La cattività avignonese del papato

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Che il papa si trovasse a risiedere fuori Roma non era un avvenimento così inconsueto, la città era spesso insicura e ribelle, ma che ciò accadesse per circa settanta anni nessuno poteva immaginarlo. Quando Clemente V trasferì la sede papale ad Avignone, all’inizio del XIV secolo, si pensava sarebbe stato soltanto un breve momento di transizione nella storia della Chiesa. Ma anno dopo anno, decennio dopo decennio, nessuno dei pontefici che si succedevano sul soglio petrino sembrava riuscire a ricondurlo a casa. Ai cristiani dell’epoca questo periodo di permanenza in Francia, che si protrasse dal 1305 al 1376, dovette ricordare il lungo esilio degli Israeliti a Babilonia, tanto che gli storici lo ricordano ancora come la “cattività avignonese” del papato. Così ad esempio Petrarca, che proprio ad Avignone trascorse la sua giovinezza:

“De l’empia Babilonia, ond’è fuggita
ogni vergogna, ond’ogni bene è fori,
albergo di dolor, madre d’errori,
son fuggito io per allungar la vita”.

Francesco Petrarca, Il Canzoniere, sonetto CXIV, XIV secolo1

Eppure non si trattò affatto di un trasferimento forzato! Con scelta e consapevolezza i pontefici decisero di risiedere oltralpe. E se per Clemente V si potrebbe obiettare vi fu l’ingerenza del re di Francia, Filippo il Bello, i suoi successori ebbero la massima libertà d’azione politica e teologale. La cattività avignonese fu un fatto epocale, che segnò con vigore la storia tutta d’Europa e la sensibilità dei fedeli cristiani di quel tempo. Ma come fu possibile che il papa della Santa Romana Chiesa si trovò a risiedere lontano da Roma per un tempo così lungo?

Avignone e la cattività avignonese
Il Palazzo dei Papi di Avignone

L’eredità di Bonifacio VIII

Si può rintracciare l’origine della vicenda nei turbolenti rapporti tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello. Il pontefice fu promulgatore di una linea dottrinale incentrata sulla supremazia della Chiesa, che segnò il culmine della teocrazia medioevale. Bonifacio VIII rivendicava per sé il ruolo di massima autorità temporale sulla terra, oltre che spirituale. I regnanti, giacché cristiani battezzati, dovevano pertanto sottostare al giudizio della Chiesa.

Tale visione politica non poteva che scontrarsi con la regalis potestas dei sovrani europei. L’innesco dei contrasti con Filippo il Bello fu dovuto all’emanazione della bolla Clericis laicos del 24 febbraio 1296, con cui Bonifacio VIII vietava la riscossione di tributi verso gli ecclesiastici. Alla manifesta disobbedienza del sovrano di Francia il pontefice rispose, il 5 dicembre 1301, con la celebre bolla Ausculta fili. Filippo il Bello veniva qui rimproverato e gli venivano addebitati “delitti, crimini e peccati”. Ancora Bonifacio VIII ribadiva il suo indirizzo dottrinale teocratico nella Unam Sanctam del 18 novembre 1302.

Lo “schiaffo” di Anagni

Filippo reagì con decisione. Riunito il Consiglio di Stato presso il Louvre il 12 marzo 1303, propose di arrestare il Papa e metterlo sotto processo con l’accusa di eresia, simonia e sodomia, e soprattutto dell’omicidio di Celestino V. Così facendo sperava di destituire il pontefice dalla sua carica. A tal fine, il sovrano inviò il suo fidato Consigliere di Stato Guglielmo di Nogaret ad Anagni, dove Bonifacio VIII risiedeva, per condurlo in Francia2. Alla spedizione partecipava anche Sciarra Colonna, appartenente alla nobile famiglia romana che tanti conflitti aveva avuto con il Papa. Il 7 settembre del 1303 Guglielmo di Nogaret riuscì a penetrare in Anagni con il suo seguito. Bonifacio VIII fu insultato con veemenza e si racconta che Sciarra Colonna lo colpì in volto, sebbene è probabile che uno “schiaffo” avvenne solo in senso morale. 

Il pontefice non si riprese più da quell’oltraggio: morì appena un mese dopo, l’11 ottobre del 1303, e con lui declinarono le pretese di ogni dottrina universalistica. Tuttavia, il conflitto tra Filippo il Bello e il papato non poté dirsi concluso nemmeno con la morte del Caetani. Il re francese, infatti, decise di proseguire il processo contro di lui post mortem. Questa decisione avrà grandi ripercussioni storiche e condurrà infine, come vedremo, alla cattività avignonese del soglio pontificio.

