La Sacra Sindone, tra scienza, storia e mistero

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Sin dal momento della sua comparsa nella storia, la Sacra Sindone ha suscitato emozioni, moti d’animo, opinioni e convinzioni contrastanti, e rappresenta tutt’oggi uno dei più grandi e irrisolti misteri dell’umanità. Su quel fragile telo di lino, custodito a Torino da secoli, affiora l’immagine di un corpo martoriato, che la tradizione cristiana attribuisce a Gesù Cristo. L’enigmatica figura possiede un valore ineguagliabile, che va ben oltre la mera materia su cui è impressa. La reliquia è infatti un segno di fede per milioni di persone in tutto il mondo. Ma che cosa è davvero la Sacra Sindone? Si tratta del vero sudario di Cristo o di un falso medievale? Dopo decenni di studi e controversie sulla sua autenticità, la Sindone continua a sfuggire a ogni certezza, sospesa tra scienza, storia e mistero.

L'uomo della Sindone di Torino
L’uomo della Sacra Sindone di Torino

La comparsa della Sacra Sindone

Alla metà del XIV secolo, a Lirey, una piccola località della Champagne, la Sindone venne esposta per la prima volta agli sguardi increduli dei fedeli. I canonici del luogo mostrarono un grande telo di lino, lungo 4,42 metri e largo 1,13 metri circa1, donato loro dal signore e cavaliere Geoffroy de Charny che, nel 1353, aveva fondato la Collegiata2. Sul tessuto, robusto ma sottilissimo, di appena 0,38 millimetri di spessore medio, si intravedeva a malapena la figura di un uomo, tanto che quella macchia indistinta sembrava poter scomparire da un momento all’altro.

Eppure sull’immagine, fronte e retro, si potevano riconoscere i tratti del volto con barba, capelli lunghi e gli occhi socchiusi. L’uomo della Sindone, a grandezza naturale, aveva le gambe leggermente flesse e le braccia incrociate all’altezza del bacino. Mostrava soprattutto i segni di una vera crocifissione: le piaghe sui polsi e sui piedi; i rivoli di sangue sul capo, che sembravano causati da una corona di spine; una ferita sul costato; i lividi sul petto e sulle spalle, come se avesse trascinato un pesante patibolo… Ebbene, per i canonici di Lirey quel telo era il sudario che aveva avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro.

“Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo […]. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero […]. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua […]. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura”.

Vangelo di Giovanni 19,1-2; 19,17; 19,33-34; 19,40.
La Sindone, fronte
La Sacra Sindone, fronte

La lettera di Pierre d’Arcis

Non è chiaro come la Sindone sia giunta a Lirey o da dove abbia fatto la sua improvvisa e sconvolgente comparsa nella storia. Tutto ciò che sappiamo deriva da pochi documenti risalenti a qualche decennio dopo, quando già si dibatteva sulla sua autenticità. Alla fine del 1389, infatti, il vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, scrisse una lettera all’antipapa Clemente VII, all’epoca riconosciuto pontefice dal clero francese3, chiedendogli di intervenire perché, a suo dire, i canonici di Lirey stavano ingannando i fedeli. Pierre d’Arcis spiegava che “il decano della chiesa collegiata […] si è procurato per la sua chiesa un panno dipinto con un artificio” e, spacciandolo per “il sudario nel quale il nostro salvatore Gesù Cristo era stato avvolto nel sepolcro e sul quale era rimasta impressa l’effigie intera del Salvatore”, lo esponeva per “imbrogliare le folle ed estorcere loro denaro”4.

Pierre d’Arcis riferiva che l’ostensione della Sindone a Lirey fosse iniziata circa 34 anni prima, intorno al 1355. Dopo aver condotto un’accurata indagine, il suo predecessore, Enrico di Poitier, aveva concluso che il telo “non poteva essere il sudario del Signore, dato che di questa immagine impressa il santo vangelo non faceva nessuna menzione”5. Non solo, pare che il vescovo avesse ottenuto anche la confessione dell’artigiano che aveva dipinto il telo e, pertanto, ne aveva vietato l’ostensione pubblica.

Sindone di Torino retro
La Sacra Sindone, retro

Il dibattito sull’autenticità della Sacra Sindone

Ma mentre Pierre d’Arcis scriveva la sua missiva, la Sindone era di nuovo esposta a Lirey e i canonici si rifiutavano di obbedirgli. A quel punto, si rivolse al re di Francia Carlo IV, che il 4 agosto del 1389 inviò un balivo nella cittadina francese per requisire la reliquia, ma senza successo6. La controversia venne quindi rimessa al giudizio di Clemente VII. Questi si pronunciò con una bolla il 6 gennaio del 13907, in maniera sorprendente, permettendo ai canonici di esporre la Sindone, a condizione che fosse espressamente dichiarata una “pictura seu tabula“, ovvero una pittura o un quadro, e non il vero sudario di Cristo.

Dunque, le prime fonti storiche provano che la Sindone sia un falso medievale? Ovviamente, la questione è più complessa e si inserisce in un dibattito, ancora attuale, tra i “sindonologi” che sostengono l’autenticità della reliquia e gli scettici. Il primo storico a mettere seriamente in dubbio la natura e la provenienza della Sindone, ritenendola un artefatto, fu il sacerdote cattolico Ulysse Chevalier (1841-1923), che pubblicò le fonti del XIV secolo, tra cui la bolla di Clemente VII8.

