Il senso del mistero

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Quante volte siamo rimasti estasiati dall’insondabile bellezza di un quadro o dall’eterea plasticità di una scultura? E quante volte nella vita ci siamo soffermati a osservare uno sguardo affascinante che ha smosso in noi qualcosa nel profondo? Rammento in maniera assai vivida i rumori inconfondibili della stazione ferroviaria di notte, i suoi profumi, l’atmosfera scandita dall’ineffabile sensazione di nostalgica malinconia. Tra volti, ch’erano tutti diversi e tutti uguali (o chissà, forse solo nella mia memoria), si allontanavano indefiniti i binari, sentinelle incorruttibili che scortavano l’animo umano verso l’infinito. Come descrivere l’inafferrabile sensazione di vertigine, il vuoto controllato che si prova nell’incedere lungo le navate di una maestosa cattedrale? È indubbio che siamo di tanto in tanto pervasi da un indefinito senso del mistero. Esso è tanto inintelligibile da essere a sua volta un enigma che sconvolge l’animo umano, che lo proietta verso una dimensione al di fuori di se stesso.

“Camminare all’aperto, di notte, sotto il cielo silente, lungo un corso d’acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell’animo”.

H. Hesse, Bella è la gioventù, 1916.

Sul senso del mistero

Il senso del mistero è una scintilla che scocca all’improvviso innanzi all’insondabile, essa accende un fuoco rivelatore. Osservando il prospetto di un edificio gotico o contemplando il calare del sole al tramonto, noi ci sentiamo nudi, siamo improvvisamente imperfetti di fronte all’infinito. Così è nel Mito della caverna di Platone1, il racconto di uomini imprigionati in una caverna, costretti a osservare un flebile fuoco al limitare dell’anfratto. Ignorando l’esistenza del sole, essi credevano che le ombre dei passanti fossero la sola realtà dell’esistenza. Ma quelle erano invece solo una beffarda illusione, una verità apparente.

Di fronte al rivelarsi del mistero l’uomo intuisce che la propria esistenza è incompiuta, che qualcosa si cela oltre la dimensione delle ombre in cui, fino a quel momento, vedeva proiettato il mondo. Tale improvviso senso di incompletezza lo costringe a ricercare fuori di sé la perduta armonia. Il mistero pervade l’animo dello scrittore, dell’artista, del navigatore, persino dello scienziato… l’ignoto si manifesta nella creazione dell’arte, della scienza o lungo un viaggio, generando altro mistero.

Lo spirito della scoperta

A tal proposito, il fisico Albert Einstein scriveva: “la più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero, sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”2. Thomas Mann riteneva che “il mistero dà fuoco e tensione a ogni nostra parola”3. Esso genera, crea, “è” in quanto essenza fondante della natura umana. Il mistero introduce allo spirito della scoperta, tanto caro ad Aristotele e alla scuola peripatetica, i cui membri conducevano appassionate indagini scientifiche e filosofiche sul mondo. Sempre in movimento, essi ponevano la domanda al di sopra della risposta, l’enigma sopra ogni possibile e apparente verità.

La dimensione incerta dell’esistenza

La dimensione esistenziale dell’uomo può essere paragonata a una stanza buia, nella quale ci si trova immersi senza sapere il perché. Come quei pesci che nuotando si chiedono improvvisamente “ma cos’è l’acqua?”4, l’uomo vive senza saper né poter definire cosa sia la vita. Esso è in bilico sul filo dell’esistenza, si trova a cavallo di un presente in tensione tra le opposte forze di una memoria che non è mai uguale a se stessa (da dove vengo?) e un futuro pieno di incertezze (dove vado?).

“Si esiste, ci si sente persona, nella misura in cui, nel momento critico in cui si è chiamati a esserci, stanno a nostra disposizione le memorie retrospettive di comportamento efficaci per modificare la realtà e la coscienza prospettiva e creatrice di ciò che occorre fare, qui e ora, per riuscire a produrre il valore nuovo. In questa dialettica tra memoria retrospettiva e slancio prospettico si inserisce la presenza”.

Dalla prefazione di Cesare Cases in E. De Martino, Il mondo magico, Boringhieri, 1973.

L’antropologo Ernesto de Martino ha ben spiegato il quadro esistenziale dell’uomo ne Il mondo magico. Il passato è dunque mistero, in quanto la memoria esiste nella misura in cui è rievocata nel presente. Il futuro è anch’esso mistero: un enigma fatto di scelte e prospettive (telos), di eventi che trascendono la volontà umana. Tra questi due opposti poli è situato il momento dell’uomo (chi sono?), il quale tuttavia è l’ignoto più grande di tutti, poiché beffardamente sfugge.

Il senso del mistero alle origini dell’umanità

Tale dimensione incerta dell’esistenza coinvolgeva l’uomo sin dai primordi. Immerso in una natura selvaggia, doveva far fronte alle cruente leggi della sopravvivenza. In principio, l’essere umano non si differenziava molto dai suoi più prossimi parenti evolutivi, le scimmie antropomorfe. Egli era partecipe di una vita di tipo zoe, come la definirono magistralmente gli antichi Greci: una prospettiva che indica il semplice fatto di essere vivi, comune a tutte le creature. Inoltre, al pari d’oggi, l’uomo primitivo era caratterizzato da un’imperfezione di fondo che lo poneva in una situazione di drammatico svantaggio evolutivo5. Non possedeva pelliccia, artigli, ali o altre caratteristiche che lo avrebbero potuto sottrarre alla catena alimentare naturale.

