Nuragica: prima dei Giganti

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Era il tempo degli eroi, dei giganti issati come vigili sentinelle dei secoli sulla soglia di mondi che traversavano vita e morte, carne e pietra. Era l’evo dei guerrieri imperituri, custodi arcani di una civiltà fiera e millenaria. Occhi ipnotici si spingevano oltre l’orizzonte, verso le placide sponde di quarzo del Sinis, serbando scolpiti le memorie e l’orgoglio della Sardegna nuragica. Braccia possenti rammentavano il valore dei suoi antichi abitanti. Le statue di Mont’e Prama erano silenti, per la natura stessa della materia con cui erano plasmate, tuttavia raccontavano; raccontavano, se non a parole attraverso un linguaggio di simboli, della civiltà che dalla terra le aveva concepite. I Nuragici sono stati così chiamati per via delle loro singolari costruzioni di massi, i nuraghi, ma chi davvero essi fossero è celato tra le pieghe della storia.

Gigante di Mont ‘e Prama, Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Prima dei Giganti di Mont’e Prama

Chi erano gli antichi Sardi? È questa una domanda dai molti enigmi e dai risvolti complessi, più di quanto il semplice fluire delle parole possa suggerire. Già di per sé, è difficile descrivere un qualsiasi popolo attraverso dei caratteri universali e immutabili. I riferimenti culturali sono sempre labili, in continua evoluzione, sfuggenti come il momento presente. Tutto ciò che sovviene alla nostra mente sono gli echi del passato: i personaggi e i momenti storici; le radici della cultura, degli usi e dei costumi; le testimonianze materiali, come i monumenti e le fonti scritte. Ben si comprende come tale sfida risulti ancora più difficile per una civiltà risalente a più di tremila anni fa, perduta e lontanissima, che conosciamo principalmente attraverso un testimone chiave degli eventi trascorsi: la pietra.

Il potere silente della pietra

Ma la pietra è muta innanzi al divenire di tutte le cose, racconta certo, ma senza lettere o parole. Prima dei Giganti di Mont’e Prama vi è un passato d’inevitabile mistero, sconosciuto e talvolta impenetrabile, giacché sembra che né incisioni, né pitture, né pergamene, né null’altro il tempo ci abbia restituito che fu scritto dai Nuragici. L’esistenza di una lingua nuragica è un argomento controverso e dibattuto.

La pietra permea ogni essenza della Sardegna antica. Essa è strumento della vita quotidiana e al contempo espressione del sacro; è la materia che ci tramanda la storia. D’altronde, l’etimologia dà ragione di quel termine, “nuragica”, con cui ne identifichiamo la civiltà. Esso deriva dal preindoeuropeo nur, radice linguistica dei nuraghi, mucchi di pietra1, che i Sardi costruirono in gran numero – sull’isola se ne contano più di ottomila – e di cui non è ancora chiara la funzione. Della pietra si compongono anche le tombe dei giganti, monumentali e scenografiche sepolture collettive, i pozzi sacri adibiti al culto delle acque, e non ultimi i Giganti di Mont’e Prama. Tutto ciò permette di immaginare, di ipotizzare gli aspetti culturali della civiltà nuragica, che altrimenti sarebbero del tutto oscuri.

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Nuraghe Losa di Abbasanta

La civiltà nuragica e una lunga evoluzione culturale

Ciò nonostante, innanzi alla molteplicità dei reperti litici della Sardegna, ai quali bisogna aggiungere i bronzetti, le navicelle nuragiche e molto altro, noi abbiamo a disposizione la sola fotografia del momento presente. Noi osserviamo tutte le evidenze archeologiche in contemporanea perché viviamo oggi, quando l’intera evoluzione culturale degli antichi Sardi è ormai conclusa. È facile cadere nel tranello, pensare alla civiltà nuragica come uno dei suoi monoliti: sempre uguale a se stessa, immutata lungo i secoli. Beninteso, i Nuragici furono davvero il popolo dei nuraghi e dei Giganti di Mont’e Prama, ma lo furono in momenti molto distanti nel tempo. Quando sulle colline del Sinis venivano issati gli eroi-guerrieri, da almeno trecento anni non si costruivano più nuraghi. E anche le tombe dei giganti erano un lontano ricordo.

