Le vie di Abbadia San Salvatore, borgo adagiato sul pendio orientale del Monte Amiata, in Toscana, conducono all’antico monastero, luogo sacro e vetusto oltremodo. Guidato da una forza spirituale, il viandante giunge sino al suo cospetto, ne scruta le linee architettoniche sulla facciata, percepisce un’aura mistica che lo invita a entrare. L’Abbazia di San Salvatore domina la piazza antistante come un baluardo dei secoli passati. Osservandola, sembra quasi di udire ancora canti gregoriani librarsi verso il cielo, parole che raccontano di fede, storia e di pellegrini in cerca della salvezza. È qui, lungo i sentieri della Via Francigena, che i fedeli del Medioevo speravano di incontrare la grazia, non lontano dal cenobio di Sce Peitr in Pail, dove aveva soggiornato l’arcivescovo di Canterbury Sigerico1.

San Salvatore sul monte Amiata, un’abbazia longobarda
Fascino e mistero albergano tra le pietre dell’Abbazia amiatina. Una leggenda medievale, la cui prima stesura si fa risalire all’XI secolo, vuole che il monastero venne fondato dal re longobardo Ratchis2. Si narra che il sovrano, colto da un grande desiderio di fede, si fece monaco insieme alla moglie e ai figli. Recatosi nella Tuscia per cercare dei posti idonei alla fondazione di chiese e abbazie, gli giunse voce che sul Monte Amiata i pastori avessero visto un bagliore di luce tra gli alberi “modo trinum modo unum“. Ratchis comprese che si trattava di un segno divino e, raggiunto il luogo, vi fece edificare l’Abbazia di San Salvatore. In una versione differente della leggenda, l’abate cistercense Ferdinando Ughelli, nella sua Italia sacra, tramandava che il re longobardo in persona avesse veduto Cristo Salvatore sulla cima di un abete mentre inseguiva una cerva durante una battuta di caccia notturna3.

La fondazione storica a opera di Erfo, Marco e Anto
Il mito della fondazione, così ricco di richiami simbolici – basti ricordare che nei bestiari medievali il cervo era immagine di Cristo risorto – serviva a sopperire alla mancanza di reliquie di martiri, di cui l’abbazia amiatina era sprovvista. I pellegrini sulla via Francigena giungevano così ad Abbadia San Salvatore sulle orme della leggenda che, nondimeno, custodiva elementi del reale.
Il monastero, infatti, era sorto davvero in età longobarda. La prima fonte documentale che attesta la fondazione di un cenobio sul Monte Amiata si trova nella chiesa di Santa Maria a Sesto al Reghena, in Friuli Venezia Giulia. Lo scritto, datato 762, rivela che furono i nobili fratelli Erfo, Marco e Anto, a recarsi in Toscana per stabilire nuovi monasteri benedettini su commissione del Regno longobardo5. L’intento non era soltanto quello di diffondere la fede nei territori dell’Italia centrale, ma soprattutto di natura politica e militare. I monasteri costituivano dei veri e propri presidi collocati in posizioni strategiche, come la via Francigena, che congiungeva la Francia a Roma. Un diploma regio, risalente al 770, ci informa della morte di Erfo e che le sue spoglie furono sepolte nel monastero da lui voluto: l’Abbazia di San Salvatore6.
Dalla ricostruzione romanica ad oggi
Dell’edificio longobardo nulla sopravvive. I documenti dell’archivio abbaziale tacciono sui decenni successivi, quando, in età ottoniana, il monastero visse un periodo di decadenza. Le fonti sono invece numerose soprattutto nel corso della prima metà del IX secolo e nel primo quarto dell’XI secolo7. È in questi due momenti di grande attività commerciale e politica che l’Abbazia di San Salvatore venne ricostruita. Una serie di ingenti donazioni da parte dei nobili della zona, tra cui il marchese Ugo di Toscana, permise all’abate Winizo di ricostruire in forme romaniche il monastero e la chiesa. Winizo consacrò l’edificio religioso il 13 novembre del 1035 alla presenza del patriarca di Aquileia Poppone.
Si trattò di una vera e propria rinascita in quanto, appena all’inizio del secolo, molti possedimenti abbaziali erano stati dispersi per volere dell’imperatore Enrico II e usurpati dai conti Aldobrandeschi. Al momento della consacrazione, tuttavia, la chiesa di San Salvatore non era ancora completata del tutto. Della pianta a croce commissa, a unica navata, rimanevano da completare il corpo trasversale e parte di quello principale.
Gli interni romanici dell’Abbazia di San Salvatore
Il presbiterio, rialzato a causa della cripta sottostante, è scandito da tre archi che, in successione, creano un mirabile gioco prospettico. L’area absidale era riservata esclusivamente ai monaci, poiché qui si svolgevano le funzioni liturgiche e la lettura del breviario. La navata, costituita da conci in trachite a filaretto e con copertura a capriate, è sobria e misurata, priva di orpelli e sculture, come a voler sollecitare pace e contemplazione. Sulla parete meridionale si aprono sei finestre di varia foggia, mentre su quella settentrionale esse sono cieche. In origine, il transetto era coronato da tre absidi semicircolari, murate nel XIII secolo. Il grande crocifisso posto dietro l’altare maggiore risale al XII secolo e, secondo la tipica iconografia dell’epoca con occhi e bocca aperti, rappresenta il Christus Triumphans.