Filippo il Bello e la famiglia reale francese. Manoscritto di anonimo autore del 1313, classificato come Ms Lat 8504 e custodito alla Biblioteca Nazionale di Parigi

L’elezione di Clemente V e l’inizio della cattività avignonese

In seguito al triste epilogo del pontificato di Bonifacio VIII salì al soglio il dominicano Benedetto XI. Egli, ignorando la bolla Unam Santam, si volse al tentativo di riappacificazione con Filippo il Bello, ma rimase in vita appena otto mesi dopo la sua elezione. Quale incertezza dovesse allora serpeggiare nella Chiesa è facile immaginare. Gli assiomi teocratici del papato non erano più così inviolabili né il conclave cardinalizio, di nuovo riunito a Perugia, riusciva a eleggere un successore. V’era grande indecisione se ripercorrere l’intransigente dottrina di Bonifacio VIII o un’altra più conciliante.

La sede papale rimase vacante per ben undici mesi, anche grazie alle pressioni di Filippo il Bello che incombevano in maniera sempre più invasiva. Venne eletto infine un papa francese: la fumata bianca per Clemente V, al secolo Bertrand de Got, fu annunciata il 5 giugno del 1305. Originario della Guascogna, egli non era un cardinale ma ricopriva la sola carica di arcivescovo a Bordeaux. Non è chiaro se il nuovo papa avesse davvero promesso le decime ed enormi concessioni al sovrano francese pur di indirizzare il conclave, come riportato da Giovanni Villani, cronista contemporaneo ai fatti3. Forse si trattava soltanto di dicerie, che tuttavia si diffusero largamente. Così, Dante Alighieri nella Commedia colloca Clemente V all’inferno, tra i simoniaci, a lui riferendosi come pastor sanza legge:

“[…] ché dopo lui verrà di più laida opra
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.                            

Novo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge”.

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XIX, 82-87

Il papa della Santa “Romana” Chiesa resta in Francia

Clemente V scelse di farsi incoronare a Lione, il 13 novembre 1305, e sembrò tutto sommato legittima una tal decisione per un papa francese. Ma col trascorrere del tempo, pur non esprimendosi mai in maniera formale, non fece mai ritorno a Roma. Il Pontefice adduceva di volta in volta esigenze di carattere politico o legate alla sua salute personale. Clemente V portò dapprima la sua corte a Poitiers e poi dal 1313 ad Avignone, città degli Angiò, conti di Provenza e vassalli del papa. Come se non bastasse, appena eletto decise di nominare nove nuovi cardinali francesi. Le preoccupazioni maggiori del Pontefice, che incisero eccome sulla scelta di rimanere nella sua terra, si rivolgevano verso il rapporto con Filippo il Bello. Nei riguardi del Re egli manifestava gratitudine ma, al contempo, oscillanti tentativi di opposizione.

Se da un lato, infatti, Clemente V abrogava in gran parte le bolle Clericis Laicos e Unam Sanctam di Bonifacio VIII, dall’altro cercava di contrastare la volontà del re di Francia di proseguire con il processo post mortem contro lo stesso suo predecessore. Non era ciò soltanto una questione di principio: la delegittimazione di Benedetto Caetani, anche se successiva alla morte, avrebbe significato inferire un duro colpo all’immagine del papato e alla sua teocrazia. Clemente V riuscì a convincere Filippo il Bello a rimandare il processo più volte. Ma ciò avvenne solo in virtù di una serie di accordi e concessioni che previdero l’assoluzione di Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna, la canonizzazione di Celestino V, e soprattutto lo scioglimento dei Templari. L’Ordine veniva soppresso con la bolla Vox in excelso del 22 marzo 1312, pur essendo scagionato dalle accuse di eresia che gli erano state mosse.

Avignone e la cattività avignonese
Il Palazzo dei Papi di Avignone

Il lungo periodo della cattività avignonese

Il soggiorno ad Avignone, sebbene consentì al Papa di amministrare il governo della Chiesa in maniera assai più tranquilla che in Italia, lasciò i territori della Penisola in una situazione di precaria stabilità. Si rinfocolarono in primis le ambizioni dei ghibellini, capeggiati dai Visconti di Milano e i veronesi Della Scala. In gran misura aumentarono i contrasti a Roma, divisa com’era tra le potenti famiglie gentilizie dei Colonna e degli Orsini. Così, alla morte di Clemente V, intercorsa il 20 aprile 1314, anche i suoi successori si videro costretti a permanere in Francia. A Giovanni XXII, eletto in un Conclave a Lione nel 1316, non rimase che fissare ufficialmente la sede del Papa e la Curia ad Avignone.

Fu questo solo l’inizio della cattività avignonese, che si protrasse per altri sessanta anni. Ancora Dante nel XXXII canto del Purgatorio, con passi d’ispirazione apocalittica, paragonava la Chiesa di quel tempo a una meretrice. Secondo il sommo poeta ella si era concessa a un gigante, ossia il re di Francia, di cui era ormai in balia:

“Sicura, quasi rocca in alto monte, 
seder sovresso una puttana sciolta 
m’apparve con le ciglia intorno pronte;                       

e come perché non li fosse tolta, 
vidi di costa a lei dritto un gigante; 
e baciavansi insieme alcuna volta”.

Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, XXII, 148-153

I tentativi di tornare a Roma

Non mancarono vani sforzi di rientro a Roma da parte dei pontefici. Benedetto XII (1334-1342), ad esempio, manifestò tale intenzione ad alcuni ambasciatori nel 1335. Tuttavia, preso atto dell’impossibilità a causa dei perduranti disordini in Italia, decise piuttosto di edificare ad Avignone un castello fortificato dove risiedere. Sorse, dunque, il primo nucleo del Palazzo dei Papi per mano del mastro architetto Pierre Poisson. La struttura venne poi ampliata dal successore Clemente VI (1342-1352), che tanto amava la città transalpina da volerla acquistare per ottantamila fiorini d’oro dalla regina di Napoli Giovanna d’Angiò. L’edificio avignonese divenne imponente, dovendo al contempo fungere da roccaforte e da palazzo signorile, in grado di ospitare la facoltosa corte papale e gli artisti, i letterati, gli uomini di cultura che ivi si recavano.

Avignone e la cattività avignonese
Il Palazzo dei Papi di Avignone

La “riconquista” del cardinale Albornoz

Ancora Innocenzo VI (1352-1362) sperava di ritornare a Roma allorché inviava in Italia il cardinale spagnolo Egidio Albornoz4. Con due distinti provvedimenti datati 30 giugno 1353, lo nominava legato e vicario in spiritualibus et temporalibus5. In sostanza, il Pontefice gli conferiva il potere di intervenire nelle questioni ecclesiastiche e parimenti giurisdizionali, di riscuotere le decime e addirittura di comminare le scomuniche. Albornoz aveva infatti il compito di rimettere ordine nei territori pontifici e restaurare la piena sovranità del papa. I possedimenti nella Penisola, pur essendo sotto la formale autorità ecclesiastica, erano nei fatti amministrati dai signori locali6.

Albornoz discese in Italia alla guida di un esercito di mercenari e, non senza iniziali difficoltà, già nella primavera del 1354 riusciva a sottomettere l’usurpatore dei territori papali nella Tuscia, il prefetto Giovanni di Vico. L’anno successivo pacificava il Ducato di Spoleto e la Marca di Ancona e, dopo un breve periodo trascorso ad Avignone, riconquistava anche Bologna. Nell’arco di appena cinque anni la gran parte dei territori della Chiesa erano stati ricondotti sotto il controllo del papa.

Gregorio XI pone fine alla cattività avignonese

Le imprese del cardinale Albornoz avevano infine creato quei presupposti di ordine e sicurezza per consentire il possibile ritorno del soglio pontificio in Italia. Ecco che Urbano V (1362-1370), animato di buone intenzioni e da un forte sentimento nostalgico, al quale contribuirono gli scritti di Petrarca, fece ritorno a Roma il 16 ottobre del 1367. Si trattò invero soltanto di un breve periodo. La preoccupazione per il perdurare della Guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra, nei confronti della quale il papa voleva proporsi come mediatore, il rinvigorirsi di disordini nell’Urbe e una ribellione nella vicina Perugia lo costrinsero ben presto, dopo soli tre anni, a ripiegare nuovamente nella fortificata Avignone.

Ciò nondimeno, tale tentativo fu il preludio del definitivo ritorno. Il nuovo pontefice Gregorio XI (1370-1378) fu eletto in un clima di forte risentimento contro il papato francese. Dall’Italia, infatti, giungevano voci di un possibile scisma giacché veniva paventata l’intenzione di eleggere un antipapa. Grande importanza ebbe poi l’insistenza di Caterina da Siena, con la quale il pontefice intratteneva lunghi scambi epistolari. La Santa riuscì con fermezza a persuaderlo di far ritorno a Roma. E così avvenne: il 17 gennaio 1377 Gregorio XI ritornava in città solennemente, ponendo fine alla lunga cattività avignonese e promettendo che mai più un pontefice avrebbe risieduto altrove.

Samuele Corrente Naso

Mappa dei luoghi

Note

  1. F. Petrarca, Il Canzoniere, a cura di Gianfranco Contini, Edizione Einaudi, 1964. ↩︎
  2. E. Dupré Theseider, Bonifacio VIII Papa, in Enciclopedia dei Papi, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000. ↩︎
  3. C. Rendina, I papi, Roma, Edizioni Newton Compton, 1990. ↩︎
  4. G. Mollat, Les papes d’Avignon (1305-1378), Paris 1965. ↩︎
  5. Costituzioni Egidiane dell’anno MCCCLVII, a cura di P. Sella, Roma, 1912. ↩︎
  6. Ibidem nota 3. ↩︎
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