Tuttavia, la lunga serie di documenti che produsse non riuscì a convincere del tutto la controparte. E ancora oggi è così. Per alcuni sindonologi, la testimonianza di Pierre d’Arcis è inattendibile, in quanto il vescovo avrebbe avuto tutto l’interesse a far rimuovere la Sindone. In quegli anni, infatti, stava facendo edificare la grande cattedrale gotica di Troyes e aveva bisogno di ingenti somme. Tuttavia, i proventi dei pellegrini, attratti dalla reliquia, confluivano nella Collegiata di Lirey. Inoltre, in una copia della bolla di Clemente VII, redatta a febbraio 1390 e depositata nel Regesto Vaticano, le parole “pictura seu tabula” vennero misteriosamente sostituite con “figura seu rapresentacio“, “figura o rappresentazione”.

I medaglioni votivi di Lirey

In ogni caso, i riferimenti temporali della vicenda sono confermati da un medaglione di piombo ritrovato nella Senna nel 1855, oggi conservato al Museo Cluny di Parigi, e un altro scoperto a Machy nel 2009. Entrambe le placche recano in bassorilievo gli stemmi di Geoffroy de Charny e di sua moglie, Jeanne de Vergy. Inoltre, vi sono disegnati due ecclesiastici che reggono un telo con l’inconfondibile immagine della Sindone. Si tratta delle più antiche raffigurazioni della reliquia, appartenute a dei pellegrini che si recarono a Lirey intorno al 1356. Quell’anno Geoffroy morì combattendo nella battaglia di Poitiers, durante la guerra dei cent’anni.

Il medaglione della Senna con l'immagine della Sindone
Il medaglione della Senna con l’immagine della Sindone

La donazione della Sacra Sindone ai Savoia

Dalla fine del XIV secolo, invece, la storia della Sindone è ben documentata. Nel 1418, a causa della guerra dei cent’anni che imperversava nella Champagne, i canonici di Lirey decisero di affidare temporaneamente la reliquia alla contessa Marguerite de Charny, ultima discendente di Geoffroy, e a suo marito Humbert de La Roche, affinché la custodissero in un luogo sicuro. Il conte rilasciò alla Collegiata un’apposita ricevuta, datata 6 luglio 1418, e nascose la Sindone nel castello di Montfort9.

Alla scadenza dei termini, Marguerite, ormai vedova, si rifiutò di riconsegnare il telo a Lirey, adducendo motivi di sicurezza. Nel 1453, sfidando persino la scomunica papale, la contessa affidò la Sindone ad Anna di Lusignano, consorte del duca di Savoia Ludovico. Questi la espose nella sua capitale, Chambéry. All’ennesima richiesta di restituzione da parte dei canonici, il nobile rispose con una missiva datata 6 febbraio 1464, offrendo in cambio il versamento di un contributo pecuniario di 50 franchi all’anno10. Nel 1506, papa Giulio II approvò una liturgia e un ufficio, istituendo formalmente la venerazione pubblica della Sindone.

L’incendio di Chambéry

Appena ventotto anni più tardi, la Sacra Sindone rischiò di andare perduta per sempre a causa di un incendio. Le fiamme divamparono la mattina del 4 dicembre 1532 all’interno della Sainte-Chapelle del castello di Chambéry, dove era custodita. Fortunatamente il telo resistette, ma rimase segnato da bruciature simmetriche lungo tutta la lunghezza, in parte causate dall’argento fuso del suo reliquiario. Due anni dopo, le suore clarisse del luogo rattopparono le parti bruciate con della stoffa dell’epoca. Inoltre, la reliquia fu sistemata su un supporto più resistente costituito da una tela d’Olanda.

Il volto della Sindone
Il volto della Sindone e le bruciature del fuoco11

È possibile che la Sindone fosse già venuta a contatto con il fuoco in precedenza, forse a causa delle candele collocate nelle sue immediate vicinanze. Alcuni aloni di bruciatura circolare a livello delle mani, infatti, sono già raffigurati su una copia del 1516 conservata nella chiesa di San Gummaro a Lier, in Belgio.

Il trasferimento della Sacra Sindone a Torino

Il 19 settembre 1578, per volontà del duca Emanuele Filiberto di Savoia, la Sindone fu portata a Torino. La traslazione serviva ad abbreviare il pellegrinaggio dell’arcivescovo Carlo Borromeo, che aveva fatto voto di venerare la reliquia qualora Milano fosse stata liberata dalla peste. Il telo sindonico fu inizialmente collocato nella chiesa di San Lorenzo e venne poi ospitato nel Duomo di San Giovanni Battista. Infine, nel 1694, la Sindone fu riposta nella grande cappella edificata da Guarino Guarini. Nello stesso anno, il beato Sebastiano Valfrè eseguì un nuovo rattoppo per rammendare alcuni strappi della stoffa.

Nel 1983, con la morte di Umberto II di Savoia, la proprietà della Sindone passò direttamente alla Santa Sede, come da sua volontà testamentaria. Tuttavia, papa Giovanni Paolo II decise che la reliquia dovesse restare a Torino, dove si trova ancora oggi. Cinque anni dopo, fu prelevato un frammento del telo per eseguire le prime analisi scientifiche, tra cui una stima della datazione con il metodo del radiocarbonio-14. Nel 1997 un incendio interessò la cappella del Guarini mentre era in restauro, ma provvidenzialmente la Sindone era stata spostata all’interno del Duomo. Nel 2002, il telo sindonico è stato sottoposto a un restauro conservativo per rimuovere le toppe cucite dalle suore di Chambéry nel 1534.