Nel Duecento, secolo di grande crisi spirituale per l’abbazia, papa Gregorio IX dispose che i monaci benedettini venissero sostituiti da una comunità di cistercensi nel 1227. Da questo momento, la documentazione relativa agli stati architettonici del complesso amiatino diventa ancora più rada. Per avere informazioni certe bisogna attendere il XVI secolo, quando fu costruita la torre nord della facciata (1500-1520).
I rifacimenti barocchi e i successivi restauri
A metà del Seicento, la chiesa abbaziale fu rinnovata secondo i canoni della Controriforma: si provvide a sopraelevare e ad allungare la navata, anche attraverso la demolizione delle prime due campate della cripta sottostante. Francesco e Annibale Nasini dipinsero gli archi del presbiterio, ripercorrendo la storia dell’abbazia (1650-1651). Nelle tre arcate troviamo San Benedetto con la Regola, i quattro Evangelisti e scene della vita di San Bernardo di Chiaravalle; i dodici apostoli; i Dottori della Chiesa. Sulla parete di fondo, gli stessi artisti realizzarono le raffigurazioni delle sante cistercensi. Nella cappella del Santissimo Salvatore spicca il ciclo di affreschi della Leggenda del duca Ratchis, realizzato da Francesco Nasini nel 1652-1653.

La chiesa di San Salvatore subì un importante intervento di restauro nel 1925, anno in cui l’architetto Egisto Bellini della Soprintendenza di Siena, volle riportarla il più possibile all’originario splendore medievale. Ancora nel 1963 si provvide a ultimare i restauri con lo svuotamento della navata centrale, il rifacimento della pavimentazione e la restaurazione delle campate della cripta, demolite nel Settecento.
La facciata
La facciata a capanna oggi visibile è il frutto di questo secolare rinnovamento architettonico. Gran parte del prospetto è stata infatti ricostruita dall’architetto Bellini, che curò i restauri novecenteschi. Del secolo XI sono sopravvissuti solo gli archetti pensili delle torri che fiancheggiano il corpo centrale, sul modello del Westwerk germanico. Al centro della facciata si apre un’ampia trifora, posta in asse con il portale del XIII secolo. L’apertura si collega a una balconata interna da cui era possibile assistere alle funzioni religiose. Il campanile nord, con merlatura, come detto venne ultimato nel XVI secolo, mentre quello sud è incompiuto. Il progetto di entrambe le torri prese avvio solo dopo che l’abbazia venne affidata ai Cistercensi e pertanto ha come terminus post quem il 1227.

La cripta dell’Abbazia di San Salvatore
Scendendo due brevi rampe di scale che fiancheggiano il presbiterio, si accede alla cripta, l’ambiente più affascinante dell’intera Abbazia di San Salvatore. Si viene accolti da una selva di colonne e di capitelli scolpiti in uno stile che si potrebbe definire protoromanico. I fusti, eleganti e slanciati, sovrastati da monumentali volte a crociera, paiono allinearsi e nascondersi all’incedere del visitatore, avvolti da un pregevole gioco di luci e ombre.

La cripta è l’ambiente più antico di tutto il complesso monastico, sebbene la sua datazione sia dibattuta tra gli studiosi. Oggi l’ipotesi prevalente è che i capitelli figurati siano stati scolpiti in un periodo che oscilla tra il 1015 e il 10368. È ancora incerto, invece, se i locali risalgano all’IX secolo, quando potevano costituire la chiesa abbaziale d’epoca carolingia9, o se appartengano anch’essi alla ricostruzione romanica10.


Trentacinque colonne, di cui ventiquattro ancora originali, separano le tre campate della cripta. Tra i capitelli scolpiti troviamo decorazioni vegetali, protomi animali, volti umani e scene figurate di grande impatto.
I capitelli narrativi
Alcuni temi sembrano riferirsi alla leggenda della fondazione abbaziale da parte del re longobardo Ratchis. Così, su una colonna posta nell’absidiola destra, osserviamo alcune protomi canine, una delle quali sta afferrando un volatile, e la figura di un sovrano che impugna uno scettro: si tratta di un rimando alla battuta di caccia in cui apparve il Salvatore.

