Si narra che sul Golgota, mentre le tenebre calavano sulla terra, un soldato romano di nome Longino levò la sua lancia e trafisse il costato di Cristo in croce, per accertarsi che fosse già morto. Nel corso dei secoli, la tradizione si è a lungo soffermata su quell’arma leggendaria, oggetto che aveva potuto toccare il Figlio di Dio e, pertanto, sacra reliquia cristiana dal potere mistico e sovrannaturale. Intorno alla Lancia di Longino si è sviluppato un vasto filone mitico e religioso, che ha trovato fortuna nei racconti di ogni epoca e luogo, fino a dar vita alla venerazione di diversi manufatti considerati autentici. Nell’immaginario collettivo l’arma costituiva un potente amuleto, capace di cambiare le sorti della storia dell’umanità. Si diceva che la “Lancia del Destino” garantisse la vittoria in battaglia e legittimasse il dominio di re e imperatori.

Il soldato Longino e la sua lancia
“Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua”.
Vangelo di Giovanni 19, 33-34
Sul finire della Parasceve, al tramonto del venerdì prima della Pasqua ebraica, i Vangeli narrano che alcuni soldati romani salirono sul Golgota per eseguire la pratica del crurifragium, ossia la frattura delle gambe dei condannati alla crocifissione, in modo da accelerarne la morte prima della festività. Ma Cristo era già spirato e, per assicurarsene, uno di loro gli colpì il fianco con una lancia. Il racconto evangelico della crocifissione non rivela come si chiamasse quel legionario. Solo la tradizione successiva gli attribuì il nome di Longino, forse derivato proprio dal termine greco λόγχη, ovvero “lancia”.
Longino nelle fonti storiche e nell’iconografia
Il soldato è così chiamato per la prima volta in una versione greca degli Atti di Pilato, del V secolo, dove è presentato come il comandante della guarnigione incaricata di custodire il santo sepolcro1. Già nella prima metà dello stesso secolo, inoltre, doveva circolare una fonte agiografica dedicata alla sua vita: una Passio greca, oggi perduta, sulla quale si basarono due omelie, la XIX e la XX, attribuite al presbitero Esichio di Gerusalemme2. Il santo compare quindi, verso la metà del V secolo, nel Martyrologium Hieronymianum, che ne colloca il martirio in Cappadocia3. Tale tradizione potrebbe derivare da una sovrapposizione con la figura del centurione che, nei Vangeli, alla morte di Cristo esclama: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”4. Gregorio Nisseno (335/340-395 circa), in una delle sue Epistole, aveva infatti raccontato che il centurione fosse diventato uno dei primi vescovi proprio della Cappadocia5.
Già sul finire del VI secolo, Longino assume un ruolo significativo nell’iconografia cristiana. Nei Vangeli miniati di Rabbula, copiati in Siria nel 586, che conservano la più antica raffigurazione della Crocifissione in un manoscritto miniato, il soldato compare nell’atto di trafiggere il costato di Cristo con la lancia6. Una didascalia in caratteri greci ne identifica il nome come Longinos.

Longino il cieco
Nella tradizione medievale si racconta che Longino fosse in origine cieco e che il sangue sgorgato dalla ferita di Cristo lo avesse guarito miracolosamente. Questo episodio è raccolto tra gli altri da Jacopo da Varagine nella Legenda Aurea:
“Longino era un centurione che stava con altri soldati accanto alla croce, e per ordine di Pilato trafisse il costato del Signore con la lancia; vedendo i prodigi che si verificarono, il sole che si oscurò e il terremoto, credette in Cristo. Ma ancor più, dicono alcuni, credette perché, toccatosi per caso gli occhi, oscurati dalla vecchiaia o da una malattia, con il sangue di Cristo che era colato lungo la lancia, riprese a vedere chiaramente”.
Jacopo da Varazze, Legenda aurea, a cura e traduzione di A. Vitale Brovarone e L. Vitale Brovarone, Einaudi, 2007.
Non è chiaro come un soldato romano avrebbe potuto svolgere le proprie funzioni in assenza della vista. È probabile che i primi racconti agiografici, provenienti dall’Oriente, facessero riferimento non a una cecità fisica, ma piuttosto a una condizione spirituale. Nell’omelia XX attribuita a Esichio, Longino dialoga con Cristo ancora vivo, che gli promette la salvezza battezzandolo con il suo sangue7.
