Le domus de janas e i culti funerari prenuragici

In Sardegna nella pietra si riflette, sin dal Paleolitico, quella primitiva tensione spirituale che mira alla conoscenza di sé e del mondo. La materia è così plasmata a immagine del proprio sentire, nell’arte si definiscono tratti antropomorfi sempre più espliciti, e le architetture divengono espressione compiuta di un sacro inintelligibile. Gli antichi Sardi delineano soglie di confine tra mondi lontanissimi, ricercano l’essenza del reale nell’immaginifico, creano riti dal potere arcaico. Il lento definirsi delle culture prenuragiche è a noi noto attraverso i frutti di questo processo, che coinvolge tanto gli aspetti materiali del vivere quotidiano quanto la dimensione del trascendente. Le ierofanie di quel tempo sono caratterizzate da una dedizione verso i riti di passaggio, seppur in forme cangianti, e le architetture funerarie, ipogeiche o megalitiche. In Sardegna, alle particolari sepolture collettive note come domus de janas, si contrappongono le monumentali tombe dolmeniche.

domus de janas
Domus de janas presso la necropoli di Fundu ‘e Monti a Lotzorai [fig. 1]

Le tombe ipogeiche a domus de janas

Il nome domus de janas, evocativo nei suoi rimandi fiabeschi alle case delle fate, è frutto della cultura popolare, che aveva ormai dimenticato l’originale utilizzo di quei vani ricavati dalla pietra. In Sardegna si contano più di tremila e cinquecento domus de janas [1], riferibili anch’esse, nella maggior parte dei casi, al contesto antropologico, detto di Ozieri, che costituì un’avanguardia culturale della sua epoca. Tuttavia, l’impiego di tombe ipogeiche potrebbe risalire persino a tempi più antichi, forse al Neolitico medio, in corrispondenza della cultura di San Ciriaco, aspetto tardo della facies di Bonu Ighinu [1].

L’architettura sacra delle domus de janas

Le domus de janas sono scavate direttamente nella roccia e si compongono di almeno due ambienti, costituiti da un’anticella, piccolo vano d’ingresso funzionale al trasporto del defunto, e da una camera sepolcrale. Questo modulo basale veniva poi ampliato con l’aggiunta di altre celle, anche in numero consistente. Le domus de janas erano sovente introdotte da ingressi monumentali con padiglioni o dromos, ma l’accesso poteva essere anche del tipo a pozzetto verticale, più nascosto, al di sotto del piano di campagna.

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L’ingresso, su un fronte roccioso verticale, della domus de janas di S. Andrea Priu a Bonorva

Appare evidente, tra queste due modalità d’ingresso, una differenza di intenzioni rituali. Nel caso delle tombe a pozzetto prevale un desiderio di intimità e riservatezza, forse anche la preoccupazione di confinare il defunto nel sepolcro per timore che potesse, spaventosamente, ritornare dall’oltretomba [2]. Gli accessi monumentali, provvisti di un’anticamera più ampia, suggeriscono invece lo svolgimento di cerimonie collettive per la comunità intera, riti di passaggio apotropaici provvisti essi stessi dell’efficacia necessaria a scongiurare il ritorno dei non-morti. La presenza di un corridoio a dromos, in tal senso, serviva ad accogliere la processione rituale che trasportava il defunto fino al grembo della Madre Terra.

La pianta della Tomba del Capo, necropoli di S. Andrea Priu di Bonorva [fig. 2]: 1 – atrio; 2 – anticella; 3 – camera principale.

Gli antichi Sardi credevano, infatti, che la vita proseguisse oltre la morte, che l’uomo rinascesse in una dimensione nuova, non più da un utero materno, ma dal ventre stesso della terra [3]. Il rito della sepoltura accompagnava questo transito ideale, e le architetture delle domus de janas ne costituivano una componente intrinseca, fondamentale. Esse rappresentavano lo spazio simbolico, metafisico, in cui si concretizzava il passaggio verso l’aldilà.

