Quando i primi uomini giunsero nella Piana di Antequera, in Andalusia, videro all’orizzonte il volto misterioso della terra. Simile a una madre che vegliava sui suoi figli, si stagliava ai loro occhi il profilo roccioso della Peña de los Enamorados, rilievo sacro e incontaminato che, allora come oggi, dominava il paesaggio con i suoi 878 metri di altezza. Il corpo pareva adagiato con grazia sulla pianura; il viso, con gli occhi socchiusi, rivolto al cielo. Fu quindi naturale cercare riparo alla presenza della grande montagna, nel corso della vita terrena come per l’eternità. Ad Antequera gli archeologi hanno riscoperto tre straordinarie sepolture monumentali, destinate a ospitare inumazioni collettive: il dolmen di Menga, orientato proprio in direzione della Peña de los Enamorados, il dolmen di Viera e il tholos di El Romeral. Queste tombe, risalenti al Tardo Neolitico e all’età del Rame, costituiscono una delle più importanti testimonianze del megalitismo europeo.

La Peña de los Enamorados e i dolmen di Antequera
La Peña de los Enamorados, ossia la “roccia degli innamorati”, deve il suo nome a una leggenda popolare del luogo. Si narra che due giovani innamorati, un cavaliere cristiano e una principessa moresca, si rifugiarono sulla montagna per sottrarsi ai soldati che il padre della fanciulla, contrario a quell’unione avventurosa, aveva inviato per separarli. Tuttavia, giunti sulla cima del rilievo, compresero di non avere più alcuna via di scampo. Decisero quindi di gettarsi nel vuoto, così da restare insieme per l’eternità1.
Racconti popolari a parte, grazie alla sua bellezza naturalistica la Peña de los Enamorados ha costituito per millenni un importante punto di riferimento della regione. La maestosa fisionomia della montagna, simile al volto di un gigante addormentato, ha ispirato e incantato l’umanità fin dal Paleolitico medio. Già in quell’epoca lontana, infatti, tra i 62.000 e i 37.000 anni fa, gruppi di Neanderthal realizzarono delle pitture rupestri in ocra rossa nella grotta nota come Cueva de las Suertes, lasciando così la testimonianza più antica della presenza umana nella Piana di Antequera2. La frequentazione della valle continuò, ininterrotta, anche nelle epoche successive. A partire dal Tardo Neolitico, infatti, si datano nell’area alcune delle più importanti espressioni del megalitismo non solo della Penisola Iberica, ma di tutto il mondo, tra cui i famosi monumenti dolmenici, oggi patrimonio UNESCO3.
La scelta del luogo per l’edificazione dei dolmen fu intimamente legata proprio alle caratteristiche naturali e paesaggistiche del territorio, crocevia delle principali vie terrestri tra l’Europa continentale, il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico. La fertile pianura alluvionale del Guadalhorce offriva alle popolazioni del Neolitico terre e acqua in abbondanza, un ambiente favorevole allo sviluppo dell’agricoltura. Inoltre, la vicinanza della Cordigliera Betica garantiva l’accesso a preziose risorse litiche e minerarie, come la selce, indispensabile per la realizzazione di strumenti e utensili.
Il dolmen di Menga
Il più antico dei grandi monumenti megalitici presenti nell’area di Antequera è il dolmen di Menga, una sepoltura collettiva risalente al Tardo Neolitico, costruita tra il 3800 e il 3600 a.C. circa4, e un tempo coperta da un tumulo di terra e pietrame di circa 50 metri di diametro. La struttura megalitica si erge su una collinetta che domina la pianura circostante, sul margine meridionale della valle del fiume Guadalhorce.

La camera funeraria del dolmen corrisponde a un ampio corridoio a singola apertura, lungo circa 25 metri e alto circa 3,5 metri. Il vano è delimitato da 23 ortostati in totale e da un lastrone di fondo. Al centro della struttura, tre robusti pilastri contribuiscono a reggere la copertura, costituita da cinque enormi lastre orizzontali, l’ultima delle quali pesante ben 150 tonnellate5. Per fare un confronto, il megalite in sarsen più grande di Stonehenge, eretto tra i 12 e i 15 secoli più tardi, pesa all’incirca 30 tonnellate6. I blocchi litici di Menga furono prelevati dal vicino affioramento tra il quartiere di Los Remedios e il Cerro de La Cruz, nella periferia orientale di Antequera, e dovettero essere trasportati per circa un chilometro7. L’impresa richiese l’utilizzo di rulli di legno e di una considerevole forza lavoro, oltre che di conoscenze architettoniche senza precedenti nella lavorazione della pietra.
All’interno del dolmen di Menga riposavano i resti di alcune centinaia di individui, probabilmente appartenenti all’élite della comunità insediata nell’area. Le imponenti dimensioni del monumento e l’elevato numero di sepolture suggeriscono che nel Neolitico il territorio di Antequera ospitasse una popolazione numerosa e ben organizzata.
Il pozzo sacro
Sul fondo della camera funeraria, in posizione centrale a ridosso dell’ultimo pilastro, nel 2005-2006 gli archeologi hanno scoperto un pozzo profondo circa 20 metri, che intercetta la falda acquifera8. Vale la pena interrogarsi sulla presenza di una fonte d’acqua potabile all’interno di un dolmen, una singolarità che non ha eguali nell’architettura megalitica in Europa. Purtroppo, non è ancora stato possibile datare l’epoca di costruzione del pozzo e, sebbene la sua collocazione suggerisca che sia stato concepito insieme al dolmen di Menga, già nel IV millennio a.C., non si può escludere che sia stato ricavato in un momento successivo, forse durante una fase di riutilizzo del monumento a scopo rituale9.

