Bonifacio VIII e lo schiaffo di Anagni

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Benedetto Caetani non era un uomo dai facili compromessi, né mai veniva meno la sua determinazione nell’ottenere ciò che voleva. Era stato così sin dall’età più tenera, allorché si era prefissato un giorno di divenire papa. Molto ambizioso era il giovane Benedetto, sebbene fosse nato in provincia: Anagni era lontana dagli ambienti facoltosi di Roma. Chi gli aveva dato i natali, nel 1230 circa [1], apparteneva alla famiglia Caetani, la quale vantava sì lontane ascendenze nobiliari e ricchi latifondi, ma non era ancora così influente nei palazzi dei potenti. A Roma v’erano soprattutto i Colonna, e fu naturale a un certo punto che aspirazioni tanto grandi si scontrassero con il potere precostituito. Tuttavia, il futuro Bonifacio VIII non poteva certo immaginare i risvolti enormi e imprevedibili che tale inimicizia, culminata nel celebre “schiaffo di Anagni”, avrebbe avuto nella storia della Chiesa.

Bonifacio VIII
La Cattedrale di Anagni con la statua di Bonifacio VIII benedicente, realizzata da anonimo laziale nel 1295

La rinuncia di Celestino V

Alla morte di papa Niccolò IV, il 4 aprile 1292, il conclave riunito per l’elezione del nuovo pontefice non riusciva ad accordarsi. Il soglio pontificio rimase vacante per circa due anni, finché non si decise per una soluzione di comodo: Pietro da Morrone, eletto come Celestino V, sembrava la scelta migliore. Mansueto e già molto avanti con l’età, l’eremita avrebbe dovuto traghettare la Chiesa per qualche anno. Eppure la storia tramanda che le cose andarono in maniera molto differente. Pietro da Morrone non aveva alcuna esperienza di governo ecclesiastico; non era stato mai nemmeno cardinale. E il peso delle decisioni, delle responsabilità e forse delle dinamiche di un mondo che non gli apparteneva, iniziò a tormentarlo appena pochi mesi dopo, tanto che egli rimpiangeva di aver accettato l’elezione al papato.

In quel momento, si dice, qualcuno suggerì a Celestino un’idea, una possibilità che nella mente del pontefice iniziò a prendere forza giorno dopo giorno. Secondo una parte della storiografia, sarebbe stato Benedetto Caetani a istigare il Papa all’abdicazione, ma è più probabile che questi avesse maturato la decisione da sé [2]. Invero Benedetto, che nel frattempo era divenuto un influente cardinale a Roma, spinto dall’ambizione e dalla sua famiglia, curò gli aspetti giuridici della questione. E forse scrisse anche la dichiarazione formale che Celestino V, il 12 dicembre 1294, lesse alla presenza del Collegio cardinalizio:

“Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della Plebe, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono […].”

Bolla pontificia del 13 dicembre 1294. Enciclopedia dei Papi, Treccani, 2000

Peraltro si diffuse la voce, soprattutto a causa della predicazione del cardinale Simon de Beaulieu che Benedetto Caetani avesse indotto Celestino alle dimissioni travestendosi da angelo.

“Io sono l’angelo che ti sono mandato a parlare, e comàndoti dalla parte di Dio grazioso che tu immantanente debbi rinunziare al Papato e torna’ ad essere romito” 

I. Montanelli, R. Gervaso, L’Italia dei secoli d’oro – Il Medio Evo dal 1250 al 1492, in Storia d’Italia, Milano, 1967, Rizzoli Editore
Bonifacio VIII e la Cattedrale di Anagni
Fu il vescovo Pietro da Salerno a volere l’edificazione della Cattedrale di Anagni in età romanica (1072-1104). L’edificio si presenta con una spoglia facciata a salienti, provvista di strette monofore sul corpo centrale e tre portali. Innanzi a essa si eleva il massiccio campanile, alto più di trenta metri.

L’ascesa di Bonifacio VIII e la prigionia di Pietro da Morrone

Si trattava certo di una diceria, ma che prese ancor più vigore quando, pochi giorni dopo la rinuncia di Celestino, il 24 dicembre 1294, un nuovo conclave riunitosi a Napoli in fretta e furia elesse papa proprio il Caetani. Il 23 gennaio dell’anno successivo Benedetto sedeva sul trono petrino con il nome di Bonifacio VIII.

Innanzitutto il nuovo pontefice stabilì ad Anagni una sorta di base territoriale [1], una roccaforte sicura per la famiglia Caetani. Riportò quindi la sede papale da Napoli, dove l’aveva collocata Celestino V, a Roma, per sottrarsi all’influenza di Carlo II d’Angiò. In quanto al suo predecessore poi, sospese o annullò tutte le decisioni che quegli aveva preso, eccetto che le nomine cardinalizie. E giacché non si placavano le voci che la rinuncia di Pietro da Morrone fosse stata illegittima, e per timore che potesse essere eletto come antipapa, Bonifacio V lo fece catturare e infine imprigionare presso la rocca dei Caetani a Fumone. Qui l’eremita morì il 19 maggio 1296, all’età di ottantasette anni.