La Lancia di Longino, strumento di salvezza
Il gesto di Longino ha il potere di cambiare radicalmente il significato simbolico della lancia, che si trasforma da arma a strumento di salvezza. L’oggetto diviene così una reliquia preziosa da venerare, sacro manufatto che non solo ha toccato la carne di Cristo, ma che viene associato alla sua stessa missione escatologica. I primi riferimenti alla presenza di una reliquia identificata con la Lancia di Longino a Gerusalemme risalgono al V-VI secolo. Il Breviario di Gerusalemme, redatto in un periodo compreso tra il 400 e il 5308, riferisce che fosse conservata nella basilica costantiniana del Santo Sepolcro:
“E nel centro della città si trova quella basilica, dove è custodita la lancia con la quale il Signore fu trafitto; da essa è stata fatta una croce, che durante la notte risplende come il sole in pieno giorno”.
Anonimo, Breviario di Gerusalemme, 530 circa9.
La lancia è nuovamente attestata nella città santa all’epoca di Cassiodoro, che la cita nell’Expositio Psalmorum (540-550 circa)10. Poco dopo, Gregorio di Tours, nei Libri Miraculorum (574-593), la include in un elenco delle reliquie di Cristo11. L’anonimo pellegrino di Piacenza che visitò la Terra Santa tra il 570 e il 580, racconta invece che fosse custodita nella Basilica del Monte Sion12. Intorno al 670, sarebbe stata ancora vista nella Basilica del Santo Sepolcro dal viaggiatore Arculfo, come narrato nel resoconto di viaggio del monaco irlandese Adamnano di Iona, il De locis sanctis13.

La Sacra Lancia di Costantinopoli
A questo punto, tuttavia, le fonti iniziano a seguire percorsi paralleli e talvolta discordanti. Il Chronicon Paschale, redatto intorno al 630, attesta che la reliquia venne invece prelevata dai Sasanidi durante la conquista di Gerusalemme del 614. Uno dei luogotenenti del generale Shahrbaraz l’avrebbe poi consegnata al bizantino Niceta che, il 28 ottobre dello stesso anno, l’avrebbe fatta trasferire nella basilica di Hagia Sophia a Costantinopoli14. La Sacra Lancia sarebbe rimasta in questo luogo per molti secoli, fino al successivo trasferimento nella chiesa della Vergine di Pharos, la cappella-reliquiario palatina della città, dove costituiva uno degli oggetti più venerati del tesoro imperiale15.
Nel 1204, all’indomani del sacco di Costantinopoli compiuto dalle truppe crociate, Roberto de Clari stilò un elenco dei beni entrati in possesso dei Latini. Tra questi figurava anche la Sacra Lancia:
“In quella cappella si trovano numerose e preziose reliquie: vi sono due frammenti della Vera Croce, grandi quanto la gamba di un uomo e lunghi circa mezza tesa; il ferro della lancia con cui fu trafitto il costato di Nostro Signore, nonché due dei chiodi che gli furono conficcati nelle mani e nei piedi; una fiala di cristallo contenente gran parte del suo sangue; la tunica che indossava e della quale fu spogliato quando venne condotto sul monte Calvario; infine vi si trova la benedetta corona con cui venne incoronato […]”.
Roberto de Clari, La conquête de Constantinople, 82, 1198-1216. Traduzione a cura dell’autore16.
Si trattava di un tesoro dal valore inestimabile. Tuttavia, a causa delle difficoltà finanziarie del regno, nel 1242 Baldovino II fu costretto a cedere numerose reliquie, tra cui proprio la Lancia di Longino, al re di Francia Luigi IX il Santo17. Il sovrano francese le fece esporre nella Sainte-Chapelle di Parigi, concepita per essere una replica gotica della chiesa della Vergine di Pharos di Costantinopoli. Durante la Rivoluzione francese, la Sacra Lancia fu trasferita alla Bibliothèque nationale di Parigi, ma da quel momento se ne persero le tracce.

