavati degli alloggi per ospitare il sovrano. Altre torri sorsero per volere dei sovrani successivi, come la Torre Quebrada, edificata nel XIV secolo sotto il regno di Yusuf I.
Muḥammad ibn Naṣr non si limitò a fortificare l’Alcazaba, ma si adoperò affinché potesse giungervi l’acqua, in modo da consentire lo sviluppo di un piccolo quartiere residenziale per le truppe, provvisto di vari magazzini, di un forno, una conceria, una fornace e un hammam. A tal fine, fece realizzare una piccola diga (azud), a circa sei chilometri a monte della struttura, sul fiume Darro. Da qui l’acqua veniva convogliata in un canale di mattoni (acequia o al-sāqiya) che raggiungeva la collina del Generalife. Un acquedotto garantiva infine il passaggio alla collina della Sabika e l’approvvigionamento idrico dell’intera Alhambra. Le rovine dell’insediamento militare si possono ancora osservare nella Plaza de Armas, lo spazio aperto all’interno dell’Alcazaba.

Il Generalife e il Partal
Muḥammad ibn Naṣr non poté vedere completata la sua cittadella. Al momento della sua morte, nel 1273, i lavori dell’Alhambra erano infatti ben lontani dall’essere conclusi. Saranno i suoi successori, nel corso di più di un secolo, a conferire al complesso gran parte dell’attuale aspetto monumentale. Con buona probabilità, al figlio Muḥammad II (1273-1302) si deve la realizzazione di un raffinato palazzo circondato da un armonioso insieme di giardini, corti, padiglioni e fontane, disposti su terrazzamenti: il Generalife7. Situato su un pendio dell’omonima collina, l’edificio fungeva da residenza d’otium dei sovrani ed era destinato allo svago e alla caccia. Il Generalife era organizzato attorno a una grande corte con vasca centrale rettangolare, il Patio de la Acequia Real, che riceveva l’acqua dal condotto dell’acequia.

Durante il breve regno di Muḥammad III (1302-1309) venne invece costruito il Partal, uno degli edifici più antichi dell’Alhambra8. Il Partal si affaccia su una grande vasca rettangolare, l’alberca o al-birka, tramite un elegante portico a cinque archi, che dà accesso a un mirador con vista sul quartiere dell’Albaicín e sulla valle del Darro. Sul palazzo svetta la Torre de las Damas, nella quale si trovava la sala di rappresentanza del sultano. Non è chiaro se l’edificio sia stato effettivamente concepito in questo modo, affacciato su uno spazio aperto9, oppure se costituisse parte di un più ampio cortile, racchiuso da portici anche sull’altro lato della vasca10. Sotto gli archi del Partal si possono ancora individuare tracce delle originali decorazioni in stucco a sebka. Le colonne marmoree del portico in stile nasride, invece, sono un’aggiunta del 1965: forse in origine la struttura era sorretta da semplici pilastri in mattoni.

I palazzi nasridi
Fu il sultano Ismā’īl I (1314-1325) a intraprendere la costruzione del primo nucleo degli edifici più sontuosi dell’Alhambra, i palazzi nasridi. Il sovrano decise, infatti, di costruire un nuovo palazzo per la gestione dello stato e le funzioni di rappresentanza chiamato Dār al-Mulk o Qaṣr al-Sultan. Questo edificio corrispondeva al nucleo principale dell’attuale Palazzo di Comares, cui erano annessi un hammam e soprattutto la sala destinata alle udienze giudiziarie e amministrative del regno, il Mexuar. La gran parte di ciò che oggi osserviamo, tuttavia, non è più come ai tempi di Ismā’īl I. Sarà la successiva stagione architettonica promossa dai sovrani Yūsuf I (1333–1354) e Muḥammad V (1354-1359; 1362-1391), la più grandiosa nella storia dell’Alhambra, a definire l’attuale aspetto dei palazzi reali. Questo spirito di rinnovamento porterà alla ricostruzione e all’ampliamento di numerose strutture e segnerà il periodo aureo dell’architettura nasride.