Bonifacio VIII e la dottrina della supremazia della Chiesa

Ancor più determinato fu Bonifacio VIII nel perseguire i suoi interessi politici, promulgando una linea dottrinale che segnò l’apice della teocrazia medioevale. Secondo tale visione, il papa costituiva la massima autorità sulla terra non solo in senso spirituale ma parimenti temporale. Ordunque i regnanti, in quanto battezzati, dovevano essere sottoposti al giudizio della Chiesa. L’indirizzo politico di Bonifacio VIII era inevitabilmente destinato a scontrarsi con la regalis potestas dei sovrani europei. Così, innanzi all’emanazione della bolla Clericis laicos, datata 24 febbraio 1296, con la quale il pontefice vietava di esigere tributi verso gli ecclesiastici, i regnanti cominciarono a indispettirsi.

Filippo il Bello, in particolare, pur dovendo accettare l’imposizione per non incorrere in una scomunica, replicò con degli editti che contenevano misure ritorsive. Il Re vietò l’esportazione di oro e denaro da tutto il territorio della Francia: in tal modo il Papa non poteva usufruire dei ricchi proventi che provenivano da oltralpe. Dopo faticose trattative Filippo il Bello tornò sulle proprie decisioni, ma si trattò della prima crepa nei rapporti tra il papato e il sovrano, che nefasti esiti avranno qualche anno più tardi.

Bonifacio VIII
Presso il presbiterio della Cattedrale è collocata la maestosa cattedra episcopale, realizzata dal Vassalletto nel 1263. Sul dossale spicca un esagramma, simbolo dell’unione in Cristo della natura umana e di quella divina, del mondo materiale e di quello spirituale. Ancora dello stesso autore sono il ciborio che sormonta l’altare maggiore e la colonna tortile del candelabro che regge il cero pasquale.

I contrasti di Bonifacio VIII con i Colonna

Tra le altre cose, Benedetto Caetani sfruttò il prestigio e il potere dato dal soglio pontificio per incrementare le rendite della sua famiglia. Ciò consentì ai Caetani di espandere la propria area di influenza ed effettuare corposi investimenti nell’acquisto di terreni, ma questa intraprendenza finì per indispettire le famiglie nobiliari romane. Più di tutti, i Colonna presero ad avversare il pontificato di Bonifacio VIII, anche con veri e propri atti di ostilità, giacché vedevano minacciata la loro supremazia.

Le frizioni raggiunsero il culmine il 3 maggio del 1297 allorché Stefano Colonna rapinò una carovana pontificia che stava trasportando una somma ingentissima, necessaria ad acquisire alcuni possedimenti degli Annibaldi a Ninfa. Bonifacio VIII pretese e ottenne la restituzione del maltolto, circa duecentomila fiorini, tuttavia la disputa poteva dirsi appena iniziata. Il Papa mal sopportò la beffa, sentendo minacciata la sua stessa dignità personale, sì che tuonava contro i Colonna dinanzi alla piazza di San Pietro gremita di fedeli [3]:

“Come possiamo presumere di giudicare re e principi della terra se non osassimo nemmeno di eliminare un simile vermiciattolo? Periscano dunque nei secoli dei secoli, sì che conoscano che il nome del romano pontefice è noto per ogni dove e che egli è il solo che siede altissimo sopra tutti”

Bonifacio VIII
Cristofano dell’Altissimo, Ritratto di papa Bonifacio VIII (1552 ca.), Galleria degli Uffizi, Firenze

La scomunica di Giacomo e Pietro Colonna

I Colonna potevano vantare due cardinali in seno alla curia romana, Giacomo e Pietro. Essi erano tra coloro che sostenevano illegittima l’elezione del Papa, e alla schiera dei dissidenti, che era divenuta sempre più corposa a causa del governo dispotico di Bonifacio VIII, appartenevano anche gli Spirituali francescani. Jacopone da Todi era uno di loro e non lesinava nelle sue Laude [4] di scrivere terribili invettive contro il pontefice, sino a definirlo:

“Lucifero novello a ssedere en papato,
lengua de blasfemìa, ch’el mondo ài ’nvenenato,
che non se trova spezia, bruttura de peccato,
là ’ve tu si enfamato vergogna è a profirire”

Jacopone da Todi, Laude

Giacomo e Pietro Colonna si riunirono dunque presso il castello di Lunghezza e diffusero un manifesto di aperta protesta. Bonifacio VIII veniva accusato di essere un impostore e, con la minaccia di provocare uno scisma, si invitavano i fedeli alla disobbedienza. Il pontefice reagì furiosamente e già nello stesso giorno, il 10 di maggio 1297, emetteva la bolla In excelso throno con la quale sanciva la deposizione del ministero dei due cardinali. Ancora pochi giorni dopo, il Papa promulgava la bolla Lapis abscissus contenente la solenne scomunica di Giacomo e Pietro Colonna e la confisca dei loro beni.