Il rito di passaggio, verso l’oltretomba

Il rito di passaggio prevedeva una fase preparatoria in cui il defunto veniva dapprima semicombusto [4]. Era poi condotto nell’anticella attraverso una stretta apertura, il portello, che richiamava le dimensioni dell’utero materno, presupposto simbolico alla rinascita. Infine, si procedeva all’inumazione presso la camera sepolcrale. I defunti venivano sepolti in posizione fetale e ricoperti d’ocra rossa; la colorazione, evocativa del sangue che avvolge il neonato dopo il parto, intendeva affermare nell’aldilà l’avvenimento della nuova vita. Il confine metafisico, soglia ideale del transito verso l’aldilà, si concretizza nella definizione di una falsa porta, situata presso il vano di fondo della domus de janas. Questo varco-non-varco conduce a una dimensione altra, numinosa, giacché non può essere valicata da coloro che sono vivi.

Falsa porta con coppella, necropoli di Monte Siseri a Putifigari [fig. 3]

L’architettura immaginaria della falsa porta, naturalmente, è il luogo eletto dove si manifesta l’efficacia dei simboli. Sull’architrave ricorre talvolta la stilizzazione del capo e, soprattutto, delle corna di un bue scolpite, incise o dipinte. Il bue, d’altronde, aveva un’importanza fondamentale nell’economia delle società agricole del Neolitico. Tale animale era impiegato per trainare l’aratro e garantire la fertilità del suolo, il risvegliarsi stagionale della vita; in senso figurato, esso fecondava la Madre Terra. Allo stesso modo, si credeva che il toro deificato avesse il potere di evocare la rinascita del defunto in un mondo nuovo, sovrasensibile. Traversare una porta, falsa o vera, coronata dalle protomi bovine, significava entrare nel capo dell’animale, e cioè assumere simbolicamente la sua natura [5], avere la stessa forza di rigenerare la vita.

Protome taurina presso la domus de janas Sos Furrighesos di Anela [fig. 4]

La “dea degli occhi” delle domus de janas

Se il principio generatore maschile si esprimeva attraverso il bucranio o le protomi bovine, l’archetipo femminino era invece sotteso nella natura stessa della Terra. Essa, in quanto madre, ospitava i defunti come bambini nel grembo. Presso l’anticella o la cella principale si rinvengono talvolta spirali e cerchi concentrici, significazione dei cicli di rigenerazione della vita. Quando tali spirali, o cerchi, sono disposti a coppie, essi figurano degli attributi antropomorfi della Dea Madre, che in tal caso viene detta “Dea degli Occhi” [5].

La “dea degli occhi”, domus de janas di Baldedu a Chiaramonti [fig. 5]

È come se la Terra genitrice vegliasse per la buona riuscita del transito dei suoi figli. Allo stesso modo, le numerose coppelle, che si rinvengono sul piano di calpestio delle domus de janas, sono la manifestazione della presenza femminile della Dea. Le coppelle, simili a seni rovesciati, dovevano possedere una qualche funzione cultuale, oggi dimenticata. È verosimile che servissero a contenere libagioni, offerte votive, o sacrifici animali.

Coppelle presso la necropoli di S. Andrea Priu a Bonorva

La continuità della vita nell’aldilà

L’idea di una continuazione ordinaria dell’esistenza nell’aldilà richiedeva che le camere sepolcrali mimassero le architetture dei vivi, almeno negli elementi essenziali. Nelle domus de janas ritroviamo la rappresentazione di tetti a spiovente, pilastri, lesene, porte, focolari, persino la planimetria intera delle abitazioni prenuragiche. Presso la Tomba del Capo della necropoli di Sant’Andrea Priu, a Bonorva, il soffitto del vestibolo semicircolare fu scolpito per riprodurre il tetto di una capanna e le sue travi. È interessante constatare come questa usanza ci consenta, oggi, di conoscere alcuni aspetti delle civiltà prenuragiche che altrimenti sarebbero oscuri, come l’intelaiatura lignea del tetto di una capanna. Per la medesima ragione, durante il rito di sepoltura, gli antichi Sardi ponevano all’interno della camera gli strumenti e i monili tipici della vita terrena: punte di freccia, valve di molluschi, collane, bracciali e ceramiche di vario tipo.

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Il soffitto scolpito del vestibolo semicircolare, necropoli di S. Andrea Priu a Bonorva

Una menzione a parte meritano, invece, gli strumenti di lavoro utilizzati per lo scavo delle tombe, in genere picchi di pietra. Si trattava di oggetti dal valore intrinsecamente sacro, in quanto utilizzati per modellare il ventre della Madre Terra, e per tale ragione non potevano da essa separarsi. I picchi venivano realizzati all’interno delle domus de janas e infine aggiunti al corredo del defunto [1].