La tomba dei giganti di S’Ena ‘e Thomes a Dorgali

Allo stesso modo, la civiltà nuragica non emerse dal nulla, ma si generò dal fermento di tutte quelle culture minori dette pre-nuragiche. Esse si svilupparono sull’isola sin dal Neolitico e furono contraddistinte da tratti cultuali arcaici e identitari ben riconoscibili. Su un vaso in ceramica, trovato nella Grotta Verde di Alghero, intorno al 6000 a.C. qualcuno disegnò per la prima volta dei tratti antropomorfi2. In seguito, nella grotta di Cuccuru s’Arrius, appartenente alla cultura di Bonu Ighinu (4000 a.C. – 3400 a.C.), o a una delle sue declinazioni più tarde, furono collocate differenti sculture di un idoletto femminile, identificato oggi come la dea madre della Sardegna. Inoltre, nel corso di questi millenni, cominciarono a emergere le manifestazioni del megalitismo: dolmen, menhir, camere sepolcrali scavate nella roccia…

La dea madre della Sardegna, Museo nazionale archeologico ed etnografico G. A. Sanna di Sassari

Dai nuraghi a Mont’e Prama

Da questo substrato culturale, specie da quella particolare cultura detta di Bonnanaro3, lentamente nacquero i germogli di una civiltà nuova, innovativa per le sue caratteristiche costruzioni tronco-coniche in pietra. L’edificazione dei primi nuraghi è datata soltanto al 1800 a.C.4, più di quattromila anni dopo gli albori delle culture prenuragiche. Si fa fatica a immaginare un periodo così lungo, ma è solo da questo momento in poi che si può parlare in maniera compiuta, ed etimologica, di civiltà nuragica.

Proto-nuraghi, nuraghi con coperture a tholos e nuraghi-fortezza: le costruzioni degli antichi Sardi aumentarono nel tempo in numero e complessità. Di essi non restano che ruderi, eppure avevano in origine l’aspetto di imponenti edifici, talvolta con più torri, in un modo che ci appare oggi assolutamente sorprendente. I nuraghi erano l’elemento caratterizzante del paesaggio sardo, allora come oggi.

“Dire grande architettura e nuraghi è la stessa cosa. E dire nuraghi e dire Sardegna è anche, entro certi limiti, la stessa cosa”.

Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi: dal Paleolitico all’età dei nuraghi, 1988
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Il complesso “Su Nuraxi” di Barumini

Il cambiamento sociale della civiltà nuragica

L’utilizzo così diffuso di questa tipologia costruttiva ha posto degli interrogativi fondamentali per comprendere a pieno la civiltà nuragica. Già Lilliu, sardus pater dell’archeologia isolana, suggeriva che potessero fungere da fortezze, e che fossero espressione di una società suddivisa in clan. Tuttavia, la funzione di questi edifici è ancora perlopiù oscura. A partire dal Bronzo Finale (XII secolo a.C.), con il fiorire di nuovi culti, i nuraghi persero di importanza e alcuni vennero persino riconvertiti in pozzi sacri, adornati di statuine di bronzo e simulacri. È il segno che la civiltà nuragica stesse attraversando un periodo di profondo cambiamento sociale. Un cambiamento che condurrà a Mont’e Prama.

Se i nuraghi rappresentavano centri di controllo del territorio e di culto5, Mont’e Prama rivelava invece il sorgere di una società ben più complessa e organizzata. I Giganti furono innanzitutto frutto di una cultura “alta”, dello sforzo di una civiltà intera che attraverso di essi raggiungeva il suo apice figurativo. Collocati presso tombe singole, i monumentali guerrieri erano ormai il riflesso di un ceto aristocratico e dominante.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. G. Lilliu, I Nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, Ilisso, 2005. ↩︎
  2. G. Lilliu, La civiltà nuragica, Carlo Delfino editore, 1999. ↩︎
  3. Ibidem. ↩︎
  4. M. P. Zedda, Archeologia del paesaggio sardo, Agorà Nuragica, Cagliari, 2009. ↩︎
  5. Giovanni Ugas, L’alba dei Nuraghi, Fabula, Cagliari, 2005. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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