La cripta di San Magno, patrono di Anagni, fu costruita negli stessi anni della Cattedrale. Abbracciati tra le volte romaniche a tutto sesto e i pavimenti cosmateschi, si rivelano come in un incanto gli eccezionali affreschi di artisti ignoti. Si tratta di un ciclo figurativo tra i più importanti che ci sono pervenuti dell’età medievale, esteso mirabilmente per più di cinquecento metri quadri.

La distruzione di Palestrina

Presto la disputa si spostò anche sul piano militare. Nel settembre dello stesso anno Bonifacio VIII fece assaltare Nepi, all’epoca possedimento dei Colonna, e a dicembre bandì addirittura una crociata contro di loro. L’ultimo baluardo e principale possedimento dei Colonna, Palestrina, si arrese infine nel settembre del 1298, deponendo le armi per trattative. Giacomo e Pietro Colonna, infatti, accettarono di sottomettersi all’autorità di Bonifacio VIII, anche per risparmiare la città. Si recarono quindi a Rieti al cospetto del Papa, vestiti a lutto come penitenti e con una corda legata intorno al collo, per riconoscerne la legittimità.

Ciò nondimeno, quando l’anno successivo i due cardinali fuggirono in Francia, Bonifacio VIII ordinò per ripicca la distruzione di Palestrina: il borgo venne completamente raso al suolo, il terreno fu cosparso di sale e vi fu passato sopra l’aratro “perché non vi resti nulla, nemmeno la qualifica o il nome di città [5]”. Nella città, peraltro, si era rifugiato Jacopone da Todi che, fatto prigioniero, scontò gli oltraggi al pontefice con la scomunica e cinque anni di carcere.

“Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto”…”Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto»…

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno e voi ne orate cento?”

Il giudizio di Dante su Bonifacio VIII, Inferno, Canto XIX

I dissidi con Filippo il Bello

Il tormentato pontificato di Bonifacio VIII sembrò trovare quiete agli inizi del 1300. L’indizione del primo Giubileo della storia, resosi necessario per rispondere alle aspettative escatologiche di centinaia di migliaia di pellegrini che, al cambio di secolo, si recavano a Roma, fu forse il momento più felice da quando era stato eletto. Ma si trattava invero soltanto di una tregua, in quanto ben presto ripresero i dissidi con Filippo il Bello.

Il sovrano aveva accolto presso la sua corte i fuggitivi Pietro e Giacomo Colonna, ma soprattutto giungeva dalla Francia l’inquietante notizia che la bolla Clericis laicos non venisse rispettata. Anzi, all’imposizione di pesanti tributi nei confronti degli ecclesiastici si aggiungeva, nell’ottobre del 1301, l’arresto dell’abate Bernard Saisset, ai quali venivano confiscati i beni [6]. Saisset era titolare dell’importante abbazia di Saint-Antonin e vescovo di Pamiers, ma non solo, era anche un protetto del Papa.

Ausculta fili

Il 5 dicembre 1301 Bonifacio VIII rispose con la pubblicazione della bolla Ausculta fili, manifesto della sua visione dottrinale teocratica: il pontefice rivendicava la supremazia sul potere temporale tanto su quello spirituale. Filippo il Bello veniva quindi aspramente rimproverato di disobbedienza e gli venivano additati “delitti, crimini e peccati”. Il re pensò bene di secretare in Francia il contenuto della bolla, la quale fu data alle fiamme; fece quindi diffondere una versione modificata dello scritto, con il titolo di Deum time, in cui le affermazioni di Bonifacio VIII venivano esasperate a tal punto da suscitare un feroce risentimento popolare nei confronti del pontefice [1]. Filippo il Bello raggiunse il suo scopo con l’indizione a Parigi, per la prima volta nella storia della Francia, degli Stati Generali. L’assemblea ivi riunita decideva all’unanimità di inviare una lettera di protesta al pontefice.

Lungo le ventuno volte a crociera si sviluppa una rappresentazione pittorica ed escatologica della storia dell’umanità, dalla Creazione di Adamo ed Eva al Giudizio Universale. Notevole è la raffigurazione della Creazione dell’Universo. A fianco d’Ippocrate e Galeno trova posto la simbologia medioevale dei quattro elementi e l’analogia tra microcosmo e macrocosmo. Di San Magno, le cui spoglie riposano in uno degli altari, sono rappresentati i miracoli lungo le pareti laterali.