L’utilizzo millenario delle domus de janas

L’utilizzo delle domus de janas, talvolta per più di duemila anni consecutivi, è attestato sino al Bronzo antico. È un’età tarda, in cui le sepolture ipogeiche sono contaminate dalla crescente tendenza al megalitismo. In differenti domus de janas il corridoio di ingresso è ormai di tipo pienamente dolmenico o ad allée couverte, in altre la porta d’ingresso mima ed anticipa l’esedra frontale delle tombe dei giganti.

Tuttavia, la caratterizzazione di ambiente sacro delle domus de janas è sopravvissuta ben oltre le culture prenuragiche e persino dell’epopea nuragica. In alcuni casi si riscontra un riutilizzo tardo con cambio di destinazione d’uso. Ancora presso la Tomba del Capo di Bonorva, risalente alla fine del Neolitico (3000 a. C.) ed ascrivibile alla cultura di Ozieri, si osserva in età Bizantina un radicale riadattamento degli ambienti, ora non più a scopo funerario ma adibiti a chiesa. Le pareti delle celle furono affrescate con scene tratte dai vangeli e simbologie cristiane, creando un’eccezionale commistione di elementi figurativi distanti tra loro millenni.

Le architetture megalitiche

In parallelo al diffondersi delle domus de janas, sepolture ricavate direttamente nel grembo della Dea Madre, in Sardegna si sviluppano le architetture epigeiche. La prima compiuta manifestazione di un’architettura funeraria che emerge dalla terra può essere individuata in alcune tombe a circolo presso Li Muri, in Gallura.

La necropoli di Li Muri ad Arzachena [fig. 6]

Le sepolture di Li Muri sono datate da taluni al Neolitico Recente (3400-3200 a.C.) e ascritte pertanto alla cultura di Arzachena [6][7], da altri persino al Neolitico medio [8]. I defunti furono ivi collocati all’interno di ciste litiche, costituite da quattro piccoli blocchi di pietra disposti lungo un perimetro quadrangolare; non è noto, tuttavia, se fossero ricoperte da una lastra sommitale. Ciascuna cista, a Li Muri in origine ve n’erano cinque, è attorniata da cerchi concentrici di lastre infisse nel terreno, di diametro ampio fino agli otto metri e mezzo. Esse fungevano, con ogni probabilità, da supporto per tumuli di pietra e terra. Sia all’esterno che all’interno dei circoli sono presenti dei menhir di ridotte dimensioni.

I dolmen della Sardegna

I circoli con ciste litiche di Li Muri non possono ancor definirsi megalitici a pieno titolo, mancando di quell’elemento che caratterizza invece i dolmen a partire dal Neolitico Recente, ovvero la monumentalità dei blocchi di pietra impiegati. È solo con la cultura di Ozieri (4100 – 3500 a.C.), infatti, che si incominciano a diffondere in tutta la Sardegna architetture funerarie di ordine gigantico, e tale termine ricorrerà da qui in poi finanche al definirsi delle sepolture nuragiche. I dolmen di epoca prenuragica, circa duecentoquaranta dislocati soprattutto nella porzione centro-settentrionale dell’Isola [9], sono caratterizzati dalla giustapposizione di lastroni di pietra, detti ortostati, in modo da formare una camera sepolcrale coperta per l’inumazione dei defunti.

I dolmen sardi si differenziano per tipologie costruttive in base alla presenza o meno di un corridoio d’ingresso, che può essere ad allée couverte o a dromos, ovvero con o senza lastroni di copertura, e per l’orientazione della camera sepolcrale. La maggior parte dei megaliti, tuttavia, sono di caratterizzazione semplice, senza corridoio, come si rileva presso il sito di Sa Covaccada a Mores.

