Geroglifici e simboli sacri dell’Antico Egitto

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Quando Jean François Champollion riuscì per primo a decifrare i geroglifici nel 1822, a partire dalla Stele di Rosetta, aveva dovuto superare notevoli difficoltà interpretative. La scrittura degli Antichi Egizi, infatti, appartiene a una concezione del mondo assai differente rispetto a quella dell’uomo occidentale. In primis egli dovette abbattere un radicato pregiudizio antropologico-evoluzionistico, il quale asseriva il primato delle moderne forme di pensiero rispetto a quelle antiche; Champollion dovette riconoscere che non solo la scrittura geroglifica appartenesse a una cultura estremamente raffinata, ma che essa fosse ben più complessa di quelle odierne.

Le origini di ognuno di quei tremila simboli che compongono il geroglifico, “sacra incisione” come vuole la fuorviante etimologia del termine1, si perdono nei millenni di storia dell’Antico Egitto. Essi, infatti, non erano esclusivamente destinati ai templi e le aree sacre, come si potrebbe supporre; piuttosto erano espressione di una quotidianità pratica, in cui il senso del sacro veniva talvolta rievocato.

La Stele di Rosetta al British Museum di Londra

La molteplicità figurativa dei geroglifici

Champollion per primo comprese la molteplicità interpretativa, la stratificazione concettuale sottesa a questa forma di scrittura. Essa è, infatti, fonetica; alfabetica e sillabica; ma è anche figurativa. Ed è proprio in questa sua valenza dell’essere rappresentativa, attraverso i pittogrammi e gli ideogrammi di significato, che si cela la complessità. Ogni geroglifico indicava un oggetto del reale, ma al contempo ne poteva evocare una qualche accezione concettuale. Ad esempio, un orecchio poteva indicare il senso dell’udito; una vela rigonfia era significazione del vento e così via. Tale metodologia nasceva dall’esigenza di rappresentare il reale quanto l’astratto, e solo di rado si faceva ricorso a poche figurazioni simboliche, che saranno più avanti esaminate.

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Geroglifici tratti da una copia del Libro dei Morti presso il Museo Egizio di Torino

Il valore fonetico dei geroglifici

Appare chiaro come, al crescere della complessità concettuale di ciò che doveva essere raffigurato, per gli Antichi Egizi aumentava parimenti la difficoltà di reperire ideogrammi adeguati. Tale criticità fu risolta attraverso l’associazione dell’espressione fonetica della lingua con gli ideogrammi stessi, a prescindere da ciò che essi in origine rappresentassero. Cosi, per indicare il concetto di figlio veniva disegnata un’oca per il solo fatto che le parole “figlio” ed “oca” possedevano le stesse consonanti. È chiaro come la reale pronuncia dei due termini differisse, ma questo è un aspetto destinato a rimanere a noi incerto.

La combinazione dei geroglifici utilizzati andava quindi a comporre l’affermazione linguistica ricercata. In essa, giustappunto, non contava affatto l’ordine di comparizione degli elementi, ma la loro raffigurazione in quanto insieme fonetico e figurativo. Pian piano, per un uso più immediato della scrittura, i geroglifici cominciarono ad essere rappresentati in maniera sempre più stilizzata al fine di indicarne il valore fonetico. È così che si originò una forma corsiva del geroglifico, denominata ieratico. Ulteriore semplificazione stilistica condusse, poi, ad una forma più immediata, d’uso popolare: il demotico.

Alcuni geroglifici con accezioni simboliche

I geroglifici sono ideogrammi in quanto rivelano un concetto intimamente legato alla rappresentazione, ma non tutti sono simboli. L’accezione di simbolo è connessa ad un valore più ampio, che richiama una realtà astratta, non immediatamente visibile. Così la croce è simbolo del Cristianesimo, in quanto esprime un valore universale di appartenenza a un gruppo, in accordo con la stessa etimologia latina del termine symbolum (“segno di riconoscimento”), derivazione della parola greca συμβάλλω (“mettere insieme”). Per siffatte considerazioni, i geroglifici impiegati come simboli sono piuttosto rari, avendo questa forma di scrittura un uso più aderente alla praticità del reale. Tuttavia, quei pochi che appaiono come tali, assumono un profondo significato e molte sfaccettature. Saranno quindi presi in esame alcuni geroglifici che assumono una valenza simbolica propiziatoria, apotropaica o di culto: l’Ankh, il disco solare, lo Djed, Kheper e lo Udjat2.