Il Duomo di Torino
Il Duomo di Torino con la cappella della Sacra Sindone di Guarino Guarini

L’ipotesi storica sull’autenticità della Sacra Sindone

Gli storici che sostengono l’autenticità della Sindone devono affrontare un grande mistero: se la reliquia è davvero il sudario di Cristo, dove si trovava prima del XIV secolo, quando comparve a Lirey, e soprattutto perché nessuna fonte storica ne fa menzione? Per questi sindonologi, la spiegazione più probabile è di natura etimologica. Il sacro telo, infatti, sarebbe stato chiamato “sindone” – dal greco sindon, lenzuolo – solo nel tardo Medioevo, mentre prima di allora era noto con un altro nome. Inoltre, ci sarebbero alcune prove dell’esistenza della reliquia sin dai primi secoli dopo Cristo. Ad esempio, secondo i sostenitori dell’autenticità, il volto sindonico avrebbe ispirato un cambiamento nell’iconografia di Cristo nell’età paleocristiana.

Il mosaico del Buon Pastore nel Mausoleo di Galla Placidia
Iconografia del Buon Pastore senza barba nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna

Nei primi secoli, infatti, la rappresentazione tipica del Salvatore è quella del Buon Pastore, adolescente e imberbe, come nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Tuttavia, durante il regno di Teodosio (379-395), si affermò l’immagine tradizionale di Cristo, adulto e barbuto, che ha accompagnato la storia dell’arte fino ai giorni nostri.

Cristo barbuto del IV secolo, Catacombe di Commodilla a Roma
Cristo barbuto del IV secolo, Catacombe di Commodilla a Roma

La Sindone e il Velo della Veronica

Se la Sindone esisteva già prima del XIV secolo con un altro nome, allora dovrebbe essere possibile individuare nelle fonti storiche una reliquia che le corrisponda per rappresentazione, dimensioni e fattezze, e soprattutto che oggi sia scomparsa. I sostenitori dell’autenticità hanno proposto diverse icone come possibili candidate. Il Velo della Veronica, la stoffa che, secondo la tradizione, fu utilizzata per pulire il viso sanguinante di Cristo sul Calvario, era venerato a Roma durante il Medioevo12. Tuttavia, sappiamo che l’icona rimase in quella città ben oltre il 1355 e se ne persero le tracce tra il XVI e il XVII secolo13. Una parte degli studiosi ritiene, inoltre, che il Velo della Veronica corrisponda in realtà all’icona del Volto Santo, un panno portato a Manoppello da un anonimo pellegrino nel 150614.

Il Volto Santo di Manoppello
Il Volto Santo di Manoppello15

Il Mandylion di Edessa

Un’altra famosa immagine di Cristo, ritenuta acheropita e candidata a essere la Sindone prima del suo “ritrovamento” a Lirey, è il Mandylion di Edessa. Le origini miracolose dell’icona sono narrate negli Atti di Taddeo, un apocrifo datato al VI-VII secolo16. Secondo il racconto, il re di Edessa Abgar, sovrano tra il 13 e il 50 d.C., inviò un pittore in Palestina per riprodurre dal vivo il volto di Cristo, nella speranza che il dipinto potesse guarirlo da una malattia che lo affliggeva. Ma l’artista non riuscì nell’impresa e Gesù, impietositosi, gli donò un panno sul quale era impresso il suo viso. La leggenda riprende quanto scritto alcuni secoli prima da Eusebio di Cesarea (263-339 d.C.), nella sua Storia ecclesiastica17, dove si narra che Cristo in persona inviò una lettera ad Abgar per garantirgli la guarigione.

Il re Abgar e il Mandylion
Un dipinto del X secolo mostra re Abgar e il Madylion nel monastero di Santa Caterina sul Sinai

Di certo, il Mandylion si trovava a Edessa già nel 544, come riportato da Evagrio Scolastico, che gli attribuisce il miracolo di aver respinto un assedio dei Sasanidi guidati dal re Cosroe I: “Giunti a un punto di totale impotenza, portarono l’immagine di fattura divina, che le mani degli uomini non fabbricarono, ma Cristo nostro Dio inviò ad Abgar”18. La reliquia è menzionata anche negli atti del Concilio di Nicea del 787, in cui si discuteva della legittimità di venerare le icone19. Compare, inoltre, in alcuni scritti di Giovanni Damasceno contro l’iconoclastia20. Nel 944, con Edessa in mano ai musulmani, il generale bizantino Giovanni Curcuas prese il Mandylion e lo portò a Costantinopoli. Qui, infine, se ne persero le tracce durante l’assedio della città da parte delle truppe crociate nel 1204.

Il Mandylion di Edessa era la Sacra Sindone?

Le riproduzioni pittoriche dei secoli passati mostrano un panno sul quale è impresso un volto barbuto. Ma se l’icona raffigurava solo il viso di Cristo, come poteva corrispondere all’uomo a figura intera sul telo sindonico? I sostenitori di questa tesi affermano che la Sindone fosse ripiegata più volte all’interno di un reliquiario in modo da rendere visibile solo il volto.

Il Mandylion di Genova
Il Mandylion di Genova, custodito nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, è probabilmente una copia dell’originale di Edessa

Secondo il saggista britannico Ian Wilson, è ancora possibile osservare alcune delle piegature della stoffa nelle fotografie a raggi X21. Lo studioso fa poi notare alcuni indizi nelle fonti storiche. A proposito del Mandylion, gli Atti di Taddeo descrivono un telo piegato quattro volte doppio (“ῥάκος τετράδιπλον“). Inoltre, l’arcidiacono Gregorio Referendario, che lo vide quando giunse a Costantinopoli da Edessa, lo descrisse come “impresso dalle sole gocce di sudore agonico del volto del principe della vita, che sono colate come grumi di sangue, e dal dito di Dio”, e soprattutto “abbellito delle gocce del suo proprio fianco”. Pertanto, per Ian Wilson, Gregorio faceva riferimento all’immagine di un corpo intero22.