Il Mexuar dell’Alhambra di Granada
La sala del Mexuar, dall’arabo mašwar (“consultazione”, “consiglio”), venne rinnovata da Muḥammad V tra il 1362 e il 1365. Quattro colonne centrali, sormontate da capitelli policromi, sostengono delle grandi mensole abbellite con muqarnas, una particolare decorazione in stucco a nido d’ape, tipica dell’arte islamica. Sulle mensole poggia infine il soffitto ligneo artesonado, caratterizzato da cassettoni con intagli e motivi geometrici. È probabile, tuttavia, che in questo spazio vi fosse originariamente una cupola con lanterna, distrutta intorno al 1540, da cui proveniva la luce per l’illuminazione della sala e sotto cui si trovava il trono del sultano12. Una balconata sul fondo della sala venne aggiunta in epoca cristiana, quando il Mexuar fu trasformato in cappella, per ospitare il coro. Nello stesso periodo vennero aperte anche le finestre laterali13.

Ogni parete del Mexuar era ornata con stucchi, piastrelle azulejos, arazzi e drappi di seta finemente intessuti, mentre altrettanto pregiati tappeti dovevano ricoprire il pavimento. Secondo le consuetudini islamiche, infatti, gli ospiti del sovrano e i funzionari di corte si sedevano per terra su stuoie e cuscini. Talvolta le decorazioni in ceramica formavano schemi e mosaici, chiamati zellij. Tra questi, spesso ricorreva un’iscrizione con il motto della dinastia nasride: “Non c’è vincitore se non Allah”. La tradizione vuole che il fondatore Muḥammad ibn Naṣr pronunciò questa frase in occasione del suo primo ingresso trionfale a Granada.

Al Mexuar erano annessi un piccolo oratorio riservato al sovrano e dotato di miḥrāb, la nicchia che indicava la direzione della preghiera verso la Mecca, e una sala della tesoreria coperta da una cupola.
Il Palazzo di Comares
Il Cuarto Dorado, un’anticamera del Palazzo di Comares con funzioni cerimoniali, dotata di patio14, connetteva il Mexuar al Palazzo di Comares, l’area privata e di rappresentanza del complesso. Cuore dell’edificio era il Patio dei Mirti (Patio de los Arrayanes), un lungo cortile attraversato da una vasca, ai cui lati si trovano ancora oggi dei cespugli di mirto, e chiuso su due lati da portici ornamentali. Il poeta di corte di Muḥammad V, Ibn Zamrak (1333–1393), compose dei versi poetici che furono aggiunti alle decorazioni del cortile, sopra lo zoccolo ceramico dei portici. In origine questi qasā’id, una sorta di panegirico in onore del sultano, erano in totale undici; oggi se ne riconoscono soltanto otto15.
“O eccelso, paziente, valoroso e magnanimo, di stirpe più elevata delle stelle!
Ibn Zamrak, componimento nel Patio de los Arrayanes, 1369-1370. Traduzione a cura dell’autore.
Nel firmamento del regno, quale segno della misericordia, tu appari, rischiarando ciò che l’ingiustizia aveva oscurato”.

Sul lato settentrionale dell’atrio si erge la Torre di Comares, l’ambiente fortificato che ospitava la sala del trono. In questo ambiente, chiamato Sala degli Ambasciatori (Salón de Embajadores), il sultano riceveva le delegazioni straniere e si svolgevano le cerimonie di corte. La stanza, la più grande di tutta l’Alhambra, era coperta da una maestosa volta con struttura a cupola, intarsiata in legno di cedro. La raffigurazione, composta da più livelli di stelle a dodici punte, un tempo dipinta con vivaci colori, simboleggiava forse i sette cieli creati da Allah16. Il trono del sovrano era collocato in una nicchia di fronte all’ingresso, davanti a una finestra a doppio arco incassata nella parete di fondo.
La Sala de la Barca e l’hammam del sultano
Vi si accedeva da un ambiente di collegamento, la Sala de la Barca, così chiamata forse in relazione a una lunga iscrizione di benedizione (baraka) posta sul portico d’ingresso: “Benedetto sia Colui che ti ha affidato il comando dei Suoi servi e che, per mezzo tuo, ha conferito all’Islam grazia e benefici”17. A est del palazzo si trovavano i Bagni di Comares, l’hammam privato del sovrano, costruiti sul modello delle terme romane. L’hammam era composto da vari ambienti, coperti da volte perforate da lucerne di forma stellata o lobata. Vi si riconoscono un apodyterium, adibito a spogliatoio, e i locali del frigidarium, del tepidarium e del calidarium. A differenza delle terme romane, tuttavia, i bagni arabi non prevedevano l’immersione in piscine, ma sfruttavano il vapore oppure l’uso di catini per versare l’acqua sul corpo.