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Geroglifici incisi su una stele funeraria, Museo Archeologico di Firenze

Ankh

Conosciuto anche con il nome di “chiave della vita”, l’Ankh era rappresentato come una croce ansata, ovvero una croce sormontata da un cerchio. Il suo significato simbolico rimanda alla vita, al soffio vitale che permea l’esistenza. Quest’ultima è da intendersi sia nell’accezione terrena che in quella dell’oltretomba, giacché gli Antichi Egizi credevano nell’immortalità dell’anima. L’Ankh è simbolicamente la chiave dei cancelli dell’aldilà.

Howard Carter, il famoso scopritore della Tomba di Tutankhamon, riconduceva l’origine dell’ideogramma all’unione simbolica tra il principio maschile e quello femminile. In effetti, l’ansa è per eccellenza il simbolo di Iside, e in tal senso raffigura l’utero, mentre il tau è associata ad Osiride.

Ra, nelle sue sembianze di falco, tiene sollevata una chiave della vita (Ankh) nel Pyramidion di Ramose, Museo Egizio di Torino

Il disco solare

La rappresentazione del disco solare era immagine del sole in quanto astro, e dei suoi aspetti connessi al culto. La religione degli Antichi Egizi era un monismo, principio secondo il quale le divinità sono le differenti sfaccettature della realtà. Per tale ragione, il disco solare indicava anche Ra, principio divino del sole a mezzogiorno. Esso era adorato come custode del cielo, della terra e dell’oltretomba. Ra era colui che, attraverso la sua barca solare (Mandjet), permetteva il continuo alternarsi della luce e delle tenebre, della vita e della morte.

Nell’elemento architettonico compare più volte il geroglifico del disco solare, Aton durante il periodo di eresia amarniana. Museo Egizio di Torino

Lo Djed

Lo Djed è la rappresentazione figurativa della spina dorsale di Osiride, che idealmente sorregge la volta del firmamento. Osiride è, infatti, il custode dell’oltretomba, che gli Antichi Egizi identificavano nella costellazione di Orione. Pertanto, lo Djed è simbolo di stabilità e dell’eternità della vita. La rappresentazione di Osiride all’interno di una camera sepolcrale non è soltanto un buon augurio, ma è creduta come la presenza reale del dio che accoglie l’anima nell’oltretomba. Uno straordinario esempio lo si può rinvenire nella Tomba di Senenmut.

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Al centro lo Djed, Museo Archeologico di Firenze

Kheper

Gli Egiziani dovettero rimanere sorpresi dalla caparbietà dello stercoraro nello spingere una palla di sterco, molto più grande di lui, ogni giorno all’alba verso Oriente. Per tale ragione, lo scarabeo fu connesso al culto del sole, che ripercorre lo stesso tragitto. Ben presto la figura di questo industrioso insetto fu introdotta nei geroglifici; si credeva che esso, chiamato Kheper, potesse rigenerarsi a partire dalla palla che faticosamente fa rotolare. L’ideogramma dello scarabeo è, pertanto, figura simbolica della resurrezione. Il termine stesso “divenireassume le stesse consonanti di kheper. Lo scarabeo aveva, quindi, valore propiziatorio ed era deposto nelle tombe per augurare il passaggio dalla vita alla morte del defunto.

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Ankh e Kheper in una stele presso il Museo Archeologico di Firenze

Lo Udjat

Meglio noto come Occhio di Horus, lo Udjat era utilizzato dagli Antichi Egizi come simbolo di protezione e buona salute. Tale significato simbolico rimanda al mito di Horus e Seth e della loro eterna lotta cosmogonica. Nel tentativo di vendicare l’uccisione del padre Osiride, Horus avrebbe subito la perdita di un occhio. Horus fu guarito dal dio Thot, divenendo nuovamente udjat, cioè integro.

L’Occhio di Horus, Museo Archeologico di Firenze

In tal senso, l’occhio di Horus è simbolo del prevalere dell’ordine cosmico sul caos, della vita che non perisce sulla morte. Esso garantiva la funzione extra-empirica di proteggere l’integrità del defunto dopo il trapasso.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Clemente Alessandrino, Stromata, V, 4,20. ↩︎
  2. B. Feraudi, Geroglifici egiziani. Libro della scrittura del linguaggio sacro d’Egitto, 1971. ↩︎
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