Il racconto di Roberto de Clari e l’ipotesi sui Templari

Un cronista degli eventi della quarta crociata, il cavaliere Roberto de Clari, ha lasciato un resoconto dei tesori che si trovavano nella capitale bizantina prima che venisse saccheggiata il 12 aprile 1204. Tra questi vi è una reliquia straordinariamente simile alla Sindone:

“Tra queste c’era una chiesa chiamata Santa Maria delle Blacherne, dove si trovava la sindone in cui Nostro Signore fu avvolto, che ogni venerdì si stendeva tutta dritta, in modo che fosse possibile vedere bene la figura di Nostro Signore. Nessuno sa, né greco né francese, cosa accadde a questa sindone quando la città fu conquistata”.

Roberto de Clari, La conquête de Constantinople, a cura di J. Dufournet, Parigi, 2004.

Non è chiaro se la reliquia descritta da Roberto de Clari fosse davvero il Mandylion e non tutti gli studiosi sono d’accordo23. In ogni caso, nella ricostruzione storica dei sostenitori dell’autenticità manca un tassello fondamentale: come sarebbe giunta la Sindone-Mandylion da Costantinopoli a Lirey? Per Ian Wilson, furono alcuni Cavalieri Templari a prelevare il sacro telo e a custodirlo fino allo scioglimento del loro ordine, nel 131424. I verbali del processo rivelano che una delle accuse mosse contro i Templari fosse la venerazione di un idolo barbuto, chiamato Bafometto. Potrebbe trattarsi dell’immagine della Sindone? Infine, come fanno notare alcuni sindonologi, insieme all’ultimo maestro Jacques de Molay, nel marzo del 1314, fu arso al rogo anche il precettore di Normandia, Geoffrey de Charny, omonimo del cavaliere che donò la Sindone a Lirey e forse suo lontano parente.

Il Codice Pray di Budapest

Secondo gli studiosi favorevoli all’autenticità, nella Biblioteca Nazionale Széchényi di Budapest sarebbe custodita un’altra importante prova dell’esistenza della Sindone prima della sua comparsa a Lirey25. In un manoscritto, risalente al 1192-1195, e noto come Codice Pray, sul foglio 27v è raffigurata la sepoltura di Cristo. Nella scena, la postura del corpo assomiglia a quella dell’uomo sindonico, con le braccia incrociate sul pube e i pollici delle mani non visibili. Giuseppe d’Arimatea sta versando gli unguenti funebri, affiancato da Nicodemo e Giovanni l’evangelista. Sulla lastra tombale sembra essere posato un lenzuolo, sorretto dai due personaggi laterali, o forse si tratta soltanto di una stilizzazione della superficie marmorea. Nel registro inferiore, come narrato nei Vangeli26, si vede un telo ripiegato sul sepolcro, scoperchiato e ormai vuoto: Cristo è risorto. Eppure, su questa stoffa non vi è raffigurata alcuna impronta. Davvero l’autore del Codice Pray aveva visto la Sindone?

Il Codice Pray di Budapest e la Sindone
Il Codice Pray di Budapest e la Sacra Sindone

Le analisi scientifiche sulla Sindone di Torino

A partire dalla fine dell’Ottocento, la questione dell’autenticità della Sindone è stata affrontata sempre più spesso in modo multidisciplinare. Alla ricerca storica sulle fonti documentarie si sono presto affiancati numerosi studi scientifici: dalla celebre analisi al radiocarbonio per la datazione, ai test medico-legali, dagli esami per la ricerca delle tracce ematiche alle dettagliate disamine della stoffa e degli altri componenti organici. Ogni indagine è stata a lungo discussa dalla comunità scientifica, spesso diventando terreno di ulteriori scontri tra i sindonologi “autenticisti” e gli scettici.

Un’immagine tridimensionale in negativo

La prima grande rivelazione scientifica sulla Sindone è avvenuta in modo del tutto inaspettato. Durante i festeggiamenti per i 400 anni della Cattedrale di Torino, il 28 maggio 1898, il sacro telo venne esposto ai fedeli. In quell’occasione, l’avvocato Secondo Pia ottenne il permesso di fotografarlo. Quando si recò in camera oscura per sviluppare le lastre, si accorse di un fenomeno straordinario: la Sindone si comportava come un negativo fotografico. Le zone chiare del telo corrispondevano, infatti, alle parti del corpo più vicine all’osservatore. Sulle fotografie appariva nitidamente il volto di un uomo, con tratti realistici degli occhi socchiusi, del naso, della barba e della bocca.

La scoperta, inevitabilmente, suscitò grande clamore e aprì la strada a tutte le successive indagini scientifiche. Nel 1978, lo STURP (Shroud of Turin Research Project), un gruppo di ricerca internazionale composto da esperti di varie discipline scientifiche, sottopose le foto della Sindone a un analizzatore VP-8, uno strumento capace di rilevare un gradiente di profondità. Si scoprì che l’intensità dell’immagine variava a seconda della distanza dal telo, ottenendo un perfetto rilievo tridimensionale, una caratteristica unica al mondo.