Un altro capitello, posto in prossimità dell’altare, sembra invece rappresentare i fondatori dell’Abbazia di San Salvatore. Sugli angoli, inframmezzati da teste di cavallo, sono rappresentati quattro importanti personaggi. In direzione dell’altare, al posto d’onore, ecco un uomo con barba, copricapo e una lancia, mentre alla sua sinistra sembra pendere una chiave11. È facile ipotizzare che si tratti di re Ratchis. Nello spigolo alla sua destra, una figura di donna con diadema potrebbe corrispondere alla regina Tassia. Segue l’immagine di un uomo che tiene le briglie di un cavallo e uno scrigno: forse uno staffiere di corte. Infine, sullo spigolo rimanente, un abate con un bastone a forma di tau potrebbe essere identificato con il monaco Erfo, che fu sepolto proprio in quel luogo.

I capitelli decorativi e simbolici
Su un capitello si aggettano alcune protomi taurine, su un altro una vite con molti grappoli aggroviglia un agnello e le teste di una pecora e di un ariete, chiaro riferimento all’Eucaristia e al sacrificio di Cristo. Una colonna, addossata a un muro perimetrale in età posteriore alla sua realizzazione, mostra l’incisione di un’alta croce bizantina processionale o di un’alabarda. Un fusto ospita nella parte superiore un elaborato intreccio a nodo di Salomone.

I capitelli scolpiti nella cripta dell’Abbazia di San Salvatore costituivano un esercizio artistico innovativo, rappresentavano la scintilla iniziale da cui avrebbe preso origine la grande scultura romanica toscana. Allo stesso tempo, essi incarnavano una volontà politica ben precisa, quella dell’abate Winizo che, al sorgere del nuovo millennio, intendeva riportare in auge il monastero attraverso il racconto leggendario della sua fondazione. Era il tempo in cui il prestigio dell’antica abbazia veniva ripristinato grazie al potere evocativo delle immagini e della memoria.
Samuele Corrente Naso
Note
- La submansio X, oggi corrispondente al Podere Voltole. Itinerario di Sigerico, British Library di Londra, catalogato come MS Cotton Tiberius B. V, ff. 23v – 24r. ↩︎
- Fundatio monasterii Sancti Salvatoris Montisamiati, in Monumenta Germaniae Historica. Scriptores Rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, a cura di George Waitz, Hannover 1878. ↩︎
- F. Ughelli, Italia sacra sive De episcopis Italiae et insularum adiacentium, rebusque ab iis praeclare gestis, deducta serie ad nostram usque aetatem, III, 1642-1662. ↩︎
- Di Mongolo1984 – Opera propria, link all’immagine. ↩︎
- W. Kurze, Monasteri e nobiltà nel senese e nella Toscana medievale. Studi diplomatici, archeologici, genealogici, giuridici e sociali, Siena, 1989. ↩︎
- Erfone è sepolto “in ecclesia Sancti Salvatoris in Amiata, quam bona memoria Erfo Abbas a fundamentis aedificavit“. ↩︎
- W. Kurze, Codex Diplomaticus Amiatinus, M. Niemeyer publisher, 1974. ↩︎
- M. Salmi, La scultura romanica in Toscana, Studi d’arte medievale e moderna, A. Maraini, Firenze 1928. ↩︎
- F. J. Much, L’Abbazia di San Salvatore: storia e archeologia dell’architettura. In L’Amiata nel Medioevo. Atti del convegno per il 950° della Abbadia di San Salvatore al monte Amiata (Abbadia San Salvatore, 29 maggio – 1 giugno 1986), a cura di M. Aschieri e W. Kurze, Viella, Roma, 1989.
↩︎ - L. Giubbolini, San Salvatore al Monte Amiata: testimonianze architettoniche e trasformazione di un edificio medioevale. Profilo di una vicenda storiografica, in L’abbazia di San Salvatore al Monte Amiata. Documenti storici, architettura, proprietà, a cura di W. Kurze e C. Prezzolini, All’Insegna del Giglio, Firenze, 1988. ↩︎
- F. Pomarici, Percorsi iconografici nella scultura architettonica della Toscana centromeridionale tra XI e XIII secolo, in W. Angelelli, F. Gandolfo, F. Pomarici, Aula egregia, L’abbazia di Sant’Antimo e la scultura del XII secolo nella Toscana meridionale, Paparo Edizioni srl, 2009. ↩︎


