Lo zodiaco nella chiesa del Purgatorio di Tortora

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La Cappella delle Anime del Purgatorio sorgeva, un tempo, fuori dalle mura cittadine di Tortora [1]. Non-luogo edificato oltre l’abitato, essa segnava parimenti il limitare metafisico del mondo dei vivi, evidenza che si riscontra nella destinazione ad uso funerario. L’antica collocazione della chiesa, poi fagocitata dall’espandersi del tessuto urbano, non era dettata dal caso; rispondeva invece a una scelta antropologica consapevole. Definiva al contempo uno spazio da sacralizzare, anche in maniera apotropaica, in quanto insicuro poiché posto fuori dal refugium della città, e voleva confinare le aree adibite alla morte. Se Tortora si trovava nel Medioevo “ai piedi della Torre” della rocca feudale, com’era all’epoca chiamata, la Cappella del Purgatorio permaneva nell’éremos (ἔρημος), ossia nel solitario trascendente.

chiesa del Purgatorio di Tortora
La Cappella delle Anime del Purgatorio di Tortora tra i vichi del borgo

Il monachesimo orientale presso il Mercurion

Con ogni probabilità, furono proprio degli anacoreti, di rito greco, a definire nella chiesa tortorese alcuni degli elementi simbolici che sono sopravvissuti sino a noi. Tra l’VIII e il X secolo, infatti, ivi si stanziarono numerosi monaci basiliani provenienti dall’Egitto e dalla Palestina, territori che venivano conquistati dagli arabi, e in seguito anche dalla Grecia a causa delle lotte iconoclaste che seguirono l’editto di Leone III Isaurico.

Molti di questi religiosi dediti all’eremitismo, seguendo tra gli altri l’esempio di San Nilo da Rossano, s’insediarono in un’area montuosa del Pollino calabro-lucano [2], che quindi fu detta Mercurion per il culto tributato a Mercurio di Cesarea [3]. Il territorio andò a costituire una laura monastica in piena regola, d’altronde ben si prestava a tal fine per la ricchezza di boschi e anfratti naturali, e nondimeno per una certa tolleranza politica di cui godette sotto i Bizantini e i Longobardi. Vi sono molteplici indizi che suggeriscono la presenza a Tortora dei monaci basiliani. La loro influenza dovette contribuire in qualche maniera, anche solo come eredità culturale, all’edificazione della primitiva chiesa del Purgatorio.

Il borgo e la cappella del Purgatorio di Tortora

In primis il borgo era arroccato su un alto sperone di roccia, a circa trecento metri di altitudine, ma soprattutto era impervio, a immagine di un luogo eremitico. Il sito era stato scelto dagli abitanti della colonia romana di Blanda Julia [4] che tra il IX e l’XI secolo avevano deciso di abbandonare l’antico insediamento marittimo, troppo esposto alle incursioni dei Saraceni, e di trasferirsi in un’area più facile da difendere. La popolazione si era quindi raccolta intorno all’antica fortezza longobarda del Castello delle Tortore, posto nell’entroterra.

Anche l’originaria intitolazione della cappella tortorese testimonia un’ascendenza dell’eremitismo greco-bizantino. Un rogito del 1554 [1] ne attesta la dedicazione a Caterina d’Alessandria, santa particolarmente venerata in Egitto, e alla quale era dedicato il noto Monastero sul Sinai. Si deve il riferimento al Purgatorio ai dipinti settecenteschi della chiesa: forse a quello apposto al soffitto ligneo della navata, in cui la Madonna del Carmelo intercede per le anime dei defunti, oppure a quello ormai irriconoscibile sulla facciata, con medesimo soggetto.

In ultimo, elemento forse tra tutti il più importante, sulla porta della chiesa odierna, presso l’archivolto, campeggiano ancora sei conci di reimpiego in bassorilievo: lo stile romanico tradisce influenze del monachesimo basiliano-calabrese [5]. Misterioso invece è il simbolismo scultoreo, che affascina i visitatori di Tortora, e sul quale è necessario porre alcune ipotesi interpretative.

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Il portale della chiesa

La cappella del Purgatorio di Tortora

Con ogni probabilità una primitiva cappella, là dove ora sorge la chiesa del Purgatorio, fu edificata contestualmente al nascere del nucleo abitativo tortorese. Essa dovette subire corposi rifacimenti negli anni seguenti, e forse venne interamente ricostruita in seguito ad alcuni eventi calamitosi, come il terremoto del 1638.

chiesa del Purgatorio di Tortora

La cappella si presenta oggi in forme semplici, con pianta quadrata e navata unica absidata. La facciata a capanna, rivolta a meridione, è sormontata in da cima un grazioso campanile a vela. Esso sembra riportare la data del 1701 – ma l’iscrizione è dibattuta [1] – apposta forse in occasione di una delle ricostruzioni. Il prospetto della chiesa è suddiviso in due ordini da un cornicione marcapiano. La porzione superiore, un tempo colorata di rosso, è dominata da un fiore della vita, incastonato appena in basso rispetto al campanile; due finestroni rettangolari affiancano una nicchia ampia, di cui si conservano appena lacerti pittorici dell’originale affresco con la Vergine del Carmelo.

L’ordine inferiore della chiesa del Purgatorio di Tortora è dominato dal portale litico, scolpito a bassorilievo con figure di difficile interpretazione. Ora, sebbene la componente lignea della porta riferisca la data del 1688 [1], si può dedurre con facilità che i conci impiegati siano molto più antichi. Lo stile, infatti, è ascrivibile a maestranze basiliano-calabresi del XII secolo e trova riscontri nelle sculture della chiesa di Sant’Adriano a San Demetrio Corone e della Panaghia di Rossano [6].