La prima fotografia della Sindone a cura di Secondo Pia nel 1898
La prima fotografia della Sindone, realizzata da Secondo Pia nel 1898

Le perizie medico-legali

Uno dei maggiori difensori dell’autenticità della Sindone, Pierluigi Baima Bollone, anatomopatologo dell’Università di Torino, sosteneva che l’immagine corrispondesse a quella di un uomo appena deposto dalla croce27. Sul sacro telo, lo studioso notava una lieve flessione del capo e delle ginocchia, nonché la fissità del collo e dei muscoli facciali, indicandoli come segni della rigidità cadaverica. Questa tesi non trova d’accordo parte degli scienziati, secondo i quali l’impronta sindonica non è compatibile con uno stato di rigor mortis.

Per lo scettico Luigi Garlaschelli, docente di chimica presso l’Università di Pavia e membro del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), gli arti anteriori, incrociati sul pube, in condizione di vera morte dovrebbero invece ritrarsi più in alto, a livello dello stomaco28. La perizia di Garlaschelli suggerisce inoltre che le ferite della presunta flagellazione siano troppo simmetriche e regolari. I rivoli di sangue sul capo, associati alla corona di spine, dovrebbero scorrere verso il basso e lungo i capelli a causa della gravità. Ma questo fenomeno non si verifica nella Sindone. Nel 2018, insieme a Matteo Borrini dell’Università di Liverpool, Garlaschelli ha infine provato a riprodurre la distribuzione delle tracce ematiche sul telo con tecniche forensi di Bloodstain Pattern Analysis, concludendo che non sono compatibili con la posizione di un corpo reale, né in posizione eretta né distesa29.

Anche per Bernardo Hontanilla Calatayud, chirurgo plastico e docente dell’Università di Navarra, la Sindone non corrisponde all’immagine di un morto30. Lo studioso, tuttavia, giunge a una deduzione suggestiva: la postura del corpo e alcune pieghe facciali sarebbero, infatti, segni di vita, anzi di risurrezione. Secondo lo studioso, “emerge una notevole simmetria tra i dati ottenuti dall’immagine e gli eventi descritti nei Vangeli”.

Le ferite dei chiodi

Un altro aspetto controverso della Sindone riguarda la posizione delle ferite provocate dalla crocifissione. Nella tradizione artistica cristiana, soprattutto a partire dal Medioevo, Cristo viene quasi sempre raffigurato sulla croce con i chiodi conficcati nel palmo delle mani. Tuttavia, dal punto di vista anatomico, ciò risulterebbe improbabile. I tessuti molli del palmo, lacerandosi, non sarebbero in grado di sostenere a lungo il peso del corpo. Nella pratica storica delle crocifissioni romane, i chiodi venivano invece infissi a livello del polso, nello spazio di Destot, tra il radio e le ossa del carpo.

Le ferite sui polsi della Sindone
Le mani dell’uomo della Sindone, dettaglio

Il medico francese Pierre Barbet ha dimostrato che questa procedura provocava la lesione del nervo mediano nella mano del condannato, con conseguente flessione del pollice verso il palmo31. Nell’uomo della Sindone, come osservò lo studioso, i pollici non sono visibili. Se dunque la reliquia è un falso medievale, il suo autore avrebbe dovuto conoscere con precisione le pratiche della crocifissione romana del I secolo.

Il volto della Sindone

D’altro canto, se la Sindone è autentica e ha davvero avvolto il corpo di un uomo nel sepolcro, presenta un’incongruenza nell’impronta del volto. Nelle maschere funerarie, come quella di Agamennone, il viso appare deformato e allargato, perché il materiale per il calco deve essere adagiato sulla superficie curva del cranio. Lo stesso effetto dovrebbe vedersi anche su un panno bidimensionale, eppure il volto della Sindone è proporzionato, come se mostrasse la sola parte anteriore.

Maschera di Agamennone
La Maschera di Agamennone

Il professor Garlaschelli ha quindi avanzato l’ipotesi che l’immagine sia stata ottenuta applicando sul telo di lino, disteso sopra un bassorilievo, un pigmento a base di ocra rossa, suggerendo un procedimento di natura artificiale. L’obiezione dei sindonologi autenticisti è che l’immagine potrebbe non essere stata prodotta per contatto, ma per una forte irradiazione sprigionata nel momento della risurrezione.

La ricerca delle tracce di sangue

Resta dunque ancora un mistero il modo in cui si sia formata l’immagine della Sacra Sindone. Le macchie impresse sul telo sindonico sono di due tipi: alcune, più scure, assomigliano a rivoli di sangue essiccato, mentre la maggior parte dell’immagine è costituita da un alone chiaro, forse formatosi a causa di una reazione chimica di ossidazione del tessuto. Nel corso dei decenni, gli studiosi hanno condotto numerose analisi per verificare la presenza di tracce ematiche sulla Sindone, un elemento fondamentale per la sua autenticità, ma i risultati sono stati spesso incerti.

Il volto sindonico in una fotografia di Giuseppe Enrie nel 1931
Una fotografia scattata da Giuseppe Enrie nel 1931 che evidenzia i rivoli di sangue

Le prime indagini, eseguite su due fili di tessuto nel 1973, non rivelarono la presenza di globuli rossi o altri elementi corpuscolati del sangue, né tramite microscopia (G. Filogamo e A. Zina)32, né per mezzo di esami chimici, ematologici o cromatografia (G. Frache, E. Mari Rizzati, E. Mari)33. In compenso, gli scienziati dichiararono di aver individuato residui di sostanze coloranti.

Le indagini dello STURP

Nel 1978, lo STURP ottenne i permessi per prelevare dei campioni dalla Sindone e analizzarli. I risultati furono tuttavia discordanti. Il consulente Walter McCrone dichiarò di aver rilevato, tramite microscopia a luce polarizzata, dell’ossido di ferro, che interpretò come un prodotto di degradazione dell’ocra rossa. Pertanto, a suo parere, la reliquia è un’opera pittorica34.

