Lungo le pendici occidentali del monte Tifata, nei pressi di Capua, sorge la vetusta basilica di Sant’Angelo in Formis. L’edificio, austero e modesto nelle sue dimensioni, si affaccia con grazia su un bel terrazzamento che domina la vallata sottostante. La sacralità del luogo si percepisce ancor prima di visitare la chiesa: è nella natura, ordinata con armonia, nel silenzio e nel cielo azzurro, che da quest’altura sembra un po’ più vicino. A Sant’Angelo in Formis da millenni gli uomini cercano un incontro con il divino, almeno da quando il declivio della montagna ospitava un tempio pagano dedicato alla dea Diana. La tradizione tramanda che siano stati i Longobardi, molti secoli dopo, a fondare per primi una chiesa cristiana sul posto. La dedicarono all’Arcangelo Michele, santo comandante delle milizie celesti e loro protettore.
Tuttavia, di essa la storia ha perso memoria e la basilica oggi visibile è il frutto di una ricostruzione romanica avvenuta nell’XI secolo. Sant’Angelo in Formis è, infatti, l’unico edificio superstite di un complesso monastico benedettino, un tempo tra i più potenti e influenti nel Sud Italia. Le strutture dell’abbazia comprendevano, oltre alle celle per i monaci, l’officina monachorum, un ospedale, una foresteria per i pellegrini, una sacrestia e un sacello dedicato a San Nicola1. La più grande meraviglia, giunta sino a noi in mirabile stato di conservazione, invece trovò posto all’interno della chiesa. Le pareti vennero dipinte con straordinaria maestria da sapienti artisti, che realizzarono un’opera unica e immortale. Il ciclo di affreschi di Sant’Angelo in Formis è la più alta testimonianza della pittura romanica in questa regione del Meridione, nonché uno dei più belli in tutta Italia.

Il monastero benedettino di Sant’Angelo in Formis
Le notizie più antiche su Sant’Angelo in Formis risalgono soltanto al X secolo. Una bolla papale di Marino II, datata 943, rivela che la chiesa era stata donata dal vescovo di Capua, Pietro I (925-938), ai monaci benedettini di Montecassino, affinché se ne prendessero cura2. Era poi stata data in beneficio a un diacono della diocesi per un breve tempo, alla scadenza del quale il nuovo vescovo capuano, Sicone, non l’aveva più restituita. Dunque, papa Marino II, ordinava che la chiesa ritornasse immediatamente alla casa madre. Dopo un secolo circa, nel 1065, il prelato Ildebrando donò Sant’Angelo in Formis al principe normanno di Capua, Riccardo I, che voleva “construere et edificare coenobium” per la salvezza della sua anima3. L’anno successivo il sovrano conferì al monastero da lui fondato ricche concessioni e molti privilegi; quindi nel febbraio del 1072 lo offrì all’abate Desiderio di Montecassino4.
La costruzione della basilica
La basilica di Sant’Angelo in Formis venne edificata nella seconda metà del X secolo, ma non è chiara l’esatta cronologia dei lavori. Se si attribuisce la costruzione dell’edificio al principe Riccardo I, essi si sarebbero svolti nel 1065-10665, insieme alla fondazione del cenobio. Nondimeno, non vi sono evidenze archeologiche di un intervento edilizio in quegli anni. Anche l’unico indizio possibile, un capitello con decorazione ad alveoli reimpiegato come acquasantiera, potrebbe essere antecedente a Riccardo6. D’altra parte, l’iscrizione dedicatoria sul portale d’ingresso menziona invece l’abate Desiderio. Il religioso è inoltre raffigurato negli affreschi absidali mentre regge il modellino della chiesa. Il nimbo quadrato sul suo capo indica che fosse ancora in vita al momento dei lavori. Se dunque il fautore della ricostruzione fu Desiderio, ciò avvenne non prima del 1072, anno in cui ricevette in dono l’edificio, né oltre il 1086, quando fu eletto pontefice con il nome di Vittore III7.
“Conscendes celum, si te cognoveris ipsum / ut Desiderius qui Sancto Flamine plenus / complendo legem Deitati condidit edem / ut capiat fructum qui finem nesciat ullum”.
“Salirai al cielo, se conoscerai te stesso, come Desiderio che, pieno di Spirito Santo, adempiendo alla legge, edificò il tempio di Dio, affinchè colga il frutto che non conosce alcuna fine”.
Traduzione da P. Gravina, La basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant’Angelo in Formis8.

L’architettura di Sant’Angelo in Formis
La basilica di Sant’Angelo in Formis venne costruita utilizzando il locale tufo grigio. La facciata, a salienti, è provvista di tre monofore e, al pian terreno, è introdotta da un portico del XII secolo, forse costruito in sostituzione di un originale romanico. L’atrio presenta cinque eleganti arcate a sesto acuto, delle quali quella centrale, più ampia, è allineata con l’unico portale d’accesso della chiesa. Le quattro colonne che dividono i fornici, in granito e cipollino, sono sormontate da capitelli corinzi di spoglio. Gli affreschi sulle lunette degli arconi risalgono al 1190 circa e raffigurano le Storie degli eremiti Paolo e Antonio9. Allo stesso ciclo pittorico appartengono le due lunette sul portale centrale. In basso, Michele Arcangelo è rappresentato nella sua variante iconografica bizantina mentre regge il labaro e il globo. Sulla lunetta superiore, invece, è dipinta una Madonna con diadema, in preghiera, entro un clipeo sorretto da figure angeliche.