L’allineamento astronomico
Mentre quasi tutti i dolmen della Penisola Iberica sono orientati a est, in direzione del sorgere del sole agli equinozi, l’ingresso del dolmen di Menga è invece allineato a nord-est, verso la Peña de los Enamorados, ben visibile e situata a pochi chilometri di distanza. È evidente il richiamo simbolico alla montagna in quanto madre di vita e di rigenerazione. Il rilievo appariva come l’immagine del volto della natura benigna, alla quale veniva affidata la rinascita dei defunti dopo il passaggio nell’aldilà. In particolare, è stata notata una possibile relazione tra l’orientamento del dolmen di Menga e una particolare grotta sul fianco nord-occidentale della Peña de los Enamorados, nota come Riparo di Matacabras, situato sullo stesso asse visivo10. Il sito conserva alcune pitture rupestri con figure geometriche che suggeriscono una frequentazione alla fine del IV millennio a.C., poco prima della costruzione del dolmen.
Oltre a ciò, l’allineamento di Menga, disposto in modo asimmetrico rispetto al suo asse longitudinale di circa 15° a nord, fa sì che, durante il solstizio d’estate, venga illuminata dalla luce solare solo la parte destra della camera funeraria, mentre quella sinistra rimanga all’ombra11.

Terra, sole e acqua: la funzione rituale del dolmen di Menga
Tutto fa pensare che il dolmen di Menga fosse concepito come un monumentale tempio-santuario, la cui funzione andava oltre quella di una semplice tomba collettiva. È probabile che il monumento costituisse il luogo sacro dove si svolgevano complessi rituali dedicati alle principali forze della natura, essenziali per le comunità agricole del Neolitico: il sole, il cui percorso celeste poteva essere osservato dal vano sepolcrale; l’acqua, accessibile tramite il pozzo interno; e la terra, simboleggiata dalla presenza della montagna13. Al contempo, il legame con questi potenti elementi del cosmo, generatori della vita, avrebbe garantito il passaggio dei defunti verso una nuova esistenza nell’aldilà.
Il dolmen di Viera
Un corridoio interno, lungo circa 21 metri, introduce alla camera funeraria del dolmen di Viera, situato a poche decine di metri a sud-ovest di Menga. Il monumento, anch’esso ricoperto da un tumulo “gemello” di 50 metri di diametro, fu realizzato durante l’età del Rame, tra la fine del IV e gli inizi del III millennio a.C.14. Poiché situato sul tragitto tra la cava di estrazione del materiale litico, a est di Antequera, e il sito di Menga, il dolmen di Viera risale con certezza a un momento posteriore. È logico immaginare che, a quel tempo, i pesanti blocchi di pietra di Menga transitarono lungo un percorso ancora privo di ostacoli15.

In origine il corridoio del dolmen di Viera era formato da 16 ortostati per ciascun lato e da 10-11 lastroni orizzontali di copertura. Tuttavia, oggi alcuni blocchi litici non sono più presenti. L’accesso al vano sepolcrale è fornito da una stretta apertura quadrata ricavata in un monolite sul fondo del corridoio. La camera funeraria, quadrata e angusta, è delimitata sui lati da altri tre grandi monoliti.
Simboli e pitture nel dolmen di Viera
Tracce di pittura e incisioni sono sopravvissute sia nel corridoio che nella camera funeraria. Furono realizzate sopra uno strato di intonaco bianco, probabilmente a base di calce, che ricopriva le superfici interne dei blocchi litici. Le decorazioni, di colore rosso, includono motivi a zig-zag, cerchi, triangoli, bande incise, coppelle e una possibile figura antropomorfa su un ortostato del vano sepolcrale. Gli archeologi hanno poi individuato un complesso schema decorativo a bande. Uno strato di bianco ricopriva lo zoccolo dei monoliti, mentre un pigmento nero venne utilizzato per riempire delle fasce orizzontali e verticali. All’interno della camera funeraria la decorazione consisteva in una serie di fasce nere e rosse su uno strato bianco. Questa era sovrapposta a disegni geometrici più antichi, a rilievo, costituiti da triangoli rossi16.