La Lancia del Vaticano
Nonostante il trasferimento in Francia, molti viaggiatori continuano ad attestare la presenza della Sacra Lancia a Costantinopoli anche dopo il 1242. Tra questi vi fu lo scrittore Jean de Mandeville, che nel XIV secolo affermò di aver visto sia una reliquia a Parigi sia un’altra nella capitale bizantina:
“L’asta della lancia appartiene all’Imperatore di Germania, mentre la punta è conservata a Parigi. Tuttavia, anche l’imperatore di Costantinopoli sostiene di possedere la punta della lancia; io stesso l’ho veduta più volte, ed essa è più grande di quella che si trova a Parigi”.
Jean de Mandeville, Voyage d’outre mer, 1357-137118.
A differenza di quella della Sainte-Chapelle, la Lancia di Costantinopoli esiste ancora ed è conservata nella basilica di San Pietro in Vaticano. Nel maggio del 1453 venne fatta prelevare dal sultano Maometto II, dopo la conquista della città bizantina. Poi, nel 1492, suo figlio Bayezid II la inviò in dono a papa Innocenzo VIII in cambio della prigionia del fratello Şehzade Cem, rivale nella successione al trono ottomano19. Il pontefice fece collocare la reliquia nella chiesa di Santa Maria del Popolo il 31 maggio, giorno dell’Ascensione. Nel 1629 fu infine trasferita in una nicchia nella nuova basilica di San Pietro in Vaticano, dentro uno dei pilastri che sorreggono la cupola. Qui si trova tuttora, accompagnata da una scultura del Bernini che raffigura Longino.

Uno stesso manufatto?
Per diversi secoli coesistettero dunque due presunte lance di Longino: una esposta a Parigi, l’altra conservata prima a Costantinopoli e poi a Roma. Questa apparente contraddizione può essere ricondotta alla diffusione, già in epoca medievale, di molteplici versioni del manufatto oppure a una pratica comune nella venerazione delle reliquie: la loro suddivisione in più parti, considerate a loro volta pignora della protezione divina. Secondo papa Benedetto XIV, a Luigi IX sarebbe stata venduta soltanto la punta della Lancia venerata a Costantinopoli:
“Dopo la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, Bayezid II, suo figlio, donò a Papa Innocenzo VIII la parte rimanente della lancia che era rimasta a Costantinopoli. Confrontandone la forma con quella della punta venerata nella cappella reale di Parigi, si constatò che le due parti combaciavano perfettamente”.
Benedetto XIV, Doctrina de Servorum Dei Beatificatione et Beatorum Canonizatione, lib. IV, II, 31, 1840. Traduzione a cura dell’autore21.
Pietro Bartolomeo e la comparsa della Lancia ad Antiochia
Un’altra Sacra Lancia fece la sua comparsa ad Antiochia nel 1098, durante la prima crociata in Terra Santa. La vicenda è descritta nel Liber del cronista Raimondo d’Aguilers, canonico della chiesa di Le Puy, che la visse in prima persona22. Ebbene, dopo la faticosa presa di Antiochia, i cristiani si trovarono a loro volta assediati dalle truppe dell’atabeg di Mosul, Kerbogha. In questa difficile situazione, il morale degli eserciti crociati poté risollevarsi solo grazie a un evento miracoloso23: un tale Pietro Bartolomeo, monaco al seguito del conte Raimondo IV di Tolosa, raccontò di aver ricevuto delle visioni mistiche nelle quali Sant’Andrea l’apostolo gli rivelava il luogo in cui era nascosta la vera Lancia di Longino. La reliquia, secondo tale testimonianza, si sarebbe trovata sotto un altare della cattedrale di San Pietro ad Antiochia, dove fu recuperata il 10 giugno 1098.

Bisogna dire, tuttavia, che già all’epoca il ritrovamento venne accolto con un certo scetticismo da una parte del mondo cristiano. Per il cronista Radulfo di Caen, furono gli stessi Provenzali al seguito di Raimondo di Saint-Gilles a nascondere l’arma per poi fare finta di ritrovarla, allo scopo di conferire prestigio alla loro spedizione:
“Quando questa voce giunse alle orecchie di Raimondo, egli convocò immediatamente un’assemblea e fece chiamare Pietro alla basilica di San Pietro, ordinandogli di indicare la posizione dove scavare […]. Ma Pietro aveva con sé, in segreto, la punta di una lancia araba, il cui fortuito ritrovamento gli aveva suggerito un modo per portare a termine il suo inganno. Egli aveva pensato che, essendo la punta rozza, arrugginita e vecchia, diversa da quelle in uso ai suoi tempi, la gente avrebbe creduto alla sua storia. Quindi, colto l’attimo favorevole per il suo inganno, impugnò una vanga, balzò nel fosso e, voltatosi verso un angolo, disse: «Qui bisogna scavare; qui è nascosto ciò che cerchiamo, da qui uscirà!»”.