Il dolmen di Sa Covaccada a Mores [fig. 7]

Il dolmen di Sa Covaccada è uno dei monumenti megalitici della Sardegna di maggior rilevanza. Le dimensioni sono imponenti, il megalite mistura più di 2 metri di altezza, e alcuni elementi funzionali e simbolici appaiono di carattere eccezionale: su uno degli ortostati laterali è stata ricavata una nicchia, già prevista in fase di progettazione, come si evince dal maggior spessore; inoltre, l’ingresso alla camera sepolcrale è coperto da una lastra frontale provvista di un piccolo portello. Si tratta di una scelta che anticipa l’architettura con esedra delle tombe dei giganti nuragiche.

Gli aspetti cultuali

Alcuni dolmen della Sardegna sono circondati da una cerchia di massi, chiamata peristalite, ma non è chiaro se essa avesse funzione strutturale, in quanto residuo di una copertura a tumulo, oppure meramente cultuale. In quest’ultima accezione essa potrebbe corrispondere a una soglia di demarcazione sacra tra il mondo dei vivi e quello dei morti [10]. Associate ai riti di passaggio erano, inoltre, le coppelle scolpite su massi-altare non lontani dal dolmen, persino ricavate sulla superficie dei suoi ortostati o della lastra di copertura.

Tali megaliti si rinvengono, generalmente isolati, in corrispondenza di altipiani e vallate, indizio che fossero espressione di genti dedite alla pastorizia. La collocazione in aperta campagna conferisce ai dolmen della Sadegna lo status di segnacoli territoriali, che in una certa misura sono caratterizzanti del paesaggio stesso. Non è escluso, pertanto, che la modalità di sepoltura a essi associata fosse appannaggio di membri particolari della comunità, lasciando intendere una certa stratificazione sociale delle genti prenuragiche. Ciò potrebbe apparire tanto più vero se messo in relazione con il coevo impiego delle domus de janas, tombe ipogeiche ben più celate alla vista; ma quale fosse il criterio cultuale o sociale sotteso alla scelta dell’architettura sacra non è ancora noto.

Samuele Corrente Naso

Note – 1

[1] G. Tanda, Lipogeismo funerario in Sardegna. Nel volume: A. Moravetti, P.Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Preistorica, Corpora delle antichità della Sardegna, 2017, Carlo Delfino editore & C.

[2] P. Melis, La religiosità prenuragica. Nel volume: A. Moravetti, P.Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Preistorica, Corpora delle antichità della Sardegna, 2017, Carlo Delfino editore & C.

[3] E. Contu, La Sardegna preistorica e nuragica: La Sardegna prima dei nuraghi. Chiarella, 1997.

[4] M.G. Melis, La dimensione simbolica e sociale della Sardegna preistorica attraverso le manifestazioni funerarie. Alcune osservazioni, «SCBA», IX, 2011c.

[5] G. Lilliu, La civiltà dei sardi dal Paleolítico all’età dei nuraghi, Il Maestrale, 2004.

[6] G. Lillliu, Aspetti e problemi dell’ipogeismo mediterraneo, Accademia Nazionale dei Lincei, 1998.

[7] E. Atzeni, Aspetti e sviluppi culturali del neolitico e della prima età dei metalli in Sardegna. Nel volume: AA.VV, Ichnussa – La Sardegna dallle origini all’ età classica, Libri Scheiwiller, 1981.

[8] L. Alba, Nuovo contributo per lo studio del villaggio neolitico di San Ciriaco di Terralba (OR). Nel volume: L. Alba et al., Studi sardi, Edizioni AV, 2000.

[9] R. Cicilloni R., I dolmen della Sardegna, PTM Editrice, 2009.

[10] B. D’Arragon, Presenza di elementi cultuali sui monumenti dolmenici del Mediterraneo centrale, Rivista di scienze preistoriche vol. XLVI, issue 1, 1994.

Note – 2

[fig. 1] Di Mauro Mereu – Opera propria, CC BY-SA 2.5, link

[fig. 2] A. Taramelli – Fortezze, recinti, fonti sacre e necropoli preromane nell’agro di Bonorva, in Monumenti Antichi dei Lincei, vol. XXXV, Roma 1919

[fig. 3] Di Gianni Careddu – Opera propria, CC BY-SA 4.0, link

[fig. 4] Di Ester Mezzano – CC BY-SA 3.0, link

[fig. 5] By Archeologosardos – CC BY-SA 3.0, link

[fig. 6] CC BY-SA 3.0, link

[fig. 7] Di zagordemores – Flickr, CC BY 2.0, Link



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