A destra della facciata si innalza il massiccio campanile a pianta quadrata, su due livelli, risalente alla seconda metà dell’XI secolo. La base della torre è costituita da grandi conci squadrati di reimpiego, di età romana. Il livello superiore, in cotto, presenta una bifora su ciascun lato. La colonnina della finestra posta sul lato est regge un capitello decorato con un bel nodo di Salomone, simbolo del legame tra il mondo divino e quello della terra. È probabile che il progetto originale del campanile prevedesse un terzo livello, mai realizzato, come si evince dalla muratura sommitale. Peraltro, non è peregrina l’ipotesi che in origine la torre facesse parte di un sistema difensivo, come suggerisce la mole possente. Pertanto, è possibile che essa venne riadattata a campanile solo in un secondo momento, quando sorse al suo fianco la basilica.

Gli interni della chiesa e i materiali di reimpiego
La chiesa possiede un impianto basilicale, senza transetto, a tre navate terminanti con absidi semicircolari. La copertura è a capriate lignee. Gli spazi interni sono scanditi da due file di sette colonne con capitelli corinzi, che reggono archi a tutto sesto. Gli scavi archeologici hanno dimostrato che le fondamenta dell’edificio ricalcano la pianta del preesistente tempio pagano dedicato a Diana Tifatina, dea dei boschi10. Sappiamo che tale santuario era già in funzione nel VI secolo a.C., come testimonia il ritrovamento di alcuni frammenti di terrecotte architettoniche11. I Romani, che conquistarono Capua nel 211 a.C., lo rinnovarono in momenti diversi, edificando un importante complesso monumentale tra il II e il I secolo a.C.12.

È ragionevole ipotizzare che dal tempio di Diana Tifatina provengano alcuni materiali di spoglio reimpiegati nella chiesa medievale, come il podio e il pavimento a mosaico, conservato soprattutto nella porzione occidentale. Meno certo, ma pur sempre possibile, che allo stesso edificio appartenessero, inoltre, le colonne di separazione collocate tra le navate dell’attuale chiesa, con i rispettivi capitelli di età flavia13. È interessante notare come anche il toponimo del luogo faccia riferimento alle antichità classiche che un tempo erano qui presenti. Le fonti medievali, infatti, si riferiscono alla chiesa come S. Angelo ad arcum Dianae oppure in formis, ossia presso i fornici dell’acquedotto romano che portava l’acqua dal monte Tifata a Capua14.
Gli affreschi di Sant’Angelo in Formis
Sant’Angelo in Formis è nota soprattutto per il pregevole ciclo di affreschi che riveste quasi ogni parete dei suoi interni e che, in origine, era composto da un centinaio di scene. Esso fu realizzato tra il 1070 e il 1100 e costituisce l’apice della prima pittura di età romanica in Campania. I dipinti coniugano le tendenze della tradizione artistica locale con nuovi modelli importati in Italia da maestri bizantini, giunti a Montecassino da Costantinopoli su richiesta di Desiderio15.

Il ciclo decorativo di Sant’Angelo in Formis sviluppa un programma figurativo coerente e unitario, con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, ispirato allo stile delle basiliche paleocristiane latine. Vi lavorarono, infatti, diversi autori appartenenti a una medesima bottega campana che, pur permeati dalla cultura greca, seppero introdurre minime varianti nello stile attraverso un proprio temperamento. Le figure, dai colori vivaci, sono ieratiche e solenni, ma vi sono i primi accenni di quella plasticità che prenderà corpo nell’arte romanica matura. Allo stesso modo, in alcune scene i soggetti tendono verso un maggiore e coinvolgente dinamismo. I dettagli sono esaltati da un accentuato contrasto cromatico.
La Maiestas Domini e gli arcangeli dell’abside
Nel catino dell’abside centrale gli abili artisti di Sant’Angelo in Formis realizzarono una magnifica Maiestas Domini. Nel mezzo di un cielo blu cobalto, Cristo è assiso su un trono prezioso, circondato dai simboli dei quattro evangelisti, il tetramorfo. Il Salvatore ha uno sguardo severo e pietoso. Con la mano destra fa un gesto di benedizione, mentre con l’altra tiene il libro delle Sacre Scritture, ove si può leggere “Ego sum alfa et o(mega), prim(us) et novissimus“. Nel registro sottostante dell’abside si ergono invece le figure alate degli arcangeli Michele, protettore della chiesa, Gabriele e Raffaele. Ai loro lati trovano posto il già citato abate Desiderio, con nimbo quadrato, che regge il modello della basilica, e un San Benedetto di fattura più tarda, che forse sostituì nel XIV secolo un originale ritratto di Riccardo I16.

