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Un viaggio nella mitologia tra le fauci di Scilla

 

 

«Arrivai in città ammirando la sua strana posizione. Costruita su una altura discende come un lungo nastro sul versante orientale della montagna, poi girandosi a guisa di S viene a distendersi lungo il mare…».

Così lo scrittore Dumas descriveva il paese calabro di Scilla, la cui rinomanza è legata ai miti greci di Scilla e Cariddi, nonché il Castello Ruffo, che si erge al centro del borgo quasi a dominare lo Stretto di Messina.

 

La storia

Quella di Scilla è una storia molto antica, che affonda le proprie radici nel V secolo a.C., allorquando la zona, caratterizzata da promontori montuosi, costituì un rifugio ideale per i pirati del mar Tirreno, che i tiranni reggini cercarono ripetutamente di contrastare. Riuscitovi, fortificarono l’alto scoglio, che divenne un importante avamposto per il controllo delle rotte marine, quantunque i pirati Tirreni ne ripresero il controllo a seguito della conquista di Reggio da parte del tiranno di Siracusa Dionisio I.

 

Scilla

 

Anche nelle epoche successive Scilla rappresentò un importante punto di approdo, dominante lo stretto di Messina. Tale era la sua importanza che lo scrittore greco Strabone scrisse “Dopo il fiume Metauro c’è un altro Metauro; segue poi il promontorio Skyllaion, in posizione elevata, che forma una penisola con un piccolo istmo a cui si può approdare da entrambe le parti. Anasilao, tiranno di Rhegion, lo fortificò contro i Tirreni, facendone una stazione navale; impedì così che i pirati attraversassero lo Stretto: vicino infatti c’è il promontorio di Caenys … che è l’ultima estremità dell’Italia che viene a formare lo Stretto […]” [1].

 

Il castello di Scilla

La roccaforte voluta dai tiranni reggini fu nel tempo fortificata, diventando un importante castello, arroccato sulla ripida rupe del promontorio scillese. Tale struttura, nota oggi come Castello Ruffo, è una delle più importanti e strategiche fortificazioni in Calabria, e costituisce il frutto di diverse dominazioni, dai tiranni di Reggio, che lo utilizzarono per contrastare i pirati Tirreni, sino ai Romani.

Successivamente, intorno all’anno Mille, il castello divenne un presidio militare normanno, per poi venire acquistato dalla famiglia Ruffo nel XVI secolo. Purtroppo, i forti terremoti del 1783 e del 1908 distrussero gran parte dell’antica struttura del castello. Tutt’oggi, di esso rimangono comunque diversi elementi architettonici. L’ingresso innanzitutto è preceduto dal ponte che conduce sino al portale, un arco a tutto sesto sormontato dallo stemma della famiglia Ruffo.

 

Scilla

scilla. castello

 

Una serie di feritoie, utilizzate dai soldati per osservare e colpire facilmente eventuali nemici, caratterizzano il percorso che conduce sino all’ingresso principale. Quest’ultimo presenta un portale in pietra calcarea di Siracusa, che incornicia il massiccio portone in ferro e legno, mentre nella parte inferiore un’epigrafe ricorda la famiglia Ruffo di Calabria. Proseguendo, è possibile visitare una serie di sale sotterranee, tra cui le terribili carceri note come la “fossa”, nonché la sala d’Armi.

 

Scilla

 

Proseguendo il percorso, si giunge alla piazza d’Armi, punto nevralgico del castello, dove sul lato destro si erge, maestoso, il faro, mentre su quello sinistro sono presenti alcune strutture, tra cui una stanza all’interno della quale si apre un grande balcone, che si affaccia verso l’attuale quartiere di San Giorgio. 

 

 

Al posto giusto e al momento giusto: Scilla si trova situata sulla “Costa Viola”, la riviera così chiamata a causa di un raro fenomeno atmosferico, in cui le nubi e il mare si dipingono intensamente di quel colore. Ebbene, durante la nostra visita, il cielo ha voluto farci omaggio proprio con questa incredibile meraviglia al tramonto.  Vista dal belvedere del Castello Ruffo. 

 

Il mito di Scilla

“L’altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, / vicini uno all’altro, / dall’uno potresti colpir l’altro di freccia. / Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie; / e sotto Cariddi gloriosamente l’acqua livida assorbe. / Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe / paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe.” (Odissea, XII).

 

 

Sin dai tempi antichi lo stretto di Messina ha suscitato grande suggestione, nonché profondo timore per i suoi naviganti, in virtù delle forti ed irregolari correnti che lo caratterizzano. Questo ha contribuito allo svilupparsi di miti e leggende, tra cui quella di Scilla e Cariddi. Essi erano due mostri della mitologia greca, i cui racconti tutt’oggi generano grande fascino.

Scilla era un essere mortale che soleva camminare nella spiaggia di Zancle, dove era amava immergersi nelle acque del Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, vide comparire dalle acque un essere metà uomo e metà pesce: era Glauco, figlio del dio Poseidone. Un tempo il figlio del dio del mare era un pescatore, finché un giorno fu trasformato in un essere di sola natura divina. Capitò, infatti, che dopo una miracolosa pesca adagiò i pesci su un prato d’erba. Con grande sorpresa, si accorse che i pesci riprendevano vita, per rigettarsi nel mare. A quella vista ,Glauco decise di assaggiare l’erba del prato ma subito anch’egli si trasformò e si gettò tra i flutti dello Stretto di Messina. Qui Poseidone lo accolse con benevolenza. 

 

La fuga di Scilla

Scilla non appena ebbe visto Glauco emergere dai flutti, scappò terrorizzata sulla vetta di un monte. Glauco, nel vederla allontanare, iniziò a urlarle il suo amore per lei e a raccontarle la sua triste storia. Tuttavia, a nulla valsero le urla del dio, poiché Scilla non corrispose il suo amore. A quel punto Glauco, preso dallo sconforto, chiese l’aiuto della maga Circe, scoprendo che anch’essa era innamorata di lui. Quando Glauco rifiutò di unirsi alla maga, quest’ultima decise di vendicarsi. Ideò quindi una pozione magica che gettò nelle acque dove soleva bagnarsi Scilla. Ella, non appena vi si immerse, vide il suo corpo trasformarsi in un mostro con delle orribili teste di cani, rabbiose e ringhianti. Spaventata, fu presa dalla disperazione; prese pertanto rifugio nella cavità di uno scoglio, vicino alla grotta dove abitava Cariddi.

Cariddi, anch’essa un mostro, fu così trasformata da Zeus dopo che la fanciulla, figlia di Poseidone e Gea, aveva rubato dei buoi a Eracle. Il re degli dei la condannò eternamente ad ingoiare e rigettare tre volte al giorno l’acqua del mare. Da qui il timore che i due mostri hanno sempre suscitato nei confronti dei naviganti, con Cariddi che, a causa della sua eterna condanna, crea continuamente vortici sullo Stretto, mentre Scilla attenta alla vita dei navigatori, schernendoli con le sue sei teste.

Daniela Campus e Samuele Corrente Naso

 

 

 

NOTE

[1] Strabone, “Geografia”.

 

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