Il monumento megalitico è orientato verso l’alba negli equinozi di primavera e d’autunno, così che la luce solare penetri fino al bordo della camera sepolcrale17.
Il culto degli antenati nei dolmen di Antequera
Ci sono alcune evidenze che molti dei megaliti utilizzati nei dolmen di Viera e di Menga non furono realizzati per l’occasione. Residui di pitture e di lavorazioni più antiche suggeriscono infatti un loro precedente impiego nell’area come statue-stele18. A Viera, ad esempio, la lastra con il portello d’accesso alla camera funeraria presenta delle decorazioni interrotte su entrambe le facce, mentre altri ortostati hanno delle terminazioni oblique sulle sommità, interpretabili come il risultato della frammentazione di monoliti più grandi. Nel dolmen di Menga, invece, sembra essere di reimpiego la lastra di fondo del vano, in quanto appare tagliata e levigata sul lato sinistro.

Dunque, non bisogna considerare le grandi pietre che componevano i dolmen di Antequera come dei semplici elementi strutturali. Piuttosto, si trattava di veri e propri supporti simbolici atti a custodire la memoria monumentale del luogo. È possibile che l’area ospitasse, in un passato ancor più remoto, un centro di culto dedicato agli antenati-eroi. Una delle ipotesi più suggestive propone l’esistenza di un cromlech circolare attorno all’area di Menga. I monoliti antropomorfi di questo complesso, smontati e frammentati, sarebbero stati in seguito reimpiegati nelle nuove costruzioni dolmeniche, affinché potessero vegliare sul passaggio dalla vita alla morte.
Il riutilizzo delle stele rispondeva anche a criteri ideologici, permetteva cioè di rievocare il passato come strumento di affermazione sociale e identitaria. I templi funerari di Menga e Viera rappresentano dunque il punto d’arrivo di complessi processi di trasformazione che segnano un nuovo modo di agire e di pensare degli uomini che vissero a cavallo tra il Tardo Neolitico e l’età del Rame, la cui eredità verrà raccolta dai costruttori dell’ultimo grande dolmen di Antequera: il tholos di El Romeral.

L’ultimo dolmen di Antequera: il tholos di El Romeral
Il tholos di El Romeral, distante poco meno di 2 chilometri dalle altre sepolture dolmeniche di Antequera, fu edificato in un momento più recente dell’età del Rame, probabilmente nel III millennio a.C., ma su questo punto non c’è ancora accordo tra gli studiosi. Il monumento megalitico, coperto da un enorme tumulo, presenta due camere funerarie circolari, poste su uno stesso asse e interconnesse da un passaggio interno. I vani funerari sono accessibili tramite un corridoio di circa 26 metri, costituito da muri a secco, e provvisto di una copertura a lastroni.

La caratteristica più rilevante del monumento di El Romeral risiede nelle due camere, sormontate da false cupole a tholos. Tali strutture architettoniche sono ottenute mediante la progressiva aggettanza di filari in pietra e sono sigillate al vertice da un possente lastrone di copertura. Il primo vano funerario, più ampio, misura circa 4,2 metri di diametro. Quello di fondo, raggiungibile tramite una stretta apertura, possiede un diametro di circa 2 metri.