Nondimeno, lo STURP non concordò con questa affermazione e segnalò che i campioni analizzati erano stati contaminati da un nastro adesivo utilizzato per il trasporto. Quindi, fece ripetere l’esame ai chimici John Heller e Alan David Adler che, attraverso l’uso di enzimi proteolitici, dichiararono invece di aver individuato residui di emoglobina, albumina e bilirubina35. Secondo i due studiosi, le tracce di ossido di ferro sul tessuto deriverebbero proprio dalla degradazione dell’emoglobina. Inoltre, la presenza di coloranti, come il cinabro, sarebbe dovuta a contaminazioni ambientali. La critica più rilevante mossa dagli scettici allo studio di Heller e Adler riguarda la scarsa specificità del test utilizzato per i campioni ematici36.

Un dettaglio delle macchie della Sindone di Torino
Un dettaglio delle macchie della Sindone di Torino

Anche Baima Bollone, Maria Jorio e Anna Lucia Massaro, con un test immunologico, rilevarono tracce di ferro sulla Sacra Sindone, attribuendole a sangue umano di gruppo AB37. Pure in questo caso, la principale obiezione riguardò la specificità dell’esame, sebbene Bollone garantì che il test fosse tarato per l’individuazione di una specifica tipologia di emoglobina, la metemoglobina acida.

Le analisi sulla stoffa della Sacra Sindone

Una parte degli studi tecnico-scientifici sulla Sindone è stata condotta sul materiale tessile e sul tipo di lavorazione con cui è stata realizzata, al fine di valutare se sia comparabile a un telo prodotto in Palestina nel I secolo d.C. o se sia di epoca medievale. La stoffa sindonica presenta una tessitura rudimentale a saia, detta a spina di pesce, con un rapporto di armatura trama-ordito di 3:1 e una filatura a Z. Dell’epoca di Cristo e di ambito funerario, a Gerusalemme, gli archeologi hanno rinvenuto un solo telo: la cosiddetta Sindone di Akeldamà. Tuttavia, la stoffa di questo sudario presenta molte differenze rispetto alla Sindone di Torino: è intrecciata in lana, ha una tessitura semplice e molto più rozza, con armatura 1:1 e trama a S38.

Un frammento di stoffa della Sindone

Al contrario, le similitudini con i teli di fattura tardomedievale sono molto più marcate. In particolare, due pezzi di lino della seconda metà del XIV secolo custoditi al Victoria and Albert Museum di Londra (inventari 7027-1860 e 8615-1863) presentano un intreccio molto simile a quello della Sindone, a spina di pesce con un rapporto di armatura 3:1, sebbene la densità dei fili per centimetro sia diversa39.

La datazione al radiocarbonio-14

Dopo una lunga attesa, nel 1988 la Santa Sede ha autorizzato il prelievo di tre strisce di tessuto dalla Sindone, di circa 10 mm x 70 mm, per effettuare la datazione al radiocarbonio-14, un metodo scientifico in grado di stimare l’età dei reperti organici. L’operazione è stata eseguita dal microanalista Giovanni Riggi di Numana e dal docente di tecnologia dei tessuti del Politecnico di Torino Franco Testore. Le strisce, prelevate in un angolo del telo, sono state poi suddivise tra i laboratori di radiodatazione di Oxford (Regno Unito), dell’Università dell’Arizona a Tucson (Stati Uniti d’America) e del Politecnico di Zurigo (Svizzera), che hanno condotto analisi indipendenti. I campioni sono stati quindi sottoposti a spettrometria di massa e confrontati con alcuni reperti di controllo, attribuibili a una sepoltura nubiana del 1100 d.C., al mantello di San Luigi d’Angiò (XIII-XIV secolo) e a una mummia egizia del II secolo d.C.

Gli esiti dell’esame sono stati resi pubblici dal cardinale Ballestrero nell’ottobre del 1988: i tre frammenti analizzati hanno restituito una datazione compresa tra il 1260 e il 1390, con un intervallo di confidenza statistica del 95%40. Tutti i laboratori sono giunti alla stessa conclusione, secondo cui la Sindone sarebbe di origine medievale.

Le critiche all’esame del carbonio-14

Ciò nonostante, la stima non è stata accettata da tutti gli studiosi. I sindonologi che sostengono l’autenticità ritengono, infatti, che i campioni siano stati prelevati da una parte del telo contaminata dai fumi dell’incendio di Chambéry e dai rattoppi successivi effettuati dalle suore. Per Garza Valdés, ricercatore di microbiologia dell’Università di San Antonio, in Texas, la datazione sarebbe stata alterata dalla presenza sul tessuto di una patina creata da funghi e batteri41. Tuttavia, successive analisi di microfotografia e microscopia ottica, condotte dal fisico nucleare Timothy Jull di Tucson, su uno dei campioni analizzati, hanno escluso la presenza di contaminazioni significative o rivestimenti biologici, se non di pochi fili di cotone42.

I ricercatori in chimica Joseph Marino e Mervyn Benford hanno invece ipotizzato che i tre campioni sottoposti all’esame del carbonio-14 facciano parte di un lembo di tessuto sindonico non originale43. Secondo questa tesi, Margherita d’Austria, consorte del duca di Savoia, avrebbe fatto rimuovere un frammento della Sindone per donarlo a una chiesa da lei fondata. La parte prelevata sarebbe stata in seguito ricucita con del tessuto più recente. Nondimeno, la dottoressa Flury-Lemberg, esperta di tessuti antichi che ha esaminato la Sindone durante il restauro del 2002, non ha trovato alcuna traccia di rammendi44.