La raffigurazione dello zodiaco

L’iconografia del Portale tortorese non è di immediata lettura: le figure animalesche dei bassorilievi sono in parte consunte e, laddove distinguibili, complesse da identificare. A ciò si deve aggiungere che i sei conci dell’archivolto furono riassemblati, nella chiesa del Purgatorio, in un ordine che non corrisponde a quello originale. Se ne ha testimonianza nella discontinuità figurativa di alcuni elementi che ormai sono situati, a metà, in due blocchi distinti e tra i quali altro si frappone. I conci ospitano quelle che sembrano immagini del bestiario medioevale, molto schiacciate, e che a ben vedere trovano riscontro in alcune costellazioni dello zodiaco, come suggerito da Biagio Moliterni [1].

Da sinistra verso destra rinveniamo: una fiera alata, simile a un grifone, ma più verosimilmente si tratta di un leone a cui sono aggiunte le ali per sottolineare la doppia natura, terrestre e celeste del Cristo; la figura di un ariete; uno scorpione; un bassorilievo quasi indistinguibile che rassomiglia a due pesci; una belva con arco e freccia, simbolo del Sagittario; un cancro affiancato da due leoni gemelli.

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L’archivolto del portale

Come detto l’ordine non è quello voluto dallo scultore; la disposizione dei conci, con ogni probabilità, rispecchiava il susseguirsi delle costellazioni lungo l’eclittica solare. In effetti, così sembra suggerire la punta del Sagittario che ricade in parte nella formella dello Scorpione. Non è noto perché sul portale vi siano solo alcuni dei segni zodiacali e non tutti. Anche questo, tuttavia, potrebbe dipendere dalla scelta operata in sede di rieimpiego dei conci: non sappiamo come fosse costituita l’opera originale.

I cicli del cosmo

Esaminata la sequenza figurativa, rimane il quesito sul significato iconografico del portale nella sua interezza. Ci si chiede, in particolare, la ragione che spinse a raffigurare uno zodiaco, tema che potrebbe sembrare pagano, sulla facciata di una chiesa cristiana. Bisogna innanzitutto chiarire che non si tratta di una novità, di costellazioni nell’arte romanica se ne possono rintracciare molteplici. È il caso, ad esempio, dei mosaici di San Savino a Piacenza o del noto Portale di Niccolò presso la Sacra di San Michele in Val di Susa.

Tali cicli figurativi sottendono una visione cosmologica dell’esistenza, la quale è concepita come il ripetersi di cicli regolari in cielo e sulla Terra. Ecco che il sole tramonta alla sera e risorge al mattino, le stagioni si ripetono uguali ogni anno, e le costellazioni zodiacali, associate a determinati mesi, scandiscono il tempo della semina, della mietitura e dei raccolti. Proprio alla luce dei cicli agricoli, cui era legata la società contadina medioevale, si può comprendere il significato del Portale di Tortora. Lo zodiaco, reinterpretato in chiave cristiana già dal IX secolo [7], non è più connesso ai miti pagani, ma scandisce il tempo secondo la volontà di Dio. Egli è Signore di tutto il creato, e alla sua provvidenza si affida la buona riuscita dei raccolti, anche in senso apotropaico.

La simbologia astronomica della chiesa del Purgatorio di Tortora

Non a caso sopra entrambi i piedritti del portale tortorese, a livello delle imposte d’arco, vi è la raffigurazione di foglie quadrilobate, simbolo del mondo vegetale. E in generale sono ricorrenti i motivi fitoformi in tutto il ciclo scultoreo. Un fiore esapetalo, ad esempio, è collocato sopra la figura del Sagittario, segno antecedente il periodo di vuoto vegetale che prende avvio dal solstizio d’inverno. Non si esclude, peraltro, che possa trattarsi di un segno solare.

Alla medesima simbologia appartengono i leoni stilofori collocati alla base degli stipiti. Le sculture, molto consunte, si fronteggiano e, in considerazione dell’orientamento della facciata verso meridione, sono poste l’una a est e l’altra a ovest, ossia in direzione dell’alba e del tramonto rispettivamente. E difatti, la fiera alla base del piedritto destro è sovrastata dal simbolo del fiore-sole all’atto di levarsi al mattino, mentre nulla appare sullo stipite della notte. I due leoni, immagine di Cristo, hanno così la funzione di guardiani dello spazio sacro, durante il giorno come nella notte più profonda.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] B. Moliterni, Monica De Marco, Lo zodiaco della Cappella del Purgatorio in Tortora, in Esperide, cultura artistica in Calabria: storia, documenti, restauro, Anno 1 n. 1, gennaio – giugno 2008. Gli autori riferiscono di un’altra citazione della chiesa, contenuta nell’Apprezzo del feudo redatto da Gennaro Sacco nel 1692.

[2] B. Cappelli, Il Mercurion, in Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, Fausto Fiorentino – Editore, 1963

[3] S. G. Mercati, San Mercurio e il Mercurion, in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno VII, fasc. III-IV, 1937

[4] P. Mollo, Un insediamento greco-romano nell’alto Tirreno cosentino, in Calabria Letteraria, a. XXV-l987; G.F. La Torre e A. Colicelli, Nella Terra degli Enotri: Atti del convegno di Studi Tortora 18-19 aprile 1998, Pandemos, 2000

[5] P. Orsi, Archivio storico per la Calabria e la Lucania, Editrice Monte Giordano, Roma, 1934

[6] B. Cappelli, Recensione all’elenco degli edifici monumentali LVIII-LX, in “A.S.C.L.” n. 10, 1940

[7] Codice lat. 387 della Österreichische Nationalbibliothek di Vienna, figura a pagina 90v, link

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