Radulfo di Caen, Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana, 1112-1118. Traduzione a cura dell’autore24.
La Sacra Lancia di Longino in Armenia
Per secoli, in Armenia, un luogo di preghiera chiamato Geghardavank, ossia “Monastero della Lancia”, ha ospitato una reliquia ritenuta la Lancia utilizzata dal soldato Longino per trafiggere il costato di Cristo. Il manufatto, oggi parte del tesoro della Cattedrale di Vagharshapat, presenta la forma di una losanga traforata con una croce. Più che a una lancia del I secolo, l’oggetto sacro sembra in realtà corrispondere alla punta di uno stendardo bizantino.

Secondo la tradizione, la Lancia di Longino sarebbe stata portata in Armenia dall’apostolo Taddeo nel 33 d.C. Tuttavia, questa vicenda, insieme alla descrizione del manufatto custodito nel Geghardavank, compare per la prima volta soltanto in un manoscritto del XIII secolo, Le Sacre Reliquie di Nostro Signore Gesù Cristo, conservato presso la Bibliothèque nationale di Parigi25. È quindi da interpretare piuttosto come un racconto mitico, elaborato per conferire legittimità alla reliquia e favorire l’afflusso di pellegrini al monastero armeno. La storiografia ha pertanto seguito altre piste per spiegare la presenza del manufatto in Armenia. Una delle ipotesi più discusse è che possa trattarsi della Lancia ritrovata ad Antiochia da Pietro Bartolomeo.
L’Heilige Lanze: la Lancia del Destino di Vienna
Anche nel Tesoro imperiale del Palazzo Hofburg di Vienna è conservata una lancia che la tradizione cristiana identifica con quella utilizzata da Longino. Il manufatto appare, in realtà, come una tipica arma di fattura carolingia. La lama presenta, al centro, un’apertura ovale nella quale è inserito un perno ornamentale in ferro, che si dice ricavato da uno dei chiodi della croce di Cristo.
La prima attestazione storica della reliquia risale al X secolo e si trova nell’Antapodosis del vescovo Liutprando da Cremona26. Il presule riferisce infatti che il conte palatino Sansone donò questa particolare lancia al re d’Italia Rodolfo II di Borgogna:
“Rodolfo, re dei Burgundi, che per alcuni anni aveva regnato sugli Italici, ricevette in dono dal conte Sansone quella lancia. Essa, infatti, si distingueva per il suo aspetto da tutte le altre lance, essendo stata forgiata in una forma nuova e con una lavorazione inedita; […] Si dice che essa fosse appartenuta a Costantino il Grande, figlio di Sant’Elena, che aveva scoperto la Croce vivificante; nella parte centrale, […] presenta infatti delle croci ricavate dai chiodi con cui furono trafitte le mani e i piedi del Signore e nostro Redentore Gesù Cristo”.
Liutprando da Cremona, Antapodosis, lib. IV, 25, 970 circa. Traduzione a cura dell’autore27.

Intorno al 925-926, Rodolfo la cedette a sua volta al re Enrico I di Sassonia, che se la fece consegnare con le buone o con le cattive:
“Il re Enrico, dunque, poiché temeva Dio ed era amante di ogni forma di religiosità, avendo udito che Rodolfo possedeva un dono celeste di così inestimabile valore, gli inviò dei messaggeri per sondare la possibilità di ottenerlo in cambio di qualche ricompensa e di procurarsi così, contro i nemici visibili e invisibili, un’arma invincibile e una vittoria perpetua. Poiché il re Rodolfo dichiarò in ogni modo di non voler mai compiere una simile azione, il re Enrico, non essendo riuscito a piegarlo con i doni, si preoccupò di intimidirlo con gravi minacce. Promise infatti che avrebbe devastato tutto il suo regno con massacri e incendi”.
Liutprando da Cremona, Antapodosis, lib. IV, 25, 970 circa. Traduzione a cura dell’autore28.