Il Palazzo dei Leoni
Durante il suo lungo regno, Muḥammad V contribuì più di ogni altro all’abbellimento dell’Alhambra. Il sultano promosse uno stile ricercato e maturo, che prendeva ispirazione tanto dalle architetture moresche quanto da quelle cristiane. Muḥammad V salì al trono nel momento più florido della dinastia nasride, nel 1354, dopo che suo padre Yūsuf I era stato assassinato nella Grande Moschea della cittadella. Tuttavia, appena cinque anni dopo, dovette fuggire a causa di una ribellione del fratellastro Ismā’īl II18. Si rifugiò quindi presso il Sultanato dei Merinidi in Marocco dove, durante questo tempo di esilio, poté osservare i grandi palazzi dei sultani berberi. Inoltre, ebbe l’occasione di visitare le rovine delle antiche città romane del Nord Africa, come quelle di Volubilis.
L’occasione per il ritorno a Granada gli venne offerta dall’amico e alleato cristiano Pietro I di Castiglia, che nel frattempo stava costruendo il suo grandioso palazzo mudéjar a Siviglia, il Real Alcázar. Nel 1362 Pietro I fece infatti assassinare il lontano parente Abū Sa’īd (Muḥammad VI), che aveva usurpato il trono dell’Alhambra nel 1360. Riconquistato il potere, Muḥammad V inaugurò altri trent’anni di governo, che cambieranno il volto della cittadella rossa e segneranno l’apice della cultura nasride. Il sovrano non si limitò a rinnovare il Mexuar e il Palazzo di Comares, ma volle edificare un altro, strabiliante, gioiello architettonico: il Palazzo dei Leoni.

L’edificio è organizzato attorno a un grande cortile centrale, il Patio de los Leones, e comprende vari ambienti, riccamente decorati. Mentre il Palazzo di Comares era destinato alle funzioni pubbliche, è probabile che il Palazzo dei Leoni fosse riservato all’uso privato del sultano.
Il Patio de los Leones nell’Alhambra di Granada
Senza tema di essere smentiti, il Patio de los Leones è uno dei luoghi più belli del mondo. L’architettura sembra distaccarsi dalla terra ed elevarsi al cielo con grazia quasi divina. Una selva di esili colonne marmoree, che avvolge uno spazio rettangolare a cielo aperto, è coronata da capitelli cubici, decorati con motivi geometrici e vegetali, un tempo policromi, sui quali si impostano archi slanciati. Simili a eterei ricami della materia, le arcate si scompongono in una trama di stucchi lavorati con motivi a muqarnas e, sulle pareti, a sebka. La decorazione a filigrana sembra alludere alla transitorietà di tutte le cose terrene. Sull’abaco superiore dei capitelli corrono delle iscrizioni con formule epigrafiche, motti e benedizioni.