La bolla Unam Sanctam

La reazione di Bonifacio VIII non si fece attendere: riunito un sinodo il 18 novembre del 1302, il Papa emanò una nuova bolla, chiamata Unam Sanctam, con cui ribadiva la sua visione teocratica.

“Nella potestà della Chiesa sono distinte due spade, quella spirituale e quella temporale; la prima viene condotta dalla Chiesa, la seconda per la Chiesa, quella per mano del sacerdote, questa per mano del re ma dietro indicazione del sacerdote […], chi si oppone a questa suprema potestà spirituale, esercitata da un uomo ma derivata da Dio, nella promessa di Pietro, si oppone a Dio stesso. È quindi necessario per ogni uomo che desidera la sua salvezza assoggettarsi al vescovo di Roma”.

Dal testo della Unam Sanctam, tratto da C. Rendina, I papi, Roma, Newton & Compton, 2004

Filippo il Bello era dunque a rischio di scomunica, giacché aveva osato anteporre il suo status di regnante all’obbedienza al papa.

Lo schiaffo di Anagni

La risolutezza di Bonifacio VIII poneva il re di Francia dinanzi a un bivio, se cioè accettare la supremazia della Chiesa oppure andare allo scontro definitivo con il pontefice, e così incorrere nella scomunica. Si decise per quest’ultima opzione non senza averne soppesato i rischi. Con la convocazione del Consiglio di Stato presso il Louvre, il 12 marzo 1303, il sovrano palesava la volontà di mettere il Papa sotto processo, accusandolo di simonia, di eresia, di sodomia e finanche dell’omicidio di Celestino V, e pertanto di destituirlo dalla sua carica. E a siffatto tribunale correvano in aiuto le testimonianze di Pietro e Giacomo Colonna, che si trovavano rifugiati in Francia e che con il Caetani vantavano più di un conto in sospeso.

Ma per far ciò il pontefice doveva essere prima arrestato, era necessario che l’imputato fosse presente durante il processo. Filippo il Bello, dunque, inviò ad Anagni il suo fidato Consigliere di Stato, Guglielmo di Nogaret, per prelevare il Papa e condurlo in Francia [3]. Alla spedizione si unì anche “Sciarra” Colonna, così detto per via del carattere fumantino, che vi partecipò in rappresentanza della sua famiglia.

Il 7 settembre del 1303 Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna riuscirono a entrare ad Anagni indisturbati, avevano infatti corrotto gli abitanti della città, e assediarono l’episcopio, dove Bonifacio VIII si era rifugiato. Penetrati all’interno degli appartamenti, trovarono il pontefice e lo insultarono pesantemente; non è chiaro poi se Sciarra Colonna lo colpì in volto per davvero. L’episodio, passato alla storia come lo “schiaffo di Anagni”, è forse da intendersi soltanto in senso morale.

“Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso”.

Il giudizio di Dante su Sciarra Colonna e Guglielmo di Nogaret, Purgatorio, Canto XX

La morte di Bonifacio VIII

Bonifacio VIII rimase prigioniero nei suoi stessi palazzi per due giorni, trascorsi i quali gli anagnini, per timore che nella loro città venisse assassinato un papa, sgominarono la guarnigione francese e lo liberarono. Il Pontefice, dopo aver benedetto e perdonato Anagni, che appena pochi giorni prima lo aveva tradito, partì per Roma. Ma fiaccato nel morale e nel fisico, Bonifacio VIII non sopravvisse all’oltraggio subito e agli eventi tumultuosi di Anagni. Il Pontefice si spense appena un mese dopo, l’11 ottobre del 1303. Con lui tramontarono definitivamente anche le aspirazioni teocratiche della Chiesa medievale e le pretese universalistiche del papato, ormai incapace di arrestare l’ascesa politica dei sovrani europei.

La scomparsa di Bonifacio VIII non risolverà i contrasti tra Filippo il Bello e il papato. Il re francese, infatti, deciderà di continuare il processo contro il Caetani post mortem, e ciò getterà le basi per gli eventi che porteranno infine alla cattività avignonese del soglio pontificio. Ma si tratta, questo, di ben altro racconto.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] Agostino Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Torino, Einaudi, 2003

[2] A. Frugoni, Il giubileo di Bonifacio VIII, Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, 1950

[3] E. Dupré Theseider, Bonifacio VIII Papa, in Enciclopedia dei Papi, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000

[4] Jacopone da Todi, Laude, Edizione a cura di F. Mancini, Laterza, Roma-Bari 1990

[5] O. Rainaldi, Annales ecclesiastici ab anno 1198 usque ad annum 1534 ab Odorico Rainaldo, IX vol., Colonia Agrippina, 1691

[6] J. M. Vidal, Bernard Saisset (1232-1311), Toulouse, Paris, 1926

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