Liutprando assicura che, dopo aver ottenuto la Sacra Lancia, Enrico ricompensò Rodolfo con “una parte non trascurabile della regione degli Svevi”. Ma soprattutto, da quel momento, “ogni volta che i nemici insorgevano contro di lui, egli li terrorizzava e li metteva in fuga, sempre precedendoli con questo vittorioso segno”29. Si tratta di un passaggio fondamentale per comprendere la fortuna che la Lancia di Vienna avrebbe conosciuto nei secoli successivi. Se, in origine, il manufatto possedeva un valore sacro conferito unicamente dalla presenza dei chiodi della crocifissione, ben presto gli venne attribuito anche il potere metafisico di decidere le sorti di ogni battaglia, espressione di una precisa volontà divina. Questa “Lancia del Destino” (Heilige Lanze) divenne l’emblema dell’invincibilità e della supremazia dell’imperatore su tutti i regni della terra.
La tradizione di San Maurizio
Con il passare del tempo, la reliquia andò incontro a un progressivo processo di stratificazione di leggende e tradizioni. Ben prima di essere associata al centurione Longino, infatti, essa era già venerata come la Lancia di san Maurizio, martire del III secolo. Secondo la Passio Acaunensium martyrum, composta nel V secolo da Eucherio, vescovo di Lione, Maurizio era originario di Tebe, in Egitto, e comandava una legione romana che, per ordine dell’imperatore Massimiano, fu sterminata dopo essersi rifiutata di perseguitare i cristiani30. La tradizione colloca il martirio nei pressi di Agaunum, l’odierna Saint-Maurice, nel Canton Vallese, dove i sovrani di Borgogna fecero edificare un monastero dedicato al santo.
Il culto di san Maurizio si diffuse progressivamente in tutta Europa fino a raggiungere il suo apice nel X secolo, quando Ottone I di Sassonia, imperatore dal 962 al 973, lo proclamò patrono personale e protettore del Sacro Romano Impero. Ottone fece traslare le reliquie del martire a Magdeburgo, che divenne il nuovo centro religioso e politico dell’Impero. Ben presto le diverse tradizioni finirono per sovrapporsi e si cominciò a raccontare che la Lancia del Destino fosse quella appartenuta al comandante Maurizio. Come sigillo a questa suggestiva leggenda, Enrico IV (1084-1105) fece aggiungere una guaina in argento, che reca l’iscrizione:
“Clavvus + Heinricvs D(ei) gra(tia) tercivs romano(rvm) imperator Avg(vstvs) hoc argentvm ivssit fabricari ad confirmatione(m) clavi lancee Sancti Mavricii + Sanctvs Mavricivs”.
“Il chiodo + Enrico, per Grazia di Dio terzo Augusto Imperatore dei Romani, ordinò di fabbricare questo argento a conferma del chiodo della lancia di San Maurizio. + San Maurizio”.

Da San Maurizio alla Lancia di San Longino
Solo nel corso del XIII secolo la Lancia del Destino venne infine reinterpretata come l’arma del soldato Longino sul Calvario, forse anche per ragioni politiche legate alla competizione con Costantinopoli e la monarchia francese di Luigi IX. Un secolo dopo, l’imperatore Carlo IV (1346-1378) fece sovrapporre alla vecchia fasciatura d’argento una banda d’oro più esterna, oggi l’unica visibile, che riporta la scritta:
“+ Lancea et clavus Domini”.
“+ La lancia e il chiodo del Signore”.
La Lancia era ormai diventata un oggetto simbolico, immagine dell’invincibilità del sovrano del Sacro Romano Impero che, erede di Longino e del comandante Maurizio, veniva legittimato a esercitare il potere temporale come quello spirituale. Dopo molti secoli, la reliquia entrò infine nelle collezioni degli Asburgo, che la collocarono nel palazzo imperiale di Vienna. Si narra che un giovane Hitler rimase molto affascinato da questo oggetto, che gli avrebbe ispirato la passione per l’esoterismo. Dopo l’annessione dell’Austria nel 1938, il Führer la fece traslare nella chiesa di Santa Caterina a Norimberga, tempio mistico dei Nazisti, forse nella convinzione che lo avrebbe condotto alla vittoria. Tuttavia, la Lancia aveva in serbo per il mondo un altro destino.