Sui lati corti del Patio de los Leones si aprono due padiglioni coperti, in maniera simmetrica. Il pavimento del cortile è suddiviso in quattro quadranti da bracci ortogonali, che convergono al centro nella Fuente de los Leones, una scenografica fontana sorretta da dodici leoni scolpiti, uno per ciascun lato. I leoni, tutti diversi tra loro, costituiscono un raro esempio di scultura monumentale nell’arte islamica della penisola iberica. Sul piano simbolico, fungevano da custodi del potere del sultano. Un’iscrizione poetica di Ibn Zamrak corre lungo il bordo della vasca:
“Benedetto sia Colui che ha dato all’imām Muḥammad idee capaci di abbellire le sue dimore!
Ibn Zamrak, iscrizioni nella Fuente de los Leones, 1362–1363 circa. Traduzione dell’autore.
Non vi sono forse in questo giardino meraviglie la cui bellezza Dio ha reso incomparabile?
E una scultura di perle, rivestita di una luce trasparente, adornata ai suoi bordi di perle fini?
L’argento fuso scorre tra le perle, bianco e puro come la loro bellezza.
Tanto si confondono ciò che scorre e ciò che è immobile, che non sappiamo distinguere l’uno dall’altro.
Non vedi come l’acqua scorre nella sua vasca, ma i suoi canali ne nascondono subito il corso?” […].
Il Patio de los Leones era una madrasa?
Non è chiaro se il Patio de los Leones in origine fosse pavimentato come oggi. È stato ipotizzato che intorno alla fontana vi fossero quattro aiuole ribassate, con fiori e alberi d’arancio, sul modello dei giardini quadripartiti islamici. Elemento fondamentale, e complementare, all’architettura del Palazzo dei Leoni è l’acqua, che dalla fontana centrale viene incanalata nelle camere disposte a oriente e a occidente. Nella cultura islamica l’acqua è simbolo di purezza e, nell’Alhambra, il suo mormorio delicato creava un ambiente adatto alla meditazione. Il giardino stesso può essere visto come una rappresentazione del paradiso coranico, in cui scorrono ruscelli perenni.
“È questo il Giardino che è stato promesso ai pii: vi scorrono ruscelli, perennemente vi sono frutti e ombra. Ecco il destino dei timorati di Allah, mentre il destino dei miscredenti è il Fuoco”.
Corano, Sūra XIII, Ar-Ra’d, 35.
Pertanto, alcuni autori suggeriscono che la funzione principale del Patio de los Leones fosse proprio quella di favorire la contemplazione, lo studio e la preghiera19. Nel mondo islamico un edificio di questo tipo, che ospitava un’istituzione educativa e religiosa, dotato di vasca centrale e di un cortile, si chiamava madrasa.
La Sala de los Mocárabes
Sul lato occidentale del cortile si affaccia la Sala de los Mocárabes, così chiamata per la sua originale volta a muqarnas, ormai non più esistente. Sul fianco opposto si trova, invece, la Sala de los Reyes. Il nome di tale ambiente si deve a due dipinti parietali, realizzati a tempera su cuoio, i cui soggetti sono stati tradizionalmente identificati con i sultani di Granada. Tuttavia, se il Patio de los Leones era davvero una madrasa, è più probabile che si tratti della raffigurazione di dotti eruditi. Può darsi che la sala ospitasse la biblioteca reale. I dipinti sono opera di artisti di tradizione occidentale, forse inviati dall’amico e alleato di Muḥammad V, Pietro I di Castiglia.

La Sala de los Abencerrajes e la Sala de las Dos Hermanas
Il luogo di preghiera della madrasa poteva trovarsi, invece, nella Sala de los Abencerrajes, sul lato meridionale del cortile. Le uniche iscrizioni presenti in questo ambiente rimandano, infatti, a dei passi coranici: “Non vi è altro aiuto se non quello che viene da Allah, il Clemente, il Misericordioso.” La sala è coperta da un’imponente cupola stellata, composta da una complessa volta a muqarnas che funge da lucernario.

Altrettanto maestosa è la Sala de las Dos Hermanas, sul fianco opposto del patio. Anche questa stanza è dominata da una qubba centrale con muqarnas policrome, realizzate attraverso sette forme prismatiche di base. Si tratta di uno degli esempi più raffinati dell’architettura nasride, dove la luce, la geometria e le decorazioni in stucco si armonizzano in una composizione senza confini, potente e sbalorditiva. È possibile che la cupola della sala costituisse una rappresentazione del cosmo in movimento, mentre l’ornato volesse raffigurare un giardino, composto da intrecci vegetali e ogni bellezza naturale, come sembrano suggerire alcuni versi poetici di Ibn Zamrak incisi sulle pareti20.
“Io sono il giardino, divenuto oggi ornato di bellezza; contempla la mia bellezza e da essa comprenderai la mia natura. […].
Ibn Zamrak, iscrizioni della cupola nella Sala de las Dos Hermanas, 1362–1363 circa. Traduzione dell’autore.
Senza pari, risplende una cupola luminosa, nella quale si manifesta una bellezza al contempo nascosta e visibile. La costellazione dei Gemelli le tende la mano; la Luna viene a conversare con lei.
Le stelle desiderano incastonarsi qui, senza più ruotare nell’orbita celeste, e attendere sottomesse nei due cortili, facendo a gara nel servirla”.