Le misteriose monete

Nel 1979, Francis Filas, docente della Loyola University di Chicago, dichiarò di aver scoperto la presenza di una moneta sulla palpebra destra dell’uomo della Sindone45. Lo studioso avrebbe individuato l’impronta osservando le fotografie, in bianco e nero, scattate da Giuseppe Enrie nel 1931. Non solo, Filas riconobbe al suo interno la rappresentazione del lituus, l’effigie dell’imperatore romano Tiberio, e le lettere “UCAI”. Pertanto, la moneta risalirebbe all’epoca di Ponzio Pilato, tra il 29 e il 32 d.C. Per Baima Bollone e Nello Balossino, inoltre, un’altra moneta con la raffigurazione di un simpulum si troverebbe sul sopracciglio sinistro46.

Le presunte monete sulla Sindone
Una moneta di Tiberio con il lituus e una con il simpulum

Va fatto notare, però, che l’immagine sindonica ha una risoluzione troppo limitata (circa mezzo centimetro) per poter identificare dei dettagli di appena pochi millimetri. Oltre a ciò, il conio emesso sotto l’imperatore Tiberio, circolante in Palestina, riportava l’iscrizione ΤΙΒΕΡΙΟΥ ΚΑΙΣΑΡΟΣ, senza la U e la C intraviste da Filas47. E per concludere, non vi è traccia di monete nelle fotografie più recenti della Sindone né, soprattutto, nelle sue scansioni tridimensionali. Si è trattato solo di un fenomeno di pareidolia?

Pollini e vegetali

Si riporta, infine, l’indagine condotta dal criminologo di Zurigo Max Frei-Sulzer, che nel 1973 ha analizzato tramite microscopia elettronica le polveri e i pollini depositati sul telo della Sindone. Lo studioso ha affermato di essere riuscito a riconoscere 60 differenti specie di polline diverse, tra cui 21 originarie della Palestina e una di Costantinopoli48, concludendo che tale distribuzione palinologica sia compatibile con la storia della reliquia. A Frei-Sulzer è stato obiettato di non aver tenuto conto delle contaminazioni avvenute durante i secoli49. Inoltre, sembra inverosimile poter distinguere un numero così elevato di specie vegetali da pochi residui di polline, quando sarebbe già difficile identificarne il genere.

Il mistero della Sacra Sindone

“Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”.

Vangelo di Luca 2, 34-35.