Il tholos di El Romeral sorge sulla stessa direttrice tra la Peña de los Enamorados e il dolmen di Menga. A differenza di quest’ultimo, tuttavia, è orientato verso sud-ovest e guarda alla catena montuosa di El Torcal, ricca di fenomeni carsici e grotte naturali, tra cui la Cueva del Toro, dove sono state rinvenute testimonianze di una frequentazione umana nel primo Neolitico (V-IV millennio a.C.). Ancora una volta, è il paesaggio intorno ad Antequera, suggestivo e ricco di mistero, rivestito di un profondo valore simbolico, a stabilire una relazione sacra tra la vita e la morte, tra il passato e il presente.
Samuele Corrente Naso
Note
- Juan de Vilches, De rupe duorum amantium apud Antiquariam sita, Sevilla, 1544. ↩︎
- M. Romero Pérezi
P. Cantalejo Duarteii, M. del Mar Espejo Herreríasiii, C. Liñán Baenaiv, Y. del Rosal Padialiv, I. Sánchez Marcosv, L.-E. Fernández Rodríguez, La Cueva de las Suertes, primera estación con arte paleolítico en Antequera, in Mainake: estudios de arqueología malagueña, XXXIX, 2021. ↩︎ - Si rimanda alla scheda sul sito web dell’UNESCO. ↩︎
- L. García Sanjuán, A. Medialdea Utande, V. Balsera Nieto, C. Athanassas, I. Dias, A. L. Rodrigues, M. Cintas-Peña, Nuevas aportaciones a la cronología numérica del dolmen de Menga, in L. García Sanjuán, La Intervención de 2005-2006 en el Dolmen de Menga: Investigando la Génesis de Un Monumento Neolítico Excepcional, Universidad de Sevilla y Editorial Almuzara, Sevilla, 2022. ↩︎
- J. A. Lozano Rodríguez, L. García Sanjuán, F. J. Jiménez-Espejo, A. M. Álvarez-Valero, J. M. Arrieta, E. Fraile-Nuez, A. García-Alix, R. Montero Artus, F. Martínez-Sevilla, Early science and colossal stone engineering in Menga, a Neolithic dolmen (Antequera, Spain), in Science Advances, 23 agosto 2024. ↩︎
- M. Parker Pearson, The sarsen stones of Stonehenge, in Proceedings of the Geologists’ Association, 127 (3), 2016. ↩︎
- P. Bueno Ramírez, R. de Balbín Behrmann, R. Barroso Bermejo, Steles, Time and Ancestor in the Megaliths of Antequera, Málaga (Spain), in Menga. Revista de Prehistoria de Andalucía, 08, 2017. ↩︎
- L. García Sanjuán, C. Mora Molina, La Intervención de 2005 en el Dolmen de Menga. Temporalidad, Biografía y Cultura Material en un Monumento del Patrimonio Mundial, Junta de Andalucía y Universidad de Sevilla, Sevilla, 2018. ↩︎
- L. García Sanjuán, C. Mora Molina, R. Montero Artús, El pozo de Menga: Una estructura hidráulica excepcional, in L. García Sanjuán, C. Mora Molina, La Intervención de 2005 en el Dolmen de Menga. Temporalidad, Biografía y Cultura Material en un Monumento del Patrimonio Mundial, Junta de Andalucía y Universidad de Sevilla, Sevilla, 2018. ↩︎
- L. García Sanjuán, M. A. Rogerio Candelera, J. A. Lozano Rodríguez, M. Bueno, R. De Balbin, Landmark of the past in the Antequera megalithic landscape: A multi-disciplinary approach to the Matacabras rock art shelter, in Journal of Archaeological Science, 95, 2018. ↩︎
- A. Morgado-Rodríguez, R. José Antonio Lozano, Prehistoric Engineering and Astronomy of the Great Menga Dolmen (Málaga, Spain). A Geometric and Geoarchaeological Analysis, in Journal of Archaeological Science, 41, 2014. ↩︎
- Disegno di C. Mora Molina, CC BY 4.0, tratto da L. García Sanjuán, C. Mora Molina, Intervenciones en los Dólmenes de Antequera (1840-2020). Una revisión crítica, in
Trabajos de Prehistoria 77 (2), 2020. Link alla risorsa. ↩︎ - L. García Sanjuán, C. Mora Molina, Menga, Templo Neolítico a La Tierra, in Andalucía En La Historia (Enero), 2020. ↩︎
- G. Aranda Jiménez, L. García Sanjuán, Á. Lozano Medina, M. E. Costa Caramé, Nuevas dataciones radiométricas del dolmen de Viera (Antequera, Málaga). Colección Gómez-Moreno, in Menga. Revista de Prehistoria de Andalucía, gennaio 2013. ↩︎
- L. García Sanjuán, C. Mora Molina, Á. Lozano Medina, G. Aranda Jiménez, La cronología radiocarbónica del dolmen de Menga, in L. García Sanjuán, C. Mora Molina, La Intervención de 2005 en el Dolmen de Menga. Temporalidad, Biografía y Cultura Material en un Monumento del Patrimonio Mundial, Junta de Andalucía y Universidad de Sevilla, Sevilla, 2018. ↩︎
- M. Bueno, R. De Balbin, Secuencias de arquitecturas y símbolos en el dolmen de Viera (Antequera, Málaga, España), in Menga. Revista de Prehistoria de Andalucía, 04, 2013. ↩︎
- Michael Hoskin, Tombs, Temples and their Orientations. A New Perspective on Mediterranean Prehistory, Ocarina Books, Bognor Regis, 2001. ↩︎
- P. Bueno Ramírez, R. de Balbín Behrmann, R. Barroso Bermejo, Steles, Time and Ancestor in the Megaliths of Antequera, cit. ↩︎