Il Giudizio universale sulla controfacciata
Speculare al Cristo in trono absidale, sulla controfacciata si sviluppa il tema del Giudizio Universale, suddiviso in fasce sovrapposte. Il registro superiore è occupato da quattro angeli che suonano le trombe del giudizio, disposti ai lati e tra le tre monofore che si aprono sulla facciata. Il centro compositivo è occupato da Cristo giudice in mandorla, affiancato dagli apostoli e da figure di angeli oranti. Più in basso vi sono coloro che attendono il giudizio, accolti da angeli che annunciano le sentenze per mezzo di cartigli, in cui si legge “venite benedicti patris mei“, “ite maledicti in ignem aeternum” e l’apocalittica affermazione “et tempus iam amplius non erit“.

Infine, ai lati del portale d’ingresso vi sono le schiere dei beati e dei dannati. In quest’ultima scena si può riconoscere il diavolo in persona che getta tra le fiamme infernali il traditore Giuda, nudo e imprigionato da catene.


Gli affreschi delle navate
Lungo la navata centrale, su tre registri, si susseguono le scene del Nuovo Testamento, incasellate in riquadri delimitati da colonnine tortili di ispirazione bizantina. Tra i vari episodi, si possono citare la Guarigione del cieco nato, la Resurrezione di Lazzaro, l’Ingresso a Gerusalemme, Cristo al Getsemani, il Bacio di Giuda, la Salita al Calvario, la Crocifissione e l’Ascensione. Poco più in basso, sui pennacchi degli archi, i profeti e i re Davide e Salomone annunciano la venuta di Cristo e sembrano osservare i fedeli che visitano la chiesa. Tra di essi spicca la presenza di una sibilla.

Le scene del Vecchio Testamento, di cui rimangono solo pochi lacerti, sono disposte entro riquadri su due registri e occupano le navate laterali. Sulla parete di fondo destra si possono ancora ammirare gli episodi della Cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre e di Caino e Abele. Sulla parete laterale della navata sinistra si conservano invece l’Arca di Noè, il Sacrificio di Noè, la Torre di Babele, il Sacrificio di Isacco. La fascia inferiore era forse dedicata a un ciclo agiografico, ormai quasi irriconoscibile, in cui a fatica si identifica il Martirio di San Pantaleone.

Ancora lungo le navate laterali, tra gli archi erano raffigurati santi e sante dell’ordine benedettino. L’absidiola destra ospita la rappresentazione di una Madonna con Bambino e angeli, quella di destra di un Cristo tra San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista.
Samuele Corrente Naso
Note
- F. de’ Maffei, Sant’Angelo in Formis, I, La data del complesso monastico e il committente nell’ambito del primo romanico campano, Commentari 27, 1976. ↩︎
- M. Inguanez, Tabularium Casinense, Regesto di S. Angelo in Formis, Montecassino, 1925. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- Chronica monasterii Casinensis, in Monumenta Germaniae Historica, SS, XXXIV, 1980 ↩︎
- Ibidem nota 1. ↩︎
- F. Gandolfo, Sant’Angelo in Formis e la scultura, in L. Fanti, Amusante et poétique, Roma, 2015. ↩︎
- G. Gunhouse, The Fresco Decoration of Sant’Angelo in Formis, Ann Arbor, 1991. ↩︎
- P. Gravina, La basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant’Angelo in Formis, in F. Abbate, Percorsi di conoscenza e tutela. Studi in onore di Michele D’Elia, Paparo, 2008. ↩︎
- S. Tomekoviâ, Les cycles hagiographiques de Sant’Angelo in Formis: recherches de leurs modèles, Zbornik za likovne umetnosti, n.s., 24, 1988. ↩︎
- A. de Franciscis, Templum Dianae Tifatinae, in Archivio Storico di Terra di Lavoro, I, 1956. ↩︎
- S. Gigli Quilici, Tifata, Regio Dianae sacrata: appunti sull’origine e l’estensione dello spazio sacro, in M. Bonghi Jovino, F. Chiesa, Le sembianze degli dei e il linguaggio degli uomini, Milano, 2016. ↩︎
- L. Melillo Faenza, Sant’Angelo in Formis (Caserta). Tempio di Diana Tifatina, Bollettino di archeologia 22, 1993. ↩︎
- P. Pensabene, Contributo per una ricerca sul reimpiego e il “recupero” dell’Antico nel Medioevo. Il reimpiego nell’architettura normanna, in Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, S. III, XIII, 1990. ↩︎
- G. Bova, A proposito di S. Angelo Informis, Santa Maria Capua Vetere, 1995. ↩︎
- G. de Francovich, I problemi della pittura e della scultura preromanica, in I problemi comuni dell’Europa post-carolingia, II Settimana del CISAM, Spoleto 1954, Spoleto, 1955. ↩︎
- M. Andaloro, Montecassino: memoria di una fabbrica perduta, in R. Cassanelli, Cantieri medievali, Milano, 1995. ↩︎