Come nella vicina Sala de los Abencerrajes, la luce, che filtra dalle finestre della qubba e crea un ambiente mistico e raccolto, gioca un ruolo fondamentale anche sul piano simbolico: si tratta di un rimando alla funzione stessa del sultano, sole che illumina la sua corte.
La conquista dell’Alhambra e la fine del Regno di Granada
Dopo la grande stagione architettonica di Muḥammad V, l’Alhambra restò saldamente nelle mani dei sultani islamici per altri cento anni. Ma sul finire del XV secolo, la situazione politica del regno di Granada iniziò a diventare critica. Nel 1469 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona creò i presupposti di una maggiore stabilità delle due monarchie cristiane che, appena pochi anni dopo, poterono volgere le proprie forze contro il sultanato. Dopo dieci anni di battaglie, il 2 gennaio del 1492 Granada capitolò e il sultano Boabdil dovette abbandonare l’Alhambra, l’ultimo avamposto islamico in Occidente.

Da quel momento, la cittadella andò incontro ad alcuni importanti cambiamenti. Le moschee furono riconvertite in chiese cristiane o abbattute, tra cui la Mezquita Mayor, forse l’edificio più spettacolare dell’Alhambra. Edificata al tempo di Muḥammad III e situata a sud del Palazzo dei Leoni, della Grande Moschea rimangono soltanto alcune porzioni dei bagni. Al suo posto, tra il 1581 e il 1618, fu eretta la chiesa di Santa María. Carlo V, re di Spagna e sovrano del Sacro Romano Impero, a partire dal 1527 commissionò all’architetto Pedro Machuca la costruzione di un vasto edificio rinascimentale. Strutturato intorno a un cortile circolare a peristilio, il Palazzo di Carlo V sorge in prossimità dei palazzi nasridi, su un’area in precedenza interessata dal cimitero reale. Nondimeno, i sovrani cristiani rispettarono l’Alhambra e la preservarono nei secoli, abbagliati dalla sua impareggiabile bellezza, consentendo così a noi, ancora oggi, di ammirarne le incantevoli architetture islamiche.
Samuele Corrente Naso
Note
- F. Arnold, Islamic palace architecture in the western Mediterranean: a history, Oxford University Press, 2017. ↩︎
- J. M. Bloom, S. S. Blair, Granada, in The Grove Encyclopedia of Islamic Art and Architecture, Oxford University Press, 2009. ↩︎
- Ibn Ḥayyān al-Qurṭubī, Kitāb al-Muqtabis fī taʾrīkh rijāl al-Andalus, al-qism al-thālith, ed. M. M. Antuña, Librairie Orientaliste Paul Geuthner, Paris, 1937. ↩︎
- J. M. Bloom, S. S. Blair, Granada, cit. ↩︎
- Ibn al-Khaṭīb, al-Iḥāṭa fī akhbār Gharnāṭa, 2, 98–99, 1369. ↩︎
- B. A. Catlos, Kingdoms of Faith: A New History of Islamic Spain, C. Hurst & Co, Lodon, 2018. ↩︎
- J. Bloom, Architecture of the Islamic West: North Africa and the Iberian Peninsula, 700-1800, Yale University Press, 2020. ↩︎
- J. M. Bloom, S. S. Blair, Granada, cit. ↩︎
- F. Arnold, Islamic palace architecture in the western Mediterranean, cit. ↩︎
- J. Dickie, The Palaces of the Alhambra, in J. Dodds, Al-Andalus: The Art of Islamic Spain, The Metropolitan Museum of Art, New York, 1992. ↩︎
- By Kent Wang from Barcelona, Spain – Alhambra, CC BY-SA 2.0, link all’immagine. ↩︎
- F. Arnold, Islamic palace architecture in the western Mediterranean, cit. ↩︎
- J. B. López, The Alhambra and the Generalife: Official Guide, TF Editores, 2011. ↩︎
- J. Dickie, The Palaces of the Alhambra, cit. ↩︎
- J. M. Puerta Vílchez, J. A. Núñez Guarde, Reading the Alhambra: a visual guide to the Alhambra through its inscriptions, Patronato de la Alhambra y Generalife, Edilux, Granada, 2011. ↩︎
- R. Irwin, The Alhambra, Harvard University Press, Cambridge, 2004. ↩︎
- J. Dickie, The Palaces of the Alhambra, cit. ↩︎
- H. Kennedy, Muslim Spain and Portugal: A Political History of al-Andalus, Routledge, 1996. ↩︎
- J. C. Ruiz Souza, El Palacio de los Leones de la Alhambra: ¿Madrasa, zāwiya y tumba de Muḥammad V? Estudio para un debate, in Al-Qanṭara, 22 (1), 2001. ↩︎
- R. Irwin, The Alhambra, cit. ↩︎