Samuele Corrente Naso
Note
- Acta Pilati, redazione finale nel IV-V secolo. B. D. Ehrman, Z. Pleše, The Gospel of Nicodemus (The Acts of Pilate) A, in The Apocryphal Gospels: Texts and Translations, Oxford University Press, 2011. ↩︎
- M. Aubineau, Les homélies festales d’Hésychius de Jerusalem, vol. II, Bruxelles, 1980. ↩︎
- Il Martyrologium Hieronymianum commemora San Longino nei giorni 15 marzo, 23 ottobre e 22 novembre. ↩︎
- Il passo si trova in Matteo 27, 54; Marco 15, 39; Luca 13, 47. ↩︎
- Gregorio Nisseno, Epistole, 17, 15, in J. P. Migne, Patrologia Graeca, vol. 46, 106. ↩︎
- Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, cod. Plut. I, 56, fol. 13r. ↩︎
- M. Aubineau, Les homélies festales d’Hésychius de Jerusalem, cit. ↩︎
- Il Breviario risale al 400 circa per L. Van Hoof, P. Van Nuffelen; B. E. Whalen sostiene una datazione a cavallo tra V-VI secolo; per C. W. Wilson il Breviario fu redatto nel 530 circa. Si vedano L. Van Hoof, P. Van Nuffelen, The Fragmentary Latin Histories of Late Antiquity (AD 300–620), Cambridge University Press, 2020; B. E. Whalen, Pilgrimage in the Middle Ages: A Reader, University of Toronto Press, 2011. C. W. Wilson, Introduction. The Epitome of S. Eucherius about Certain Holy Places (circ. A.D. 440), and the Breviary or Short Description of Jerusalem (circ. A.D. 530), Palestine Pilgrims’ Text Society, 1890. ↩︎
- The Epitome of Eucherius concerning certain holy places (c. A.D. 440), and the Breviary or Short Description of Jerusalem (c. A.D. 530), in The Library of the Palestine Pilgrims’ Text Society, vol. II, London, 1890; repr. Nabu Press, London, 2012. Si riporta il testo in latino: “Et est in medio civitatis basilica ilia, ubi est lancea, unde percussus est Dominus, et de ipsa facta est crux, et lucet in nocte, sicut sol in virtute diei“. ↩︎
- Cassiodoro, Expositio Psalmum LXXXVI, in J. P. Migne, Patrologia Latina, vol. 70, 621. Si riporta qui il testo: “Ibi manet lancea, quae latus Domini transforavit, ut nobis illius medicina succurreret“. ↩︎
- Gregorio di Tours, Libri Miraculorum, 574-593, In J. P. Migne, Patrologia Latina, vol. 71, 712. Si riporta il testo: “De lancea vero, arundine, spongia, corona spinea et columna, ad quam verberatus est Dominus et Redemptor Hierosolymis, dicendum“. ↩︎
- Antoninus of Placentia, Antonini Placentini Itinerarium in Itineraria et alia geographica, Corpus Christianorum, Series Latina 175, Geyer, P. (a cura di), Turnhout, 1965. ↩︎
- Adamnano di Iona, De locis sanctis, 698. ↩︎
- J. P. Migne, Patrologia graeca, vol. 92. ↩︎
- H. A. Klein, Sacred Relics and Imperial Ceremonies at the Great Palace of Constantinople, in in F.A. Bauer (ed.), Visualisierungen von Herrschaft, BYZAS, 5, 2006. ↩︎
- Qui il testo originale: “Dedens chele capele, si trova on de molt rikes saintuaires, que on i trova deus pieches de la Vraie Crois aussi groses comme le gambe a un homme et aussi longes comme demie toise, et si i trova on le fer de la lanche dont Nostre Sires eut le costé perchié, et les deux cleus qu’il eut fichiés par mi les mains et par mi les pies; et si trova on en une fiole de cristal grant partie de sen sanc; et si i trova on le tunike qu’il avoit vestue, que on li despoulla quant on l’eut mené au mont de Cauvaire; et si i trova on le beneoite corone dont il fu coronés […]“. ↩︎
- H. A. Klein, Eastern Objects and Western Desires: Relics and Reliquaries between Byzantium and the West, Dumbarton Oaks Papers, 58, 2004. ↩︎
- John Mandeville, The Travels of John Mandeville: the version of the Cotton Manuscript in modern spelling, Macmillan, London, 1900. ↩︎