In conclusione, che cos’è davvero la Sacra Sindone? Se il telo conservato a Torino è autentico, è la testimonianza di un evento soprannaturale, che trascende la storia pur accadendo nella storia, di una morte e di una risurrezione, dell’esistenza di qualcosa che va oltre questo mondo. Se non lo è, resta l’opera di un genio, un manufatto straordinario che ancora sfida la comprensione scientifica: come fu possibile nel Medioevo creare un’opera così complessa e, al tempo stesso, enigmatica? Ma la Sindone è soprattutto il segno di un mistero che continua a dividere le coscienze e a interrogare l’umanità sul rapporto tra ragione e fede, curiosità e speranza.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Da A. Nicolotti, La Sindone di Torino in quanto tessuto: analisi storica, tecnica, comparativa, in V. Polidori, Non solum circulatoroum ludo similia, 2018. ↩︎
  2. Archives Départementales de l’Aube, fond du chapitre Notre-Dame de Lirey, sous-série 9G, 1, Copie du titre de fondation par Geoffroy de Charny accordée par Philippe VI donnée par Jean le Bon en 1353; collection Contassot, I 17, Fondation et Histoire du Chapitre. Fondation par Geoffroy de Charni, seigneur de Savoisy et de Lirey, d’une collégiale en son village de Lirey, sous l’invocation de l’Annonciation de la Vierge, 20 juin 1353. ↩︎
  3. Clemente VII fu l’antipapa avignonese durante lo Scisma d’Occidente. ↩︎
  4. Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, Collection de Champagne, v. 154. fol. 137; fol. 138, Memorandum di Pierre d’Arcis, 1389. ↩︎
  5. Ibidem. ↩︎
  6. Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, Collection de Champagne, v. 154. fol. 128-130, agosto 1389. ↩︎
  7. Bibliothèque Nationale de France, ms. 10410, fol. 110r, copia del XVII secolo. ↩︎
  8. U. Chevalier, Étude critique sur l’origine du Saint-Suaire de Lirey-Chambéry-Turin, 1900. ↩︎
  9. Archives Départementales de l’Aube, fond du chapitre Notre-Dame de Lirey, collection Contassot, I 19, Reçu délivré par Humbert, comte de La Roche, seigneur de Villersexel et de Lirey, aux chanoines de Lirey, énumérant la liste des joyaux et reliques qu’ils lui ont confiés, 6 juillet 1418. ↩︎
  10. Archivio di Stato di Torino, Benefizi di qua dai monti, mazzo 31, n. 3. ↩︎
  11. Di Rudolf Berwanger – Giuseppe Enrie, 1931, CC BY-SA 4.0, link all’immagine. ↩︎
  12. Gervasio di Tilbury, Otia imperialia, iii, 25, 1215 circa. Gervasio di Tilbury riferisce: “Est ergo Veronica pictura Domini vera“. ↩︎
  13. I. Wilson, Holy faces, secret places: an amazing quest for the face of Jesus, Doubleday, New York, 1991. ↩︎
  14. D. da Bomba, Relatione historica d’una miracolosa immagine del volto di Christo, 1646. ↩︎
  15. Di Ra Boe / Wikipedia, CC BY-SA 3.0 de, link all’immagine. ↩︎
  16. Parisinus Graecus 548, X secolo. Si veda L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, Piemme, Casale Monferrato, 1994. ↩︎
  17. Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, libro I, 13,1-3. ↩︎
  18. Evagrio Scolastico, Storia Ecclesiastica, PG 86, 2745-2748, VI secolo. ↩︎
  19. P. G. di Domenico, Atti del Concilio Niceno Secondo Ecumenico Settimo, Città del Vaticano, 2004. ↩︎
  20. Giovanni Damasceno, Discorsi sulle immagini, I, 33; Esposizione della fede, 89. ↩︎
  21. Ian Wilson, The Shroud of Turin, the Burial Cloth of Jesus Christ?, Image Books, Garden City, 1979. ↩︎
  22. Sermone di Gregorio Referendario, Codice Vaticano Gr. 511 ff. 143-150v. ↩︎
  23. T. Madden, D. Queller, The forth crusade: the conquest of Constantinople, University of Pennsylvania Press, 1997. ↩︎
  24. I. Wilson, The Blood and the Shroud, The Free Press, New York, 1998. ↩︎
  25. E. Marinelli, Sindone, un’immagine impossibile, Edizioni San Paolo, 1998. ↩︎
  26. Vangelo di Giovanni 20, 5-6. ↩︎
  27. P. Baima Bollone, Sindon, giugno 2000. ↩︎
  28. L. Garlaschelli, L’inganno della Sindone, in Micromega, 4, 2010. ↩︎
  29. M. Borrini, L. Garlaschelli, A BPA Approach to the Shroud of Turin, 66th Annual Scientific Meeting of the American Academy of Forensic Sciences, February 17‐22, 2014, in Journal of Forensic Sciences, Seattle, 10 luglio 2018.  ↩︎
  30. B. Hontanilla Calatayud, Signs of Life in the Figure of the Shroud of Turin, in Scientia et Fides, 8 (1), 2020. ↩︎
  31. P. Barbet, La Passion de Jésus Christ selon le chirurgien, 1950. ↩︎
  32. G. Filogamo, A. Zina, Esami microscopici sulla tela sindonica, supplemento Rivista diocesana Torinese, 1976. ↩︎
  33. G. Frache, E. Mari Rizzati, E. Mari, Relazione conclusiva sulle indagini d’ordine ematologico praticate su materiale prelevato dalla Sindone, supplemento Rivista diocesana Torinese, 1976. ↩︎
  34. W. C. McCrone, Microscopical study of the Turin Shroud, in Wiener Berichte über Naturwissenschaft in der Kunst, 1987. ↩︎
  35. J. H. Heller e A. D. Adler, Blood on the Shroud of Turin, in Applied Optics, vol. 19, n. 16, 1980. ↩︎
  36. L. Garlaschelli, Il Mistero del Telo Sindonico, in La Chimica e l’Industria, n. 80, 1998. ↩︎
  37. P. Baima Bollone, M. Jorio, A. L. Massaro, La dimostrazione della presenza di tracce di sangue umano sulla Sindone, in Sindon, vol. 5, n. 30, 1981. ↩︎
  38. A. Nicolotti, La Sindone di Torino in quanto tessuto: analisi storica, tecnica, comparativa, in V. Polidori, Non solum circulatorum ludo similia, Amazon kdp, 2018; A. Lombatti, La Sindone e il giudaismo al tempo di Gesù, CICAP, 3/2/2009. ↩︎
  39. D. King, A Parallel for the Linen of the Turin Shroud, Centre International d’Étude des Textiles Anciens, Bulletin 67, 1989; D. King, S. Leve, The Victoria & Albert Museum’s Textile Collection: Embroidery in Britain from 1200 to 1750, 1993. ↩︎
  40. P. E. Damon et al., Radiocarbon dating of the Shroud of Turin, in Nature, Vol. 337, No. 6208, 1989. ↩︎
  41. H. E. Gove, S. J. Mattingly, A. R. David, L. A. Garza-Valdes, A problematic source of organic contamination of linen, in Nuclear Instruments and Methods in Physics Research, B 123, 1997. ↩︎
  42. R. A. Freer-Waters, A. J. Timothy Jull, Investigating a Dated Piece of the Shroud of Turin, in Radiocarbon, 52, 2016. ↩︎
  43. Joseph G. Marino, M. Sue Benford, Discrepancies in the radiocarbon dafing area of the Turin shroud, in Chemistry Today 26 (4), 2008.  ↩︎
  44. Mechthild Flury-Lemberg, The Invisible Mending of the Shroud, the Theory and the Reality, British Society for the Turin Shroud Newsletter, 65, 2007. ↩︎
  45. F. Filas, Biblical Archeologist, 1981. ↩︎
  46. Ibidem nota 27. ↩︎
  47. G. M. Rinaldi, La farsa delle monetine sugli occhi, CICAP, 3/2/2009. ↩︎
  48. M. Frei-Sulzer, Nine Years of Palynological Studies on the Shroud, in Shroud Spectrum International, 3, 1982. ↩︎
  49. Bernard Ruffin, The Shroud of Turin: the most up-to-date analysis of all the facts regarding the Church’s controversial relic, Our Sunday Visitor Publishing, 1999; Paul Craddock, Scientific investigation of copies, fakes and forgeries, Butterworth-Heinemann, 2009. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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