Circa 40.000 anni fa, tuttavia, avvenne una svolta sorprendente. La tragicità dell’esistenza e l’imperfezione di fondo spinsero l’uomo a cercare nuove forme di identità che potessero fornirgli una cornice di senso nel mondo. Egli elevò se stesso alla dimensione bios, la forma che esprimeva tra i Greci il modo di vivere proprio di un singolo o di un gruppo. Espressione compiuta della vita bios è la cultura, in tutte le sue manifestazioni, come la definì l’antropologo Geertz: “la rete di significati che gli individui hanno creato e continuano a ricreare, restandone così invischiati”6. Per Levi-Strauss la cultura permette di comprendere l’esperienza e imporre un ordine all’universo, che avrebbe altrimenti l’aspetto di un enorme caos.

L’importanza dei simboli

L’essere umano iniziò nel Paleolitico ad affrontare la paura dell’ambiente ostile dei primordi, del mondo e della vita in generale, cercando di interpretare la natura attraverso simboli codificati e riconoscibili. È questo il momento in cui esso prese le distanze dalla sua essenza meramente biologica, si differenziò dagli animali: 40.000 anni fa l’uomo divenne uomo in quanto tale.

Ieri come oggi, il simbolo fu una delle risposte che l’essere umano fornì di fronte allo smarrimento dell’esistenza, al manifestarsi dell’insondabile senso del mistero. La rappresentazione simbolica del mondo permette infatti di ordinare la realtà, integra la conoscenza razionale. Il simbolo, inoltre, definisce l’appartenenza a un gruppo, a una comunità che gli attribuisce un determinato significato.

Il senso del mistero tra segni e rituali

La riflessione dell’uomo sul mistero condusse anche alle prime forme di religione, magico-animistiche8, di carattere totemico e quindi simbolico. Attorno al totem, cui veniva associato un animale-guida, la comunità si riconosceva tale, in esso fondava la propria identità. I culti primordiali prevedevano codificati sistemi di segni e rituali: le celebrazioni dei riti, propiziatori o di passaggio, avevano lo scopo di mantenere il benessere psicologico dei membri del gruppo. Ad atti e gesti perfettamente strutturati, prevedibili e reiterati, veniva attribuita un’efficacia metafisica che garantiva il controllo della natura, con i suoi cicli di vita e di morte. Per lo storico delle religioni Mircea Eliade, trasformando tutti gli atti fisiologici in cerimonie, l’uomo arcaico si sforza di passare oltre, di proiettarsi oltre il tempo, nell’eternità9.

Non è un caso che il termine “mistero” derivi proprio dai riti che nell’antica Grecia costituivano il “mysterion“, ovvero ciò che è segreto e riservato soltanto a pochi iniziati al culto. Inoltre, dal punto di vista etimologico, è significativo come il contrario di “simbolo”, dal greco συμβάλλω (symballo), “mettere insieme”, sia il termine “diavolo”, da Διάβολος (diábolos), cioè “colui che divide”. Simbolo e diavolo sono gli avversi poli delle manifestazioni rituali degli antichi. Attraverso complessi sistemi di interpretazione culturale, come cerimonie e simboli, le religioni primordiali avevano lo scopo di esorcizzare l’ignoto, di mascherare l’enigma della vita.

Le radici storiche e culturali

Dai primordi a oggi, la condizione esistenziale dell’essere umano non è cambiata molto. Nonostante l’enorme sviluppo tecnologico portato avanti nel corso dei millenni, siamo ancora come quei pesci che si interrogano sull’acqua, o quegli uomini rinchiusi in una caverna. Il senso del mistero continua a incutere timore e affascinare allo stesso tempo. Siamo ancora in bilico su questo sfuggente momento, che ora c’è e ora non più. L’unica speranza per comprendere a pieno chi siamo è guardare al passato, alle nostre radici storiche e culturali, così come al futuro che vogliamo creare, metafora di un lungo e affascinante viaggio senza ritorno.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. Platone, libro settimo de La Repubblica, 514 b – 520 a. ↩︎
  2. A. Einstein, Il mondo come io lo vedo, 1934 ↩︎
  3. T. Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, 1933. ↩︎
  4. D. Foster Wallace, Questa è l’acqua, a cura di Luca Briasco, traduzione di Giovanna Granato, Einaudi, 2009. ↩︎
  5. A. Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Mimesis, Milano 2010; H. Plessner, I gradi dell’organico, Bollati Boringhieri, 2019. ↩︎
  6. C. Geertz, Interpretazione di culture, Il Mulino, 2019. ↩︎
  7. Figura di Dagmar Hollmann, licenza CC-BY-SA-4.0. ↩︎
  8. J. Frazer, Il Ramo d’Oro, Bollati Boringhieri, 2012. ↩︎
  9. M. Eliade, Dizionario dei riti, Jaca Book, 2023. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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