- Marco Vigerio I Della Rovere, Controversia de excellentia instrumentorum Dominicae Passionis, 1492. ↩︎
- F. de Mély, Exuviae sacrae constantinopolitanae: la croix des premiers croisés, la Sainte Lance, la Sainte Couronne, Ernest LeRoux, Paris, 1904. ↩︎
- Si riporta il testo originale in latino: “Subacta a Mahumete Constantinopoli, Bajazettes ejus tilius reliquam lanceae partem, quae Constantinopoli remanserat, Innocentio VIII dono dedit, ut collata figura cuspidis, quae in sacello regio Parisiensi colilur, inventa est omnino conveniens“. ↩︎
- Raimondo d’Aguilers, Liber, ed. J. H. Hill e L. L. Hill, Documents relatifs à l’histoire des croisades, IX, Paris, Geuthner, 1969. ↩︎
- Guglielmo di Tiro, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, seconda metà del XII secolo, edizione critica di R.B.C. Huygens, identificazione delle fonti storiche e delle date di H.E. Mayer et G. Rösch, Typographi Brepols, Turnholti, 1986. ↩︎
- Si riporta il testo integrale del passo: “Qui rumor ubi Raimundi auribus est illapsus, statim concione habita, Petrus ad Petri basilicam vocatur, locum rogatus, sicut finxerat prius, altare significat, fodere monet; utque pondus verba habeant, vultum etiam fingit. Foditur ergo, nec proficitur, suffossa humus nequit reddere quod nec commissum fuerat, nec acceptum. Habebat autem ipse clam apud se cuspidis Arabicae ferrum, de cujus inventione fortuita, materiam fallendi sibi assumpserat: Scabram quippe intuitus, exaesam, annosam, usui nostro forma et quantitate dissimilem, auspicatus est illico hinc fidem novis figmentis adhaesuram. Nactus ergo fallendi tempus, ligone arrepto, fossam insilit, conversusque ad angulum: «Hic, inquit, fodiendum est, hic latet quod quaerimus, hinc exibit»”. ↩︎
- Bibliothèque nationale de Paris, MS arménien 74, ff. 145-147, XIII secolo. ↩︎
- Liutprando da Cremona, Antapodosis, lib. IV, XXV, a cura di Paolo Chiesa, collana Scrittori greci e latini, Arnoldo Mondadori Editore, 2015. ↩︎
- Si riporta il brano originale: “Burgundionum rex Rodulfus, qui nonnullis annis Italicis imperavit, lanceam illam a Samson comite dono accepit. Erat enim exepta caeterarum specie lancearum, novo quodam modo novaque elaborata figura, habens juxta lumbum medium utrobique fenestras. Hae pro pollicibus perpulcrae duae acies usque ad declivum medium lanceae extenduntur. Hanc igitur Constantini Magni, sanctae filii Helenae, vivificae crucis inventricis, fuisse adfirmant, quae media in spina, quam lumbum superius nominavi, ex clavis, manibus pedibusque domini et redemptoris nostri Jesu Christi adfixis, cruces habet“.
↩︎ - “Heinricus itaque rex, ut erat Dei timens totiusque religionis amator, audito Rodulfum tam inestimabile donum habere caeleste, nuntiis directis 136.0869A| temptavit, si praemiis aliquibus id posset adquirere sibique adversus visibiles atque invisibiles hostes arma invictissima triumphumque perpetuum praeparare. Quod cum rex Rodulfus modis omnibus se numquam hoc acturum ediceret, rex Heinricus, quia mollire hunc muneribus non potuit, minis terrere magnopere curavit. Omne quippe regnum ejus cede atque incendiis se depopulaturum esse promisit“. ↩︎
- “Deus autem, qui quo quisque quid animo peragat, intuetur, non muneris quantitatis sed bonae voluntatis inspector ac retributor, quanta ob praelibatam rem mercede aeterno in saeculo pium donaverit regem, indiciis quibusdam hoc etiam in tempore prodidit, dum contra se insurgentes hoc victorifero praeeunte signo semper hostes terruit atque fugavit“. ↩︎
- Eucherio, Passio Acaunensium martyrum, 443-450. ↩︎
- F. de Mély, Exuviae sacrae constantinopolitanae, cit. ↩︎


